sabato 25 agosto 2012

CriticissimaMente va in vacanza...


Bene, carissimi lettori e carissime lettrici. Questa mattina mi sono svegliata e la primissima cosa fatta appena acceso il pc è stata fare i miei calorosissimi Auguri al regista che più di ogni altro porto nel cuore. Già, sto parlando di Tim Burton, "il  mio Tim", che oggi compie 54 anni. Fatto questo, avrei voluto anche lasciare una recensione del secondo capitolo di Sherlock Holmes, visto un paio di sere fa, ma non ce l'ho fatta. Perché? Vi starete chiedendo...perché ho una montagna di panni da infilare in valigia e tante di quelle cose da ricordare che mi mandano completamente in tilt il cervello. Quindi, onde evitare recensioni troppo "confuse", diciamo così, la sola cosa che voglio fare oggi è lasciarvi con un immenso GRAZIE!!! Grazie per seguire questo blog e per rendervi partecipi sempre con i vostri importantissimi pareri. Grazie per apprezzare quel che scrivo, Grazie per tutti i vostri "mi piace" e soprattutto Grazie per le vostre critiche, i vostri dissensi che hanno dato vita a scontri e confronti di pensieri incredibili sia qui, ma ancor di più sulla mia pagina facebook. Il sole e il mare della Calabria mi attendono, in valigia non porterò film (purtroppo), devo solo decidere quale libro portare però, quello si. Mi "disintossicherò" un po' e farò a meno dello schermo per ben dieci giorni...(Aih che dolor!!!)

Allora ci si rivede il 5 settembre, "au revoir"... 

venerdì 24 agosto 2012

Fernaldo Di Giammatteo. Il mestiere del Critico Cinematografico


Oggi, nel tentativo di fare ordine e togliere i mucchi di polvere dalla mia libreria, ritrovo dei vecchi "libricini" della collana "tascabili economici Newton". Entrambi questi libri sono scritti da Fernaldo Di Giammatteo, storico e critico cinematografico. Rappresentano una sorta di Dizionario del cinema e questi due nello specifico si occupano di dare uno sguardo a "Cento grandi attori"  uno, e "Cento grandi registi", l'altro. Ha catturato la mia attenzione oggi quest'uomo, in particolar modo la sua biografia, il suo stile, il suo modo di "intendere" la critica cinematografica. Una saggistica esaudiente ma semplice al tempo stesso. Piena di nozioni fondamentali di critica e storia del cinema ma accessibile anche a chi non ha alcuna competenza in materia. Tutti possono leggere i suoi saggi e tutti, possono rimanerne affascinati...
Quando penso al mestiere del critico, io, voglio dire esattamente QUESTO!!!

Fernaldo Di Giammatteo (1922-2005) critico e storico del cinema, ha progettato, dirigendone la redazione della sezione autori, il Filmlexicon degli autori e delle opere (Edizioni di Bianco e Nero, Roma 1957). Dal 1969 al 1975 è stato vicepresidente del Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1974 ha fondato la collana monografica “Il Castoro Cinema”. Dal 1982 al 1993 ha diretto la Mediateca Regionale Toscana. Fra le sue opere: Dizionario universale del cinema (con C. Bragaglia, Editori Riuniti, Roma 1985 e 1994); Lo sguardo inquieto. Storia del cinema italiano 1940-1990 (La Nuova Italia, Firenze 1994); Storia del cinema (Marsilio, Venezia 1998); Milestones. I trenta film che hanno segnato la storia del cinema (Utet, Torino 1998). Per la Bruno Mondadori ha pubblicato Introduzione al cinema (2002), Che cos’è il cinema (2003 e 2006) e Dizionario dei capolavori del cinema (2004 e 2008).
Quando con 1000 lire ci si comprava qualcosa di "prezioso"

CONSIGLI DI SCRITTURA
di Fernaldo Di Giammatteo

“Odio i cinefili, non sopporto chi non sa scrivere, chi scrive oscuro, chi usa gerghi, chi non si prende la briga di spiegarsi semplicemente, chi non racconta pianamente le storie del film, chi si nasconde dietro l’autorità (e i crittogrammi) altrui, chi si abbandona ai piaceri dell’apologia, dell’entusiasmo, del delirio trionfalistico. Amo chi ha l’umiltà di trascrivere in termini accessibili anche i problemi critici più ardui”.

“A me della seriosità non frega proprio niente. A me interessa la chiarezza e, insieme, il pepe dello stile: le due cose evitano la noia. Non tutti gli autori sono chiari, pochissimi hanno il pepe. Pazienza. Io ci provo, rompo i coglioni. Soprattutto con quelli che partono sicuri, baldanzosi, catafratti e arroganti. Perché di certo costoro sbagliano, se è lecito dirlo, in perfetta umiltà”.

“Il perfetto autore deve immaginare che il lettore non sa nulla. Occorre fornire notizie esaurenti. Occorre spiegare ogni problema di critica, di teoria. Occorre far comprendere film per film di che cosa esattamente si tratta e si racconta. Occorre essere semplici e non “cinefilici” nella scrittura per farsi capire da tutti, sapendo che, appunto, nessuno sa nulla”.

“Anche l’ordine è chiarezza e la chiarezza è il segreto dei buoni saggi”.

“Ricorda il tono (semplice, accessibile), la necessaria scientificità del saggio (i film vanno analizzati a fondo, nei loro meccanismi narrativi e figurativi), gli indispensabili e puntuali riferimenti biografici, passo per passo nel corso del saggio, il quadro sociale e culturale [...]. Tieni presente che tutti i termini specialistici e tutti i problemi critici vanno sempre spiegati, mai dati per noti”.

“Quando capita fate cenno della recitazione, parlate degli attori che interpretano le parti maggiori, entrate un poco nel meccanismo del rapporto uomo-personaggio e sue tecniche”.

“La scelta dei temi, la loro organizzazione in un discorso attraente e il “panorama” culturale che ne scaturisce meritano di essere travasati in un linguaggio il più possibile limpido (senza perdere nulla della sua “concettosità”)”.

“Quando leggo “attorno a film del calibro…”, mi appare il fantasma minaccioso del becero linguaggio degli intrattenitori televisivi e non posso non ribellarmi in nome della lingua italiana. Perché non scrivere “attorno a film dell’importanza, o del prestigio, o della fama”?”.

“Si tratta di semplificare ovunque possibile (mi domando, ad esempio, se sia indispensabile scrivere “non è dotato di oralità”, espressione così solenne e “scientifica”, invece del brutale “parla”) e sempre sull’ottica della semplificazione, di evitare le ripetizioni. Che vengono spontanee per ribadire un concetto o per riprendere il filo del discorso ma che finiscono per dilatare e appesantire il testo”.

