venerdì 23 novembre 2012

E la chiamano estate



“E la chiamano estate 
questa estate senza te
ma non sanno che vivo
ricordando sempre te
il profumo del mare
non lo sento non c’è più
perché non torni qui
vicina a me”

Così cantava Bruno Martino, nel suo 45 giri, un testo scritto insieme a Franco Califano e Laura Zanin presentato poi al Festival delle Rose nel 1965. Questo pezzo memorabile, divenuto un classico della canzone italiana rischia oggi, di apparire come un misero inno ai disturbi sessuali compulsivi che affliggono l’uomo moderno. Ebbene, fautore di tale “autoriale” (così lo facciam felice) frode ancor prima morale che artistica è il regista italiano Paolo Franchi, noto al pubblico per pellicole piuttosto “lontane”,  come La spettatrice (2003) e Nessuna qualità agi eroi (2007). Dico lontane e non penso agli anni trascorsi dall’esordio di Franchi, bensì al vertiginoso salto a regredire nel vuoto, compiuto proprio grazie alla sua opera ultima, presentata in concorso alla settima edizione del Festival internazionale del film di Roma, E la chiamano estate.

Ma andiamo per gradi, in fin dei conti (fortuna vuole che) la maggior parte di voi ancora non ha visto il film, dunque cerchiamo di arrivare con le dovute cautele al cuore di questa “complicata” recensione. Dino (Jean - Marc Barr) ama in maniera smisurata la sua donna, Anna (Isabella Ferrari). E quando dico ama lo dico perché ne sono “pienamente” convinta, così come immagino lo fosse Franchi mentre si ingegnava a trovare il modo di rendere sullo schermo questo immane e incondizionato sentimento. Così, pur di salvaguardare un sentimento puro e arrivare dritto dritto all’anima dello spettatore ecco il quadro riempirsi di una luce bianca, graziata. Due corpi quasi fusi in una sola forma, che si inebriano del loro amore con la sola presenza, senza disfarsi, senza toccarsi. Un quadro sul cui sfondo prevale la spogliatezza, la nudità nel senso più lato del termine. Che meraviglia, finalmente qualcuno in grado di afferrare l’essenza dell’amore. L’amore, tutto ruota attorno a questo, che bello…


-Sveglia, sveglia stai sognando ad occhi aperti, guarda bene, osserva attentamente…-


Eravamo rimasti? Ah si, (Dino ama Anna). Tanto, davvero tanto. Lo si capisce fin dalla prima sequenza  tra l’altro che quello che di lì a breve avremmo visto sarebbe stato un por (no)…ehm, scusate, un film d’amore. Dino e Anna non hanno mai avuto rapporti, nonostante le esplicite gambe divaricate della donna distesa sul letto quest’uomo non riesce a fare l’amore con lei. Questo sarà per il povero Dino motivo di terribile frustrazione,  la stessa che necessita di venir colmata ogni notte con performance sessuali davvero variegate, si va dalla coppia leader nel settore scambisti alle prostitute occasionali e a incontri ravvicinati plurimi di ogni genere. A sottolineare la fragilità dell’uomo una voce fuori campo che si fa narratrice di una lettera scritta, quasi come una presa di coscienza/ testamento che sfocia poi in un epilogo tragico ma come nessun altro liberatorio e salvifico, soprattutto per lo spettatore. Franchi sceglie di servire la storia attraverso diapositive atemporali raccontate da differenti voci, ognuna delle quali ha avuto modo di conoscere Dino e Anna e condiviso con loro un pezzo di vita. Grazie a queste testimonianze viene fuori un po’ la persona di Dino, anestesista di giorno e sesso dipendente compulsivo di notte. Un uomo tanto innamorato di Anna da andare a recuperare gli ex della donna, al fine di farli riavvicinare a lei col desiderio di averla ancora una volta, esclamando loro: beh, una scopata non si nega a nessuno! (Dino ama Anna).

Pensare che l’idea di base, poteva andare perfino bene. Franchi parla del suo film come di un tentativo riuscito di un cinema che vuole sperimentare, fare ricerca. Cinema d’autore. Si è parlato spesso in questi termini a mio avviso detti in maniera così poco ponderata. C’era in principio qualcosa che sarebbe andato nella giusta direzione, poiché un amore così, puro, senza l’atto fisico e di un uomo afflitto da gravi disturbi psicosessuali che vede la propria donna come un totem da venerare a “distanza” pochi hanno saputo renderlo sullo schermo. (E non mi parlate di Shame, per favore). Qualcosa, o meglio, tutto il resto, poi però non ha funzionato. Non mi basta il bianco della camera immersa in una luce candida e abbagliante in contrasto con i colori scuri e fastidiosi delle notti piene di sesso. Non mi basta, anzi non mi sta affatto bene il fatto che tu abusi di un testo che richiama con dolore e malinconia un amore perduto e lo schiaffi al pubblico come il biglietto da visita del tuo film. Non mi sta bene e mi fa inorridire il fatto che ci sono volute otto mani in fase di sceneggiatura al fine di arrivare a dialoghi ridicoli e patetici: Lei: caro devi essere stanco, vieni a letto. – Lui: si, amore. Non immagini quanto io sia stanco. (il tutto, con una irritante faccia da ebete di Jean – Marc Barr subito dopo essersi sessualmente ripassato mezzo mondo).

Ma (Dino ama Anna). Su questo, non ci piove.

giovedì 22 novembre 2012

Cosa c'è di "buono" in sala? Andiamo a vedere...


Anche CriticissimaMente ha deciso di curare ogni giovedì la rubrica dei film in arrivo nelle nostre sale. Partendo da un titolo che vuole invogliare il lettore/spettatore quasi come si stesse parlando di un banchetto colmo di pietanze straordinarie. Ma in fin dei conti io il cinema lo vedo un po' come una tavola imbandita, perché non c'è arte che nobilita l'uomo tanto quanto la cucina e...per l'appunto, "il cinema".

Il peggior Natale della mia vita


Scheda del film
Regia: Aessandro Genovesi
Cast: Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Antonio Catania, Anna Bonaiuto, Diego Abatantuono, Laura Chiatti, Dino Abbrescia, Andrea Mingardi, Ale e Franz. 
Durata: 93'
Distribuzione: Warner Bros Pictures Italia
Genere: Commedia



Trama
Paolo deve raggiungere il Castello di Alberto Caccia dove trascorrerà il Natale insieme alla famiglia della moglie, Margherita, in dolce attesa e quasi giunta al termine della gravidanza. In viaggio con la sua mini-car, e senza patente, il povero Paolo viene però colto da una tormenta di neve. 

Considerazioni personali
Alla luce della recente visione del primo capitolo La peggior settimana della mia vita, non penso di arrivare ad accostare il film di Genovesi a un più tipico Cinepanettone, questo no. In fin dei conti si resta in tema di una commedia leggera e garbata, libera da volgarità e brutture varie sia estetiche che linguistiche. Rimane il  dubbio più che altro sul perché stesso di questo, che sembra a tutti gli effetti una copia mal riuscita della saga "matrimoniale" inaugurata da Jay Roach con Ti presento i miei.

