giovedì 28 giugno 2012

Il "google doodle" di oggi: la maschera di Pirandello




Chi sarà mai quell'omino che tanto fieramente mostra la sua maschera al pubblico? Ma si, è esattamente lui, Luigi Pirandello.

Oggi il nostro drammaturgo, scrittore e poeta, ricorda al mondo intero che 145 anni fa ,nella vecchia Grigenti, oggi Agrigento, veniva al mondo.
Pirandello nasce in Sicilia nel 1867, ma nel 1892 si stabilisce definitivamente a Roma, dove si reca per proseguire gli studi universitari iniziati a Palermo. Si dedica inizialmente alla poesia per cedere poi "la penna" alla narrativa, trascinato dall'amico Luigi Capuana.
Scrive diverse novelle, riscuotendo discreto successo, finché non arriva l'interesse per il mondo teatrale.


Il 1904 arriva il grande successo con il suo "Il fu Mattia Pascal", pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia. Successivamente diventa professore universitario e collaboratore per il Corriere della Sera. Durante la Prima Guerra Mondiale la vita di Pirandello viene stravolta dalla perdita della madre e dalla partenza dei due figli per il fronte. Sono gli anni di importanti opere, Liolà (1916), Così è (se vi pare), Il berretto a sonagli, Il piacere dell'onestà (1917), Ma non è una cosa seria e Il gioco delle parti entrambi del 1918. 
E' questo l'anno del primo volume delle Maschere nude, titolo che comprende tutte le opere teatrali del drammaturgo. 






Il 1921 è invece l'anno del grande successo internazionale con Sei personaggi in cerca d'autore.
Sono gli anni del grande teatro di Pirandello, l'adesione al fascismo e la direzione del Teatro d'arte di Roma.
Nel 1926 esce Uno, nessuno e centomila, ultimo romanzo dell'autore considerato il Capolavoro per eccellenza poiché racchiude in sé tutta l'essenza della poetica dell'autore siciliano.

Dopo aver ricevuto il Nobel per la Letteratura nel 1934, Pirandello inizia a fare i conti con una grave polmonite. Nel frattempo però segue le riprese a Cinecittà di un film tratto dal suo Mattia Pascal.
Luigi Pirandello si spegne nella casa romana il 10 dicembre 1936.



mercoledì 27 giugno 2012

Addio Nora Ephron...



Si è spenta a New York, all'età di 71 anni la regista e sceneggiatrice Nora Ephron. A dare il triste annuncio il figlio Jacob Bernstein, dopo l'aggravarsi delle condizioni di salute della madre a causa di una polmonite legata alla sua leucemia. 
La Ephron aveva iniziato a scrivere come giornalista e dopo una brillante carriera nel settore iniziò a lavorare per il cinema, come regista e sceneggiatrice. Il primo titolo che salta in mente è quello della deliziosa commedia sentimentale Harry ti presento Sally (1989), diretta da Rob Reiner, con due giovanissimi Billy Crystal e Meg Ryan, di cui la Ephron fu sceneggiatrice.                                        













Dietro la macchina da presa la regista statunitense realizza pellicole di un certo spessore, mi viene in mente C'è posta per te, del 1998, la commedia che vede Tom Hanks e Meg Ryan innamorarsi scrivendosi via e-mail. Pensate che la coppia Hanks-Ryan recitò insieme anche nel 1993, nel film Insonnia d'amore, sempre della Ephron. Più recente, del 2009, la commedia dalle sfumature drammatiche Julie & Julia, interpretata dalle splendide Amy Adams e Meryl Streep.







martedì 26 giugno 2012

Un nuovo trailer per Frankenweenie




In attesa dell'ultimo lavoro del nostro Tim, in uscita "purtroppo" a gennaio 2013 che ne dite di deliziarci con un secondo bellissimo trailer? 
Scommetto che la vostra risposta è SI!!!
Ricordiamo che il film attende di venire alla luce già dal lontano 1984, quando la storia di Victor e del suo Sparky fu solamente un corto. Oggi per tutti quelli che, come me, aspettano frenetici questo Frankenweenie il 18 gennaio sembra appartenere a un'altra era, il che, non ci piace affatto...



Questa la sinossi ufficiale del film: Dopo aver inaspettatamente perso il suo adorato cane Sparky, il giovane Victor sfrutta il potere della scienza per riportare in vita il suo amico, con qualche lieve variazione. Prova a nascondere la sua creazione cucita-in-casa, ma quando Sparky esce i compagni di scuola di Victor, gli insegnanti e l’intera città scoprono che “tenere al guinzaglio una nuova vita” può essere mostruoso.


P.S. Devo confessarvi una cosa, ho appena scoperto che "Weenie" sta a significare "sfigato", vi prego, ditemi che non sono la sola, e tenetemi compagnia in questi 5 minuti di vergogna...


Fonte della news http://www.cineblog.it

lunedì 25 giugno 2012

Scatti dell'Immaginario, il concorso fotografico di Blu Digitale

L'autrice di questo meraviglioso scatto, Arte per Arte, è Sara Baldo*.


Si è svolta il 23 giugno a Roma, presso l'Auditorium Basilica S.M. degli Angeli la premiazione del concorso fotografico dedicato all'Immaginario. Organizzatrice dell'evento è l'Associazione Culturale Blu Digitale. Il sito, fortemente voluto da Francesco Caterini, nasce nel 2008, e ad oggi vanta più di 15.000 utenti registrati. Blu Digitale organizza concorsi gratuiti di fotografia, per dilettanti e professionisti. Il concorso conclusosi il 23 giugno è stato strutturato secondo le linee definite da 4 temi: Ritratto, Silhouette, Prospettive, Astrattismo. Le foto in gara erano 783, ogni autore poteva partecipare con un massimo di 3 foto ciascuno. Una giuria composta da fotografi professionisti ha poi sentenziato 3 vincitori per ogni categoria. Ecco di seguito i primi tre classificati nelle rispettive categorie:


"Ritratto"
1°classificato Patman Bagaturia (TV), La vita è bella
2°classificato Luigi Scaderi (RM), Ritratto Vintage
3°classificato Giulia De Oliveira (CH), Il Vecchio con il Nuovo