“Ripulisci e semplifica ancora. Ma non per arrivare al giornalismo (che è un’altra cosa, genere diverso) ma alla saggistica “comunicativa”: scientifica e rigorosa d’impianto, leggibile (di lingua comune, non di metalinguaggio) di struttura. Non alla divulgazione. Nemmeno. Alla pura, ricca comunicazione”.


mercoledì 22 agosto 2012

The Dark Knight Rises



Per la città di Gotham Batman è oramai il fuorilegge che ha tolto la vita ad Harvey Dent. Sono passati 8 anni da allora, e nel cielo l’icona dell’uomo pipistrello è completamente sparita. Di Bruce Wayne più nulla, se non l’immagine di un uomo rinchiuso in casa come un eremita, che passa da una stanza all’altra servendosi di un bastone. Il destino però, riserva  a Batman qualcosa di ben diverso…                                                                                    

Sarà infatti l’arrivo di una bella e astuta Catwoman e di un criminale chiamato Bane, a dare a Bruce un valido motivo per indossare ancora una volta le vesti del Cavaliere Oscuro.
Era difficile immaginare un “altro” cattivo, degno del ruolo, soprattutto dopo aver lasciato Gotham City sotto l’eco del ghigno di Joker reso memorabile da Ledger. Difficile certo, ma Nolan, come dire, sembra rendere tutto così semplice, anche le sfide più complesse, come quella di prendere la storia di un uomo costretto a tatuarsi la pelle pur di ricordare cosa è accaduto di così terribile nella propria vita, e lo fa uscendo dai canoni del montaggio classico, costringendo lo spettatore a vivere nelle stesse condizioni di spaesamento provate da Leonard Shelby . Dopo aver visto molte volte la trilogia (esemplare) dell’anello diretta da Peter Jackson e dopo aver letto i libri di Dickens, uno in particolare, Il racconto di due città, Nolan decide di dare a Batman il giusto epilogo. L’ispirazione viene "da queste parti", poi però divampa il Genio, il Cineasta in grado di realizzare un terzo film “epico” sotto ogni punto di vista ( e sappiamo bene quanto sia difficile tenere alti certi ritmi, quando una storia viene frammentata in più parti, è stata dura persino per un grande regista come Coppola).


Stavolta Batman ha di fronte un negletto, ex membro della Setta delle ombre, un uomo che porta addosso i segni di un passato sofferto e disperato, la maschera ne è l’emblema, il quale saprà mettere a dura prova, (non solo)fisica, Bruce. Il corpo e ancor di più lo sguardo di Tom Hardy, la sua voce metallica, “disumana”, inquietante, fanno di Bane un personaggio perfettamente riuscito, tanto da far dimenticare allo spettatore le infinite volte in cui è stato rimpianto il Joker di Ledger (o almeno ad attenuare la ferita…). Un corpo imponente, ma due occhi capaci, da soli, di raccontare una terribile storia. E di nuovo lo spettatore riesce a cogliere anche nel più temibile dei criminali delle sfumature psicologiche che annullano le barriere tra il bene e il male, le confondono. Negli occhi di Bane si arriverà a vedere il dolore fino a compatirlo, lo stesso che per mezzo degli stratagemmi narrativi sfoderati in momenti ben precisi portano lo stesso spettatore (solo per un attimo, ma ci riesce) dalla parte del cattivo. E questo è incredibile, è uno dei “prestigi” più sbalorditivi che solo un grande cineasta può fare. Lontano dalle caratterizzazioni prettamente fumettistiche nate in casa Marvel o Dc Comics, il Batman di Nolan è un supereroe che scende per le strade e combatte con il popolo. E’ un “uomo” affranto dalle perdite delle persone che ha amato, un uomo che ha perso la fiducia in sé stesso anche dopo aver sacrificato la propria immagine e la propria persona per la vita di un bambino (e quel bambino lo ricordiamo tra le braccia di Dent, ed era il figlio di Gordon). Un uomo.


Gotham viene innalzata a emblema del mondo intero, una città in preda al caos, nel panico. (non)Gestita da un Governo così assente, in mano a un esercito di corrotti che come niente si schiera dalla parte del terrorista. I migliori uomini sono quelli che “non” portano la divisa, come il commissario Gordon, anche il novello Joseph Gordon-Levitt nei panni di John Blake. Non è un poliziotto come gli altri Blake, è una “testa calda”, per questo diventerà non solo detective ma altro fondamentale compagno di Bruce/Batman. Rimbombano tra le note, splendide come sempre (anche di più), di Hans Zimmer, le forti riflessioni che tanto stanno a cuore al regista inglese. Non esiste politica, non c’è quel concetto di società che tuteli l’umanità. C’è solo  Batman, e Gotham (il mondo), ha bisogno di lui. Di un “uomo” che torna sempre indietro dando le spalle alla strada ben spianata per salvare la sua città e la sua gente.


Parlando del resto del cast, Alfred torna in questo film a dare una straordinaria immagine di sé, l’interpretazione di Caine è la più intensa tra quelle del fidatissimo maggiordomo. Come ogni degno “buono” che indossa una maschera, anche la Hathaway in veste di Catwoman dimostrerà di avere dell’altro dietro quell’aria da astuta felina e ladra di gioielli. E Bruce sarà il primo a capirlo. Una Catwoman con nulla da invidiare alla magnifica Pfeiffer del secondo Batman di Burton. Bruce è stavolta circondato da personalità femminili forti, ottima anche la Miranda Tate interpretata da Marion Cotillard.


Nonostante i primi dieci minuti del film abbiano chiaramente urlato allo spettatore quale massacro per le orecchie e per l’anima li avrebbe travolti di lì a poco (“maledetto il doppiaggio e chi l’ha inventato!!!”), è bastata la maestria di un regista che ha fatto di una trilogia dedicata alle gesta di un supereroe un pezzo di cinema d’autore. Come? Questo non so dirvelo, bisognerebbe chiederlo a lui e in ogni caso non ve lo rivelerebbe mai. La sola cosa che so però è che, uscita dalla sala, dentro di me, nella mia testa e nel mio cuore, c’era l’immagine di un uomo,non di un eroe sovrumano. C’era l’immagine di un villain dalla maschera inquietante, solida come l’acciaio ma squarciata da una lacrima. L’immagine di una città in preda alla disperazione, spaesata, con gli occhi sempre rivolti al cielo nell’attesa del suo salvatore dal mantello oscuro. Ma Batman può essere chiunque decida di mettere una maschera, questo Gotham ancora non lo sa. Il mondo non sa, che chiunque può innalzarsi ad eroe, anche il più semplice degli uomini, quello che sente il bisogno di coprire le spalle a un bambino spaventato e infreddolito…



lunedì 20 agosto 2012

La promessa, la svolta e... "The Prestige".

« Il regista, ancora più che il romanziere è molto simile ad un mago nel modo in cui scegliamo di rivelare le informazioni, cosa dire al pubblico e quando, il punto di vista in cui trasciniamo la platea. Usiamo queste tecniche per ingannare il pubblico, per trascinarlo in vari vicoli ciechi e false piste e via dicendo e infine speriamo, a una conclusione narrativa soddisfacente. »
(C. Nolan)

Conclusa la post produzione di Insomnia, uscito nel 2002, Christopher e Jonathan Nolan iniziano a lavorare al progetto The Prestige, nato dopo la lettura dell'omonimo romanzo di Christopher Priest. La stesura del soggetto richiederà 5 anni per esser completata. Più di un anno per capire poi come "realizzare" il film, come poter raccontare questa storia allo spettatore. Per il cast del film Nolan non ha dubbi, vuole la coppia Christian Bale/Michael Caine, già ben consolidata in Batman Begins (2005). Il terzo pilastro è l'australiano Hugh Jackman.
Il film, del 2006, riporta nella Londra Vittoriana, nel XIX secolo. In quei tempi il popolo sentiva una forte brama di "intrattenimento", di spettacolo. L'arte cominciava a fondersi con la magia, erano i tempi delle sedute spiritiche, delle evocazioni dei morti fatte sul palcoscenico, maghi che sparivano "da una parte" per ricomparire  poi "dall'altra". Erano anche gli anni del Grande Houdini. (Di cui ricordiamo uno dei più recenti film a lui dedicati Houdini-l'ultimo mago, 2007, diretto da Gillian Armstrong, e interpretato da Guy Pearce e dalla bella C. Zeta Jones). E' qui che prende vita la storia, su questi palcoscenici calcati da grandi maghi  pronti a tutto pur di incantare e sorprendere il pubblico. Il film cavalca le ossessioni e i conflitti di un rapporto sempre più ostico e pungente che vede come protagonisti due grandi illusionisti, Robert Angier (Jackman) e Alfred Borden (Bale). Un tragico antefatto porterà Angier e Borden a confrontarsi e scontrarsi a suon di spietate ripicche, le stesse che andranno inesorabilmente a nuocere a chi gli si troverà accanto. L'ossessione è una cosa per giovani, è pericolosa. Così raccomandava l'ingegnere "ex mago" Cutter (Caine) al Grande Dantòn/Angier. Ma, cosa ossessionava realmente Angier, la morte della povera moglie, della quale ritenne responsabile Alfred, o il segreto del Trasporto umano che stava portando al successo Il Professore/Alfred?