Un mostro a Parigi (3D)


Scheda del film
Titolo originale: Un monstre à Paris
Regia: Bibo Bergeron
Durata: 89'
Genere: Animazione






Trama
Siamo a Parigi nel XX secolo. Le strade della città sono allagate e il proiezionista Emile e l'amico Raoul, fattorino di giorno e inventore di notte, si intrufolano spinti dalla curiosità nella casa-laboratorio di uno scienziato. Qui, un'esplosione, causa la fuga di un mostro all'apparenza pericoloso. Grazie all'amica Lucille, cantante di cabaret, i due capiranno che la creatura misteriosa non rappresenta una minaccia per nessuno. C'è solo un probema però, il capo della polizia è sulle tracce del mostro e farà di tutto per catturarlo e diventare finalmente il sindaco della città.

Considerazioni personali
Un film d'animazione richiede dei tempi di lavorazione davvero enormi, a volte ce ne dimentichiamo e finiamo per escludere a priori quello che più comunemente viene definito "solo un cartone", roba per bambini insomma. Mi affascina questa voglia nostalgica del regista di Shark Tale di rendere omaggio a Parigi, sua città natale e ancor di più l'idea di mescolare romance a sfumature horror e il tutto condito da un mostro che somiglia ad una pulce che cresce sempre di più fino a diventare grande come un essere umano...

Dracula 3D


Scheda del film
Regia: Dario Argento
Cast: Asia Argento, Thomas Kretschmann, Rutger Hauer,Unax Ugalde, Marta Gastini, Morgane Slemp, Miriam Giovanelli, Augusto Zucchi, Maria Cristina Heller, Giuseppe Lo Console, Giovanni Franzoni
Genere: Horror
Distribuzione: Bolero Film
Durata: 96'

Trama

Transilvania, 1893. La vista di una fotografia esposta a casa di Lucy, che ritrae Mina e Jonathan Harker,  sposi felici nel giorno delle nozze, è la molla che fa scattare la furiosa bramosia del Conte Dracula ,che rivede in Mina la reincarnazione della sua amata, Dolingen De Gratz, morta più di 400 anni prima. 

Considerazioni personali
Bah...

Paranormal Activity 4


Scheda del film
Regia: Henry Joost, Ariel Schulman
Cast: Katie Featherston, Dianna Agron, Matt Shively
Genere: Horror
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 95'




Trama
Una ragazza, vive tormentata la presenza di uno spirito soprannaturale che si manifesta da quando una nuova famiglia si è trasferita nella casa accanto.

Considerazioni personali
Siamo arrivati al 4°??? Pensa.

End of watch - Tolleranza zero


Scheda de film
Regia: David Ayer
Cast:  Jake Gyllenhaal, Michael Peña, Natalie Martinez, Anna Kendrick, David Harbour, Frank Grillo, America Ferrera, Cle Shaheed Sloan, Jaime FitzSimons, Cody Horn.
Genere: Poliziesco. Drammatico
Durata: 109'
Distribuzione: distribuito in Itaia da Videa
                                                                                                                                                        

Trama
Brian Taylor e Mike Zavala sono due giovani poliziotti, eroi dei nostri giorni che pattugliano le strade di South Central, Los Angeles. Due uomini coraggiosi, due grandi amici pronti a rischiare la loro stessa vita pur di onorare la divisa che indossano.

Considerazioni personali
Mi piace il genere, il poliziesco è da sempre un film che difficilmente non mi soddisfa. Però inizio ad essere un po' stufa. Ma, chissà, forse una buona coppia, seppur già vista in passato, potrebbe far valere il biglietto di quest'ultimo film del regista (il cui nome già potrebbe bastarmi) de La notte non aspetta e Harsh times - i giorni dell'odio.

Il sospetto


Scheda del film
Regia: Thomas Vinterberg
Cast: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm, Susse Wold, Anne Louise Hassing, Lars Ranthe, Alexandra Rapaport, Ole Dupont.
Genere: Drammatico
Durata:111'






                                                                                                                                     

Trama
Lucas è un uomo ammirato e benvoluto, vive da solo col suo cane Fanny e lavora in un asilo, dove è il più adorato dai bambini. Lucas si troverà  a prendersi cura della bambina Klara, figlia del suo migliore amico Theo, padre assente. Quando Lucas riceve un regalo da Klara e la rimprovera, la bambina, risentita, comincia a parlare con la direttrice, accusando il povero Lucas di atti pedofili. 

Considerazioni personali
Presentato al Festival di Cannes 2012 dove è valsa per Mikkelsen la migliore interpretazione maschile, è un film questo, che mi porta con estrema curiosità e interesse in sala.

Seguono un paio di titoli previsti per il week avviato oggi 22/11/2012, E la chiamano estate, di cui non anticipo nulla perché è in arrivo la mia calda recensione e un altro titolo di cui conosco veramente poco, Twende Berlin.

Con questo è tutto, cos'altro dirvi se non...
Buon fine settimana tutto pieno zeppo di cinema!!!



martedì 20 novembre 2012

Accendete le vostre Delorean. Ritorno al futuro "torna" al cinema.


Il Club italiano Delorean Cid con le sue auto e i suoi soci e Nexo Digital presentano "Il raduno dei fan di Ritorno al futuro". Doc e Marty tornano al cinema. Il 5 dicembre si comincia con la prima parte della trilogia e nel 2013 arriveranno gli altri due appuntamenti con i successivi film di Zemeckis.

C'è fermento in questi giorni e non si fa che pensare al grande evento che radunerà moltissimi fan, gli 80 mila della fan page italiana e gli oltre 3 milioni della pagina internazionale attendono con ansia la prima tappa del 5 dicembre e tutte le news su eventuali sorprese e contest. Ricordiamo per l'occasione del suo 25esimo anniversario Back to the future tornò al cinema, due anni fa, facendo riempire le sale nell'unico giorno della proiezione con oltre 50 mila spettatori. Immaginate quale emozione sia stata per queste persone rivivere  in sala questo straordinario tuffo nel passato, che li ha riportati insieme a “DocEmmett L. Brown e Marty McFly nel 1985. Oggi questo straordinario evento porterà in vita quella che è stata una delle trilogie più importanti di Hollywood, che ha segnato un'epoca vera e propria.
La lista delle sale sarà a breve disponibile su www.nexodigital.it, dunque, ci vediamo al cinema, il 5 dicembre...