"Silhouette"
1°classificato Pierluigi Ortolano (CH), Pentagramma
2°classificato Paola Di Martino, Tutti insieme appassionatamente
3°classificato Maria Luisa Sardi (RM), Madama Butterfly 3


"Prospettive"
1°classificato Paola Pittori (RM), Benvenuti al Sud
2°classificato Marco Dall'aglio (RE), Ponte di Calatrava
3°classificato Filippo Pesce (Hong Kong), Brick


"Astrattismo"
1°classificato Tiziana Milioto (IM), Naturalmente Astratto
2°classificato Alessandro Longato (VE), Dipinto di un Vetraio
3°classificato Sara Baldo (RM), Arte per Arte




*Quando Sara, mia carissima amica, per la prima volta mi disse della sua passione per la fotografia, non capivo fin dove sarebbe potuta arrivare con questa cosa. Oggi, ammirando i suoi scatti, mi rendo conto di quanto lontano possiamo "volare", con le nostre ambizioni e i nostri sogni...
Vai Sara, continua così!!!

sabato 23 giugno 2012

Il "google doodle" di oggi, omaggio a Alan Turing


Oggi Google ci propone la Macchina di Alan Turing, ovvero uno dei padri dell'informatica la cui nascita risale esattamente a 100 anni fa. E Google certo non poteva mancare nell'omaggiarlo dedicandogli un bel "doodle". 


Il Signor Turing durante la Seconda Guerra Mondiale contribuì a decifrare i codici creati con la macchina "Enigma", utilizzata dai nazisti per trasmettere messaggi criptati.
Il fatto che lascia davvero sconvolti però, è la storia di questo genio dell'informatica. Il povero Turing ricevette una "riconoscenza" senza pari dal governo britannico, tanto da farlo arrestare nel 1952 perché omosessuale e condannarlo alla castrazione chimica. Nel 1954 poi, Turing decise di ispirarsi alla favola di Biancaneve per porre fine tragicamente alla propria vita mangiando una mela avvelenata con cianuro di potassio.
Una leggenda metropolitana racconta che questa misteriosa vicenda abbia ispirato poi il grande Steve Jobs per il logo della "Apple". Ma, che sia vero o no, la cosa è molto interessante...


Nel 2009, l'ex Primo Ministro Gordon Brown, a seguito di una petizione, espresse le scuse ufficiali  da parte del governo britannico, riconoscendo la terribile colpa del trattamento omofobico riservato al Signor Turing.

Dunque un doverosissimo omaggio oggi a quest'uomo e alla sua stupefacente macchina, quella "Deterministica a un nastro e con istruzioni a cinque campi". Meglio nota come, Automa di Turing.



Immagino sarete ansiosissimi di sapere come si risolve l'algoritmo-enigma, vero? Eccovelo svelato:

- La sequenza da rivolvere è: 01011. Entrambi i pulsanti gialli devono essere posizionati su 1. Poi premere il bottone verde. La lettera G di Google si colorerà.
- La sequenza da rivolvere è: 00011. Cliccare due volte il pulsante giallo, finché non appare il quadratino vuoto sullo stesso. Poi premere il bottone verde. La lettera O di Google si colorerà.
- La sequenza da rivolvere è: 01011. Cliccare una volta il pulsante giallo, finché non appare il quadratino vuoto sullo stesso. Poi premere il bottone verde. La lettera G di Google si colorerà.
- La sequenza da rivolvere è: 01001. Cliccare due volte il pulsante giallo, finché non appare il quadratino vuoto sullo stesso. Poi premere il bottone verde. La lettera L di Google si colorerà.
- La sequenza da rivolvere è: 10000. Posizionare tutti e due i pulsanti gialli superiori sul numero 1, cliccando entrambi rispettivamente una sola volta. Poi premere il bottone verde. La lettera E di Google si colorerà.
- A questo punto la macchina di Turing ha ricevuto tutte le istruzioni corrette, ed il doodle di Google le ripeterà in automatico. Alla fine apparirà la pagina dei risultati su Alan Turing.

Ma attenzione. Una delle caratteristiche delle macchine di Turing è proprio quella di disporre di un nastro potenzialmente infinito. Se infatti si clicca nuovamente sul doodle di oggi, senza prima aver cancellato la "cache" del browser, Google presenterà una nuova sequenza di "configurazioni" della macchina di Turing.
Sta quindi alla pazienza dell'utente capire non solo le successive istruzioni da dare alla macchina di Turing ma anche se l'evoluzione del doodle ha o meno una fine.

 CURIOSITA' Il codice binario (010110001100011010110100110000) che "colora" le lettere di Google, in realtà, non compone affatto il nome del motore di ricerca del colosso di Mountain View.

e soprattutto al suo autore che ci ha svelato la soluzione: Maurizio Maria Corona.

giovedì 21 giugno 2012

Qualche nuvola



E’la Roma di borgata a far da sfondo all’opera prima del regista italiano Saverio Di Biagio. Classe 1970, muove i suoi primi passi nel mondo del cinema come aiuto regista accanto ad autori noti nel panorama italiano, Daniele Vicari e Maurizio Sciarra. Realizza poi video musicali, regie di seconda unità e cortometraggi. Nel 2008 con la regia di Articolo 24 partecipa a All human rights for All, un film collettivo sui diritti umani presentato al Festival Internazionale del cinema di Roma.