La voce fuori campo di Cutter introduce alle parti, o atti, che compongono un numero di magia: La promessa, in cui l'illusionista mostra qualcosa di ordinario; La svolta, in cui l'illusionista cerca di trasformare l'ordinario in qualcosa di straordinario e infine il terzo e ultimo atto, quello più arduo, il Prestigio...
Notiamo fin da subito che nella lezione di Cutter il solo atto a non avere delucidazioni sia proprio il prestigio...e non ci meraviglia poi molto la scelta di Nolan, se conosciamo almeno un po' il suo stile.
Le scelte narrative di Nolan danno al film un impianto strutturale complesso fatto di flashback rivelatori/fuorvianti capaci di far fronte a molti interrogativi ma al contempo lasciare addosso quella terribile sensazione di malessere psicologico. Ci sentiamo a disagio di fronte a una storia per la quale non sappiamo nemmeno scegliere tra il bene e il male. Vengono a mancare di colpo quelle sottili mura che marcano il confine etico tra ciò che si deve e non si deve fare. Chi sbaglia e chi fa invece del bene? Angier o Borden?
Ma in fin dei conti chi siamo noi per valutare il bene o il male...e poi cos'è che ci interessa realmente, chi? Quello che sparisce o colui che tra gli applausi compare di nuovo sul palco?

In realtà ci viene premesso fin da subito che per nostra natura tendiamo a cadere nell'inganno, e lo facciamo perché ci piace. Guardiamo ma la nostra maniera di vedere è fortemente limitata dal nostro bisogno di spettatori "voujers". E questo Nolan lo sa benissimo, e gioca sulla nostra debolezza più grande, quella che ci porta a vivere il film esattamente come il pubblico di fine 800 che spalancava gli occhi di fronte a una pallina rossa che spariva in una mano. Veniamo spogliati di ogni mezzo, denudati. Ci ritroviamo ad assistere a qualcosa che fa di ogni singolo passaggio una nuova interpretazione. Non siamo in grado di gestire il primordiale bisogno di immedesimazione, chi siamo noi? Quale dei due illusionisti? Oppure siamo Sarah (Rebecca Hall) o Olivia? (Scarlett Johansson). E chi ci vieta di essere uno dei due bambini, gli unici del film, chi ci vieta di vedere il prestigio con quella stessa ingenuità e lo stesso stupore? Ma anche qui tutto si sdoppia e assume una duplice chiave significativa. Abbiamo la bambina, figlia di Alfred, del tutto presa dall'illusione e felice di battere le mani davanti alla magia. E poi c'è il nipote di Sarah, che scoppia a piangere dopo il numero dell'uccellino perché sa, cosa si nasconde dietro quella crudele magia.


A quel mondo che ancora pendeva dalle labbra della Scienza, la sola vera portatrice di verità indiscutibili, Nolan contrappone la magia. Sovrappone le due possibilità fino a fonderle e anche qui la nostra reazione è disorientante. Il trasporto umano esiste e funziona per mezzo della magia o della scienza? I cilindri che vediamo nella tenuta di Tesla fanno davvero lo stesso effetto dei cloni di Angier? E soprattutto, il segreto svelato (?) alla fine del film risponde davvero alle nostre domande?

Le interpretazioni sublimi degli interpreti, Bale e Caine ovviamente su tutti, e un cineasta che sempre di più promette di dar nuova linfa al cinema d'autore (e lo sta facendo), fanno di questo film il Prestigio più sbalorditivo, e a noi non resta altro che guardare, almeno provarci...
non  abbiamo alternativa, una sola possibilità:
"Osserva attentamente..."



venerdì 17 agosto 2012

De Niro e Penn, "un compleanno per due"


Due stelle nate sotto lo stesso cielo, o quasi. A dividerli 17 anni di differenza, classe 1943 Robert De Niro, classe 1960 Sean Penn. Non ho mai dedicato un vero articolo per occasioni del genere, però qui ci sono in ballo due pezzi da "90", due attori che amo fin da bambina due uomini che da soli sarebbero bastati a farmi innamorare del cinema. Dico questo perché il primo reale colpo di fulmine, chiamiamolo così, che ebbi davanti allo schermo, fu proprio con De Niro, quando sulle note di Ennio Morricone lo vidi ripercorrere quel suo splendido viaggio nella memoria diretto magistralmente da Sergio Leone. Ero una bambina si, ma in quel momento mi si aprì un nuovo mondo...e io iniziai a seguire quell'uomo e con lui tutti quei personaggi che "calzava a pennello", sempre. Mi affascinava vedere quest'uomo passare da ruoli così drammatici (Risvegli è stato uno dei più commoventi per quel che mi riguarda), a volte anche inquietanti (Cape Fear su tutti), fino a indossare quelle irresistibili vesti comiche come di un Boss sotto stress o il terribile Jack capitato al povero Greg Fotter (Stiller). Non li cito tutti altrimenti verrebbe fuori un saggio "monografico" dedicato a De Niro...


Pensare che il primo ricordo che ho di Penn è proprio in quel film che li vuole uno accanto all'altro, Non siamo angeli del 1989, diretto da Neil Jordan. Anche se in maniera meno prorompente rispetto a "Bob", l'ammirazione per questo grandissimo attore c'è stata fin da subito. Da Carlito's Way, Mi chiamo Sam. Mystic River (Capolavoro del grande Clint Eastwood), 21 grammi, Tutti gli uomini del Re (un film che ho apprezzato davvero molto, come le grandi interpretazioni della Winslet, Jude Law e un appena scoperto, "da me", Mark Ruffalo). La stima per Penn aumenta poi quando questi decide di mettersi dietro la macchina da presa e ci regala capolavori come Into the wild...

Non l'ho dimenticato...tranquilli!

Entrambi premi Oscar per ben due volte (e sappiamo benissimo della "buffonata" degli Academy però mi sembrava doveroso ricordarlo), De Niro per Toro Scatenato e Il Padrino-ParteII.
Penn per Mystic River e Milk.
Insomma un post tutto per loro direi ci stava tutto...eh comunque non dimentichiamo un altro film che li vede insieme, ora che ci penso...avete visto Disastro a Hollywood di Barry Levinson?



giovedì 16 agosto 2012

Julie & Juila

Siamo negli anni '50 e Julia Child si è appena trasferita con il marito a Parigi. Qui, tra il fascino della città e della sua cucina, la donna decide di seguire un corso per diventare cuoca. La passione per l'arte culinaria diventerà per Julia motivo di riscatto, una valida alternativa a una vita che sarebbe altrimenti annegata nella noia e nella monotonia. La tenacia che fin da subito la contraddistingue e la grande passione per la cucina francese la porteranno a diventare l'autrice di un libro/Bibbia per chiunque voglia imparare a cucinare.
Parallelamente alla storia della Child, Nora Ephron, che ha scritto e diretto questa commedia, ci racconta quella di Julie Powell, una donna che a distanza di 50 anni ritroverà nelle ricette di Julia la salvezza da una vita fatta solo di insuccessi e occasioni mancate. La sfida di Julie è cucinare tutte le 524 ricette della sua "eroina" in soli 365 giorni. Da qui l'idea di aprire un Blog e condividere questa deliziosa avventura...