                           


P.S. Certo a pensarci, il 21 ottobre 2015 si avvicina...



domenica 18 novembre 2012

Alì ha gli occhi azzurri


All'indomani delle premiazioni piuttosto discutibili, diciamo solo così, ho deciso di proporvi le recensioni di alcuni dei film, anche se vi garantisco, non parlerò solo di quelli che hanno abbagliato la Giuria, perché non sarei corretta nei confronti del CINEMA. Quindi, a poco a poco da oggi, posterò le singole recensioni per dare il giusto spazio a quei titoli che, a mio avviso, non devono andare perduti. Cominciamo con un film di cui già vi avevo accennato, e che, con immenso piacere è riuscito a convincere perfino questa Giuria la quale gli ha assegnato il Premio Speciale e il Premio per la migliore opera prima o seconda



Giovannesi torna sul red carpet romano dopo aver presentato nel 2009 il film documentario Fratelli d'Italia, nella sezione L'altro cinema. La cosa che più mi  interessa dire è che in quel docufilm Giovannesi ci aveva raccontato senza filtri la realtà dei giovani stranieri che cercano di "integrarsi" nel nostro paese. Tra questi, ritroviamo il giovane Nader, ragazzino egiziano che pur di salvaguardare l'amore per la fidanzata italiana non fa che discutere con i propri genitori. Così come "ieri" in Fratelli d'Italia, anche "oggi" a far da sfondo c'è il litorale romano e un Nader più grande con i soliti problemi legati a una religione che non vuole accettare. L'occhio del regista/osservatore segue la vita di Nader e prova a raccontare ancora una volta la borgata romana, tra i banchi di scuola, tra i pomeriggi in discoteca e sulle panchine dei giardinetti che si improvvisano letti nelle notti più fredde. La macchina da presa si posa più di una volta sugli occhi di Nader, un giovane ingenuo ma al contempo ribelle che maschera con delle lenti il suo castano per un azzurro che fa sicuramente più "occidentale", più italiano. Tutto porta a credere che Nader abbia davvero la forza per cambiare qualcosa, di opporsi a quei fastidiosi paletti piantati da una religione che proprio non comprende. Tutto, o quasi. Almeno fino a quando il suo migliore amico Stefano non mette gli occhi su Laura, sorella più piccola di Nader. Scatta qualcosa, forse quel poco che bastava a mettere di nuovo tutto in discussione nella vita di un così giovane uomo alle prese con la propria identità culturale e sociale. Riesce nel suo essere il film di Giovannesi, proprio perché nel corso del suo Alì ha gli occhi azzurri esplode lentamente questa indecisa collocazione di Nader, uno che non vuole affatto essere un "Arabo"(come lo chiama scherzando l'amico), ma non controlla la ragione al solo pensiero che questi abbia potuto sfiorare la sorella più piccola. La naturalezza dei giovani attori (non attori),  e questi occhioni azzurri che ad un tratto "si staccano" dal volto di Nader per fare spazio alla fragilità, alle incertezze e alle lotte interiori che probabilmente tormenteranno senza sosta un ragazzino che fa di "tutto" pur di sentirsi "parte di", mi portano a credere che il film di Giovannesi sia un valido titolo da tenere in considerazione non solo nel contesto festivaliero, ma in quello ben più ampio del cinema italiano.


Pensando a Pier Paolo Pasolini
Profezia, da Alì dagli occhi azzurri. 1964.

Alì dagli Occhi Azzurri  
uno dei tanti figli di figli,  
scenderà da Algeri, su navi  
a vela e a remi. Saranno  
con lui migliaia di uomini  
coi corpicini e gli occhi  
di poveri cani dei padri 
sulle barche varate nei Regni della Fame. 
Porteranno con sé i bambini,  
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.  
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali. 
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,  
a milioni, vestiti di stracci  
asiatici, e di camicie americane.  
Subito i Calabresi diranno,  
come da malandrini a malandrini: 
«Ecco i vecchi fratelli,  
coi figli e il pane e formaggio!» 

sabato 17 novembre 2012

Festival internazionale del Film di Roma. Vince lo sdegno e perde ancora una volta "il CINEMA".



Ecco, ci risiamo. Per l'ennesima volta un sogno viene frantumato. Una grande esperienza resa inutile e soprattutto, il Cinema che viene miserabilmente "ammazzato"!!! Tenendo presente che sono indietro con le recensioni, dunque la maggior parte di voi non sa quali siano i miei giudizi sui singoli film visti al Festival. Mi scuso per questo e vi prometto che presto le mie impressioni avranno la degna sistemazione. Per chi mi segue su Twitter, ricordo quale fu la mia reazione a caldo dopo la visione del film di Franchi E la chiamano estate, questa: #E lo chiamano cinema? 
Venerdì mattina invece è arrivata per me una grande conferma, avevo anch'io un vincitore, il film che più di ogni altro aveva conquistato ogni minuscola particella del mio corpo e della mia anima: The motel life (e me ne frego del contentino passato come Premio per la miglior sceneggiatura). Mi riconsola sapere che NOI pubblico sappiamo guardare, sappiamo osservare proprio laddove la fiamma divampa. Senza dimenticare il grande rispetto e il pieno apprezzamento per il film di Giovannesi, Alì ha gli occhi azzurri, di cui ho parlato qui. Ma, quello di cui, "egoisticamente" ho bisogno ora, è un attimo di sfogo personale. Vi parlerò presto dei tanti altri film che meritano d'esser messi in luce, senz'altro più del capolavoro d'autore firmato Franchi. La voglia, anzi, il bisogno di liberare il mio disgusto, la mia delusione, lo schifo che in questo momento sto provando e forse solo chi ha vissuto intensamente il Festival, oggi come nelle passate edizioni, può davvero comprendere.
Davvero è dura tirar fuori le parole per descrivere questa terribile sensazione amareggiata, per tutta una serie di cose che sarebbe pure inutile stare qui a scrivere. Perché oramai è ben chiaro cosa accade in questi casi, no? I soldi, i quattrini, il danaro, i milioni...beh, un buon alibi che basti a far passare un obbrobrio messo sul grande schermo per cinema d'autore. Questo accade. Io voglio dire solamente questo, alla Giuria, a questa illuminante combriccola di non senso che vaga per il mondo con gli occhi foderati e i cervelli attufati. Avete proclamato vincitrice una regia squallida, tanto da non capire nemmeno dove essa sia, avete visto nelle gambe aperte della Ferrari la migliore interpretazione femminile, ma dando un'occhiata alla collocazione del Marc'Aurelio si capiscono fin troppe cose... 
Beh, avete lasciato sdegno, per l'ennesima volta, sul Festival di Roma. Avete fatto il possibile affinché le polemiche anche quest'anno sapranno gettare nell'arena i giornalisti e critici di mezzo mondo. Avete recitato e ricoperto il vostro ruolo "a dovere". La Giuria. Mi chiedo cosa si provi a fare la parte degli "assassini del cinema italiano"... 
...i buffoni di corte. 
(applausi...)

I PREMI ASSEGNATI AI FILM IN CONCORSO:
Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film: MARFA GIRL di Larry Clark
Premio per la migliore regia: Paolo Franchi per E LA CHIAMANO ESTATE
Premio Speciale della Giuria: ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI di Claudio Giovannesi
Premio per la migliore interpretazione maschile: Jérémie Elkaïm per MAIN DANS LA MAIN di Valérie Donzelli,
Premio per la migliore interpretazione femminile: Isabella Ferrari per E LA CHIAMANO ESTATE
Premio a un giovane attore o attrice emergente: Marilyne Fontaine per UN ENFANT DE TOI di Jacques Doillon
Premio per il migliore contributo tecnico: Arnau Valls Colomer per la fotografia di MAI MORIRE di Enrique Rivero
Premio per la migliore sceneggiatura: Noah Harpster e Micah Fitzerman-Blue per THE MOTEL LIFE

