giovedì 28 febbraio 2013

The stars (Are Out Tonight), il nuovo singolo di David Bowie


Dopo l'enorme successo raggiunto con il singolo Where are we now, David Bowie torna a deliziare i fan con un nuovo video, diretto da Floria Sigismondi. Fotografa e regista di videoclip musicali, la Sigismondi, aveva già collaborato con Bowie nel 1997, per la realizzazione di Dead Man Walking.

Girato da Jeff Cronenweth, il video vanta la presenza di una grande attrice, forse come nessuna, assolutamente "bowieana", si può dire? Non lo so, ad ogni modo è per sottolineare quanta somiglianza, tra le altre cose, ci sia tra Tilda Swinton e David Bowie, davvero sorprendente. E il video gioca molto su questa "duplicità" (soprattutto sessuale, guardate infatti il modello giovanissimo Andrej Pejic, si fa davvero fatica a non credere che sia una donna...) in senso visivo, poiché la coppia protagonista del video, quella più in là con gli anni, viene perseguitata dai mostri del passato. Quello che probabilmente furono i due un tempo, quando erano celebrità. "Le stelle sono fuori stasera", immagino sia racchiuso tutto qui, il senso di questa canzone e, come al solito, Bowie riesce nell'intento. 


martedì 26 febbraio 2013

Spring Breakers, il nuovo film di Harmony Korine


Dal dramma alienante lasciato nella cittadina di Xenia, il regista e sceneggiatore statunitense , Harmony Korine, torna oggi, dopo il più recente Trash Humpers (2009), a dirigere un lungometraggio. Quello di Gummo fu l'esordio alla regia (1997), e rimane di questo film un'immagine forte, inquietante, che cerca di raccontare senza un preciso filo logico o narrativo, la (non)vita di due ragazzini, Tummler e Solomon.

Oggi parliamo di Spring Breakers, e scendiamo nei meandri delle località da sballo preferite dai giovani negli Stati Uniti (e non solo). Ma, innanzitutto è lecito chiedersi, cos'è questo/a Spring Breakers?


SPRING BREAK (vacanza di primavera) è una settimana di vacanza che hanno a disposizione ad inizio primavera, numerosi studenti degli Stati Uniti e di un certo numero di altri paesi (Canada, Giappone, Corea, Cina, Francia). In genere in questo periodo gli studenti si recano in un luogo turistico, soprattutto tropicale per una settimana di vacanza totale. Questa festa è rinomata anche per i tipici eccessi di uso di alcol e di sesso spinto che la caratterizzano.

Il significato della parola "sballo", divertimento, assume qui, un senso completamente nuovo, carico di sfumature cupe e in grado di mandare in frantumi le nostre aspettative su quello che a un primo sguardo, potrebbe apparire come la commediola americana fatta da ragazzi, per ragazzi. 

Spring Breakers - Una Vacanza da Sballo, è la storia di un gruppo di studentesse sexy e fuori di testa sulla via dell’edonismo, ragazze in bikini e passamontagna che si scatenano in preda agli eccessi dell’alcool e delle droghe. Impugnando armi automatiche, il divertimento per loro assumerà un significato completamente nuovo. Selena Gomez, Vanessa Hudgens e le loro amiche si uniscono a James Franco, in un ruolo assolutamente inedito, per trascorrere le vacanze scolastiche di primavera (spring break), in un modo che solo Harmony Korine è in grado di raccontare.

Questa la sinossi ufficiale del film:

Quattro provocanti studentesse di un college decidono di finanziare la loro fuga per le vacanze primaverili, lo “spring break”, svaligiando un fast food. Ma questo è solo l’inizio... In una notte di bagordi, le ragazze si imbattono in un blocco stradale dove vengono fermate e arrestate per droga. Con i postumi da sbornia e in bikini, vengono portate davanti ad un giudice, ma la loro cauzione viene inaspettatamente pagata da Alien (James Franco), un noto criminale del posto che le prende sotto la sua protezione, facendo loro vivere lo “spring break” più scatenato della storia. Rude all’apparenza, ma in fondo tenero, Alien conquista i cuori delle giovani Spring Breakers, accompagnandole in un viaggio che nessuna di loro avrebbe mai immaginato di fare.

Il film uscirà nelle sale il 7 marzo 2013 distribuito dalla BIM distribuzione
Di seguito il trailer italiano del film.



A me Franco in questa insolita versione, ricorda molto il De Niro di Cape Fear...a voi no?


domenica 24 febbraio 2013

Questa sera il divano è mio, ci sono gli Oscar!!!



Ci siamo, la notte più attesa dagli amanti della settima arte è finalmente arrivata. Come mia consuetudine, ogni anno, prometto a me stessa di seguire la diretta in qualche modo, che sia sul web o in tv. E puntualmente, crollo nel letto come una bambina sfinita, dopo una giornata al luna park. Quest'anno però ho cercato di rinnovare la promessa, contando più che altro sull'aiuto di vari amici/amiche e colleghi, già pronti con le tende, o nelle redazioni o nelle proprie case, per seguire dall'inizio alla fine la notte degli Oscar. La mia redazione sarà come al solito la mia modesta sala, con il mio modesto divano e le mie modeste schifezze di ogni genere purché commestibili. Insomma questo saprà creare la giusta atmosfera per la serata. La macchinetta del caffè è stata preparata e messa già in precedenza a dura prova, quindi anche lei dovrebbe essermi fedele compagna d'avventura. Ma, veniamo a noi. Cerchiamo di capire in linea generale cosa ci si aspetta dagli Academy questa notte. Cosa immaginiamo accadrà e cosa, invece, vorremmo accadesse (e non accadrà). Non posso pronosticare né esprimermi come avrei voluto, perché tra i film in lizza, ne ho visti davvero pochi. Quindi prendiamo questo post come un modo per condividere le nostre preferenze e le nostre perplessità, basandoci su una storia che va avanti da molti anni e, su ciò che abbiamo avuto modo di vedere in questi ultimi mesi, al cinema. Procedendo per scaglioni, rivediamo i candidati di ogni categoria e,  laddove posso dire la mia, la dirò.


Miglior Film
Beasts of the Southern Wild
Silver Linings Playbook - Il lato positivo
Zero Dark Thirty
Lincoln
Les Misérables
Vita di Pi
Amour
Django Unchained
Argo

Basandomi su ciò che ho visto, ossia: Lincoln, Il lato positivo, Django, Vita di Pi, e Amour, dico che il mio Oscar andrebbe a The Master. Ehm, Vale guarda che The Master non è in gara. Ah, pardon. Allora...niente, diciamo che per me vince Lincoln e nemmeno mi dispiacerebbe, ecco. 

Miglior Regia
David O. Russel (Silver Linings Playbook)
Ang Lee (Vita di Pi)
Steven Spielberg (Lincoln)
Michael Haneke (Amour)
Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)

Anche qui direi la stessa cosa, ma in mancanza di quello che a mio avviso poteva tranquillamente beccarsi più di una statuetta, dico che l'Oscar andrà a zio Steven e qui, anche se non griderei allo scandalo, potrei dire che non mi dispiacerebbe affatto se venisse fatto il nome di Lee (ma non accadrà).