Si può parlare di film "pensati apposta per" soli uomini o sole donne? Io sinceramente non ho una risposta definitiva a questa domanda, però delle volte non posso fare a meno di credere che un film può corrispondere alla sensibilità di un uomo o di una donna, a volte nello stesso tempo, altre no. Ci sono film che andranno per forza a scuotere di più l'animo femminile, gli stessi magari che su un uomo avranno ripercussioni davvero minime o nulle. Parliamo di Julie & Julia, e subito ci viene in mente l'immagine di questa donna con un'anatra tra le mani nel tentativo di "aprirla". Un accento francese tanto insolito quanto gradevole e divertente di una donna che della sua passione ha fatto il suo più grande successo. Accanto all'immagine della Child quella di un'altra donna, con le stesse passioni ma una vita diversa, per lei la cucina sarà sinonimo di salvezza, e l'idea di aprire un blog la decisione più importante della sua vita, quella che riserverà anche a lei, la via del successo. La tenacia e la determinazione delle due protagoniste femminili (sublimi le interpretazioni della Meryl Streep/Child e della Amy Adams/Powell), sono poi accompagnate, e questo sarà fondamentale per entrambe, dalla figura di due uomini (un grande Stanley Tucci nei panni del signor Child) tanto presenti e sempre complici in tutte le iniziative delle loro mogli.


Forse è questo che mi porta a credere che Julie & Julia abbia un maggiore effetto sul pubblico femminile e credo il mio pensiero venga condiviso senza troppi colpi discordi. La Ephron, ispirandosi al libro "Julie & Julia. 365 giorni, 524 ricette, una piccola cucina" della Julie Powell "reale", mette in scena una commedia deliziosa, servendosi di un cast eccezionale. Ho avuto l'occasione di guardare su You Tube le video/ricette della Child in persona e mi ha colpito la somiglianza incredibile della Streep con questa donna. Chissà quante volte avrà visto i suoi tutorial mi chiedo io...è formidabile...

Potrei concludere dicendo che Julie & Julia è senz'altro un film apprezzabile a prescindere dai sessi che dividono il pubblico. Ci sono cose però che per ovvie ragioni un uomo non potrà mai capire, la sensazione che una donna ha finito di vedere il film è quella di aver assorbito una tale carica e una grandissima voglia di prendere in mano la propria vita anche quando questo sembra impossibile. Perché nonostante la vita a volte sembra toglierci ogni possibilità di fuga, dai problemi e dalla monotonia, c'è sempre qualcosa che può risollevarci da terra, anche una semplice dote innata che ci rende speciali...



"Lo sai perché mi piace cucinare?
-No, perché?-
Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire n-i-e-n-t-e, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d'uovo, zucchero e latte, l'impasto si addensa: è un tale conforto!"
(Julie Powell)

P.S. Perdonate la mia "leggera" dose di femminismo, ho appena finito di vedere Mildred Pierce...

martedì 14 agosto 2012

Carnage. Polanski/Dio del massacro..."ti odio"!

Maledetto il giorno in cui io vidi Carnage...
E continuerò a maledirlo almeno finché l'autore di questa carneficina da camera non venga da me e mi chieda umilmente "perdono".
Deve farsi perdonare tante cose il signor Polanski, forse "troppe", e tutte così maledettamente vere da contorcerti l'intestino e squinternarti la vita, perché è così che succede, quando te le trovi "spiattellate" in faccia senza preavviso.
Mi hanno detto che Carnage rientra probabilmente a pieno nella cerchia di quei film accettati all'unanimità dalla critica e dal pubblico. Ma, vedete, a me piace prendere ogni cosa così come la vedo "io" e non come viene (o meno) accettata dal resto del mondo, critica compresa. Io credo che per ognuno di noi esista qualcosa capace di stravolgerci, in vari modi e misure. L' arte (anche se le immagini che si muovono sul grande schermo hanno, per quel che mi riguarda, sempre "la meglio"), è un po' come l'arma migliore e la più devastante di cui l'uomo dispone, solo che a volte ci appaga e ci fa vincere le battaglie più toste della nostra esistenza, altre invece ci annienta, ci "denuda", lasciandoci a terra inermi. 
Questa premessa in realtà non voleva esserci, però ne avevo bisogno, perché da critica quale sono, o cerco di essere, posso (e voglio) anch'io delle volte lasciarmi andare per provare a raccontare cosa un film, a volte, è in grado di fare a noi "poveri" spettatori imbambolati...


Roman Polanski decide di mettere in scena Carnage rifacendosi alla pièce teatrale di Yasmina Reza "Il dio del massacro". Un testo fatto e rifatto nell'Occidente, amato dai produttori teatrali e interpretato da attori come James Gandolfini, Ralph Fiennes, Isabelle Huppert in Francia e in Italia da Silvio Orlando.
Una rissa tra adolescenti farà da epilogo a un dramma da camera (altro che commedia), ambientato in un appartamento di Brooklyn. I Longstreet proprietari dell'appartamento/palcoscenico, e genitori del ragazzino che ha avuto la peggio, decidono di ricevere i Cowan, controparte rappresentativa del figlio "pazzoide". La calma e il contegno iniziali finiranno per esplodere poi insieme alla natura dei quattro personaggi, tra battibecchi velenosi e rinfacci continui. I buoni propositi con i quali i coniugi Longstreet si presentano verranno lentamente abbattuti e a prendere il sopravvento sarà invece la reale natura di questi genitori incapaci di gestire le conseguenze di una rissa che ha visto coinvolti i propri figli.

Le performance dei quattro attori fanno di Carnage uno "spettacolo" attoriale come non se ne vedevano dai tempi di  Buñuel e del suo L'angelo sterminatore, anche lì i personaggi vengono risucchiati dalle pareti di un appartamento borghese fino all'esasperazione. Praticamente "tu" spettatore, povero e indifeso ti senti risucchiato e arriverai alla disperazione proprio come questi quattro isterici che si muovono sulla scena. La nausea della signora Cowan (una grandissima Kate Winslet) colpirà anche te fino all'esito più disgustoso e "vomitevole". L'ira e instabilità della signora Longstreet ( perfettamente incarnata da Jodie Foster) finirà per essere anche la tua. L'odioso signor Cowan (Christoph Waltz) e quel maledetto BlackBerry e un imbarazzante venditore di maniglie (John C. Reilly) bastano a fare di un film il miglior/peggiore della vostra vita... 
Può sembrare contorto lo sò, se avete visto Carnage però vi è più chiaro.

Non è la prima volta che Polanski ti nega una via di fuga, qui però a me ha tolto l'aria. Ero sul divano, da sola e non riuscivo a trovare pace. (Mi alzavo, mi mettevo di nuovo a sedere, poi allungavo le gambe e poi facevo due passi, mi mangiavo le unghie...)
Polanski io ti ho odiato dal profondo, e ti odio ancora perché mi hai sbattuto in faccia uno dei mali più grandi del mondo e degli uomini, un male chiamato ipocrisia. L'ipocrisia come qualcosa che va ad annientare i figli che crescono seguendo le misere lezioni di vita impartite da genitori in perenne conflitto interiore. Genitori sordi, ciechi che non hanno voglia di guarire pur di continuare a barcamenarsi nella loro asfisiante vanità. Incapaci di risolvere i propri problemi, figuriamoci cosa combinano quando in ballo ci sono le questioni dei figli. Genitori che sanno mantenere la calma e il contegno di fronte alle risse dei figli, le loro gesta inspiegabili; gli stessi però che vanno "in bambola" se gli rovesci la borsetta, gli affoghi un BalckBerry oppure gli "imbratti" un libro d'arte buttato in salotto. Cos'è questa? 



Carnage è verità, e la verità si sa, fa male...





sabato 11 agosto 2012

Posti in piedi in paradiso

Qualcuno amava definire la commedia, quella italiana, come un genere in grado di trattare e raccontare con ironia, delle storie drammatiche. Quell'uomo si chiamava Mario Monicelli...

