venerdì 29 marzo 2013

Piccoli omicidi tra amici


Quando vidi Trainspotting, secondo film di Danny Boyle, capii immediatamente che questo regista godeva di una dote innata. E promisi a me stessa che avrei dovuto recuperare tutti i suoi film, a partire dall'esordio. La cosa assurda è che questa promessa nasce per esorcizzare un trauma, quello che io subii per la visione del film ispirato all'omonimo romanzo di Irvine Welsh, credo l'unico film che mi abbia messo in serie, grosse, difficoltà. Sotto ogni punto di vista, è stato devastante. 

Questo regista inglese ha qualcosa in più, qualcosa che affascina al di là dell'assoluta riuscita della pellicola, voglio dire, seppur nell'imperfezione, come accadde in The Beach. Però dal 2000 a oggi Boyle ha realizzato      horror fantascientifici, 28 giorni dopo, commedie (vedi Millions) e ancora drammi dal sapore Sci-Fi come Sunshine (2007). Nel 2008 arriva l'enorme successo con The Millionaire, film che incassa ben otto statuette. Non troppo tempo fa vidi anche 127 ore, e di nuovo la sensazione di assistere a uno spettacolo asfissiante, che non ti dà vie di fuga. Nell'attesa che arrivi in Italia Trance io ho pensato bene di chiudere la filmografia di Boyle con l'ultimo tassello mancante, il primo, della sua filmografia: Piccoli omicidi tra amici.

Parlare di Boyle, significa parlare di un regista "eccessivo", disturbante, ma in ogni caso fondamentale per stimolare la nostra mente più critica e vogliosa di scavare nello schermo, pur di ricavarne anche l'impossibile e insospettabile. Capiamo che nonostante l'ironia con la quale si avvia il film, Piccoli omicidi tra amici, promette quei risvolti inquietanti tipici del regista inglese. Ovviamente lo capisce con estrema facilità, uno spettatore che, come me, ha completato la sua filmografia al contrario, è insolito ma capita. Siamo a Edimburgo, e i tre giovani protagonisti condividono lo stesso appartamento, con una camera pronta ad accogliere un nuovo inquilino. Ad introdurci nella casa una porta rossa, che spezza l'armonia dei colori più tenui del resto della casa. Il rosso riempie lo schermo fin dai titoli di testa e la voce di David/Christopher Eccleston fa da prologo. Una musica frastornante e una macchina da presa che sembra affetta da schizofrenia. Un inno all'amicizia recitato da un volto smorto, assente e la cosa già ci piace e insospettisce...


I tre straordinari interpreti danno prima prova di sé durante le audizioni per trovare l'inquilino giusto. Kerry/Juliet Miller e Alex/Ewan McGregor sono esattamente gli inquilini che non vorresti avere, perché sono tanto matti da risultare persino simpatici e la cosa è molto inquietante. Alla fine l'inquilino giusto sembra essere questo Hugo, un tipo strano, uno scrittore. Che guarda caso decide di togliersi la vita la prima notte passata nella nuova abitazione. I ragazzi avrebbero chiamato la polizia, lo avrebbero fatto senz'altro. Ma una valigia piena zeppa di soldi, può stravolgere il più normale e decoroso ordine degli eventi, e delle menti umane...
Nonostante all'inizio la calma sembrava avere la meglio, qualcosa manda in tilt i piani. David non supera il trauma che questo giochino tra amici gli ha causato, perché a lui è toccato il compito più brutale, quello di occuparsi personalmente della fase "tagliuzza il cadavere". Bravissimo Eccleston nella parte del più mite dei tre che a un certo punto subisce la metamorfosi più totale e terribile. McGregor è fantastico anche da sconosciuto, ho provato a dimenticarmi di lui per un attimo e mi sono resa conto della sua grandezza, della sua versatilità. Alex è quello che apparentemente porta i panni dello stupidotto, lo sballato che si crede chissà chi e invece...e invece il suo Alex è proprio la mente più sopraffina tra gli amici disegnati da Boyle. Kerry è la più tipica delle arpie femminili, non aggiungo altro.