Oggi parliamo di Qualche Nuvola, commedia sentimentale finalista al Premio Solinas 2004, sezione Leo Benvenuti. I protagonisti sono Diego e Cinzia, due ragazzi cresciuti insieme e, “insieme” vivono il loro amore fin da bambini, nel cuore popolare di Roma. La vita ai margini della città non dà molte alternative, Diego ha scelto di rimboccarsi le maniche e lavorare in cantiere, tra i mattoni e il sudore. Ma soprattutto ha scelto Cinzia, la fidanzata “storica”, quella convinta che nel proprio futuro altro non potrebbe esistere all’infuori di lui. Cinzia non ha dubbi, loro due insieme, la casa, i figli...
Il matrimonio per i giovani è ormai a un passo, e nella borgata, dove tutto si condivide ed è alla luce del giorno, tutti vogliono dare una mano e rassicurare i futuri sposi che il matrimonio è la scelta migliore, dunque: “s’ha da fare”…

Nella semplicità di un testo che vuole mettere in risalto le più primordiali passioni dell’essere umano, Di Biagio cerca di attingere a quel repertorio cinematografico fatto di amori, racconti e piccole bugie che tanto fanno ricordare, (almeno a mecon le dovute cautele, il cinema degli anni '50 e '60, con tutti i suoi volti,e  peronaggi, sopra tutti, la maschera che più di ogni altra ha saputo interpretare l’italiano medio, coi suoi vizi e le sue grandi storie di poetica umanità; il grande Alberto Sordi. Vi ricordate quel "Bepi" in Venezia, la luna e tu? Lui e lei, il matrimonio, il prete-confidente, le straniere che fanno perdere la testa al giovane promesso sposo...
Certo nominare il Grande "Albertone", per chi scrive, è un po’ come rischiare il “linciaggio” e certo non biasimo chi sentirà il bisogno di farlo. Però voglio precisare fin da subito che questo non sta a significare che io confonda un Sordi con un “tenero” Michele Alhaque (Diego) oppure con un Primo Reggiani (Leo), o con una Greta Scarano (Cinzia), tra l'altro deliziosa. Insomma quello che vorrei si capisse leggendo queste righe è che mi sento di riconoscere un merito al regista che si sposa perfettamente con l’intento di voler ridare al cinema italiano quei toni comici che solo apparentemente si mostrano semplici e quasi scontati. La spontaneità, la naturalezza nelle gesta degli attori. Penso a quando risale l’ultima volta in cui abbia ritrovato tutto questo in un film, forse nemmeno la ricordo. Ecco allora che il mio pensiero, in un modo o nell’altro, arriva lì…

Colpisce l’idea di dar libero sfogo ai semplici sogni e questa “leggerezza” dei protagonisti, la loro trasparenza fa da contrasto con le più impercettibili sfumature dell’essere umano. Mi viene in mente subito Viola (Aylin Prandi), la ragazza che metterà a dura prova Diego. Beh, questa giovane sembra provenire da un altro pianeta e non parlo dell’abisso sociale o economico che divide i due. Piuttosto la maniera di vivere le proprie giornate e il voler rendere tutto così entusiasmante attraverso l’arte, la lettura, la fantasia e il “dialogo”. Quest’ultimo ha infatti un’importanza enorme nel contesto narrativo del film, quasi tutti i personaggi ribadiscono almeno una volta l’importanza del “parlare”. Don Franco (un simpaticissimo Michele Riondino), il prete-amico, guida spirituale dei giovani, sottolinea proprio a Cinzia questo aspetto, ricordandole quanto a volte il semplice parlare sappia risolvere anche i problemi più ostili.

Attraverso un “preparatissimo” lavoro di storicizzazione culturale, dunque pensando ad oggi e a quel che il cinema nostrano ha da proporre, sento di dire che Qualche nuvola ha un suo “perché” al di qua, dello schermo. Nel forte messaggio ai giovani d’oggi che forse, vedono il matrimonio come una valida alternativa e non più come una valida “scelta”.

Un film Distribuito da Fandango Distribuzione.
In collaborazione con Rai Cinema
Con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali

mercoledì 20 giugno 2012

The Dark Knight Rises, il "nokia trailer"

La Warner Bros ha deciso di diffondere uno spot-trailer by Nokia, rivelando sequenze inedite dell'attesissimo epilogo firmato Nolan.

Per chi ancora non l'avesse visto, ecco il trailer:




Non so voi, ma io personalmente sento il fegato rivoltarmisi dentro...il 29 agosto è "troppo" lontano da "oggi"...

martedì 19 giugno 2012

Hans Zimmer per Man of Steel



Una buona notizia giunge questa mattina agli ansiosissimi fan dei supereroi DC. Possiamo infatti dire con certezza che la colonna sonora del Man of steel diretto da Zack Snyder sarà realizzata dal fidatissimo e inseparabile compagno di Nolan, Hans Zimmer. Il quale sostituirà il compositore, da sempre in coppia con Snyder, Tyler Bates. Sembra proprio che i due non possano stare separati per troppo tempo...

Ricordiamo che il film, nelle sale a partire da giugno 2013, è prodotto dallo stesso Nolan, il che, ci lascia ben sperare che questo Superman "Snyderiano" si allontani completamente da quell'orribile Superman Returns del 2006 diretto da Bryan Singer per avvicinarsi piuttosto alle atmosfere prettamente dark e nolaniane della splendida saga ormai a un passo dall'attesissimo epilogo...



Nolan-Zimmer...vogliamo un Superman degno del costume che indossa, confidiamo in voi!!!



Galleria fotografica:



Fonte della news
http://www.cinefilos.it

Gli uomini che mascalzoni




Nel 1932 Mario Camerini dirige Gli uomini che mascalzoni, un lungometraggio dal sapore garbato e dallo spirito rivoluzionario. Sarà infatti la prima volta di un film non più realizzato negli interni allestiti dei Teatri di posa bensì in esterni. Sullo sfondo una Milano come non l’avevamo mai vista, ad animarla una commedia elegante, semplice, che vede un giovanissimo Vittorio De Sica emergere nel mondo dei divi cinematografici, fino ad allora impegnato nel Teatro leggero. Con questo film, presentato alla Prima Edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Camerini dà il via alla cosiddetta “pentalogia borghese”, seguiranno poi i successivi quattro titoli: Darò un milione, Ma non è una cosa seria, Il signor Max e I grandi magazzini.

Camerini si allontana dai “tipici” personaggi  di quegli anni e dalle loro storie dai toni “eroici” per addentrarsi invece nella vita reale, quella di una Milano fatta di gente comune, di tutti i giorni. Immortalata tra le strade, profumerie e Fiere.