Non è mai facile parlare di un film che vuole appartenere a quel filone, radioso e così terribilmente compianto, che ha fatto del nostro cinema un assoluto protagonista. Quando si pensa alla Commedia all'italiana si torna a ripercorrere quello splendido "scorcio" che si svela sul finire degli anni '50 e si rimargina pian piano negli anni '80. Dopo i grandi Mario Monicelli, Pietro Germi, Luigi Comencini, Antonio Pietrangeli, Luciano Salce, Luigi Zampa e altri non meno importanti, questo genere è andato lentamente a "morire" insieme ai loro "padri". Così, oggi, nel mezzo di questa incomprensibile e triste spirale di nulla e volgarità, fatta di Cinepanettoni e obbrobri senza stagioni, c'è qualcuno che riesce ancora a risollevare le attese di pubblico e critica, con un modo di intendere il cinema sulla scia di quello che i "grandi" in passato hanno saputo fare.

Carlo Verdone torna, con Posti in piedi in paradiso, ad affrontare la vita dell'italiano medio alle prese con una triste e complicata realtà che sfocia spesso nella disperazione e in quelle tipiche situazioni che tanto vanno d'accordo con la Mamma delle commedie.
Ulisse, Fulvio e Domenico si ritrovano a condividere lo stesso appartamento. Le mura fatiscenti non saranno il solo "comune denominatore" , poiché i tre portano addosso gli stessi problemi legati a divorzi, difficoltà economiche e tutto quel che comporta fare il padre "a distanza" e su appuntamento fissato in tribunale.

Verdone, nei panni di Ulisse, ex produttore discografico con una nostalgica passione per la musica "vintage", decide di delegare il ruolo del donnaiolo cialtrone (tipo Gallo Cedrone) a Marco Giallini (Domenico), uno scapestrato agente immobiliare con il vizio del gioco e un numero ancora indefinito di figli ed ex compagne. Poi abbiamo Fulvio, un "sempre grande", Pierfrancesco Favino, sprofondato nel tragico declino della sua professione che va dall'alta critica allo squallido gossip. Dopo Io, loro e Lara il regista e autore romano torna sulla scena conquistando sia pubblico che critica, puntando su una storia che nel suo insieme risulta equilibrata e mai banale, seppur a tratti carica di una comicità leggermente più scontata. Da apprezzare il giusto "mix" fatto di elementi seri, che fanno riflettere lo spettatore senza togliergli però la possibilità e il diritto di concedersi delle sane e grasse risate. Già le tre personalità incarnate da tre personaggi così diversi bastano da sole a creare situazioni davvero esilaranti, ma questo se non fosse amalgamato a "dell' altro", certo peccherebbe di pura buffoneria, e non è questo che va preso del film.
Dico questo perché ai momenti di pura "coattaggine" della ragazza che si fa rompere il naso dal chirurgo e sfoggia il tanga sotto i jeans si alternano momenti più accorti. Ci sono i figli che nonostante l'assenza di un padre scapestrato sanno prendere in mano la propria vita e farsi da soli la strada che li porti ad un futuro onesto e brillante. Figlie che a soli 17 anni trovano il coraggio di mettere al mondo un bambino perché niente e nessuno può farle credere che sia un errore, nonostante la miseria e quella maledetta parola funesta "precariato" rimbombi ovunque...


Le donne finalmente non appaiono come arpie o comunque non trasmettono messaggi negativi (fatta eccezione forse solo per la giovane ex moglie di Ulisse), come si fa a non amare la cardiologa Gloria, svampita e un po' fuori di testa vestita alla perfezione da una deliziosa Micaela Ramazzotti? (anche se dopo aver visto il film non faccio che chiedermi ma, ci fa o ci è?)... Comunque è fantastica!!!

Un film che merita d'esser visto e apprezzato, che ti lascia addosso la stessa malinconia e lo stesso coraggio di un uomo che ad un certo punto capisce di meritarsi anche lui un posto in paradiso...magari in piedi, ma comunque in Paradiso...


mercoledì 8 agosto 2012

Sogno di una notte di mezza estate "romana"...


Quando penso alla mia città mi vengono in mente infiniti fotogrammi che raccontano una storia, la più bella che un libro, oppure i nostri nonni, sappiano raccontare.
E tra le gesta e le rivoluzioni degli uomini che hanno fatto di Roma la città dalla "trimillenaria" bellezza, vi è qualcosa di magico, qualcosa che ai miei occhi appare come un mondo "altro", fatto di sogni e di celluloide, un sogno chiamato CINEMA...

A rendere Roma una vera e propria "icona" cinematografica sono stati i grandi registi che con la loro macchina da presa e le loro idee hanno pensato bene di fare di questa grande città il set più bello. Pensiamo a Roma e subito salta alla mente il volto della Ekberg tra gli schizzi e il fascino architettonico della Fontana di Trevi, nel capolavoro degli anni '60 realizzato da Federico Fellini, La dolce vita. Oppure l'espressione spensierata e romantica di Gregory Peck su quella vespa, protagonista delle più celebri "Vacanze Romane".
Ma di ricordi ne abbiamo un'infinità, di registi e di grandi attori, e attrici, Roma ne ha visti davvero tanti e la nostra memoria li conserva con amorevole cura. E se dovessimo raccontare qui ogni singola meraviglia rischieremmo veramente di prendere un tempo infinito, che, ahimè, non abbiamo. Quel che vorrei condividere con voi è una splendida serata d'estate romana vissuta ieri, nel cuore di Roma.


Nel 1995, tra le sponde del fiume Tevere, nasce L'Isola del Cinema. Qui, ogni anno, il cinema si incontra e si confronta con le altre arti dando vita a dibattiti, proiezioni e il tutto accompagnato spesso dai grandi personaggi rappresentativi della Settima Arte. Per la mia prima volta all'Isola del cinema, (e il fatto è piuttosto grave essendo io nata e cresciuta a Roma) ho scelto un'occasione non casuale. Ho letto infatti qualche giorno fa che nell'Arena, situata proprio sull'Isola Tiberina, sarebbe venuto per un dibattito e per presentare il suo ultimo film, il regista e attore romano Carlo Verdone. Considerate che io appartengo a quella generazione venuta fuori negli anni '80, e vorrei ricordare a chi magari non lo sapesse che proprio in quegli anni il mondo del cinema italiano stava vedendo esplodere un giovane autore che esattamente nell'anno 1980 debuttava con il film Un sacco bello. Insomma non c'è bisogno di spiegare perché io ami questo regista e lo porti nel cuore fin dalla mia infanzia...Nonostante io riconosca con dispiacere (da critica e da cinefila innamorata del cinema) che la sua carriera è andata via via affievolendosi negli anni, non posso fare a meno di parlare di "Carlo" con grande stima e affetto. Alle 22:00 nell'Arena è andato in scena Posti in piedi in paradiso. Film che tra l'altro nemmeno avevo visto, quindi è stata anche un'occasione per questo. Del film però ne parlerò in un secondo momento, dedicandogli una recensione nei prossimi giorni.
In realtà questo pezzo vuole essere più un momento per condividere con voi l'incontro con questo regista che ha segnato la mia adolescenza al punto tale da influenzare in maniera incredibile il mio "gergo" e le mie serate passate ai giardinetti con gli amici. A me capita spesso di prendere in prestito le battute che hanno reso celebri i miei beniamini cinematografici. Che ne sò, per fare un esempio "stupido": <<in che senso?>>, con lo sguardo verso il cielo perplesso alla "Mimmo", l'avrò detto un miliardo di volte? Si!!! E chi non lo ha fatto almeno una volta...