Miglior attore protagonista
Daniel Day-Lewis (Lincoln)
Denzel Washington (Flight)
Hugh Jackman (Les Misérables)
Bradley Cooper (Silver Linings Playbook)
Joaquin Phoenix (The Master)

Uh, guarda un po' chi ti trovo qui: The Master. C'è mica bisogno che io sottoscriva che VOGLIO l'Oscar per Phoenix? Naaa... (Incombe Lewis però, incombe eccome)

Miglior attrice protagonista
Naomi Watts (The impossible)
Jessica Chastain (Zero Dark Thirty)
Jennifer Lawrence (Silver Linings Playbook)
Emmanuelle Riva (Amour)
Wallis Quvenzhané (Beasts of the Southern Wild)

Qualcosa mi dice che qui la spunterà la Chastain, ma io, nel mio piccolo bagaglio di visioni, dico che Jennifer Lawrence è stata davvero una piacevole sorpresa...


Miglior attore non protagonista
Christoph Waltz (Django Unchained)
Philip Seymour Hoffman (The Master)
Robert De Niro (Silver Linings Playbook)
Alan Arkin (Argo)
Tommy Lee Jones (Lincoln)

Beh, qui che vi devo dire. Waltz non ha rivali!!! E se lo becca lui l'Oscar, sicuro. Se così non fosse,  potrei spaccare il televisore e annegare nelle mie variegate schifezze nel pieno della notte.


Miglior attrice non protagonista
Sally Field (Lincoln)
Anne Hathaway (Les Misérables)
Jacki Weaver (Silver Linings Playbook)
Helen Hunt (The Sessions)
Amy Adams (The Master)

Io adoro la Adams, però qui, mi sento di fare un nome soltanto: Sally Field alias signora Presidentessa, perché l'ho trovata straordinaria. Però, però, c'è da dire che io ho un debole anche per Anne, quindi il fatto di non aver visto il film mi mette in grandi difficoltà. Credo comunque lo vincerà lei l'Oscar e, non mi dispiacerebbe affatto.

Miglior film d'animazione
Frankenweenie
Pirati! Briganti da strapazzo
Ralph Spaccatutto
Paranorman
Ribelle - The Brave

Con tanto di sottolineatura, non aggiungo altro...e non voglio nemmeno pronosticare nulla. Potrebbe essere rischioso per la mia salute.

Miglior film straniero
Amour
No
War Witch
A Royal Affair
Knon - Tiki

Miglior sceneggiatura originale
Flight
Zero Dark Thirty
Django Unchained
Amour
Moonrise Kingdom

Per me l'Oscar andrebbe dritto dritto a quel gioiellino di una favola dai colori pastello quale è Monnrise Kingdom. Nel dubbio direi anche Django, ma ho paura che nessuno di questi miei film scelti avrà la meglio. Lo prenderà Amour? Zero Dark Thirty? Bah...

Miglior sceneggiatura non originale
Beasts of the Southern Wild
Argo
Lincoln
Silver Linings Playbook
Vita di Pi

Considerato che ho visto il film e ora ho iniziato il libro, devo riconoscere un certo fascino nella sceneggiatura del film di Russel. Non vorrei dire spropositi eh...comunque, credo avrà la meglio Argo qui.

Per il resto delle categorie io mi asterrei...ah, scusate, solo l'ultimissima e riguarda i cortometraggi d'animazione. Io tifo per Paperman. Non può avere rivali!!! Detto questo, io vi saluto e vi auguro una splendida notte piena zeppa di urla improvvise e raptus folli, che probabilmente sfoceranno nei vostri chili di pop corn e litri di caffè. In ogni caso, sappiatelo, sarà una grande notte, perché all'insegna di ciò che più ci fa discutere e ci riempie la vita, Il Cinema.


giovedì 21 febbraio 2013

A.C.A.B.


All Cops Are Bastards, ovvero "i poliziotti sono tutti bastardi". Questo grido di battaglia nasce negli '80 ed era il titolo di un brano del gruppo inglese, noto come i The 4-Skins. Ovviamente questi, erano skinheads e il loro pezzo ebbe tanto successo da diventare slogan della cultura skin. Da questa figura, emersa in Gran Bretagna negli '60 e associata immediatamente alla cultura degli Hooligan inglesi, prende forma,  un vero e proprio culto per gli ultras di ogni tifoseria o appartenenza politica.

Stefano Sollima parte da qui e, soprattutto, dal libro omonimo di Carlo Bonini, per poter realizzare "finalmente" il suo primo lungometraggio. Dico finalmente poiché ci si aspettava qualcosa "di più" prima o poi, da uno che aveva iniziato a stuzzicare la nostra attenzione, con la serie televisiva, Romanzo Criminale. Al di là del valore insito nel cognome, ricordiamo infatti che Stefano è figlio del Sollima (Sergio), papà di Sandokan, nonché autore di pellicole noir come Città Violenta, e western dal grido politico come La resa dei conti, Faccia a faccia. Dunque Sollima figlio, oggi non delude e non potrebbe dirsi altrimenti. Questa, che sembra una presa di posizione, credetemi, è solamente una via che aiuti a esorcizzare gli effetti pungenti e assordanti, che arrivano dritti allo stomaco, proprio come il fischiettare di Cobra/Pierfrancesco Favino.


Cobra, Negro e Mazinga (rispettivamente Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini) sono i protagonisti di questo dramma diretto da Sollima, uscito nelle sale nel 2012. Questi uomini sono celerini, fratelli, bastardi e tutto ciò che bene si adatta all'idea di un gruppo di uomini col manganello in mano, disperati tanto quanto lo stato che vorrebbero difendere/sconfiggere. Pronti a  tutto pur di onorare la divisa che indossano, i principi di fratellanza, anche se questo significa spaccare la faccia indistintamente, solo perché quella violenza che gli dà da vivere, sembra ormai l'unica via di fuga da un mondo corrotto e impazzito. Il coraggio di Sollima emerge fin dagli sguardi "smascheratori" della macchina, quando spoglia i tre protagonisti di fronte alle loro debolezze. Ognuno di questi uomini vive infatti una vita frantumata dai problemi personali. Negro alle prese con una moglie che gli nega la bambina e di conseguenza, la difficile gestione di un divorzio, fatto di liti e soldi rinfacciati a vicenda. Mazinga prima di essere il celerino più anziano è il padre di un figlio che non riesce a seguire, un figlio che vede il padre solo come il poliziotto infame che si diverte a pestare i giovani allo stadio. Forse la figura di Mazinga appare come la più drammatica, perché va a toccare i drammi esistenti in casa, in famiglia. Quando tra persone dello stesso sangue non esiste dialogo, solo disprezzo e rancore. Non è da meno l'asfissiante situazione di Cobra, leader della squadra. Quello più esaltato, fomentato e intrappolato nelle sue stesse idee malate che lo portano a credersi giustiziere del mondo, solo perché non c'è scrupolo che tenga di fronte ai principi della celere. 