Il film, per concludere, è un gioiellino che indossa le pietre più caratteristiche della cosiddetta Black Comedy, l'umorismo nero che agli inglesi piace tanto e riesce così bene. Piccoli omicidi tra amici è l'esordio di un genio che sparpaglia qua e la nel suo film, chiari riferimenti ai maestri che di certo gli hanno insegnato molto. Almeno uno. La scala a chiocciola che provoca vertigini, uccelli in soffitta, i coltelloni da cucina, un uomo disturbato che si fa voyeur e spia gli amici nella propria casa. 
Si insomma, non credo si debba aggiungere altro...

giovedì 28 marzo 2013

Max Gazzè. Da un'onda del mare, a una porta chiusa.


Quando conobbi Max Gazzè, il tutto avvenne all'insegna dell'euforia e di una rara gioia, data dal poter canticchiare una canzone che portasse il mio stesso nome. Era l'estate delle prime cotte, quelle in cui parlavo con Vasco Rossi nei miei sogni e lo imploravo di scrivere un pezzo che parlasse anche di me. Dopo Sally, Jenny, Gabri, Toffee e se me ne dimentico qualcuna perdonatemi, era giusto per rafforzare il periodo, non capivo perché Vasco ancora non avesse pensato di ispirarsi al mio nome. Perché?

Fu così allora, che nel '98, quando ascoltai per la prima volta Cara Valentina, tutti i miei mali sembravano essersi dissolti, soavemente, tra le note di questa canzone che, finalmente, parlava un po' di me. Credo che la mia ammirazione e il mio debole per il cantautore romano, siano in grandissima parte legati a questa faccenda, non posso certo nasconderlo. Poi però l'idea che ti fai, su un cantante e sulla sua musica, può cambiare, diventare più forte oppure svanire insieme all'entusiasmo del momento, che ti ha reso sua fan solamente per pochi minuti. E non è questo il (mio) caso.

Cara Valentina era parte del secondo album di Gazzè, La Favola di Adamo ed Eva, uno dei miei preferiti (ovviamente), quello che ci ha dato pezzi indimenticabili come Vento d'estate o Una musica può fare, aggiunta successivamente per la Sanremo Edition, era il 1999. Ma il pezzo che in assoluto io consiglierei di ascoltare a quanti magari ancora non lo conoscessero è L'amore pensato, bellissima!!!



L'esordio di Max però, avviene un paio di anni prima, nel '96, con l'album Contro un'onda del mare, presentato al tour di Franco Battiato in versione acustica. Qui, quella che ricordo meglio è Sul filo. Si capisce che a contraddistinguere questo cantautore ci sia una forte contaminazione di generi e l'originalità che a quel tempo sicuramente poteva far discutere parecchi critici e non, ma di certo non lasciava indifferenti. Il successo ottenuto con il secondo album prosegue fino al 2000, quando presenta a Sanremo Il timido ubriaco, un altro pezzo di enorme successo. Il video è straordinario, ricordo il primo piano, il buio e la sua sagoma illuminata da un fiammifero e il tutto a rimarcare il tempo che passa, ogni cosa si fa metafora e il suo servirsi del linguaggio ha un potere enorme sull'ascoltatore, non può non stuzzicarti l'anima.  Nel terzo album, intitolato Max Gazzè, ci sono anche altri brani degni di venir citati, come Su un ciliegio esterno, L'uomo più furbo e Elemosina, traduzione questa di una poesia di Mallarmé.


In questi tredici anni Gazzè ha realizzato altri cinque album, Ognuno fa quello che gli pare?, Un giorno, Tra l'aratro e la radio, Quindi e l'ultimo Sotto casa. Onde evitare di stare qui a parlare di Max per altre due ore, vorrei chiudere l'articolo lanciando una sorta di sfida interpretativa, anzi sfida no, confronto di idee, suona meglio. Sotto casa, il brano che ha portato a Sanremo 2013, insieme a I tuoi maledettissimi impegni, ha riscontrato un successo enorme. Tutti la canticchiano in macchina, in casa oppure in giro per le strade della città. Sembra piaccia a tutti e tutti l'hanno accolta e adottata come canzoncina simpatica che rompe una volta per tutte le barriere ostinate dell'indifferenza e, della paura del confronto con l'altro. Io però ho il sospetto che Sotto casa piaccia a tutti e nessuno l'ha realmente compresa e se conosco un po' Max, questa è per lui, la sua più grande vittoria...
Le parole a volte esprimono un concetto, un'idea, ma a far da contrasto ci pensano le immagini. Ogni volta che guardo il video dò alla canzone una nuova interpretazione, ne rimango sempre più sorpresa e attratta. Lui qui è divino, inquietante e di una velata, seppur così evidente, ironia affilata che ti mette a disagio e ti farebbe aprire qualsiasi porta (o chiuderla?)...