Ma, tornando a questa magnifica serata e poi concludo sul serio...prima della visione del film Verdone come potete immaginare ha dovuto tenere un bel po' di interviste e firmare qualche autografo. Vicino l'Arena c'era uno stand di libri e appena arrivata lì gli addetti all'organizzazione mi hanno riferito che Verdone sarebbe passato a firmare le copie del suo libro La casa sopra i portici. Insomma finite le interviste vedo arrivare Carlo, poi però come per magia sparisce tra la folla diretta verso la sala dove avrebbero proiettato il film. Quelli dello stand dei libri e i vari fan che attendevano ansiosi ("me" compresa) come degli "allocchi" non capivano bene cosa stesse accadendo e soprattutto perché aveva clamorosamente saltato la tappa del "firma il libro". Devo ammettere che ero particolarmente inc... considerato il fatto che pur di farmi fare l'autografo ho comprato per la seconda volta il suo libro, quindi come minimo mi meritavo lo "scarabocchio".


Ma alla fine, come si dice, tutto bene quel che finisce bene, perché la serata si è conclusa con un film piacevole, una seconda copia del libro autografato e una bella foto con Carlo...il tutto condito da una magica calura estiva e dalla brezza del "biondo" fiume che passa nel cuore di Roma.




martedì 7 agosto 2012

Super 8. C'era un ragazzo che come me, "amava Spielberg e i Rolling Stones"...


Siamo in Ohio e a far da sfondo un mondo sul finire degli anni '70. Un gruppo di ragazzini con una sfrenata passione per il cinema horror decide di partecipare a un festival, realizzando un film con una "Super 8". L'avventura scritta e diretta da J.J. Abrams inizia nei pressi di una stazione ferroviaria. Proprio mentre i piccoli cineasti girano le loro scene, si ritrovano ad assistere a qualcosa che ha dell'inverosimile...

Il nome di Abrams non rimanda nell'immediato a quello di un "regista" dalla filmografia calcata, anzi. Dietro la macchina il newyorkese ha firmato solamente tre pellicole, tutte piuttosto recenti, Mission Impossible III (2006), Star Trek (2009) e Super 8 (2011). Come spesso accade però, la carriera di un personaggio che sa far parlare di sé ad "Hollywood" non si limita solamente alla direzione di un film. Il nostro regista vanta infatti di un curriculum davvero invitante, considerata la sua fama di sceneggiatore, produttore, attore nonché compositore. Niente male direi. Giusto per citare un paio di titoli, Abrams ha scritto la sceneggiatura di Armaggedon-Giudizio finale (1998) e ha composto le sigle per le serie Alias, Felicity, Fringe e la sigla di Lost. Primo grande successo arriva con la regia e la sceneggiatura dell'episodio pilota, proprio di Lost, di cui è co-ideatore.

Tornando al film di oggi, Super 8 ha tutto quel che serve per poter parlare di uno splendido omaggio al cinema di Spielberg. Il mestro della Fantascienza ha infatti cosparso bene i suoi insegnamenti, tanto da tirar fuori un Abrams che oggi può permettersi persino un pezzo in piena sintonia con la poetica e lo stile di uno che da solo, "ha fatto un genere". E dico questo perché finito di vedere questo Super 8 la nostalgia e quelle sensazioni che ti esplodevano dentro quando avevi dodici anni hanno preso il sopravvento...


Poche macchine per le strade, ad occupare la scena quelle memorabili BMX e l'inconfondibile rumore delle pedalate più belle della nostra vita, quelle dell'adolescenza. Gli sguardi rivolti al cielo nelle sere d'estate e la speranza di veder qualcosa che prima o poi da lassù sarebbe sceso, a prenderci e magari anche a portarci in un altro pianeta. Perché questo si sognava quando avevamo dodici anni, sognavamo di accompagnare sulla luna un amico ExtraTerrestre, con la nostra bicicletta...oppure di nascondercelo sotto il letto.

Questo è quello che è riuscito a fare Spielberg, e sono d'accordo. Ma sfido chiunque a vedere Super 8 (che tra parentesi è prodotto dallo stesso Spielberg) senza avere l'incredibile sensazione di assistere a uno dei più riusciti omaggi a "quel cinema lì". La differenza con un E.T. o con Incontri ravvicinati del terzo tipo è che nella visione di Abrams non c'è lo spirito fanciullesco e quell'ottimismo velato d'ingenuità  sembra aver abbandonato anche i ragazzi, alle prese con un mondo abitato da mostri e da "mostri" vestiti da uomini. Quel che arriva dal "cielo" non porta messaggi di speranza, perché gli uomini sbagliano e i loro errori non meritano clemenza.



Non c'è Barry ad abbracciare la propria madre, qui c'è Joe, solo con un padre assente e rapito dal lavoro di vice sceriffo. C'è Alice, una splendida Elle Fanning, l'attrice protagonista del film fatto con gli amici. Anche lei senza madre, andata via non si sa per quale motivo, alle prese con un padre alcolizzato.
Dunque la visione di Abrams vuole essere più matura, nonostante il lieto fine che tanto piace al nostro Spielberg, in Super 8 non manca mai l'occasione per poter riflettere su quanto di terribile e incomprensibile gli uomini possano arrivare a fare.

Il finale scelto da Abrams in questo senso è significativo, alla maturità del regista viene sovrapposta l'ingenuità e l'ironia dei piccoli cineasti, i quali sigillano il film di cui sono stati protagonisti con il loro splendido debutto cinematografico in Super 8.

lunedì 6 agosto 2012

Andy Warhol: l'immagine che si dilata davanti a una Bolex


"Se dico Pop Art dico Andy Warhol", è un po' come una regola matematica credo io.
La prima immagine è quella di un paio di barattoli Campbell's, non so perché il mio pensiero, d'istinto, sia la zuppa in scatola più famosa al mondo...però se la mia memoria non mi inganna potrei giurare che parte della colpa vada anche a un episodio de I Simpson, in cui lo stesso Homer ne rimane talmente affascinato da sognarseli la notte, con tanto di un Warhol in veste di "lanciatore di barattoli". Spero vivamente che qualcuno di voi mi confermi la cosa, altrimenti ho appena fatto una "gaffe" imbarazzante.

Un uomo che rende celebri due pezzi di latta può essere soltanto un  genio...
Non dimentico però il volto della bella Marilyn in primo piano, splendida serigrafia realizzata da Warhol negli anni '60, partendo da una fotografia di Gene Korman usata per pubblicizzare il film Niagara del 1953.
Di questo incredibile artista io non smetto mai di stupirmi, più leggo la sua storia, più me ne innamoro. Sappiamo che è stato un pittore, scultore, regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia e montatore, nonché attore. Nasce il 6 agosto, a Pittsburgh, nel 1928. La sua figura viene per la maggiore associata alla cosiddetta Pop Art, una delle più importanti e innovative correnti artistiche del Dopoguerra. Il termine, per la sua derivazione inglese, può far inciampare in una interpretazione fuorviante,sbagliatissima, per evitare ciò, ricordiamo appunto che questa corrente ha davvero nulla a che fare con il termine "popolare", cioè del/per il popolo. Se affermassimo il contrario, chi conosce Warhol potrebbe "giustamente" risentirsi, dal momento che la Pop Art è un'Arte "anonima", che si perde e si confonde nella "massa". Il mondo rappresentato è un mondo dominato dal "consumo" e bombardato dai media e dalla pubblicità. Non ha volto se non quello degli oggetti e delle cose che riempiono il quotidiano. Compito della Pop Art diventa quindi prendere comuni oggetti ed elevarli a potenti mezzi di comunicazione e espressione artistica, che ricorda, anche se in maniera diversa, il movimento Dada. La Pop Art non è stravagante e volutamente irrispettosa, non c'è il disgusto e il rifiuto nei confronti delle usanze del passato. I Dadaisti dovevano ribellarsi alle barbarie della Prima Guerra Mondiale, la loro Arte voleva essere una "anti-arte" (Un concetto affascinante, che meriterebbe d'esser approfondito, e prima o poi lo farò...).