I PREMI ASSEGNATI AI FILM NEL CONCORSO DI CINEMAXXI:
Premio CinemaXXI (riservato ai lungometraggi): AVANTI POPOLO di Michael Wahrmann
Premio Speciale della Giuria – CinemaXXI (riservato ai lungometraggi): PICAS / PIZZAS di Laila Pakalnina
Premio CinemaXXI Cortometraggi e Mediometraggi: PANIHIDA di Ana-Felicia Scutelnicu

PREMI ASSEGNATI AI FILM DEL CONCORSO PROSPETTIVE ITALIA:
Premio Prospettive per il miglior Lungometraggio: COSIMO E NICOLE di Francesco Amato
Premio Prospettive per il migliore Documentario: PEZZI di Luca Ferrari
Premio Prospettive per il migliore Cortometraggio: IL GATTO DEL MAINE di Antonello Schioppa
Menzione speciale della Giuria ai protagonisti di LA PRIMA LEGGE DI NEWTON di Piero Messina

IL PREMIO ASSEGNATO ALLA MIGLIORE OPERA PRIMA E SECONDA:
ALÌ HA GLI OCCHI AZZURRI di Claudio Giovannesi
Menzione speciale della Giuria al regista e al cast di RAZZA BASTARDA di Alessandro Gassman

PREMIO DEL PUBBLICO: THE MOTEL LIFE di Gabriel e Alan Polsky

P.S. Il pubblico, lo spettatore, colui che VEDE, è il giudice più importante!!!

Fonte della news http://www.40secondi.com

mercoledì 14 novembre 2012

"In quel di Roma", per il Festival del Cinema. (Parte 2)


Prosegue il mio resoconto dal Festival del Film di Roma e torno oggi a parlarvi dei vari titoli in concorso (e non), che nello specifico hanno animato la mattinata di sabato 10 novembre.
Devo ammettere che seguire tutti questi film richiede un'energia e una preparazione fisica non indifferente. Correre da una sala all'altra pur di arrivare puntuale senza perdere nemmeno mezzo fotogramma ha dell'incredibile, altro che la Maratona di Roma...
P.S. Una maratona che mi farebbe correre anche per tutta la vita.


Mental | Fuori Concorso
Australia 113'
Di P.J. Hogan

Chi conosce Hogan può immaginare cosa si celi dietro Mental, già al solo guardare quest'immagine, credo io. Il regista de Il matrimonio del mio migliore amico riesce a tratteggiare attraverso le sue commedie tutte quelle irresistibili, divertenti ma anche drammatiche, sfumature della psicologia umana, o meglio, "femminile".  Dall'amore/ripicca di una giovane ma già affermata Julia Roberts che non accetta le nozze dell'uomo che l'ha amata per una vita, si passa oggi a una situazione più complessa, a turbe mentali più elaborate, e se vogliamo, più ben radicate nell'animo delle protagoniste disegnate da Hogan. Inizierei fin da subito a parlare al femminile...(perché?)

Le cinque sorelle Moochmore sono convinte di essere pazze. Questa loro pseudopazzia le porterà ad essere derise e umiliate dalle vicine di casa e da qualsiasi altra donna australiana che abbia sentito almeno una volta parlare di loro e delle grottesche abitudini familiari, (fin troppo) sotto gli occhi di tutti. Forse nessuna di queste donne ha mai pensato che alla base delle loro esilaranti stranezze potesse esserci un "responsabile", un vuoto, lasciato ogni sera su quella sedia a capo del tavolo. Barry, il (non)padre che dimentica perfino i nomi delle figlie, fa rinchiudere Shirley in un ospedale psichiatrico e per tenere a bada le ragazze si affida a una "insolita" baby sitter, Shaz. La potenza che questo personaggio sprigiona sullo schermo, reso alla perfezione da una sempre splendida Toni Collette, è devastante. Non c'è parola detta da questa donna in tutto il film che non scateni nello spettatore risate, attimi di riflessione e commozione. Una figlia dei fiori trapiantata ai giorni nostri che se ne va in giro a fare l'autostop con il fidato compagno a quattro zampe il cui nome la dice già lunga: Squartatore. Strampalata, ma coraggiosa. Soprattutto l'unica in grado di poter aiutare realmente le Moochmore, la ragazzina che vede gli alieni, quella convinta di essere autistica o la sociopatica che ha tentato di uccidersi a 13 anni. Shaz, con i suoi metodi anticonformisti, si batterà per vincere una volta per tutte la guerra contro i pregiudizi e contro un mondo convinto di avere sul comodino il manuale universale della vita, quello che in definitiva spiega ciò che è sano e ciò che invece è "malato". Lo stesso che però è affetto dai peggiori tic e fobie, quelle che portano gli individui omologati a credere che se canti in giardino mentre stendi il bucato, sei solo una povera svitata...
Il film che più ho gradito in questo Festival di Roma, da non perdere assolutamente. 
Un (quasi)musical spassoso, che fa riflettere e sorridere, con quella lacrimuccia pronta a scivolar via, proprio quando meno te lo aspetti.


Alì ha gli occhi azzurri | Concorso
Italia 94'
Di Claudio Giovannesi




Parliamo del primo dei due film italiani in gara visti al Festival. Giovannesi torna sul red carpet romano dopo aver presentato nel 2009 il film documentario Fratelli d'Italia, nella sezione L'altro cinema. La cosa che più mi  interessa dire è che in quel docufilm Giovannesi ci aveva raccontato senza filtri la realtà dei giovani stranieri che cercano di "integrarsi" nel nostro paese. Tra questi, ritroviamo il giovane Nader, ragazzino egiziano che pur di salvaguardare l'amore per la fidanzata italiana non fa che discutere con i propri genitori. Così come "ieri" in Fratelli d'Italia, anche "oggi" a far da sfondo c'è il litorale romano e un Nader più grande con i soliti problemi legati a una religione che non vuole accettare. L'occhio del regista/osservatore segue la vita di Nader e prova a raccontare ancora una volta la borgata romana, tra i banchi di scuola, tra i pomeriggi in discoteca e sulle panchine dei giardinetti che si improvvisano letti nelle notti più fredde. La macchina da presa si posa più di una volta sugli occhi di Nader, un giovane ingenuo ma al contempo ribelle che maschera con delle lenti il suo castano per un azzurro che fa sicuramente più "occidentale", più italiano. Tutto porta a credere che Nader abbia davvero la forza per cambiare qualcosa, di opporsi a quei fastidiosi paletti piantati da una religione che proprio non comprende. Tutto, o quasi. Almeno fino a quando il suo migliore amico Stefano non mette gli occhi su Laura, sorella più piccola di Nader. Scatta qualcosa, forse quel poco che bastava a mettere di nuovo tutto in discussione nella vita di un così giovane uomo alle prese con la propria identità culturale e sociale. Riesce nel suo essere il film di Giovannesi, proprio perché nel corso del suo Alì ha gli occhi azzurri esplode lentamente questa indecisa collocazione di Nader, uno che non vuole affatto essere un "Arabo"(come lo chiama scherzando l'amico), ma non controlla la ragione al solo pensiero che questi abbia potuto sfiorare la sorella più piccola. La naturalezza dei giovani attori (non attori),  e questi occhioni azzurri che ad un tratto "si staccano" dal volto di Nader per fare spazio alla fragilità, alle incertezze e alle lotte interiori che probabilmente tormenteranno senza sosta un ragazzino che fa di "tutto" pur di sentirsi "parte di", mi portano a credere che il film di Giovannesi sia un valido titolo da tenere in considerazione non solo nel contesto festivaliero, ma in quello ben più ampio del cinema italiano.