Una Roma raccontata dal di dentro, in quello squarcio di una città allo sbaraglio, anello più debole di una società a un passo dal baratro. Sollima si fa narratore e si presta al racconto senza mettere un punto di vista chiaro e "catalizzatore". La sua missione è arrivare fino al cuore della questione. In questi termini vediamo un film che senza filtro, mette in scena le assurdità quotidiane con le quali si confrontano i celerini, protagonisti e vittime delle loro stesse storie. Il mondo si spacca in due, da una parte il poliziotto che col manganello in mano vuole mettere ordine e punire i cattivi. Dall'altra gli indisciplinati, i ragazzi che si divertono a sfasciare le macchine la domenica mentre vanno allo stadio, quelli che vivono la loro vita al ritmo di un inno inquietante e più fastidioso di un fischio all'orecchio continuo. Non c'è un vero eroe nella storia di Sollima, nessuno si salva e nessuno è disposto a trovare la forza che lo aiuti a farlo. 


Il solo messaggio di speranza può intravedersi nella figura della giovane recluta Adriano (Domenico Diele promette a pieni voti, di arricchire il firmamento italiano), quello che fin da subito fa fatica ad abituarsi allo stile di vita dei celerini. Il ragazzo che Cobra all'inizio sembra voler mettere sotto l'ala, lo osserva e in più di un'occasione cerca di impartirgli lezioni che lui stesso, purtroppo, non ha ancora imparato. Alla fine però Cobra perde anche qui, in quella che avrebbe potuto essere la sua prima "vera" vittoria. Adriano volterà le spalle ai fratelli e lo fa stavolta con le idee più chiare. Perché ora la risposta, la giovane recluta ce l'ha: volevo fare la guardia perché è un lavoro onesto

mercoledì 20 febbraio 2013

L'industriale


Dopo aver raccontato la Russia zarista di metà Ottocento, cornice delle vicende biografiche di Dostoevskij nel film, I demoni di San Pietroburgo (2007), Giuliano Montaldo torna con un lungometraggio/ritratto piuttosto suggestivo e drammatico, del nostro paese. Protagonista è infatti, ne L'industriale, un uomo sulla quarantina, in piena crisi professionale ed esistenziale, causata dal fallimento prossimo dell'azienda lasciata dal padre prima e, dai problemi coniugali, dopo. Insomma Pierfrancesco Favino sembra ormai esser nato per incarnare l'uomo perennemente in lotta con sé stesso, quello che grida agli ideali e alla fratellanza ovunque gli capiti ma che finisce sempre, poi, per sporcarsi le mani con le sue stesse debolezze e ossessioni. (Ripenso al Cobra di A.C.A.B.).

Nicola Ranieri oltre ad avere la terribile e inaccettabile paura di perdere tutto ciò che il padre, grande industriale prima di lui, aveva costruito, deve sconfiggere i mostri che lo spingono a pedinare la moglie, ormai troppo distante. Ovviamente Montaldo sceglie Torino come scenografia ideale per un dramma personale, che si allarga poi a tutto il resto del paese. La fotografia di Arnaldo Catinari, in questo senso è più che significativa e funzionale alla narrazione. Grigia, piovosa, tanto da ricordare gli squarci di una Londra di fine Ottocento. Ad incentivare i tormenti di Nicola c'è poi la presenza di una suocera ricca e pronta ad aiutarlo,  pur di non rischiare di veder rovinata la reputazione della figlia Laura e, di conseguenza, quella della propria famiglia. Ma l'orgoglio e la paura non sempre aiutano a gestire situazioni difficili, anzi. 


Quel che aiuta nella visione del film, nonostante alcuni personaggi poco convincenti o scelte narrative che potrebbero sollevare più di un dubbio, è senz'altro la maestria e l'intelligenza di un regista leader in quel cinema comunemente definito: impegnato. Un autore che può vantare titoli dall' impatto forte, per le questioni che affronta, come il potere militare, giudiziario e religioso nei film Gott mit uns (1970), Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973). Non mancano poi i documentari, per ricordarne uno, Nudi per vivere, girato insieme a Elio Petri e Giulio Questi nel 1964. Tornando al film di oggi, presentato fuori concorso al Festival Internazionale del film di Roma nel 2011, diciamo che si lascia ben guardare e vien voglia di premiare in assoluto, la capacità di far combaciare le crisi personali del protagonista a quelle della storia e, dell'Italia. L'assenza di colore spesso porta a riflettere sul futuro di un uomo che diventa stereotipo universale, costretto a sopravvivere e condannato quasi sempre a perdere. Carolina Crescentini ha ormai conquistato il cuore del regista, un pochino meno il mio dal momento che avrei desiderato vedere un'altra donna al fianco di un grande Favino. Qui, ancora una volta a dar prova della sua versatilità attoriale, parlando un dialetto che non gli appartiene eppure, mettendoci tutta la drammaticità del caso. Ultima nota di merito alla parte musicale curata da Andrea Morricone (proprio lui, il figlio di Ennio).

Ricordo che da oggi, mercoledì 20 febbraio è possibile acquistare on line o in tutti i negozi, il dvd  del film-documentario realizzato da Marco Spagnoli, Giuliano Montaldo. Quattro volte vent'anni

Io ho avuto la fortuna di vederlo al Festival di Roma appena passato e, ve lo consiglio vivamente!!!




martedì 19 febbraio 2013

Le idi di marzo


Dal 2002 il buon Clooney sembra dilettarsi davvero dietro la macchina da presa. A ben vedere sono già quattro i titoli da mettere nella filmografia da regista, per l'attore statunitense. Confessioni di una mente pericolosa, Good Night and, Good Luck, In amore niente regole. La cosa incredibile è che il mio approccio a Clooney regista è avvenuto proprio ora, con questo suo ultimo film uscito nel 2011 e intitolato Le idi di marzo. Questo, che fu il film d'apertura alla 68°Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, si presenta allo spettatore come un vecchio thriller politico, molto introspettivo e dotato di una certa sontuosità registica, che sorprende non pochi spettatori, almeno quelli un pochino più scettici di fronte ai raptus illuminanti degli attori che, improvvisamente si sentono anche registi.

Eppure lo scetticismo a volte viene messo a tacere, basti pensare a cosa sta accadendo a Ben Affleck e a quale grande prova abbia dato di sé, facendosi amare molto più come regista che come attore, Argo su tutti! Dunque anche a me un po' frenava questa perplessità, derivante dal mio poco amore per un attore, da sempre visto come il più osannato e sopravvalutato di Hollywood. Invece eccomi qua, soddisfatta per aver assistito a un perfetto ed equilibrato gioco registico, che calibra astutamente movimenti di macchina e fuori campo memorabili. Il tutto, mantenuto saldo da una sceneggiatura ben impostata, a dare il giusto respiro a ciascuno dei personaggi. Era infatti rischio maggiore, secondo me, quello di assistere a una gara spietata tra grandi interpreti, desiderosi di sovrastarsi a vicenda. Questo al contrario, non accade e perfino il giovane Ryan Gosling, perfetto nel ruolo, può dire di non aver sofferto dell'ombra dei grandi che lo affiancavano. 