Detto questo, torniamo a Wharol...
Avete mai sentito parlare della "Silver Factory"?
Tra gli anni 1962 e 1968 Warhol diede vita a dei veri e propri "studi d'Arte", dove poter dare libero sfogo a tutte le sue ispirazioni. In origine lo studio, il primo dei successivi che saranno poi realizzati, si trovava al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan. Colorata d'argento e ricoperta di carta stagnola, La Factory divenne col tempo emblema di un vero e proprio stile di vita, quello fatto di arte di ogni genere, di anfetamine, sesso, feste e tanti, tanti soldi. Al servizio di Warhol nacque un team di artisti, musicisti, scultori, attori e pittori divenuti poi  "Le Superstar di Warhol". Gli operai dell'arte di W. contribuirono in maniera determinante nel rendere famosa e unica la Factory. Le atmosfere caratteristiche devono molto anche a Billy Name, fotografo della Factory e  amico di W. Si realizzava qualsiasi cosa che potesse portare il marchio Warhol, scarpe, film, riproduzioni e sculture di ogni genere. Anche molti artisti e musicisti frequentarono la Factory, tra questi i nomi di  Lou Reed, Bob Dylan, Truman Capote e Mick Jagger. 

Nel 1965 W. collabora con la Rockband newyorkese, Velvet Underground, realizzando la copertina del loro album di debutto "The Velvet Underground & Nico". (Realizza anche la copertina dell'album Sticky Fingers dei Rolling Stones).

Questo artista guardava l'America tradizionale e la commentava attraverso la propria Arte, questa però scivolava spesso in cose inaccettabili, se pensiamo al senso del pudore e a tutto ciò che viene generalmente considerato come socialmente e umanamente "corretto". I suoi studi erano diventati ormai luoghi in cui "l'amore" o meglio il "sesso" più primordiale erano all'ordine del giorno. Non mancavano arresti durante le proiezioni dei suoi film, che io personalmente non ho mai visto, ma a quanto pare abbastanza "volgarotti", politicamente e umanamente trasgressivi, diciamo così. Della serie "Evviva l'Amour"...

Ma al di là delle controversie e dell'aspetto più grottesco e transgender che ricorda Warhol, a me ha colpito il suo modo di intendere il Cinema. Nel 1963, W. si prende una bella Bolex 16 mm, e comincia a girare i suoi primi film. Alla base di questi primi lavori, Eat, Empire, Sleep, Kiss, c'è una forte dilatazione del tempo. L'immagine viene ripresa in maniera statica, immobile, da un unico punto di vista. Il lavoro era poi facilitato dalle caratteristiche della Bolex, una macchina tutt'altro che maneggevole. I film risultano essere come quadri sospesi, dilatati nel tempo...su di una parete bianca, girati in 16 mm alla velocità di 24 fotogrammi per secondo e proiettati alla velocità di 16 fotogrammi al secondo; questa caratteristica rallenta e amplifica l'immagine del film, che viene così percepita in un tempo lunghissimo.

Prendiamo Empire, ben 8 ore di film. Cosa vediamo? Un'inquadratura fissa che ritrae l'Empire State Building, dalla sera alla mattina del giorno dopo. Solo un "pazzo" poteva fare un esperimento simile, otto ore con una macchina fissa, tutto senza intervento di montaggio o tagli. Solo il tempo dilatato, così com'è, a scontrarsi con il tempo filmico...
Warhol riporta il cinema alla primordialità, una sola sequenza continua, ininterrotta a mostrare i corpi nel senso più "fisiologico" possibile. E a questa rivisitazione di cinema come emblema della pittura, statica e tangibile che esclude l'eloquenza del linguaggio per dare assoluto spazio alla fisicità dei corpi si aggiunge l'idea di una Hollywood "domestica". W. si divertiva infatti a ritrarre i divi persi nelle loro abitudini e azioni quotidiane.
Ecco la prova...ora capite perché questi "barattoloni" di zuppa hanno sempre ossessionato la mia memoria!

L'America vista da Warhol sembra non avere via di scampo, e lui non ha esitato a "sbatterglielo" in faccia. Con la sua Arte, il suo trasgressivo e irrompente modo di vedere gli uomini persi e confusi nella massa, soffocata dalla pubblicità, la stessa di cui poi egli si è servito, pur di vincere la guerra contro l'anonimato...





venerdì 3 agosto 2012

The Amazing Spider-Man. (Ma Amazing "de che"?)

Con un ritardo di circa un mese ho potuto finalmente vedere (anche se finalmente è molto relativo) questo Spider Man rivisto da Marc Webb. Bah...un enorme e insormontabile "BAH"!!!
E la mia recensione potrebbe addirittura finire qui, ma non permetterò che questo accada, perché al di là di tutto, anche al di là di un trauma visivo causato da film imperdonabili (come questo) , è sempre nostro sacrosanto diritto "parlarne"...

Ora, io ci tengo a premettere che non ho competenze "fumettistiche", dunque il mio giudizio e le mie idee su uno Spider Man cinematografico sono esclusivamente "figlie" di una che ama i supereroi e tutto ciò che sullo schermo viene presentato come "By MARVEL". Il fatto qui che a me interessa sottolineare però è che, anche senza aver mai aperto un fumetto in vita mia, ho una valanga di validi motivi per poter affermare (e qui prende forza il mio "finalmente") che questo reboot dell'Uomo Ragno è veramente un "obbrobrio"!!!
Nel mio polpettone bollente e dissacrante non può certo mancare quella faccia da "ebete" e da bulletto, tutto fuorché sfigato e imbranato, di un Peter Parker/Andrew Garfield che di Peter non ha davvero NULLA. Addirittura qui è tanto "figo" da esser avvicinato da Gwen/Emma Stone (che il vero Peter si sognava), più imbranata di lui mentre tentano di fissare un primo appuntamento. (Ma dai...)
E poi le trovate geniali di un Peter che nelle fogne cerca di capire dove si nasconde la lucertolona/Curtis Connors, (impossessata da Pino Insegno, il che è forse il più grande trauma di questo film) col cellulare in mano mentre tranquillizza la sua Gwen dicendole che va tutto bene e che deve a tutti i costi fermare il cattivo.
Vogliamo parlare poi dell'Uomo Ragno che si diverte a dondolare con la ragnatela, esclamando: Guarda come dondolo? Guarda. (Incredibile, se non l'avessi visto non lo avrei mai creduto...)
Parker che abbraccia la zia preoccupata di cosa stesse accadendo alla vita del nipote e lui con i lividi in viso che sussurra: Eh Nottataccia! Ma, dico io, come è stato scritto questo film? Come si fa...come?

Mistero poi sulla morte dello zio Ben...e soprattutto, il delinquente con la stella sul polso sinistro? Che fine ha fatto? Bah, sarà un'altra "genialata" studiata in fase di sceneggiatura...
Il padre di Gwen poi che esclama alla figlia convinto: Si, il tuo boyfriend è un uomo dalle mille maschere...
(Ma Daiiiiiiiii)
Ora lo posso dire, dopo aver visto la trilogia di Raimi, un nuovo Spider Man non aveva davvero alcun senso, almeno una rivisitazione di questo genere.
Se non altro mi sono fatta tante sane e grasse risate con questo Amazing, che di Amazing (parlando con cinefumettari veri e accaniti), ho scoperto non ha davvero nulla.
I miei amici "nerd" in sala hanno rischiato uno shock anafilattico, io non proprio. Ero andata con tutte le perplessità e i dubbi del caso, ero pronta a tutto e quantomeno non sono rimasta stupita di nulla.
Certo, rimane comunque dura da digerire e da smaltire... soprattutto rimane il dubbio su cosa abbia spinto il regista di 500 giorni insieme a calarsi nei panni di colui che probabilmente verrà ricordato in questo 2012, come il creatore del "Non-sense" cinematografico più clamoroso della storia della Marvel.
E prepariamoci al peggio, c'è aria di sequel...