Protagonisti sono Bruno (De Sica) e Mariuccia (Lya Franca), umile autista lui, timida e diffidente commessa di profumeria lei, figlia di un tassista. Per tener testa alle chiacchiere poco benevole delle amiche/colleghe di Mariuccia che ridono di lui perché visto per le strade in bicicletta, Bruno decide di organizzare un appuntamento galante con la giovane presentandosi con la macchina presa segretamente “in prestito” al padrone. A causa di una serie di circostanze e imprevisti non messi in preventivo dal giovane autista la povera Mariuccia si ritroverà a passare la notte da sola in un’osteria fuori città. Ci saranno ripicche e reazioni a catena tra gelosie e risentimenti, ma alla fine i due si riconcilieranno, sigillando il loro amore con il benestare del padre di lei.


Quello che mi porta personalmente a parlare di una pellicola risalente ai “lontanissimi” anni ’30 e di un modo di fare cinema (aihmè) così diverso da quello dei nostri registi odierni, è lo stupore e la meraviglia che questa, nonostante il tempo, le mode e le rivoluzioni culturali, è in grado di suscitare in noi che inesorabilmente, ancora oggi, sentiamo il bisogno di vedere e ammirare.

Un motivo musicale semplice (indimenticabile quel Parlami d’amore Mariù, di Cesare Andrea Bixio, intonato dal grande De Sica) e l’immagine deliziosa e a tratti malinconica di due giovani innamorati avvolti dalle sfumature di grigi e dalla loro stessa disinvoltura e naturalezza attoriale. Un giovane magro e ingenuo che corre in bicicletta dietro a un tram per seguire la donna che gli ha rapito il cuore…



Riusciremo ancora ad assaporare tutto “questo” in un film fino ad innamorarcene perdutamente e inspiegabimente?


Pezzi di storia su carta. Trovati in rete





sabato 16 giugno 2012

E alla fine arriva Ennio!!!




Sapete, la cosa più bella del mestiere del "critico" o del giornalista cinematografico come preferite chiamarlo, è che una comunissima giornata può all'improvviso prendere un'insolita piega e divenire memorabile. E' così che accadde lo scorso lunedì, 11 giugno...
Al Centro Sperimentale di Cinematografia, in Via Tuscolana a Roma si svolge un incontro creativo con gli allievi e il regista italiano Daniele Luchetti. Ospite d'onore, "Ennio Morricone".

Avete capito bene, sto per raccontarvi una delle più belle giornate della mia vita e vi garantisco che non è una frase fatta o d'effetto, perché incontrare uno dei più grandi compositori di musica per film che il mondo cinematografico conosca non è certo cosa che capita tutti i giorni. Ma immaginate la scena, questa è divertente e merita d'esser raccontata. Io che osservo i corridoi e il cortile del Centro, rapita dagli innumerevoli scatti in bianco e nero appesi alle pareti, tra i volti indelebili della grande Anna Magnani, Alberto Sordi, De Sica e quant'altri...vedo arrivare ad un tratto un "omino" con una polo rossa, una giacca beige, e un paio di occhiali dalle montature scure, nere, per l'esattezza. Ma, dico tra me e me, non sarà davvero lui? Non può essere lui... (E INVECE E' LUI!!!)
Ennio Morricone si avvicina verso di me, attentissimo a quel che Luchetti gli spiega durante il giro di perlustrazione tra le aule della scuola. Le mani iniziano a tremare, la voce nemmeno distingue più la via di fuga e il cuore scalpita, va a mille. Nonostante questo mi convinco che la sola cosa da fare in quel momento è seguirlo... La scena è esattamente questa, io che faccio "le poste" a Ennio Morricone...finché non arriva al bar e lì, decisa più che mai prendo fiato e mi rivolgo a lui con gli occhi increduli e gonfi di ammirazione. Riuscite a immaginare cosa si provi a stringere la mano a un "mostro" del genere e immortalare quel momento con uno scatto?  Non sono sicura del fatto che si possa comprendere la cosa e quel che mi ha in un certo senso stranita quel giorno è stato proprio vedere l'atteggiamento quasi di indifferenza o comunque così passivo dei ragazzi presenti. Cavolo io capisco che in quell'ambiente poi ci si abitua a personaggi di un certo spessore e di una certa rilevanza cinematografica, però quel tizio che vi sta passando accanto è Morricone...uno che ha realizzato qualcosa come 500 partiture per film, cioè...

Insomma quella giornata è stata inaugurata così e le emozioni si sono spostate poi nell'aula di recitazione, una sala piuttosto piccola. Nel centro due poltrone, una per Luchetti una per il Maestro e davanti a loro un gruppo di studenti accovacciati a terra, muniti di penna e blocco notes. Io ero tra loro, in prima fila a gustarmi dall'inizio alla fine l'incontro organizzato dalla scuola e rivolto proprio a tutti quegli allievi intenzionati a intraprendere la professione del musicista-compositore nel mondo del cinema. Al centro dell'attenzione è stato l'atto creativo, ovvero tutto ciò che ruota attorno al talento e alla vocazione di un giovane che aspira ad intraprendere un percorso artistico, nello specifico, quello musicale.

Morricone ha raccontato ai presenti una serie di aneddoti e curiose circostanze lavorative che egli in prima persona ha vissuto nel corso della sua carriera. Dallo splendido rapporto con l'amico Sergio Leone, la cui collaborazione ha dato vita a capolavori filmico-musicali senza tempo, "Giù la testa", "Per un pugno di dollari", "Il buono, il brutto e il cattivo", "Per qualche dollaro in più", "C'era una volta in America", giusto per citarne alcuni. Il rapporto con Zeffirelli, un regista "strano" così Morricone ce lo descrive. Pensate che addirittura lo stesso Zeffirelli ( non potevo non raccontarvela ) si è trovato più volte a rifiutare i temi proposti dal compositore, perché dobbiamo immaginare che capita anche questo. Ma la cosa bellissima è che l'amico Sergio, sapendo bene che Ennio è uno che conserva sempre i suoi temi e non butta via mai niente, ogni volta, prima dell'inizio di un nuovo lavoro insieme, esclamava all'amico:" A Ennio, famme un po' vedé che ha scartato quel tonto de Zeffirelli va". Ed era così praticamente tutte le volte, con quegli scarti Leone realizzava monumenti di celluloide...