Il film ripercorre gli ultimi giorni della campagna elettorale per le primarie in Ohio. Il giovane addetto stampa Stephen Meyers/Gosling, viene coinvolto in uno scandalo. A rischio non solo la campagna, ma la carriera dello stesso protagonista, ormai incerto su quelli che credeva suoi "ideali" politici...

George Clooney è il governatore Mike Morris, affiancato da Gosling e dal più anziano fissato con la "lealtà", Paul Zara/Philip Seymour Hoffman. Dall'altra parte il senatore Ted Pullman, il quale può vantare di un responsabile della campagna ben spietato e strategico come Tom Duffy/Paul Giamatti. Anche le parti femminili sono non meno significative e spiccano le performance e i nomi della bella e sempre perfetta Marisa Tomei e la giovane stagista, interpretata da una altrettanto affascinante Evan Rachel Wood.
Non grido al capolavoro, quel che mi ha convinta di più però è stato l'atteggiamento di Clooney nel dirigere i suoi colleghi, mai si prende un'inquadratura presuntuosa o autocelebrativa, anzi. Dedica la sua attenzione a questo cast straordinario e lo fa giocando bene con le luci e gli effetti che le ombre danno, quando in ballo ci sono gli stati d'animo dei personaggi. Memorabile la prima sequenza che vede Gosling prepararsi al dibattito di Morris ed è significativo un confronto con la sequenza finale, molto simile nella realizzazione tecnica, ma del tutto distante per il messaggio racchiuso, proprio nell'epilogo. 


Bene, era dai tempi di Tutti gli uomini del Re, di Steven Zaillian, che non mi godevo un buon film sui disagi degli uomini politici e sulle pugnalate alle spalle dei traditori di ogni giorno, quelle che, per intenderci, riportano al calendario romano, a quelle "Idus Martii", e all'assassinio più noto che la storia ricordi.


lunedì 18 febbraio 2013

Flight


Dopo Cast Away (2000), Robert Zemeckis, si dedica all'animazione per ben tre volte, realizzando film come Polar Express nel 2004, La leggenda di Beowulf nel 2007 e A Christmas Carol nel 2009. C'è chi vede in questa parentesi animata un passo falso del regista statunitense, forse uno con la presunzione di potersela cavare con ogni genere. Ma, io mi trovo da tutt'altra sponda e, sono sempre più convinta che Zemeckis sia uno dei pochi registi in circolazione, capace di dare grandi prove registiche in materia proprio di "versatilità filmografica". 

Oggi parliamo di un film drammatico, Flight. La storia di un uomo alle prese con la propria coscienza e la propria vita, a un passo dal baratro. Ancora una volta torna il concetto del tempo, stavolta però non vi è alcun continuum spazio-temporale e nemmeno quei grandi salti fatti in fase di montaggio esibiti nella trilogia di Ritorno al futuro (Arhtur Schdimt collabora con il regista, l'ultima volta per Polar Express, oggi il nome del montatore è quello di Jeremiah O'Driscoll), non ci sono perché non è la storia a richiederli. Piuttosto, l'uomo di Zemeckis oggi, è un uomo alla ricerca del momento giusto per ritrovare la propria dignità, la forza di uscire una volta per tutte da una vita costruita su misere e patetiche bugie. Un pilota di aerei di linea, presentato subito come un uomo sballato: droga, alcol e un'hostess mozzafiato, sono infatti il biglietto da visita del comandante Whip Whitaker/Denzel Washington. La sola cosa che appare al posto giusto, e non disfatta, è la divisa (metafora fine, un modo per alludere al falso mito delle "apparenze") che indossa subito dopo aver passato la "notte brava". La tratta era fin troppo tranquilla, Orlando-Atlanta, con un'oretta tutti quanti sarebbero giunti a destinazione. Qualcosa però, poco prima dell'atterraggio non va e, nonostante gli assurdi rimedi di Whip per vincere sugli effetti del sonno arretrato, fatti di coca e cocktail alla vodka, il tragico incidente che si prospettava ad alta quota, finisce nell'eroica impresa di un pilota che, ha saputo volare con un aereo al rovescio e riportare a terra un numero significativo di vite umane. Solamente sei uomini, non usciranno vivi dal Jet di Whip, tra questi anche la hostess Katerina, compagna di giochi della notte precedente.


Parallelamente alla vicenda catastrofica, Zemeckis, da buon (astuto) narratore, inizia a raccontarci di Nicole/Kelly Reilly, una tossicodipendente finita nello stesso ospedale di Whip per un'overdose di eroina. Io odio spoilerare e quasi mai finisco in questa trappola, perché ritengo generalmente inutile parlare di "cosa" avviene nel film, a favore del "come". Però permettetemi di annoverare le sequenze in ospedale, l'incontro tra Whip e Nicole, l'entrata in scena del rimorchiatore di fiducia del protagonista (Harling è un irresistibile John Goodman nei panni del tizio stravagante/strafatto che subentra esclamando di essere in lista, ovunque egli si trovi), il ragazzo per le scale con i giorni contati che gli restano da vivere. Viene fuori qui, una parte delicata e significativa che mette lo spettatore, l'uomo, di fronte a un bivio cruciale: ciò che accade, è opera nostra, o volontà di Dio?

A spingere lo spettatore nei meandri delle riflessioni esistenziali, alcune figure scelte e piazzate al posto giusto dal regista, come il secondo pilota, perfetto rappresentante di quella cerchia di fedeli un po' bigotti. Convinti che Dio abbia le mani su tutto, ma tremolanti,  non appena qualcosa inizia ad andare storto. La comunità di recupero cui prenderà parte Nicole e per pochi minuti anche lo stesso Whip. Il tutto necessario a sottolineare che nella vita non sempre la volontà di Dio, qualora ve ne fosse uno, possa dominare il mondo e la nostra vita. Talvolta una catastrofe può dipendere da errori umani, così come un miracolo può derivare da decisioni importanti prese in circostanze assurde. Zemeckis non inciampa in un racconto visto con i propri occhi, ma aiuta a riflettere su come a volte la vita proceda secondo le nostre scelte (come insegnava il buon Doc a Marty, il futuro è le nostre scelte, non può essere già scritto).Un guasto tecnico ad alta quota potrebbe si, esser visto come un fatto imprevedibile dall'uomo e forse, il più tipico degli eventi appartenenti alla  lista delle cose decise da Dio. Al contrario, i fallimenti di un uomo, le proprie debolezze e il non avere la forza di rinunciare a impugnare una bottiglietta di vodka, beh, quello lo decidi tu...
Non c'è Dio o altra mano che conti, se non la TUA. Se non capiamo questo, probabilmente, continueremo a vivere le nostre vite e a prendere ciò che accade, come un assurdo capriccio divino o il più grande dei miracoli di Dio.