Pensando a Pier Paolo Pasolini
Profezia, da Alì dagli occhi azzurri. 1964.

Alì dagli Occhi Azzurri  
uno dei tanti figli di figli,  
scenderà da Algeri, su navi  
a vela e a remi. Saranno  
con lui migliaia di uomini  
coi corpicini e gli occhi  
di poveri cani dei padri 
sulle barche varate nei Regni della Fame. 
Porteranno con sé i bambini,  
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.  
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali. 
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,  
a milioni, vestiti di stracci  
asiatici, e di camicie americane.  
Subito i Calabresi diranno,  
come da malandrini a malandrini: 
«Ecco i vecchi fratelli,  
coi figli e il pane e formaggio!» 


domenica 11 novembre 2012

"In quel di Roma", per il Festival del Cinema. (Parte 1)


Pensare che fino a qualche anno fa, nei miei sogni di bambina, c'era quello di prender parte a un evento tanto importante che riguardasse il cinema, con una sfilza di grandi personaggi e magari con i miei beniamini del grande schermo che da sempre "passeggiano" nella mia testa sognante. Da quando ho iniziato a scrivere un pochino più "sul serio", questi miei sogni si stanno pian piano realizzando, ho avuto la fortuna di incontrare Ennio Morricone, Carlo Verdone, Oliver Stone, John Travolta (e molti altri...) e solo chi ama il cinema tanto quanto lo amo io può comprendere le emozioni che si nascondono dietro queste righe. Non vorrei dilungarmi troppo su questa linea così personale e sentita, anche se non sarebbe male, almeno per me. Vorrei però ora raccontarvi la mia esperienza al Festival Internazionale del Film di Roma (tornando al sogno, un altro, che si realizza...). Ho deciso di raccontarvi il "mio" Festival suddividendo il tutto in 3 o 4 parti, in ognuna delle quali cercherò di fare un breve ma significativo focus sui film visti, in Concorso e non. 

Parliamo dei film visti durante la prima giornata del Festival, venerdì 9 novembre.
Per me il Festival è iniziato venerdì mattina alle nove, anzi, a dire la verità molto prima, visto che ero lì a perlustrare l'Auditorium fin dalle otto o poco più. Arrivare e vedersi un vialone ancora mezzo "addormentato" che ti accoglie,  gli operai alle prese con le ultime messe a punto tecniche, e l'odore di caffè proveniente dai vari bar messi qua e là e dall'adorabile chioschetto nel verde del complesso Renzo Piano. Nonostante l'ora e la calma apparente che si respira all'Auditorium, dentro sta per esplodere quella voglia e quella smania di cinema che  pervade l'anima e il corpo ogni qualvolta ci prepariamo ad entrare in sala...  

Aspettando il mare | Fuori concorso
Belgio, Francia, Germania, Kazakistan, Russia. 109'
Di Bakhtyar Khudojnazarov


E se il mare di colpo sparisse, lasciando laddove prima splendeva il sole tra le onde e i pescherecci solo una triste e desolante distesa di sale e sabbia? Certo a noi appare come una sorta di surreale catastrofe, un evento improbabile forse impossibile. Ma nel villaggio disegnato da Khudojnazarov, autore di Luna e Papa e del Pari e patta che gli ha dato il Leone d'argento a Venezia, il mare è qualcosa che va ben oltre la concezione geografica. Marat ne è l'esempio vivente, un uomo, ma ancor prima un marinaio, che ha deciso di opporsi a un destino tutt'altro che benevolo. Il suo villaggio sta morendo lentamente, sulla vita di Marat grava un insostenibile peso, quello che tempo addietro lo vide responsabile del naufragio della sua nave e con essa la perdita della moglie e di tutto l'equipaggio. Marat è l'unico sopravvissuto alla sciagura, quando torna al villaggio nulla sarà come prima, solo un deserto bianco e salato, fatto di rimorsi e di dolore. Gli abitanti del villaggio ritengono Marat colpevole di un imperdonabile accaduto, il capitano che abbandona la nave è un fatto troppo grave, che non merita comprensioni di nessun genere nella Bibbia dei marinai. Deriso e ostacolato da tutti, Marat inizierà il suo nuovo viaggio verso la vita, quella che aveva abbandonato in fondo al mare insieme alla donna che amava.Gli unici ad appoggiarlo l'amico Balthasar e la giovane cognata Tamara. Le atmosfere poetiche e a tratti epiche di un racconto che sfocia in mare trasportando con sé anche lo spettatore, ricordano molto il cinema d'autore di un grande regista nostrano quale è Giuseppe Tornatore. Un gran bel film, sicuramente uno di quelli da non perdere in questo Festival capitolino.

Centro Historico | Cinemaxxi
Portogallo 90'
Di Aki Kaurismaki, Pedro Costa, Victor Erice, Manoel de Oliveira


Parliamo di un altro film che davvero non può sfuggire ai partecipanti al Festival. Le storie del Portogallo attraverso quattro episodi, quattro brevi ma significative esplosioni di vite e concezioni differenti che, in un modo o nell'altro, ridefiniscono il Centro Historico, quello di Guimarães, capitale europea della cultura 2012.
-O Tasquiero / Tavern man (Kaurismaki). La storia di un vecchio e solitario oste nel vecchio centro di Guimarães.
-Lamento da vida jovem / Sweet Exorcist (Costa). Ventura! Ventura! I giovani chiamano nella notte il nome di quest'uomo. Ma Ventura si è perso, senza sapere più "cos'ha" e "cos'è". E' alle prese con la sua coscienza, malata e piena di dolori e rimpianti. In un confronto reso claustrofobico all'interno di un ascensore, risulta questa la storia più destabilizzante delle quattro, con suoni e immagini surreali molto "similLynch", il che è un tutto dire.
-Vidros Partidos / Broken Windows (Erice). La testimonianza dei vecchi operai di quella che oggi è conosciuta come La fabbrica dei vetri rotti, arriva dritta al cuore e alla coscienza. Un documentario, un tuffo carico di ricordi e sentimenti nostalgici in quei tempi resi memorabili da quegli uomini e da quelle donne che oggi probabilmente non esistono più. Quelli che dividevano le ore nella fabbrica e nella loro casa senza saper più distinguere l'una dall'altra. Le donne che ricordano della loro mezzora concessa per allattare i figli, portati in fabbrica dalle primogenite o da una balia di fiducia. Quelli che hanno rinunciato alla vita in fabbrica per tentare altrove, emigrando in altri paesi. A qualcuno è andata bene, ad altri meno. Si parte da una foto rimasta lì, nella vecchia fabbrica, che ritrae i tanti volti e gli sguardi di quegli operai in mensa. Nei loro occhi si avverte stanchezza, la consapevolezza che di lì a poco sarebbero tornati a spaccarsi le ossa per guadagnarsi da vivere e che le loro giornate oggi e domani si sarebbero ripetute all'infinito, senza diversivi, senza sosta. I loro sguardi che sembrano scrutare il futuro, si incrociano ai nostri, mentre tentano di cogliere quel passato senza comprendere però fino in fondo il vero significato. Perché oggi è tutto virtuale, il lavoro, la vita stessa lo è, siamo tutti finiti nella "rete", intrappolati. Riusciamo davvero a capire quando una donna di quasi ottant'anni parla della sua vita e del fatto che non abbia mai conosciuto la felicità se non sotto forma di una sconsolata allegria? Io credo di no...
-O conquistador, conquistado / The Conquered (Oliveira). Forse il meno chiaro o semplicemente quello che a me ha convinto di meno.  Uno storico guida i suoi turisti nel Centro Storico fino alla collina dove è situata la statua del fondatore del Portogallo, il Conquistador. Conquistado dalla folla di turisti.