Morricone ha ribadito più volte ai ragazzi che il rapporto con il regista con cui si lavora è fondamentale. E' importante che ci si comprenda, che ci sia una comunione di intenti e di finalità. Questo è presupposto fondamentale per lavorare bene e dare il meglio di sé. Anche se i rapporti difficili e le incomprensioni con tutte le divergenze e le difficoltà del caso poi non mancheranno. Capita che il compositore vada in una direzione mentre il regista in quella completamente opposta. Senza perdere mai di vista il fatto che il regista è alla fine il vero padre dell'opera, perché suo è il film, un compositore non deve mai dimenticare che la sua musica deve essere "autonoma". La musica è un elemento aggiuntivo, astratto, che si dà al film. Questa ha il compito di dare al film quel che non si vede e non si ascolta. Nel cinema (e con questa concludo perché è bellissima e perché il rischio di dilungarmi per secoli incombe), che per sua natura è spezzato e discontinuo, la musica deve fare da collante, andare a camuffare i tagli, dare quella continuità allo spettatore, fondamentale durante la visione/ascolto del film.

Quando mi dicono che con i sogni ci si fa poco o nulla, io rispondo che con quei sogni rendo le mie giornate "migliori"...

giovedì 14 giugno 2012

Il Taxi Driver di Robert De Niro


Robert De Niro ha recitato in solo otto dei venti lungometraggi diretti da Martin Scorsese, ed ha interpretato un ruolo da protagonista solo in sei di questi. Eppure, mai nella storia del Cinema un attore è stato così profondamente associato ad un regista. A partire da “Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all’inferno”, De Niro diviene l’incarnazione stessa dello stile di Scorsese. Il suo approccio all’interpretazione, frutto della tecnica dell’Actor’s Studio e del Metodo Stanislavskij, prevede un’immersione totale nel personaggio alla ricerca delle sue emozioni e si basa sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell'attore. Durante le riprese di “Taxi Driver” e “Mean Streets”, Martin Scorsese affina insieme al suo interprete un metodo che coinvolge totalmente l’attore nella costruzione del personaggio, al punto da modificare la sceneggiatura in funzione dei risultati di questa ricerca. 

Nei film di Scorsese, De Niro non cerca mai di essere seduttivo come può fare Jack Nicholson, o di suscitare compassione come è capitato a Dustin Hoffmann. De Niro vive il personaggio che interpreta. Pur essendo stata costruita sulle stesse solide basi del “metodo” la sua è una recitazione sotto le righe, lavorata in sottrazione, completamente differente rispetto a quella di Al Pacino, sopra le righe, sempre pronto ad esternare e a mostrare tramite una più spiccata gestualità le emozioni provate dai personaggi interpretati. “L’importante non è recitare con enfasi per suscitare facili emozioni. La gente tende a non manifestare i propri sentimenti cercando piuttosto di nasconderli” (cit. De Niro). I punti più alti toccati dal duo Scorsese - De Niro rimangono “Raging Bull” e “Taxi Driver”. Nel primo caso De Niro realizza un autentico exploit fisico, modellando il suo aspetto in base alle vicissitudini indicate nella biografia del suo modello, Jake La Motta, e riesce a immergersi negli abissi della sua anima. Tuttavia il film appare fin troppo perfetto e viene accusato di essere un misero esercizio di stile cinematografico e una prova di autocompiacimento della bravura di De Niro e Scorsese. Diverso esito avrà il secondo. Nell’estate del 1975 Paul Schrader propone al regista italo-americano, che affida a De Niro il ruolo da protagonista, la sceneggiatura di Taxi Driver che viene costruito da Scorsese in modo radicalmente diverso rispetto a Mean Streets. La comunità, difatti, è scomparsa, e la città diviene la proiezione dei fantasmi e delle angosce di un solo individuo. Nei panni di Travis Bickle, protagonista del film, De Niro non è bravissimo, è un monumento al cinema. Utilizza la gestualità, la voce e il suo sguardo suggestivo, quasi ipnotico, per trasmettere agli spettatori le inquietudini che caratterizzano quest’uomo veterano del Vietnam in congedo, che soffre d'insonnia e decide di impegnare le proprie notti facendo il tassista. Completamente disadattato ma idealista, l'uomo si invaghirà di una ragazza e le chiederà di uscire. Quando le cose tra i due andranno storte, Travis, definitivamente disilluso riguardo la società, si chiuderà in se stesso. Comincerà così per il tassista una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale.
Determinato a purificare la città dai suoi orrori, si sente investito da una missione divina: “Vengono fuori gli animali più strani, la notte: sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l'altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre”. 