Per concludere con un giudizio più critico al film, trovo che Flight possa vantare di un interprete in grandissima forma, forse come non lo vedevamo da tempo. Zemeckis non delude nemmeno stavolta, dopo l'ultimo disastro che ha fatto naufragare Tom Hanks in Cast Away, ritorna l'uomo in primo piano, non sperduto su un'isola, ma inserito in una società ancora più in difficoltà della natura selvaggia. Il viaggio di Whip è verso la propria redenzione. E Zemeckis trova il modo più efficace per renderla sullo schermo, affidandola a un attore come Washington. La sola cosa che mi lascia perplessa è il finale del film. Senza dire nulla nello specifico, mi limito a dire che per me questa storia, poteva tranquillamente concludersi un quarto d'ora prima dei tempi stabiliti dal regista.








venerdì 15 febbraio 2013

Forrest Gump. Come il vento che soffia...


Ormai sono certa di un paio di cose, e non sono molte le cose di cui sono certa. Allora, io amo terribilmente il cinema degli anni '90, e questa era la prima. Bastano un paio di titoli per convincervi(mi) di ciò, e vi dico Edward mani di forbice (1990) e la trilogia di Ritorno al futuro (1985, 1989 e 1990). La seconda, è invece la scoperta di una stima e di un amore mai esploso veramente fino ad oggi, per un regista statunitense che, in un modo o nell'altro, ha segnato la mia infanzia (quasi di pari passo con Spielberg). Voi potreste dire, giustamente, ma come, ha segnato la tua infanzia e te ne rendi conto solo ora? Si.
Parliamo di Robert Zemeckis (eh già, anche Ritorno al futuro è opera sua) e del suo straordinario, Forrest Gump. Era il 1994, ma io personalmente, credo di averlo visto leggermente più avanti rispetto all'uscita mondiale. L'immagine che fin dalla prima visione accompagna, nella mia memoria visiva questo film, è la sagoma di un uomo piuttosto strano, seduto su una panchina a raccontare la propria vita a ogni passante.


Ripercorrendo circa trent'anni di storia degli Stati Uniti (e su questo Zemeckis può dar lezione, visti i suoi precedenti salti spazio/temporali anche nella trilogia), assistiamo alla vicenda personale di un bambino che diventa adulto e vince la sua più grande battaglia contro i pregiudizi e gli orrori del mondo, puntando tutto sulla sua, affascinante "stoltezza". Un uomo che, solo, potrebbe bastare ad incarnare la purezza e la bontà umana, quella di cui ancora oggi, si dubita fortemente. Forrest inizia la sua corsa, sfidando gli ostacoli che la vita non ha esitato a gettargli in strada. I problemi motori, le risa dei compagni e questa incontrollabile esigenza di correre per scappare via, il più lontano possibile. Ed era lontano che doveva volare anche insieme alla sua più grande amica e unico amore, Jenny. La ragazzina, vittima di abusi sessuali paterni, crescerà senza trovare mai pace con se stessa, tra notti di prostituzione e abusi di droga. Nonostante la sua perfezione di donna, bella e raggiante come il sole (Robin Wright è Jenny adulta), il destino non le riserverà un epilogo felice. Forrest invece, nella sua imperfetta grandezza, diventerà l'eroe umile e un po' atipico, capace di trascinare con sé, nella sua "grande corsa" una sfilza di uomini e donne pronti a sposare gli stessi ideali e le stesse cause. Ma la cosa sorprendente è che Forrest  non ha mai lottato per una reale causa. O meglio, seguiva il suo istinto, il suo cuore. Faceva quello che voleva e più volte lo ribadisce a chi curioso domanda delle sue strane iniziative. Come la corsa durata trent'anni dall'Alabama fino all'Oceano Pacifico e poi a quello Atlantico.

Ancora oggi, penso a come sarebbe questo film, se al posto di un Tom Hanks ci fosse stato, chissà quale altro attore. Mi rimane difficile pensarlo, e credo che questa sia una di quelle interpretazione che meglio rimangono nella memoria e nel cuore dello spettatore. Perché Forrest è l'emblema di una storia drammatica ma al contempo avventurosa e fantastica. Il Gulliver moderno, che naufraga nel mondo degli uomini comuni, nel mondo delle brutalità, il Vietnam, la politica e i favori sessuali in cambio di qualcosa (ricordiamo che anche la madre, Sally Field,  si concede al preside della scuola pur di vedere ammesso il figlio). Il romanzo di Swift tra satira e fantasia, racconta le avventure di Gulliver e le suddivide in quattro parti. Zemeckis dal canto suo, servendosi di un montaggio sorprendente, realizzato dal fidatissimo Arthur Schmidt (al quale va uno dei sei Oscar vinti dal film) realizza un film che si potrebbe dire suddiviso in altrettante parti. Jenny - Il Vietnam - Mamma diceva sempre... - La piuma nel cielo e il vento che soffia (certo sono solo le "mie" parti, ognuno è libero di suddividere il film come meglio crede).


Rimarranno nel cuore gli incontri di Forrest e i legami instaurati con personaggi determinanti nel cambiare la vita del protagonista (e dell'America, poiché placherà gli umori con la Cina, grazie al suo talento nel ping-pong), come quello con il mitico Tenente "Daaaan" e il giovane Bubba, entrambi incontrati in guerra. Forrest incontrerà John Kennedy e John Lennon e gli stringerà le mani. Riceverà gli omaggi dal Presidente Nixon e lui saprà "sdebitarsi", smascherando involontariamente lo scandalo che portò poi il Presidente alle dimissioni. (Lo scandalo del Watergate Hotel).


Ispirato al romanzo omonimo di Winston Groom, il Forrest Gump di Zemeckis è stato sceneggiato da Eric Roth e musicato dal sempre straordinario Alan Silvestri. Un film di un impatto immenso, sotto ogni punto di vista, per pubblico e critica. Le battute di Forrest rimarranno impresse nella nostra memoria, tanto da venir assorbite nel linguaggio comune. "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita". E Forrest è esattamente così che ha raccontato e vissuto la propria vita, senza sapere cosa stava per accadere; eppure con una grande capacità di gestire gli eventi e impartire al prossimo lezioni di vita indimenticabili. Un uomo che sa di non essere intelligente ma assolutamente certo del significato della parola "amore". Un film che ti trascina in alto, in balìa degli eventi, capace di trasportarti ovunque sia passato Forrest. In maniera garbata e mai invasiva, come il vento che soffia...


giovedì 14 febbraio 2013

Tema: il mio futuro

Oggi farò qualcosa di insolito, non proprio sulla stessa scia dei post che vi è capitato di leggere su CriticissimaMente fino ad ora. Nonostante questo, però, vi sorprenderete (e mi sorprenderò), di quanto questo, sappia raccontare meglio di me, il senso e le ragioni, se mai ce ne fossero, di tutto ciò che anima questo blog, fin dal principio. In effetti provare a spiegare le ragioni è sempre un po'scomodo, qualunque esse siano, soprattutto se in ballo c'è una persona normale, che ha i suoi alti e, i suoi bassi. Laddove gli alti siano mantenuti e rafforzati da una strana malattia che affligge noi uomini, che ci fa sognare ancora e ci manda continuamente a sbattere contro i muri senza mai farci rinsavire o spronarci a cambiare strada. Questa è la tenacia, la testardaggine. Qualcosa che, se ce l'hai, ce l'hai e basta. Ce l'avevi ieri, ce l'hai oggi e non potrai farne a meno nemmeno domani...