                         


P.S. Max, quando ti rivedrò sul grande schermo? Non mi rispondere "Mentre dormi" perché potrei rimanere offesa...


mercoledì 27 marzo 2013

Magnifica presenza


Per quanto uno si sforzi di rimanere piantato coi piedi saldi all'obiettività e alla difficile accettazione del fatto che, nel momento in cui ci mettiamo a scrivere, i gusti personali debbano restare fuori, l'impresa è piuttosto complicata. Non ci credo alla critica fiscale, quella che non fa nemmeno uno strappo alla regola. E poi perché regole...qui parliamo di Arte, e nella mia concezione di Arte tutto è concesso e niente è proibito.

Premesso ciò (colei che scrive si deve pur tutelare in qualche modo, no?), parliamo dell'ultimo film di Ferzan Ozpetek, Magnifica presenza. Addirittura qui fioccano candidature e riconoscimenti da ogni dove, ben otto ai David di Donatello e nove ai Nastri d'argento. Ma gli elogi troppo ufficiosi a noi non convincono, io lo dico sempre...Come il film stesso, anche la storia di Pietro/Elio Germano, è ambientata nel 2012. A far da sfondo la Roma di oggi, nello storico quartiere di Monteverde alto. Una casa da riassestare un po' e un sogno nel cassetto, quello di diventare un attore. Questo spinge Pietro a lasciare la sua Sicilia per avventurarsi nella capitale. Insieme alla cugina, Maria/Paola Minaccioni,il giovane inizia ad ambientarsi nella nuova città, trovando lavoro in una pasticceria e godendo gli attimi di solitudine davanti a un album di figurine storiche.


Il film cerca di dirci fin da subito chi è Pietro, una persona sensibile, con difficoltà a relazionarsi al prossimo soprattutto se questi è un uomo. Non è la solita commedia drammatica, perché la normalità del genere viene stravolta da una insolita presenza nella casa di Pietro. A metà strada tra il film in costume/storico e quell'horror più blando, psicologico, Ozpetek tenta di mescolare la vita del protagonista con quella di una compagnia teatrale vissuta durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci piace l'idea, ci piace persino questa sottile sovrapposizione dei fantasmi che abitano in casa e quelli che dimorano invece nell'anima di Pietro. Non per niente anche lui fissato con il teatro e dotato di una grande sensibilità che, probabilmente, gli dà il modo di interagire con queste ombre del passato. Il tutto agli altri sfugge, dunque il film è quanto di più introspettivo e personale si possa raccontare. Però qualcosa in tutto questo affresco sembra non andare, c'è la sensazione del "capolavoro" mancato. Perché l'idea di ispirarsi a Pirandello e ai suoi Sei personaggi in cerca d'autore è molto interessante. Come è stato ben gradito, almeno per quanto mi riguarda, quanto esposto prima e dunque l'impronta onirica e storica data alla pellicola. 

Non mi va giù però l'idea di prendere tutto questo e frantumarlo letteralmente, volendo così ostinatamente incanalare la storia sulla solita via imboccata per l'ennesima volta. Mi spiego: c'era davvero bisogno che Pietro fosse omosessuale per fare di lui, quella magnifica presenza alla quale tu regista, aspiravi ad ogni costo? Era necessario riempire il film con tasselli incomprensibili e dei quali avremmo fatto volentieri a meno? Mi viene in mente la presenza di Mauro Coruzzi in arte Platinette, per dine una. Oppure penso a un'attrice che fino a qualche anno fa ammiravo molto e oggi sta cambiando qualcosa. C'è davvero bisogno che Margherita Buy faccia la depressa svampita in ogni film faccia? Io non credo.