Travis, alienatosi dal mondo esterno, ha una percezione di esso unicamente tramite i personaggi ripugnanti che lo popolano: il marito guardone e omicida, interpretato dallo stesso Scorsese, e il criminale Harvey Keitel. Celebre il “Ma dici a me? Ma dici a me?” non previsto nella sceneggiatura e improvvisato da Robert De Niro, episodio entrato a far parte delle scene più forti della cinematografia mondiale e rappresentante il critico livello schizofrenico raggiunto dal protagonista, che tocca l’apice nella sparatoria finale, scena madre del film, che Scorsese dovrà desaturare (il rosso dei fiotti di sangue provocati da Travis) per evitare la proibizione del film ai minorenni. La fotografia di Chapman, che fa vibrare le luci della città, e l’ossessiva colonna sonora di Bernard Herrmann, compositore tra gli altri per Welles e Hitchcock, accompagnano il climax di violenza fino all’apocalittico finale che secondo Scorsese doveva avere una valenza catartica, ovvero non suscitare rabbia presso il pubblico, ma consentire una “purificazione interiore”. Mai alcun finale fu più contraddittorio e ironico di questo. Travis medita infatti di uccidere il senatore Palantine, uomo politico che considerava responsabile di tutti i mali, ma una volta bloccato, rivolge la sua 44 Magnum contro mafiosi e criminali in difesa di una minorenne per nulla intenzionata ad essere redenta. Tutto ciò sottolinea la volubilità del destino, i media trasformano Travis in un eroe, mentre se fosse riuscito ad uccidere il senatore, lo avrebbero descritto come un assassino. Quando il film si chiude, il misantropo ha lasciato il posto ad un cittadino modello che affronta criminali e ladri per salvare una ragazzina. Martin Scorsese ha rivoluzionato il modo di fare cinema utilizzando steadycam, piano sequenze, inquadrature panoramiche e movimenti di macchina dall’alto, Taxi Driver è in un certo senso un film profetico, capace di cogliere la follia americana (ma non solo) che incolpa a prescindere gli uomini politici, la critica lo ha inoltre indicato come il primo film che tratta, seppur indirettamente, l’impatto della guerra del Vietnam sui soldati che vi hanno combattuto e la loro difficoltà nel reinserimento sociale. Travis il tassista è una metafora perfetta: incarna infatti la perenne condizione dell’uomo (accentuata negli ultimi anni dalla Zuckerberg-mania dei social network) costantemente in mezzo alla gente, sia reale sia virtuale, tuttavia senza amici, simbolo della solitudine urbana. 

De Niro si cucì addosso il ruolo e nei sei mesi antecedenti alle riprese ha studiato le malattie mentali e ha lavorato come tassista per le strade di New York. A livello internazionale, la Palma d’Oro vinta da Scorsese nel 1976 ha segnato il consolidamento della sua reputazione. Il film ha, inoltre, ricevuto quattro nomination all’Oscar non portandone a casa nessuno. Nel 1977 il Premio Oscar al miglior film lo vinse “Rocky“. Probabilmente l’America era più pronta ad incoronare l’ascesa verso il successo sportivo di un uomo anziché vedere scandagliate e riconosciute le proprie paure.



Scritto da Matteo Marescalco



Paura 3D


Marco, Simone e Ale, sono tre giovani della periferia romana. Ragazzi semplici le cui vite sembrano così normali e tranquille da provocargli noia. A irrompere nella quotidianità saranno le chiavi di una villa immersa nel lusso. Il proprietario, un Marchese piuttosto strano che colleziona auto d’epoca, è via per un week end. Quella che apparentemente si presenta l’occasione di una vita, si rivela invece la peggiore delle sfortune…

Da sempre amanti delle storie oscure, i fratelli Manetti firmano finalmente il loro horror-esordio, Paura 3D. I titoli di testa, che catturano lo spettatore in un vortice tra incubo e fiaba, fanno da intro alla prima scena, chiaro rimando a Suspiria di Dario Argento. I registi romani non nascondono infatti il loro rifarsi ai grandi maestri del genere, Hitchcock, De Palma, Argento e Carpenter, quattro registi che, seppur in maniera diversa, hanno saputo misurarsi con il cinema della “paura”. Dopo l’acclamato  sci-fi L’arrivo di Wang del 2011, presentato a Venezia nella sezione competitiva Controcampo, è la volta di un horror vero e proprio. Una storia semplicissima. Tre giovani (Claudio Di Biagio, Lorenzo Pedrotti, Domenico Diele ) “stupidotti” e ingenui, un tizio distinto dall’aria misteriosa e una cantina nel seminterrato di una villa. Dietro le “peripezie” comiche e scontate dei tre giovani amici però, si nascondono una serie di sfumature psicologiche ben distinte e tipiche del genere. La pellicola porta in superficie i diversi strati di fragilità dell’essere umano, in particolar modo delle sue più intime angosce mentali. La storia ha preso spunto dalla reale vicenda vissuta e raccontata, sotto forma di diario personale ( 3096 giorni ), dalla ragazza austriaca Natascha Kampusch, rapita nel 1998 e tenuta segregata per otto anni. I fatti della giovane hanno colpito i registi e gli attori coinvolti nel progetto del film. Peppe Servillo, nei panni del Marchese Lanzi, ha ammesso quanto sia stato colpito dalla storia di Natascha e quale difficoltà abbia riscontrato poi nel mettere in relazione il suo personaggio con Sabrina (Francesca Cuttica), la ragazza del film, una vera e propria sfida personale e professionale.

Al di là delle personali osservazioni e dunque per nulla obiettive, e io ammetto di non amare il genere, c’è da riconoscere in Paura 3D la presenza forte di un incredibile convivere e alternarsi di elementi tragici e comici. I Manetti Bros si buttano nell’horror con tutte e due (anzi quattro) le scarpe, cimentandosi per la prima volta in quel genere di film che ti prende e tira fuori pensieri distorti e malati, mai sfiorati prima. Una nota poi che merita d’esser citata è la componente musicale del film affidata al musicista Pivio, il quale realizza una colonna sonora che va dal Rap, passando per l’Hip Hop fino ad arrivare al Black metal giapponese. I suoni striduli e cupi di Pivio e le sfide registiche dei Manetti Bros ci portano a sperare che l’horror fatto in Italia torni di nuovo a brillare nell’universo cinematografico mondiale, chissà, magari siamo sulla buona strada. Nel frattempo, ben vengano gli uncini e le cantine con le tipiche canzoncine per l’infanzia che tanto ricordano il buon “vecchio” Argento…




Il film uscirà nelle sale il 15 giugno 2012
Distribuito da http://www.medusa.it/




giovedì 7 giugno 2012

Detachment (Il Distacco)


Henry Barthes (Adrien Brody) è un uomo solitario che porta addosso una profonda ferita. E’ un supplente di letteratura al liceo, entra ed esce dalla vita degli studenti, cercando di lasciare a ognuno di essi qualcosa che li aiuti a capire che buttarsi via non è mai la soluzione migliore. Nonostante il poco tempo a disposizione, e il tentativo di tenersi sempre “distaccato” dagli altri, la vita di Henry sarà sconvolta dall’incontro con due giovani donne, Erica e Meredith.