Questo accade quando tua madre un pomeriggio come tanti, decide di rispolverare gli armadi e ritirar fuori anche l'impossibile e immaginabile. Guarda Vale, ho trovato un tema che avevi scritto prima della maturità...
"Il mio futuro". Che fai, lo tieni oppure lo butto?

Lo butti? E che butti nel cestino il mio futuro?
Voglio leggerlo prima di tutto, per ricordarmi di me e di come mi immaginavo dieci anni fa in un futuro ancora da scrivere.
(Oddio come scrivevo male però...)

"Da bambina pensavo a cosa sarebbe successo una volta arrivati al punto in cui la vita ti mette davanti a un bivio, e ti offre più strade da prendere. Io mi chiedevo se sarei stata in grado di scegliere, ed è strano parlarne adesso che, quel momento sta arrivando e mi trovo proprio lì, di fronte a qualcosa di grande e che un po' mi spaventa. Perché quel futuro che prima guardavo con gli occhi di una bambina adesso si prepara a diventare il mio presente. Molti giovani in questo periodo cercano di proiettarsi nel mondo del lavoro, chi già con i propri obiettivi in mente o chi con l'intenzione di proseguire gli studi e fare carriera. Sarei falsa se dicessi che ho già in mente il mio posto nel mondo del lavoro, non so quanto sia giusto o normale, dire che le mie scelte adesso non vogliono seguire nessuna ragione "economica"; quello che adesso mi induce a prendere una decisione è solo ciò che ho di più vero e che mi appassiona. Qualcosa che vorrei realizzare con la sicurezza che, una volta raggiunto, niente e nessuno potrà portarmelo via. So che è importante e ormai necessario cercare qualcosa che porti frutti, arrivare ad una stabilità economica e mantenere serenamente una famiglia. Sono consapevole del fatto che i soldi non fanno la felicità ma aiutano ad essere felici, ma non voglio cadere nella tentazione della ricchezza...vorrei dedicarmi a qualcosa che scavalca gli orizzonti materiali e per me è quello che ci vuole per sentirsi soddisfatti e orgogliosi di noi stessi. Ho imparato da chi ha più anni e esperienza di me, che il mondo spesso è cattivo e quando vuole sa metterci in difficoltà. Gli uomini, la politica, la televisione, chissà quante volte chi si sente sul piedistallo ha cercato di prendersi gioco di noi e lo fa, forse, perché chi ha di fronte è un pubblico ingenuo, che non si pone nemmeno domande. Questo mi spinge a coltivare l'interesse per la conoscenza!
Non è con i soldi che voglio imparare a crescere ma con la capacità di osservare e saper apprezzare e criticare quello che mi circonda. Anche se decidere non è mai stato il mio forte, sono convinta delle mie idee, non per presunzione, voglio crescere perché mi sento ancora la bambina che immagina il suo futuro e ha sempre un po' timore. Proseguirò gli studi e lo farò con tutta la volontà che purtroppo non ho avuto con i numeri e l'informatica. Non so dove mi porterà questa strada, ma dovunque io arrivi, sarò soddisfatta e potrò raccontare anch'io un giorno, magari ai miei figli, di come una bambina col tempo, diventi una donna".

Ed eccomi qua. Oggi. 28 anni, mamma di due bambini, qualche delusione in più sulle spalle ma ancora assolutamente d'accordo con la ragazzina di ieri, che si immaginava il proprio futuro...


lunedì 11 febbraio 2013

Studio Illegale (un obbrobrio in più)


Della serie: "non sempre faccio quel che amo, ma sempre amo quel che faccio". Per dirla ancora meglio, qualcuno doveva pur vederlo, no? Sono tuttora convinta che, vedere, sia in ogni caso la scelta migliore che possiamo fare.Questo ci permette di valutare un'opera, che sia un film, un balletto a teatro, una mostra o quant'altro. Convinta di questa tesi, e solo grazie ad essa, sono riuscita a sopravvivere dinanzi al (non)fascino del film in questione.

E pensare che di base una quasi idea interessante c'era pure. Si, perché il regista Umberto Carteni, già autore della commedia del 2009 Diverso da chi?, si ispira alle vicende di un ex avvocato, Federico Baccomo. Questi, dopo l'esperienza fatta nella giungla cinica e approfittatrice delle aule e degli uffici che animano e svuotano le vite degli avvocati, si licenzia e apre un blog. Con lo pseudonimo di Duchesne, Baccomo raggiunge subito una certa notorietà, il blog ha successo, tanto da aprirgli la strada per la  pubblicazione di un libro vero e proprio. Pubblicato nel 2009 da Marsilio, il libro getta le basi per la sceneggiatura del film di Carteni, scritto a tre mani, da Baccomo-Francesco Bruni-Alfredo Covelli.


Andrea Campi alias Fabio Volo, è un avvocato in carriera che passa le sue giornate negli uffici del noto studio di Milano in cui lavora. Qualcosa però stravolgerà la vita di Andrea, un affare che vede l'acquisto di una casa farmaceutica da parte di una multinazionale araba, metterà infatti l'eterno scapolo cinico e sfrontato ("faccia da piiiirla") alla dura prova contro un rivale mozzafiato e non meno arrivista di lui, con tanto di tacco e accento fvancese, da far perdere la testa. Accanto a Volo, le sagome certo un pochino più rassicuranti, ma non per questo convincenti, di Ennio Fantastichini e Nicola Nocella. Meglio del protagonista perfino la segretaria svampita Valentina, interpretata da Marina Rocco. Con lei almeno, due risate sono assicurate.

Zoe Felix, sei bella ma non balli!!!
Ci si rammarica del fatto che avremmo potuto assistere a qualcosa di più interessante, se non altro più dignitoso. Il film inizia con un evento tragico, come il suicidio di un collega di Andrea. Un atto terribile che sta subito a sottolineare il messaggio che si vuole far passare dallo schermo. L'annientamento della propria persona fino a perdere tutto ciò che ci circonda, che non sia racchiuso in una bozza o in un meeting in ufficio fino a notte inoltrata. Infatti dopo i primi dieci minuti dall'inizio della pellicola, qualcosa ci convinceva o almeno lasciava sperare. Immaginavamo una storia più coraggiosa, che avesse scavato più a fondo nella psicologia di un individuo che si annulla per il proprio lavoro. Che passa dal Sushi alle visitine sporadiche delle zie un po' sballate ma decisamente con una vita più "felice" della sua. 
Quel che dico io, è che avrei preferito di gran lunga vedere un film più introspettivo, più amaro seppur nella veste di commedia. Certo avrebbe dato di più, dell'ennesimo filmetto italiano che punta tutto sulle battutine inutili e nemmeno divertenti di un Fabio Volo ormai improponibile, che ovunque lo si metta è pronto a prestarsi nel ruolo (unico) dell'eterno Peter Pan (ma baaasta!!!).

"Non capisco se questo è uno sguardo acuto o attento..."