Così come non credo che si debba intendere il cinema come unico e insostituibile mezzo, per esorcizzare le proprie ossessioni, le proprie debolezze. Anche, per carità. Il cinema arriva laddove il resto nemmeno può immaginare. Ma attenzione a non abusarne...L'omosessualità dichiarata di Ozpetek rischia di annientare e far scivolare nella ripetitività la filmografia del regista. Capita allora che qualcuno, come me, non recepisce più nulla da questi film che sembrano doppioni reimpastati e sfornati, solamente con colori diversi ma la sostanza poi, assaporando, è la stessa. Non cambia. Quel che fa più male è vedere un grande attore come Germano, perdersi in queste debolezze del regista che lo ha diretto. Forse la sola, unica, magnifica presenza è lui, ma non certo nella sua performance migliore.


martedì 26 marzo 2013

Casinò: dall’immaginario di Scorsese alla realtà italiana ed europea



Sam Rothstein detto Asso (Robert De Niro), Ginger McKenna (Sharon Stone) e Nicky Santoro (Joe Pesci), sono questi i tre protagonisti di “Casinò”, film capolavoro di Martin Scorsese, che nel 1995 si ispirò al Casinò: Love and Honor in Las Vegas di Nicholas Pileggi, romanziere con il quale aveva già collaborato. Proprio da un suo testo era stato infatti tratto il plot di una precedente pellicola del regista newyorkese, “Quei bravi Ragazzi” (1990), che insieme a “Casinò” e a “Main Street” (1973) forma la cosiddetta mafia trilogy del regista. Un film che addirittura Scorsese non voleva girare, preso da altri progetti, e che si rivelò  un successo clamoroso; per Sharon Stone, che ottenne la candidatura come migliore attrice sia agli Oscar che ai Golden Globe, vincendo in quest’ultima occasione, e per lo stesso Scorsese, candidato come migliore regista. All’italiano Dante Ferretti andò invece il Nastro d’Argento per la scenografia.

Rispetto al libro, il film è tuttavia più orientato verso la descrizione del mondo criminale che, almeno in quegli anni in cui si ambienta la pellicola, non raramente si nascondeva dietro il gioco d’azzardo. Poco spazio è quindi dato all’amore e all’onore ai quali Nicholas Pileggi faceva cenno nelle sue pagine, mentre a fare la parte del leone sono l’egoismo e l’arrivismo dei tre protagonisti che, benché stretti tra loro da forti legami amorosi e amicali, mettono in atto tutti una serie di intrighi per prendere il sopravvento l’uno sull’altro: Ginger, donna spietata e manipolatrice, per arricchirsi alle spalle del marito Asso; quest’ultimo per non essere scavalcato dall’amico Nichy, che lo affianca nella gestione del casinò Tangers, di proprietà della famiglia mafiosa dei Gaggi. Scontri che alla fine del film porteranno la sconfitta di tutti, e la vittoria di nessuno.


Dopo quasi un ventennio dalla sua uscita nelle sale di tutto il mondo, il film di Scorsese continua ad essere di grande attualità, non solo perché è molto amato dagli appassionati cinefili, ma specialmente per la diffusione che il gioco d’azzardo, con i suoi casinò online e terrestri, sta sempre più ottenendo in Italia, così in Europa, negli Stati Uniti e in Asia. Sempre più, difatti, secondo le stime mostrate dalle statistiche, sono i milioni di dollari investiti in questo tipo di attività. Che dire, difatti, dei 50 milioni di euro spesi in Francia per trasformare Marsiglia nella nuova Montecarlo? Non minori investimenti sono stati approvati in Spagna per l’Eurovegas di Madrid, o nella russa Vladivistock, città che sarà praticamente interamente dedicata ai casinò e al poker.

Anche in Italia le proposte non sono mancate, di recente il Comune di Taormina era in pressing per un casinò, e ancora prima ci avevano provato Trieste e San Pellegrino Terme. Idee che in effetti vanno considerate senza ironia, considerate le difficoltà economiche in cui versa l’Italia e quanto i casinò siano poli d’attrazione per il turismo, anche se c’è da dire che in Italia, questo tipo di iniziative non hanno mai dato grandi riscontri positivi. Dei quattro casinò attivi sul territorio italiano, difatti, quello di Venezia, per problemi finanziari, e in fase di privatizzazione, quello di Sanremo è stato mantenuto dal comune con grandi difficoltà, e un piano di rilancio promosso costato 7 milioni di euro. Insomma, i risultati non sono incoraggianti in questo senso.

Scritto da Antonio Geremicca

lunedì 25 marzo 2013

Liebster Award. Sono stata nominata!!!