Il regista britannico Tony Kaye conquista pubblico e critica già nel 1998 con il primo lungometraggio American History X, pellicola toccante, denuncia drammatica del razzismo negli USA. Replica poi il successo nel 2006, con lo splendido film-documentario, Lake of Fire.

Il Distacco (Detachment), si presenta agli occhi dello spettatore come un ritratto non convenzionale del sistema di istruzione americano. Scritto infatti da un ex insegnante Carl Lund, il film percorre e analizza sequenza dopo sequenza i vari stati d’animo dei personaggi, attraverso flashback e inquadrature color seppia. La storia, annunciata con le parole di Albert Camus (and never have I felt so deeply at one and the same time so detached from myself and so present in the world), viene alla luce insieme alla vita interiore di Henry, il quale si racconta e si esprime come voce narrante dell’intero film. Le storie dei ragazzi disastrati e quasi senza speranza sono viste con gli occhi di Henry, e si intersecano con quelle degli altri insegnanti a tempo pieno persi nella rassegnazione e disillusi di fronte a un corpo studentesco indifferente al mondo intero. E’ così che il distacco tenuto fino a “ieri” dal protagonista viene inevitabilmente azzerato, non c’è più distanza tra lui e il mondo. La prostituta adolescente Erica (Sami Gayle) così terribilmente “avvezza” alla sua vita per strada, oppure Meredith ( Betty Kaye, figlia del regista), l’allieva sensibile schiacciata dal giudizio dei compagni e del padre. La vita di queste giovani donne travolge quella del supplente, il migliore tra i disoccupati (così lo definisce la preside del liceo), il martire dei “sostituti”, un uomo solitario e afflitto dal ricordo insistente della madre defunta.

La superba interpretazione di Brody, i cui monologhi sono affidati alla macchina da presa e tagliati sporadicamente durante la visione del film, rende senz’altro l’alta percentuale di riuscita della pellicola. Anche se non passano inosservate le interpretazioni singole degli altri personaggi, come quella della dottoressa Doris Parker (Lucy Liu), davvero toccante il suo sfogo commosso davanti a una delle tante, troppe, studentesse “svuotate” e prive di ambizioni. I momenti critici del professor Wiatt (Tim Blake Nelson) passati in cortile, aggrappato alla recinzione e in preda alla alienante sensazione di essere invisibile agli occhi dei passanti; insomma ogni tassello è messo al proprio posto per poter dire che questo Detachment arriva dentro e ti scuote l’anima. L’essenza del film fa tornare alla mente la sentita battaglia di uno scrittore americano chiamato Jonathan Kozol, il quale, piccolo accenno per chi non lo sapesse, nei suoi più importanti saggi denuncia proprio le disuguaglianze presenti nel mondo scolastico, soprattutto legate a problemi di razza e provenienza sociale.



Forte e suggestiva l’immagine che Kaye, nell’epilogo, dà all’istituzione scolastica, quella di una classe, vuota e desolante, accompagnata solamente dal fruscio di fogli stracci buttati a terra e spostati dal vento. La sensazione di sconforto e abbandono, proprio come quella descritta da Poe nel suo “La caduta della casa degli Usher”.

Il film uscirà nelle sale italiane il 22 giugno 2012.



mercoledì 6 giugno 2012

Una preview del trailer di Django Unchained

Arriva una bozza di trailer dello spaghetti western più atteso del 2013: Django Unchained. L'idea di un western Tarantino la covava già da tempo oramai, ricordiamo infatti che il regista confessò proprio nel 2007 al Daily Telegraph il progetto di un film western che avrebbe affrontato uno dei lati più oscuri e terribili dell'America: la schiavitù.

La storia ricordiamo, ruota attorno alle vicende di uno schiavo Django (Jamie Foxx), il quale, grazie all'aiuto di un cacciatore di teste tedesco (Christoph Waltz) riesce a liberarsi per mettersi poi alla ricerca della moglie.

Le location scelte dal regista vanno da Santa Clarita in California, per spostarsi poi a Mammoth Lakes, fino ad arrivare in Wyoming e a New Orleans in Louisiana.

Mentre l'attesa sale e il 25 dicembre (uscita prevista negli USA) sembra ancora molto lontana l'Entertainment Tonight E.T. presenta le primissime scene del trailer.



Per quanto riguarda invece noi "poveri" italiani l'attesa è ancor più lunga, 4 gennaio 2013...salvo sgradevoli e ulteriori posticipi...

Fonte della news: http://www.filmforlife.org/



lunedì 4 giugno 2012

Ecco "Iron Patriot", il villain di Iron Man 3




Miei cari amici estimatori di un “certo” Tony Stark, vi comunico un piccolo e curioso aggiornamento sul terzo attesissimo capitolo di Iron Man, che ricordiamolo, sarà nelle sale USA a partire dal 3 maggio 2013.


Alcune delle foto scattate sul set ci dicono che il nuovo villain di Iron Man indosserà un’armatura dai colori abbastanza familiari, comparsa nei fumetti Dark Avengers del 2009.

Vi dice nulla "Iron Patriot"?.

Iron Patriot alias “Norman Osborn” è il celeberrimo folletto verde chiamato Goblin, fra i più noti nemici di Spider Man. La sua armatura è frutto di una fusione tra Iron Man e le vesti di Capitan America. Ovviamente non ci aspettiamo di vedere sotto l’armatura lo stesso Osborn, poiché sappiamo essere”figlio” della Sony Pictures.
Quel che è certo è che sotto l’armatura di Iron Patriot ci sarà James Badge Dale, il quale dovrà però interpretare il ruolo di Eric Savin.



Dunque la nostra domanda nasce spontanea: quale sarà la mossa strategica di Shane Black (regista del flm)? Dobbiamo aspettarci clamorosi stravolgimenti?


Attendiamo curiosi di sapere ancora di più sul villain di Iron Man 3…

Fonte della news:

Il mio blog è a impatto zero!





Da oggi posso finalmente urlare al mondo che il mio blog è a impatto zero!
Partecipando alla lodevole iniziativa ambientalista promossa da DoveConviene.it, il sito che aggrega tutti i volantini promozionali e li rende consultabili online, ho permesso ad un nuovo albero di vedere la luce in una zona boschiva a rischio di desertificazione.