Unica, doverosa nota di merito, se così posso chiamarla, la scelta dei brani musicali curati dalla Bixio e affidati a Maxi Trusso. Fa sempre un certo effetto e quasi ammalia, mettendo lì dove ce ne è bisogno "una toppa", un Dio come ti amo di Modugno oppure un Claire de lune di Debussy. Questo fa sempre un gran bene, per il resto...mi domando se sia davvero legale proporre sti film qua...

venerdì 8 febbraio 2013

Sandra Bullock, agente speciale in Corpi da reato


Dopo il successo ottenuto con Le amiche della sposa, commedia del 2011, Paul Feig torna all'opera con un poliziesco tutto "rosa". Eh già, perché i due agenti speciali stavolta saranno interpretati dalla coppia Sandra Bullock e Melissa McCarthy (già vista nel film prima citato). Investigatrice dell'FBI la prima, ufficiale della polizia di Boston la seconda. Entrambe abituate a lavorare da sole, le due police woman si ritroveranno l'una accanto all'altra per fermare un pericoloso boss della droga. 

Il titolo originale è The Heat e l'uscita italiana è prevista per il prossimo 24 Aprile. Quel che promette e incuriosisce, è senza ombra di dubbio la spassosa e innata comicità di entrambe le attrici e, immaginare di vedere per la prima volta (credo) un "Buddy Cop" al femminile...

Ecco il trailer italiano del film


Fonte della news cineblog

giovedì 7 febbraio 2013

Il Grande Lebowski


Quei "geniacci" dei Coen, canaglie di autori straordinari e cineasti sempre pronti a ribadire la loro grande, inconfondibile, "autorialità". 
Dal lontano 1984, quando al Sundance Film Festival si aggiudicano il Premio della Giuria per l'esordio di Blood Simple - Sangue facile, ne abbiam visti di film(oni) firmati Coen. Pubblico e critica quasi sempre in sintonia nel promuovere la brillante filmografia di questi due registi, sceneggiatori, produttori e montatori statunitensi, come una delle più originali e sofisticate del cinema contemporaneo. Senza badare a ristrettezze di genere i fratelli Coen vantano la straordinaria dote di barcamenarsi, senza vacillare, tra cinema d'autore e commedia nera (Ladykillers 2004), per passare poi tra i più classici thriller drammatici (Non è un paese per vecchi 2007), al western (Il Grinta 2010) fino ad esplodere in prove ineccepibili dal sapore "nichilista", e a tratti surreale.


Il Grande Lebowski (1998), la cui storia come lo stesso titolo, si ispira in parte a Il Grande sonno di Raymond Chandler (già fonte per Hawks nel 1946), è una commedia originale e grottesca. Portatrice di messaggi e ideali di una vita basata sul "prendila come viene", tra una partita a bowling e un bicchiere (più di uno in realtà...) di White Russian. Dalla cura certosina prestata alla psicologia dei personaggi, su ognuno dei quali si potrebbe discutere all'infinito, e soprattutto una sceneggiatura che fa innamorare lo spettatore fin dalle prime battute (Lo straniero che parla, introduce e conclude la storia). In realtà dalla primissima sequenza, quella in cui la voce narrante ci prepara e scommette sul fatto che di lì a poco anche noi, avremmo visto in "Drugo", quello che in un certo senso diventa, l'uomo giusto e al momento giusto. Trascinati all'interno della storia, come uno strano gomitolo arboreo spostato dal vento.


Siamo a Los Angeles, anni '90. Jeffrey Lebowski (Jeff Bridges) si fa chiamare Drugo (Dude nella versione originale) e potrebbe esser visto come l'uomo più pigro del mondo. Uno talmente pigro da andare al supermercato in vestaglia e pantofole. Uno che con assoluta tranquillità si vede entrare due tizi in casa a reclamare soldi, il tutto per un beffardo equivoco che vede il povero protagonista, omonimo di un ricco magnate. Non appena i due si rendono conto dell'effettivo malinteso, lasciano l'appartamento, non prima però, di aver marchiato il territorio come fanno i cani. Sarà proprio la "questione tappeto" a spingere Drugo in un'avventura, forse la prima della sua vita, ai limiti dell'action thriller. Il malloppo in mano, un'auto rubata da ritrovare, un rapimento (o presunto tale) e un partner dei più irascibili, fissato col Vietnam. Uno straordinario John Goodman

Ad arricchire il quadro un cast eccellente, oltre ai già citati Bridges e Goodman ricordiamo un altro dei fedelissimi dei Coen, Steve Buscemi così come John Turturro, nel film un pedofilo fissato col Bowling, tanto esaltato da chiamarsi "Jesus". La rossa per eccellenza Julianne Moore, figlia del ricco Lebowski, specializzata  nell'arte delle acrobazie in volo e senza vesti. Un giovane Philip Seymour Hoffman nei panni del segretario tutto fare di Lebowski. Una commedia pazza che raggiunge le vette più alte in sequenze oniriche che portano nei meandri più inesplorati di una pista da bowling e nella mente dell'uomo fannullone per eccellenza. Tutto questo però potrebbe non bastare a fare di Lebowski un vero e proprio Cult. Ed è così che i Coen danno al film tutto ciò di cui necessita una grande pellicola. Una di quelle che segnano un'epoca e le generazioni future. Un film che rilancia una serie molteplice di spunti filosofici e ideali che a distanza di anni ancora sopravvivono e, ancora, nutrono per Drugo un'ammirazione spropositata. Il Grande Leboswki non è solamente una grottesca commedia sita nelle battute memorabili, come quella di Walter: "questo non è il Vietnam, è il bowling. Ci sono delle regole". Quel che rimarrà nella memoria eterna di ogni spettatore è la persona e l'anima di un uomo convinto che vivere la propria vita secondo la teoria infallibile della calma e di un "Hippy C'est la vie", sia comunque la scelta migliore che ogni individuo possa concedersi. Non badare a nulla nello specifico ma non digerire il fatto che qualcuno abbia macchiato d'urina il tappeto, solo perché dava tono all'ambiente. Non fare nulla e non avere un'occupazione che convenzionalmente renda degni gli uomini, soprattutto nella società, di ieri come quella odierna. Essere pienamente consapevoli della propria noncuranza di tutto, e rappresentare al contempo l'eroe dei perdenti, dei nessuno che finiscono risucchiati dall'indifferenza della gente. Uno che rifiuta i passi delle tecnologie future che sembrano minacciare perfino i rapporti intimi degli uomini e delle donne, straordinaria la battuta di Drugo al signor Jackie Treehorn, che tutti ricorderete...(?)


Un grande film, come il Drugo che lo incarna e grandi sequenze che scuotono i punti deboli dell'uomo. La vita, la morte, la fiducia, la competizione e gli "strascichi" che ogni buon allievo arruolato nell'esercito della vita si porti dietro. Perché la vita è così. 
A volte sei tu che mangi l'orso e a volte è l'orso che mangia te...

lunedì 4 febbraio 2013

Re della terra selvaggia, il trailer italiano


Il film che ha fatto innamorare all'unisono mezzo mondo, che sia esso quello della critica o del più comune pubblico che ha avuto la fortuna di vederlo in anteprima, arriva "finalmente" nelle nostre sale il 7 febbraio.