Tu guarda il caso delle volte che cosa non fa! Stavo notando proprio in questi giorni che negli ultimi post dei miei amici e colleghi, altro non si discuteva che di questo Liebster Award. Sapete, nel mondo della blogsfera accadono cose strane..."Chissà se qualcuno penserà a me..."? Mi son detta. E fu così che il mio carissimo amico Bradipo questa mattina mi fa: "ti ho appena assegnato un Liebster Award!". Che dire, la cosa rientra in quella fetta delle piccole ma impagabili soddisfazioni, quelle che nemmeno pensavi esistessero, quindi un grande, grandissimo GRAZIE al mio collega per aver fatto anche il mio nome. Però, c'è un però...come tutti i giochini che si rispettino, esistono delle ferree regole da rispettare ed è bene sottolineare che qui, partecipano solamente i blog che abbiano un numero inferiore ai 200 lettori fissi o followers, come preferite: 


1) ringraziare chi ha assegnato il premio citandolo nel post.
2) rispondere alle undici domande poste dal blog che ti ha premiato.
3) scrivere undici cose su di te.
4) premiare undici blog che hanno meno di 200 followers.
5) formulare altre undici domande a cui dovranno rispondere gli altri blogger.
6) informare i blog del premio.

I ringraziamenti li abbiamo fatti, ora arriva il bello. Rispondiamo alle domande del Bradipo.


1) Perchè hai avuto in mente di aprire un blog? Non  potevi drogarti o ubriacarti come fanno tutti gli altri?
Sono un'anticonformista per eccellenza, se i tonni vanno "là", io mi butto "di qua". Il motivo serio però è che ero del tutto stufa di scrivere "a gratis" per altri siti o testate on line. Allora ho detto, sai che cosa c'è? Inizio a scrivere per me e per gli altri, ma lo faccio come dico io, a modo mio e puntando tutto quel che ho su un progetto che è mio fin dentro le ossa. Così è nato CriticissimaMente.
2) Il tuo umore è mai influenzato dalle statistiche del tuo blog?
Eh eh eh, si.
3) Con quale attività paghi le bollette e quale lavoro avresti voluto fare?
Per le bollette e tutto il resto, purtroppo, tutto questo non ha un chiaro senso. Ho 28 anni e il mio problema è che fino ad oggi ho pensato solamente a studiare e fare la mamma di due bambini a tempo pieno. A quanto pare per il mondo del lavoro questa è eresia, e non gli va bene. Sognavo di campare con questa mia passione, oggi subentra la consapevolezza e il sogno inizia a sfumare. Se c'è un lavoro in cui io mi vedrei bene, e se riesco nell'impresa lo farò, è l'infermiera. 
4) La tua più grande paura?
Perdere tempo.
5) Il disco , il film e il libro che ti porteresti sull'isola deserta.
Il mio film da isola deserta è Big Fish, il libro è Il piccolo Principe e l'album (What's the story) Morning Glory? degli Oasis.
6) Sempre a proposito di isola deserta, con chi ci vorresti trascorrere qualche mese, giusto per conoscersi meglio?
Con me stessa. Al massimo con il mio Johnny (Depp).
7) Il tuo sogno irrealizzabile?
Cantare The Great Gig in the Sky come Clare Torry.
8) Se tu fossi un politico e ne avessi il potere che cosa faresti come prima cosa?
Eliminerei i miei colleghi, e me.
9) Un film che ti sei sempre ripromesso di vedere e invece non lo hai mai fatto?
L'Avventura, di Michelangelo Antonioni.
10) Il film che avresti voluto vedere ma non è mai stato realizzato?
Se ci penso me ne verrebbero troppi in mente, quindi, boh...
11) A quale regista proporresti una sceneggiatura scritta di tuo pugno e perchè( non vale dire perchè lo adoro come regista)?
Proporrei a Tim Burton una serie di racconti scritti per esorcizzare la paura del buio, della notte. Perché è grazie al suo cinema che un bambino può davvero imparare a convivere, accettandoli, i mostri e le paure ad essi connesse. (E poi perché lo adoro...^_^)

Siccome è appena giunta una nuova nomination, per la quale devo ringraziare Beatrix, aggiorno il post con le  altrettante 11 risposte previste dal giochino.