Animals | Alice nella città
Spagna 91'
Di Marçal Forés


Di fronte a questo Animals, sorge un dubbio gigantesco, grande tanto quanto l'effetto sconvolgente del film stesso, ovvero: ma con quale criterio hanno selezionato i film in gara nella sezione Alice? Stando alle loro linee quella di Alice è una sezione autonoma e indipendente del Festival che presenta film prevalentemente per "ragazzi" (ragazzini?). Si pensa a questo alla luce anche delle proiezioni che vanno da un Piccolo principe in 3D a un Ralph spaccatutto... Allora io mi chiedo, con quale coraggio si può parlare di Animals come di un film per ragazzi? Ce ne vuole per ammetterlo e lo dico poiché anche il più burbero di un adulto potreste vederlo uscire dalla sala sconvolto e frastornato da un film del genere. La storia è quella di Pol, un ragazzino di 17 anni che custodisce un segreto: la sua preziosa amicizia con Deerhof. Un vecchio orsetto, migliore amico, anima gemella quasi, potremmo dire. Senza starvi a dire nulla di più nello specifico, Animals affronta "senza precauzione alcuna" il dramma del disagio giovanile. Un ragazzino che soffre la vita e fa fatica a integrarsi col mondo che lo circonda. Pieno di dubbi e incertezze sulla sua sessualità e su questo suo speciale rapporto con l'amico giocattolo. La vita di questo ragazzo è resa in maniera devo dire impeccabile dal regista spagnolo, attraverso sequenze che fanno perdere la bussola, attraverso una componente musicale fastidiosa, frastornante e volutamente eccessiva. Così come la voce dell'orsetto, completamente fuori dai canoni delle più tipiche vocine graziose degli amici immaginari che tutti noi, chi più chi meno, abbiamo avuto. Questo film sarebbe andato tranquillamente in concorso, perché vale, ma con una giuria adulta. E' un film che sconvolge perfino i grandi. Una giuria di "bambini" non mi pare proprio il massimo...per tutta una serie di conseguenze che possiamo immaginare. 

giovedì 8 novembre 2012

Il Google Doodle di oggi: omaggio a Bram Stoker



L'8 novembre del 1847 nasceva a Clontarf, quartiere di Dublino, colui che diede vita all'emblema del romanzo gotico del terrore, il Conte Dracula. Abraham Stoker (Abraham Lincoln/cacciatore di vampiri, però...), meglio noto con il nome di Bram, ebbe un'infanzia fortemente segnata da una grave malattia che lo vedeva costretto a letto, incapace addirittura di alzarsi in piedi da solo. Questo andò a influire come potrete immaginare la stessa vita letteraria dell'autore, il sonno senza fine e la resurrezione dei morti saranno infatti temi ricorrenti nel suo Dracula.
Poi però, miracolosamente la sua vita seppe rimettersi in piedi da sola, dando modo a Broker di proseguire senza problemi nelle attività da lui predilette. Si laureò in matematica a pieni voti, lavorò come domestico e come giornalista e critico teatrale a titolo gratuito (anche nell'800?) per il The Evening Mail
A 29 anni conosce l'attore Henry Irving, i due resteranno poi legati da una profonda amicizia, tanto che Stoker divenne suo fidatissimo segretario. Nel 1878 sposa Florence Balcombe e si trasferisce a Londra a dirigere il Lyceum Theatre di Irving. Grazie a Irving, Stoker riuscì a conoscere personaggi importanti come James Abbott McNeill Whistler Arthur Conan Doyle.

Il Dracula di Bela Lugosi 1931

Nel 1890 l'incontro più importante, quello con il professore ungherese  Arminius Vambéry, il quale gli racconta la leggenda del principe rumeno Vlad Ţepeş Dracul, meglio conosciuto come Dracula.  Con questo personaggio Stoker diede vita a un vero e proprio genere non solo letterario. Per scrivere il suo Dracula impegò sette anni, studiò la religione e la cultura dei Balcani e si documentò sulla figura storica del principe Vlad

Il romanzo, Dracula uscì nel 1897, sotto forma di stralci di diari e lettere. Pensare che qui, la protagonista Mina Harker lascia il suo amato umano per consegnarsi al principe e abbandonarsi all'immortalità da "vampira" pur di stare accanto al suo vero amore...

(Eh si...ci ricorda qualcosa...)

martedì 6 novembre 2012

La collina dei papaveri



Siamo a Yokohama, è il 1963. Il Giappone comincia pian piano ad uscire dalla devastazione causata dalla Seconda Guerra Mondiale, e lo fa, puntando tutto sulla "nuova generazione". Saranno infatti due giovani adolescenti, Umi e Shun, ad animare la "lotta" per salvaguardare gli ideali e i sentimenti che aiuteranno il loro paese a migliorarsi, guardando al domani senza mai, però, dimenticare il passato.

La collina dei papaveri è il secondo lungometraggio di Goro Miyazaki (ebbene si, il papà è "un certo Hayao", e ha collaborato in fase di sceneggiatura), lo stesso che nel 1998 intraprende il progetto del Museo Ghibli a Mitaka, ricoprendone il ruolo di direttore fino al 2005. Nel 2006 arriva infatti l'esordio alla regia per Goro, con il film I racconti di terramare, presentato al Festival di Venezia nello stesso anno. Nonostante già qui si potrebbe notare una certa sfumatura registica costruita sulle orme del padre, soprattutto nei tratti che rimandano alle serie animate dei primi anni '70 (Anna dai capelli rossi, Conan, Heidi) il piccolo Miyazaki, prende poi un percorso differente, dando al film un'impronta più tipica del genere fantasy (draghi, maghi e principi). Dal punto di vista letterario, Goro si rifà al ciclo di Earthsea (Il mago di Earthsea, Le tombe di Atuan e La spiaggia più lontana) la cui autrice Ursula K. Le Guin, è considerata una delle più grandi scrittrici viventi del genere.

Se dovessi parlare de La collina dei papaveri usando solo poche righe, due al massimo, vi direi che 
"è prima di tutto la storia di un amore puro, innocente, tra due adolescenti. Legati, ancor prima che dal loro sentimento giovanile, da un destino già deciso prima che nascessero".