Presentato al Sundance Film Festival nel 2012 dove ha vinto il Gran Premio della Giuria: U.S. Dramatic, il film esordio di Benh Zeitlin è destinato a diventare il film rivelazione di tutto l'anno cinematografico da poco avviato. Girato in 16 mm, con una piccola troupe professionale e con l'aiuto dei residenti di Montegut il film si rifà all'opera teatrale di Lucy Alibar, che ha curato la sceneggiatura insieme a Zeitlin, intitolata Juicy and Delicious. Attori non professionisti e un budget bassissimo, Beasts of the Southern Wild, ottiene ben quattro nomination agli Oscar, per Miglior Regia, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura e Miglior Attrice protagonista alla piccola Quvenzhané Wallis (la più giovane delle attrici mai candidate agli Oscar).

Questa la sinossi ufficiale:

Hushpuppy è una bambina di sei anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sarà più lui a proteggerla. Inoltre la Grande Vasca è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo…


Ansiosa di appurare "de visu" la magia e la poesia racchiusa in questo piccolo grande film. Nel frattempo, guardiamo il trailer italiano del film.

(La bambina si fa amare ancor prima di vederla in azione!!!)
 
                              


Fonte della news cineblog

venerdì 1 febbraio 2013

Una vita difficile. Quando il cinema italiano camminava "a testa alta"...


"Una vita difficile", un titolo che ancora oggi ha la forza rappresentatrice di un'epoca destinata a non finire. Forse ha la cattiva abitudine di ripresentarsi con delle vesti nuove, e questo sospetto che porta a innumerevoli riflessioni, si alimenta dinnanzi a quelle meravigliose imprese che hanno contraddistinto il cinema nostrano, negli anni d'oro della commedia italiana
Perdonate le premesse talvolta un pochino contorte, ma la cosa più straordinaria che capita a me, non appena finito di vedere un vecchio film, è tutta quella serie di scombussolamenti mentali e morali cui vado incontro. Usare la parola "capolavoro" è sempre poco conveniente, si corre il rischio di venir condannati per troppa "faciloneria critica", dunque la evito (se posso). Ecco, questo è uno dei rari casi in cui io,  davvero, "non posso". 


Dino Risi dirige nel 1961 Una vita difficile, raggiungendo con esso le vette più alte mai eguagliate (a mio avviso) da pòsteri, italiani e non. Raccontare con la macchina da presa vent'anni di storia italiana, non è cosa da poco. A incarnare gli animi e le vicende di un intero paese è la figura di Silvio Magnozzi (una delle più riuscite e memorabili interpretazioni di Alberto Sordi), giornalista ex partigiano e soprattutto uomo di solidi ideali. Il film ripercorre i fatti che vanno dalla Resistenza al Boom Economico, spostandosi dalle sequenze iniziali nei pressi del Lago di Como, passando per Viareggio in un paio d'occasioni, fino a Roma. La capitale era in quegli anni centro propulsore di rivoluzioni culturali, politiche e artistiche e lo stesso protagonista del film sottolinea più volte la sua ferma decisione di non voler assolutamente "emigrare". Accanto a questi però compaiono ideali che vedono un uomo felice e convinto di poter condividere la vita con una donna, creare una famiglia e crescere un figlio al quale poter insegnare che, a volte, dire "no" può significare vivere di solo pane e acqua, ma a testa alta. 

Elena (una splendida Lea Massari) è la figlia della proprietaria borghese di un albergo, la stessa che salverà Silvio dal fucile di un soldato tedesco. La donna porterà il partigiano nel vecchio mulino del nonno, offrendo tutte le amorevoli cure e le attenzioni del caso. L'amore dei giovani vivrà al passo della fine della guerra e di un'Italia desiderosa di ricostruirsi. L'armistizio dell'8 settembre, la nascita della Repubblica e l'attentato a Togliatti. Tutte tappe alle quali Silvio non mancherà di prestare appoggio, sacrificando la propria libertà e la propria persona. Nonostante la fermezza di Silvio, questi ideali a un certo punto avranno la peggio, perché Elena inizia a non comprendere seriamente quanto valga una vita fatta di rinunce e sacrifici. Il tutto poi si complica con l'arrivo di un figlio. Saranno queste diversità e la figura forte della madre di Elena a far allontanare più di una volta i due. Sottopagato e frustrato dalle condizioni in cui è costretto a vivere un uomo che non vuole scendere a compromessi, Silvio si ritrova da solo, incompreso dalla moglie e dal mondo che lo circonda. Andrà in carcere dopo le rivolte del '48 e lì, inizierà a scrivere il suo romanzo, dal titolo, Una vita difficile.

Sordi si cimenta qui, nel ruolo credo più complesso e significativo nel panorama del cinema italiano. Non è più il mascalzone, il vigliacco scansafatiche, o la macchietta dell'italiano medio. Silvio è un eroe semplice, che ha scelto di vivere a pane e acqua pur di non tradire se stesso e i propri principi. La poesia e la verità racchiuse in sequenze che resteranno marchiate nella memoria collettiva (in primis degli italiani), come la cena in casa Rustichelli durante la proclamazione della vittoria della Repubblica. Oppure la memorabile scena all'alba, davanti al locale di Viareggio (in realtà era Marina di Massa), quando Silvio ubriaco inizia a sputare per strada alle automobili e ai pullman di tedeschi, gridando loro di ritornare al proprio paese perché l'Italia fa schifo. Un gesto che racchiude in sé l'essenza di un uomo e la terribile difficoltà del non volersi "accontentare" all'idea di chinare il capo e servire il padrone. L'esame di Silvio all'università e le parole del professore: "le lotte contadine e la resistenza non contano in questa sede" rimbombano nella testa di chi sta li a guardare e di quanti hanno sacrificato la propria vita per quelle lotte schifate dagli accademici. Il discorso di Silvio, ubriaco, ad Elena poco prima di abbandonarlo per tornare a Viareggio. Quelle parole sincere e piene di rabbia di un uomo che non viene compreso e la domanda al pastore: "tu sei felice?", di una poesia "tanta", da poter bastare per gridare al "capolavoro".


E direi che basta tutto questo, consapevole del fatto che stiamo parlando di un qualcosa che ha dato tutto ciò che poteva. La sceneggiatura di Sonego (uno dei più grandi autori del cinema italiano che ha scritto una sostanziale fetta della filmografia di Sordi), straordinaria e dettata poi dall'esperienza personale dello scrittore, che fu partigiano e giornalista, proprio come Silvio. La bravura straordinaria di un attore il cui nome risuonerà in eterno e la regia maestra dello stesso padre di capolavori "altri", come Il Sorpasso, I complessi, In nome del popolo italiano, I Mostri, Pane amore e...


Tutto questo fa di Una vita difficile il Capolavoro necessario a comprendere la forza e la magia di un cinema dimenticato, lasciato lì. Quello che ancora oggi però, a distanza di anni riesce a smuovere qualcosa dentro, qualcosa che ci porta a credere che domani, magari, qualcuno trovi il coraggio di ribellarsi a una società corrotta e priva di ideali, dandole un ceffone in pieno viso e gettarla in acqua. Per poi uscire di scena, malvisti  forse, ma orgogliosi e fieri, "a testa alta"...

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