P.S. Menomale che c'è zio Stan...l'unico momento in cui sono rinsavita è stato durante il suo immancabile cameo...




giovedì 2 agosto 2012

La critica proclama Vertigo il Miglior film di sempre


Sta facendo discutere non poco in queste ore l'esito del verdetto proclamato da Sight & Sound nella tanto attesa Top 50 dei migliori film di sempre.Il fatto che anima critici e spettatori di tutto il mondo è quel primo posto che mette sul "trono" il capolavoro di Hitchcock, Vertigo. Nulla da dire in effetti, cosa si potrebbe contestare, parliamo di uno dei capolavori assoluti della storia del cinema...
Quel che desta scalpore in realtà è vedere come nel corso degli anni stia cambiando la cultura e il gusto cinematografico nel mondo della critica. Questo sondaggio esiste dal 1952, e si ripete da allora ogni dieci anni. Pensate che prima di oggi quel primo posto è stato dominato senza segni di cedimento da Quarto Potere di Orson Welles, una supremazia incredibile che durava da 60 anni.
Ma la cosa a me personalmente non lascia affatto perplessa, voglio dire è pure normale che con il tempo i gusti e la cultura cambino, nonostante al centro dell'attenzione ci siano comunqe sempre quelle pellicole che hanno fatto la storia e che, purtroppo o per fortuna (questo ancora non mi è chiaro), nonostante gli anni continueranno a farla. Oggi gli 846 critici chiamati a votare hanno deciso di far fare al capolavoro di Hitchcock il grande salto, da dieci anni era infatti costantemente al secondo posto dietro l'intoccabile Quarto Potere. Dal 1992 la classifica si divide in due stime, una fatta dalla critica l'altra dai registi con una loro personale Top Ten dei migliori film. Quest'anno a votare c'erano 358 registi, tra questi anche Tarantino, Scorsese e Coppola. Oggi il loro miglior film è Viaggio a Tokyo di Ozu (1993).
Io non mi sento di incolpare la critica per uno slittamento di Quarto Potere, soprattutto perché vedo svettare un capolavoro indiscusso quindi è davvero difficile giudicare con tono severo questa novità. Piuttosto mi lascia perplessa quel 10° posto nella top della critica dato all' 8 ½ di Fellini che per quel che mi riguarda meriterebbe un primato senza tempo...
I registi invece più saggiamente hanno messo Fellini al 4° posto.
Questo è quel che viene fuori dall'unione di tante menti critiche e di tanti registi...e voi? Cosa pensate? Riuscireste davvero a proclamare in maniera definitiva il vostro miglio film di sempre?



Top 50 della critica
1. La donna che visse due volte (Hitchcock, 1958)
2. Quarto Potere (Welles, 1941)
3. Viaggio a Tokyo (Ozu, 1953)
4. La regola del gioco (Renoir, 1939)
5. Aurora (Murnau, 1927)
6. 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968)
7. Sentieri Selvaggi (Ford, 1956)
8. L’uomo con la macchina da presa (Vertov, 1929)
9. La passione di Giovanna d’Arco (Dreyer, 1927)
10. 8 ½ (Fellini, 1963)
11. La corazzata Potëmkin (Ejzenstejn, 1925)
12. L’Atalante (Vigo, 1934)
13. Fino all’ultimo respiro (Godard, 1960)
14. Apocalypse Now (Coppola, 1979)
15. Tarda primavera (Ozu, 1949)
16. Au hasard Balthazar (Bresson, 1966)
17. I sette samurai (Kurosawa, 1954)
17. Persona (Bergman, 1966)
19. Lo specchio (Tarkovsky, 1974)
19. Cantando sotto la pioggia (Donen & Kelly, 1951)
21. L’avventura (Antonioni, 1960)
21. Il Disprezzo (Godard, 1963)
21. Il Padrino (Coppola, 1972)
24. Ordet (Dreyer, 1955)
24. In the Mood for Love (Wong, 2000)
26. Rashomon (Kurosawa, 1950)
26. Andrei Rublev (Tarkovsky, 1966)
28. Mulholland Drive (Lynch, 2001)
29. Stalker (Tarkovsky, 1979)
29. Shoah (Lanzmann, 1985)
31. Il Padrino - Parte II (Coppola, 1974)
31. Taxi Driver (Scorsese, 1976)
33. Ladri di biciclette (De Sica, 1948)
34. Il generale - Come vinsi la guerra (Keaton & Bruckman, 1926)
35. Metropolis (Lang, 1927)
35. Psycho (Hitchcock, 1960)
35. Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce 1080 Bruxelles (Akerman, 1975)
35. Sátántangó (Tarr, 1994)
39. I 400 colpi (Truffaut, 1959)
39. La dolce vita (Fellini, 1960)
41. Viaggio in Italia (Rossellini, 1954)
42. Il lamento sul sentiero (Satyajit Ray, 1955)
42. A qualcuno piace caldo (Wilder, 1959)
42. Gertrud (Dreyer, 1964)
42. Il bandito delle 11 (Godard, 1965)
42. Play Time (Tati, 1967)
42. Close-Up (Kiarostami, 1990)
48. La battaglia di Algeri (Pontecorvo, 1966)
48. Histoire(s) du cinéma (Godard, 1998)
50. Luci della città (Chaplin, 1931)
50. I racconti della luna pallida d’agosto (Mizoguchi, 1953)
50. La Jetée (Marker, 1962)


Top 10 dei registi
1. Viaggio a Tokyo (Ozu, 1953)
2. 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968)
3. Quarto Potere (Welles, 1941)
4. 8 ½ (Fellini, 1963)
5. Taxi Driver (Scorsese, 1980)
6. Apocalypse Now (Coppola, 1979)
7. Il Padrino (Coppola, 1972)
7. La donna che visse due volte (Hitchcock, 1958)
9. Lo specchio (Tarkovsky, 1974)
10. Ladri di biciclette (De Sica, 1948)


Fonte della news: http://www.cineblog.it



Gli ombrelli di Agueda


C'è qualcosa che mi sorprende sempre, ogni giorno, ogni mattina che accendo il computer mi diverto a "spulciare" in rete, sperando di trovare qualcosa che mi incuriosisca tanto da pensarci tutto il giorno. E, come spesso succede poi, mi piace dedicargli un po' di righe qui, in questo mio piccolo spazio di condivisione chiamato CriticissimaMente. Sarà che l'Arte a me affascina e mi conquista soprattutto quando sfoggia le sue armi migliori e quando penso a queste, mi vengono in mente le infinite possibilità che essa possiede. L'Arte è un po' ovunque, di questo io ne sono sempre stata convinta, è nell'aria, nella terra, nell'acqua e si manifesta all'uomo in tutte le sue forme. Ognuno poi, appena la "incontra", ne fa quel che vuole...

Patricia Almeida una fotografa amatoriale, ha avuto ad esempio la fortuna di trovarsi a passeggiare per le strade di Agueda, una piccola città del Portogallo, durante i giorni del  Festim (Festival Intermunicipal de Músicas do Mundo). Grazie al suo i phone è riuscita a immortalare qualcosa che sembra provenir dal mondo dei sogni. Per l'occasione, ogni anno, le strade di questa città vengono decorate con degli ombrelli fluttuanti sospesi nell'aria. Passeggiare e confondersi con questo meraviglioso effetto di luci e ombre che vengono magicamente proiettate sui muri...il cielo si colora e l'Arte, quella che piace a me, prende inesorabilmente il sopravvento...


Fonte della news
picamemag

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