L'iniziativa è molto semplice: per ogni blog che aderisce al progetto "pianta un albero" la produzione di ossigeno andrà a compensare le emissioni di anidride carbonica prodotte dal sito.
Forse non tutti sanno che in media un sito internet si fa carico ogni anno dell'emissione di 3,6 kg di CO2, a fronte di ciò invece un albero è in grado di assorbirne fino a 5 kg all'anno. Il bilancio finale è a favore dell'ossigeno, il mio blog ne guadagna, l'ambiente ne guadagna e con lui tutti noi. DoveConviene tramite l'attività di distribuzione di volantini in formato elettronico si sta facendo portavoce di una nuova tendenza mirata alla diminuzione dell'utilizzo e spreco di carta per scopi pubblicitari., sono ora disponibili anche online, consultabili al pc ma anche tramite apposite applicazioni per iPhone, iPad e Android.

In 12 mesi di attività sono stati già piantati più di 1.000 alberi, ma l'iniziativa non si ferma qui e per i prossimi mesi la sfida lanciata è ancora più ardua: piantare altri 1000 alberi entro la fine di agosto. Se l'intento riuscirà altri alberi verranno aggiunti al computo totale come premio alla zelanza dei blogger italiani. Perciò partecipiamo tutti numerosi!

Per chi vuole approfondire nel dettaglio sull'iniziativa può cliccare qui:
http://www.doveconviene.it/co2neutral/pianta-un-albero

sabato 2 giugno 2012

Aspettando "Marilyn"





Devo accettare il fatto che non andrò al cinema questo week end. Ancor peggio, accettare il fatto di dover rimandare la visione dell'attesissimo "Marilyn". Dunque, ho promesso a me stessa di non voler saper nulla del film finché non sarò in grado di ribattere contro qualsiasi critica. Così, ho pensato che la minima cosa che potessi fare era proporre con un post un piccolo assaggio del film. Uno sguardo generale sul cast tecnico e attoriale, un accenno alla sinossi e un trailer, "rigorosamente", in versione originale...





Scheda del film
Regia: Simon Curtis
Sceneggiatura: Adrian Hodges, Colin Clark
Musiche: Conrad Pope
Fotografia: Ben Smithard
Montaggio: Adam Recht
Costumi: Jill Taylor

Cast
Marilyn Monroe: Michelle Williams
Lucy: Emma Watson
Sir Laurence Olivier: Kenneth Branagh
Vivien Leigh: Julia Ormond
Milton Greene: Dominic Cooper
Sybil Thorndike: Judi Dench
Arthur Miller: Dougray Scott
Colin Clark: Eddie Redmayne
Sir Owen Morshead: Derek Jacobi
Vanessa: Miranda Raison

Titolo originale: My Week with Marilyn
Anno: 2011
Nazione: Gran Bretagna
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 96'
Data uscita in Italia: 01 giugno 2012
Genere: drammatico



Colin Clark, assistente sul set del film "Il principe e la ballerina", documenta l'interazione tra Olivier e Marilyn Monroe durante la produzione dello stesso film. La storia si concentra tanto sulla love story improbabile tra la Monroe e Clark, quanto sulle difficoltà della superstar di affrontare le trappole della notorietà.
(La Repubblica.it)

Sempre da La Repubblica.it, l'esclusiva video dei primi 5' del film, qui:

http://trovacinema.repubblica.it/multimedia/copertina/quotmarilynquot-i-primi-cinque-minuti-esclusiva/31904447/1/1

venerdì 1 giugno 2012

A Tim Burton's Cake, by Alexandre Dubosc




Guardate un po' che splendido e "originale" omaggio Alexandre Dubosc fa al nostro amato Tim. Ne avevo viste tante, dai gadget più bizzarri ai tattoos più estremi. Ma questa mi sorprende davvero, ecco a voi il dolce più "burtoniano" che vi capiterà mai di vedere. Un tuffo nel gusto, in un vortice di citazioni da far impazzire ogni singola papilla gustativa...

                                      


Fonte della news: http://www.supergacinema.it
Il link per accedere direttamente al sito dell'artista: http://vimeo.com/42706538








(Un "pizzico" di...) Lezioni Americane, Italo Calvino




Dedicherò la prima conferenza all'opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d'aver più cose da dire. Dopo quarant'anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l'ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio. In questa conferenza cercherò di spiegare - a me stesso e a voi - perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto; quali sono gli esempi tra le opere del passato in cui riconosco il mio ideale di leggerezza; conte situo questo valore nel presente e come lo proietto nel futuro. [...] Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall'inizio dei tempi... Poi, l'informatica. E' vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d'elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d'acciaio, ma come i bits d'un flusso d'informazione che corre sui circuiti sotto forma d'impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso. E' legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un'immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l'operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia. Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E' il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo. Questa polverizzazione della realtà s'estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l'onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s'imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390). [...] La gravità senza peso di cui ho parlato a proposito di Cavalcanti riaffiora nell'epoca di Cervantes e di Shakespeare: è quella speciale connessione tra melanconia e umorismo, che e stata studiata in Saturn and Melancholy da Klibansky, Panofsky, Saxl. Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, cosi lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l'io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. Melanconia e humour mescolati e inseparabili caratterizzano l'accento del Principe di Danimarca che abbiamo imparato a riconoscere in tutti o quasi i drammi shakespeariani sulle labbra dei tanti avatars del personaggio Amleto. Uno di essi, Jaques in As You Like It, cosi definisce la melanconia (atto IV, scena I):

... but it is a melancholy of my own,
compounded of many simples, extracted from
many objects, and indeed the sundry
contemplation of my travels, which, by
often rumination, wraps me in a most
humorous sadness.

... è la mia peculiare malinconia
composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di
tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima
tristezza.


Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d'umori e sensazioni, un pulviscolo d'atomi come tutto ciò che costituisce l'ultima sostanza della molteplicità delle cose.

(Italo Calvino, Lezioni americane)



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