La metropolitana ancora non c'è, a Yohohama, è l'anno precedente alle Olimpiadi di Tokyo e non è certo un caso che la dimora in cui vive la giovane Umi sia situata proprio sopra una collina che si affaccia sul porto, ben lontana dal caos e la frenesia della città. Umi (il cui nome in giapponese significa "mare") è la figlia più grande di una famiglia matriarcale, si occupa della casa, delle sorelle e del fratellino, e frequenta l'ultimo anno delle scuole superiori. Nei movimenti studenteschi e tra le scartoffie e la polvere del Quartier Latin, Umi conoscerà Shun, caporedattore del giornale studentesco, con il quale inizierà a vivere un profondo legame. Non anticipandovi nulla sul film, vi chiedo solo di immaginare questa specie di castello/struttura fatiscente costituita da un numero ancora poco chiaro di piani, tra mucchi di polvere e libri di ogni genere. Perché al di là delle metafore e dell'impegno più profondo di cui il film si fa portatore, vedi l'incombere dell'inquinamento di massa, la frenesia della città, la gente che sembra aver perso completamente la calma e la voglia di andare "piano". La donna, il motore del mondo mi verrebbe da dire e non perché stia peccando di femminismo credetemi, però Miyazaki è riuscito a dare alla figura della donna un ruolo splendido e tanto forte, mai visto prima. Questa ragazzina si alza la mattina all'alba, prepara la colazione per tutta la famiglia, va a scuola e nel pomeriggio si presta ad aiutare i ragazzi del movimento studentesco per salvare la vita al Quartier Latin che rischiava di venir abbattuto. 


Umi, come il suo stesso nome vuole, è molto legata al mare e lo si capisce dalle prime sequenze del film, quando la vediamo innalzare una bandiera rivolta al porto con su scritto U e W, in giapponese, Buon Viaggio. Forse questa prassi della giovane è più un desiderio di guardare oltre l'orizzonte e sperare di vedere ancora una volta la barca del povero padre, rimasto ucciso nella guerra di Corea. Forse uno dei messaggi più importanti del film può esser colto proprio qui, nella forza di questa ragazzina di andare avanti, verso il proprio futuro senza mai però dimenticare il passato, le origini. E torna questo anche nelle parole di Shun, durante una movimentata assemblea d'istituto. Torna perché è il regista stesso che lo vuole. 

L'autore di quest'opera fatta di colori e sentimenti, l'ha disegnata coi tratti più semplici ma efficaci, quelli che con l'assoluta purezza e nitidezza delle immagini sanno stravolgere mente e anima dello spettatore che si ritrova lì, a cercare di (ri)organizzare il tempo e lo spazio, cose che sembrano esser momentaneamente scombinate. C'è una sorta di aura magica in sala, si perché quella sensazione che ti lascia addosso La collina dei papaveri è quella di un "nuvolone" di purezza che ti sorprende e ti invade il corpo senza che tu nemmeno te ne accorga. Io sono tornata quella bambina che vedeva Heidi e trovava l'amore nel sorriso di un nonno o nella corsa spensierata sopra una collina...questo per dire che esiste un tipo di cinema che va oltre ogni genere, oltre lo spazio e il tempo. Il cinema che somiglia a un acquerello animato, fatto di musica (splendida ogni traccia scelta da Satoshi Takebe) e messo in moto dai sentimenti più umili, quelli che tutti, chi più chi meno, "abbiamo" lasciato cadere per strada, durante la corsa, che "ci" ha fatti diventare "adulti"...

domenica 4 novembre 2012

Skyfall (imento) totale...o quasi.


Eccoci ancora una volta di fronte all'ennesimo caso in cui si parte gonfi di aspettative e si torna...svuotati fin dalle viscere, cinematograficamente parlando, è ovvio. 
Si mormora in giro dell'ultimo Bond, 23° capitolo di una longeva serie dedicata all'agente doppio zero più famoso al mondo, e si parla già del migliore di sempre. Ma. Sinceramente le voci convenzionalmente all'unisono a me, non hanno mai convinto. Arriva infatti la conferma del mio naturale scetticismo dinnanzi a tutto ciò che, per oscure e misteriose ragioni, viene reso omologato, anche a suon di critica.
Lo stupore di molti amici e conoscenti già mi sta facendo fare delle grasse risate, più che altro mi piace l'idea di uscire dal coro, di stonare quel tanto che serve a lasciare addosso questa insormontabile esigenza di correre in sala a vedere il film in questione, anche solo per venire qui e ribattere con quante più ragioni e sentimenti possibili. Sono cattiva, lo so. Ma ci tengo a sottolineare che non sono pazza, almeno non fino al punto di bastonare un film solo per il gusto di sdirazzare un po'. 

Quando, nel 2006, uscì Casino Royale ricordo la paura di uno stravolgimento inaccettabile di una saga storica così importante e per così tante generazioni. Fu la prima volta per Daniel Craig nei panni di 007 e la seconda per il regista neozelandese Martin Campbell, il quale seppe gestire impeccabilmente già un "battesimo d'agente" nel 1995, con Goldeneye, quando l'iniziato era un giovane Pierce Brosnan. Ma in Goldeneye non fu la prima volta solo per Brosnan, poiché si assiste a una rivisitazione del ruolo di M, affidato a una donna, Judi Dench. Come dire, qualcosa che poteva lasciar intuire il successo di un Casino Royale poteva tranquillamente esserci. E fu così che Campbell lasciò soddisfatti i palati di pubblico e critica con questo rilancio dell'agente 007, affidato completamente all'attore e alla penna del Premio Oscar Paul Haggis.

Veniamo a oggi, e troviamo innanzitutto un vuoto proprio lì, in fase di scrittura del film, dal momento che Haggis non è presente. Ad occuparsi della sceneggiatura in Skyfall John Logan, Neal Purvis e Robert Wade. Dietro la macchina da presa c'è niente di meno che un certo Sam Mendes, regista britannico con alle spalle giusto quattro o cinque titoli che, presi singolarmente, sono ognuno un capolavoro di celluloide, uno su tutti American Beauty, film esordio del 1999. Certo dopo quell'amaro lasciato in bocca da Quantum of Solace nel 2008, diretto da Marc Forster, c'era già "di nostro" un enorme e incondizionato bisogno di caricarsi di fiducia e sperare quasi fino ad esserne certi, in un Bond Epico. Eppure qualcosa non va. Non va perché il primo sbaglio di Mendes è stato quello di prendersi una eccessiva dose di presunzione fino a farla sbrodolare nel film e a dare allo stesso il peggiore degli esiti che cinematograficamente si possano avere. Si avverte l'idea iniziale di dare a Bond una rispolverata che somigli di più a un ritorno alle origini. Il risultato però è quello di uno 007 sempre a metà strada tra il vecchio e il nuovo, che poi non si capisce se parliamo di Bond, o del mondo intero. I continui rimandi a questa antitesi temporale sono davvero necessari? 


Ma il fattore in assoluto che più compromette il mio giudizio su Skyfall, e la colpa più grande che dò al regista è quella di aver sì, trovato un villain straordinario, puntando tutto su un grande Javier Bardem, ma  tanto convincente (forse troppo?) da togliere luce al bel Craig/Bond da rimaner completamente oscurato in tal senso, lasciando dietro di sé solo un'ombra vacillante e dai tratti incerti. E poi quali siano le reali intenzioni di Mendes sinceramente io non l'ho capito, o meglio, ho paura di aver afferrato un fallimentare tentativo di accostarsi a qualcuno che di un (super)uomo ne ha fatto un pezzo di cinema d'autore, e forse qualcuno ha già compreso quello che sto per dire.


Ma, secondo voi, quel parrucchino biondo platino e quell'entrata in scena tanto sbilenca quanto inquietante dove potrebbe mai aver preso spunto se non dal Joker di Ledger che rese epico il secondo capitolo della trilogia di Nolan dedicata a Batman? Dai, è talmente evidente il volersi per forza di cose appoggiare a una scia ancora presente nell'aria, la stessa che però, attenzione, è stata messa lì da Christopher Nolan e non vorrei sembrare troppo nolaniana, ma cos'è che ti fa credere (caro Mendes) di poter tentare nell'impresa senza scivolare sulla tua stessa troppa convinzione? E' palese fin dal trailer di Skyfall: l'hobby di 007? La resurrezione. Beh, avrebbero potuto intitolarlo "James Bond Rises" senza nascondersi dietro un titolo che per carità, può avere il suo fascino nella dicotomia significativa: Cielo-Caduta in riferimento al fatto che tutto il film è impregnato del concetto di poter arrivare in alto, in cielo, solo dopo però aver toccato il fondo. Ma poi a ben vedere Skyfall altro non è che la casa/castello in cui è cresciuto Bond.


Salvando la prima parte del film, dove si riesce ancora ad assaporare quel carico mai eccessivo di action e adrenalina che avevano promosso a pieni voti Craig nel suo Bond/battesimo in Casino Royale, si sprofonda nella noia e nel piattume più sconcertante. Sarebbero bastate poche sequenze a convincere su questo Skyfall. Magari l'inseguimento in moto fin sopra ai binari del treno. Oppure lo scontro sulla vetta altissima nel cielo di Shangai, immersa in un gioco di luci e colori che deliziano gli occhi tanto quanto i sorprendenti titoli di testa e una magnifica fotografia affidata a Roger Deakins.

Gradevole ed elegante la voce di Adele (la sola donna protagonista del film), così come rimangono protagoniste assolute le note di un grande Thomas Newman. Peccato, peccato aver puntato così tanto su un prodotto che avrebbe spento le 50 candeline per Bond senza aver badato a colpi di testa tanto palesi o scelte inutili di cui avremmo fatto sinceramente a meno. A poco serve la bella Aston Martin DB5, l'orologio e il Martini che fanno la BondTradizione se poi mi presenti la triste copia di un Craig/Bale alle prese con la sua rinascita...per non parlare della Bond Girl e dell'infante Q...no, non ci siamo proprio.

Skyfall(imento) totale o quasi...



sabato 3 novembre 2012

Gli incontri da non perdere al RomaFilmFest. James Franco, Walter Hill, Paul Verhoeven e Douglas Gordon


Tre incontri da non perdere in questa settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che lo ricordiamo si svolgerà all'Auditorium Parco della Musica dal 9 al 17 novembre. Ad un prezzo a portata di pubblico sarà infatti possibile ascoltare e vedere dal vivo attori e registi del grande cinema, prendendo parte a dibattiti davvero interessanti. 

Il primo incontro è il 10 novembre alle 16 e 30, con Paul Verhoeven alla Sala Petrassi, presso l'Auditorium. Il cineasta olandese, che tra la fine degli '80 e inizio '90 ha firmato pellicole di successo come RoboCop (1987), Atto di forza (1990) e Basic Instinct (1992), è a Roma per presentare Steekspel / Tricked, suo ultimo lavoro. In questo film, aspetto curioso, Verhoeven ha perfino coinvolto i suoi fan: attraverso i social network, infatti, il pubblico ha determinato lo sviluppo della storia e contribuito alla scrittura dei dialoghi. Nel corso della serata, Verhoeven presenterà inoltre il suo documentario Paul’s Experience

Paul Verhoeven
Il secondo incontro con il pubblico, in programma giovedì 15 novembre, ore 17 sempre in Sala Petrassi, vedrà protagonista il regista, sceneggiatore e produttore Walter Hill, regista di film di culto come I guerrieri della notte, 48 ore e Strade di fuoco, produttore di Alien di Ridley Scott e dei due sequel. Nel corso del Festival il regista riceverà anche il “Maverick Director Award” e mostrerà, in prima mondiale, il suo nuovo film, Bullet to the Head


Walter Hill
James Franco e Douglas Gordon incontreranno il pubblico venerdì 16 novembre alle 17, Teatro Studio in un inedito colloquio su “arti visive, arte cinematografica… e cinema”, che vedrà due personaggi molto diversi: da una parte, James Franco, uno degli attori più apprezzati della nuova generazione, premiato con il Golden Globe per 127 ore,divenuto famoso per il suo ruolo nella trilogia di Spider-Man di Sam Raimi e per la sua interpretazione in Milk di Gus Van Sant; dall’altra Douglas Gordon uno dei più importanti artisti visivi al mondo, premiato a soli trent’anni con il Turner Prize, in grado di lavorare a suo agio e produrre capolavori su media profondamente diversi come video installazioni, film, fotografie, oggetti e testi. 
Douglas Gordon
Il biglietto per ogni incontro avrà un prezzo speciale di soli 7 euro. Agli incontri potranno partecipare gratuitamente tutti gli accreditati (stampa, professionisti, culturali).


Christoph Waltz nel sequel del film dedicato ai Muppet


E come si direbbe nel secondo tempo di una grande partita di calcio, esce Jason Segel e entra Christoph Waltz. Non appena certi della non presenza di Segel al nuovo progetto/sequel sui Muppet, il regista James Bobin e lo sceneggiatore Nicholas Stoller (insieme anche nel primo) non hanno avuto dubbi su come rimediare al vuoto lasciato da Gary/Segel. Ebbene, la scelta ricade su uno degli attori più richiesti del momento, in attesa di vederlo nell'ultimo lavoro di Tarantino, Django Unchained, oppure in Reykjavik di Mike Newell nelle vesti del Premio Nobel per la Pace Sovietico Mihail Gorbačëv, siamo davvero curiosi di vedere come se la caverà a spalleggiare Kermit, la rana più famosa del mondo. 

giovedì 1 novembre 2012

La Giuria del Festival Internazionale del Film di Roma


Il signor Müller, direttore artistico del Festival, ha annunciato i membri della giuria che assegnerà i premi ai film in concorso per questa settima edizione (9-17 novembre 2012). Accanto al presidente Jeff Nichols regista e sceneggiatore di Shotgun Stories, Take Shelter e Mud, troviamo il regista e produttore russo di origine kazaka Timur Bekmambetov, l’attrice italiana Valentina Cervi, il critico cinematografico e direttore di festival statunitense Chris Fujiwara, l’attrice iraniana Leila Hatami, il regista australiano P.J. Hogan e lo scrittore e regista argentino Edgardo Cozarinsky

Jeff Nichols

La giuria attribuirà il Marc’Aurelio d'Oro per il miglior film, il Premio per la migliore regia, il Premio Speciale della giuria, il Premio per la migliore interpretazione maschile, il Premio per la migliore interpretazione femminile, il Premio a un giovane attore o attrice emergente, il Premio per il migliore contributo tecnico, il Premio per la migliore sceneggiatura.

Valentina Cervi

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