1) Qual'è il film che hai detestato di più in tutta la tua vita?
Carnage, perché è troppo vero. Quel vero che urta i nervi...
2) L'attore e/o regista cinematografico che proprio non sopporti?
Orlando Bloom, lo detesto.
3) Il cinema italiano è morto o solo svenuto?
Una buona parte credo sia finita. Come una parentesi troppo importante che si chiude per forza a un certo punto. Però qualcuno ci prova a tenerlo in vita, per fortuna.
4) Ma Michael Bay è un regista?
Bad boy bad boy what you gonna do...
5) Se potessi avere?
Quello che non ho.
6) Cosa c'è nella tua borsa?
Un mondo. Nulla da invidiare alla tasca di Doraemon.
7) E sul tuo comodino?
L'amico immaginario, un libro.
8) Era proprio necessario stò Liebster Award?
A sto punto me lo domando anch'io...
9) In cucina. Prepari la cena o lavi i piatti??
Tutte e due.
10) L'ultima promessa fatta e non mantenuta?
Domani smetto...
11) Saresti disposto a piantare baracca e burattini e trasferirti, all'estero?
Con i bambini mi rimane complicato. Però ci penso spesso...


O mamma, devo dire undici cose di me...

1) Mi piace scrivere e parlare, perché sono le prime cose che ho imparato a fare.
2) Sono una mamma a tratti svalvolata, ma fondamentalmente felice.
3) Mi sorprendono le cose più semplici, quelle che ai più sfuggono perché nemmeno se ne accorgono.
4) Adoro Vasco Rossi, i Negrita e gli Oasis. La mia canzone preferita è November Rain.
5) Ho un sacco di domande alle quali non avrò mai risposta, ma sono felice per questo.
6) Subito dopo il cinema viene la passione per i fornelli, dovreste assaggiare il mio tiramisù oppure i miei tagliolini allo scoglio...
7) Da piccola ho fatto i provini per lo Zecchino d'Oro, cantando Volevo un gatto nero. Oggi ho un gatto nero, si chiama Persia, ma non sono una cantante.
8) Seguo il calcio, oggi un po' di meno. Ma in terza elementare ho fatto a botte con un mio compagno perché aveva detto Roma Merda!
9) Piango come una neonata quando vedo Non ti muovere, infatti se posso evito di guardarlo.
10) Sono lunatica e permalosa.
11) Le decisioni più importanti della mia vita le prendo la mattina appena mi sveglio.

Bene, di più non saprei dire. Ora le domande per i Blog che saranno nominati:

1) Come ti è venuto in mente di aprire questo blog?
2) La prima cosa che ti viene in mente se dico excelsior?
3) Cinema è...?
4) Il film che vedresti per il resto della tua vita senza intervalli e senza poter mai abbassare il volume?
5) Se potessi dire qualcosa al tuo regista o attore preferito, cosa gli diresti?
6) Il concerto più bello della tua vita?
7) La canzone più brutta che ti è capitato di ascoltare in radio mentre eri in macchina?
8) Se la tua vita avesse una colonna sonora, quale sarebbe?
9) Volere è potere, ci credi?
10) La recensione più bella che hai scritto e di cui vai particolarmente fiero/a?
11) Ora che sei sfinito/a per tutto ciò che ti ho costretto a fare, puoi anche dirmi tutto quello che ti passa per la testa. 

I Blog nominati sono:


Non mi vogliate male...e buon divertimento!!!



domenica 24 marzo 2013

Black Mirror. La serie tv che non ti aspetti.


Togliendo Grey's Anatomy, credo che la mia conoscenza in materia di serie televisive sia oggi, pari allo zero (mi perdoni il mio caro amico e collega Cannibale). Da quando sono diventata mamma il mio tempo a disposizione, quello che prima, per intenderci, passavo sul divano a sgranocchiare schifezze vedendo di tutto e di più, è solo un ricordo lontano...
L'ultima serie che ho provato a seguire è stata The Mentalist, anche qui, oltre alle mie difficoltà nel gestire le briciole di tempo, mi capitava una cosa assurda, ovvero tutte le volte in cui la beccavo in tv, ritrovavo proprio quei due o tre episodi che avevo (già) visto. Al che ho lasciato perdere.

Fortunatamente il mio tempo oggi, sembra aver ripreso una forma più plausibile, se non altro accettabile. Così, qualche sera fa, non appena metto a letto i bambini, mi capita sott'occhio qualcosa di insolito. Dico insolito perché erano già passate le undici, eppure, nonostante la stanchezza, c'era qualcosa che mi faceva tenere gli occhi aperti. Mi riferisco alle immagini confuse e frastornate/nti di una donna che sembrava in grosse difficoltà, e di fronte al dolore e alla sofferenza tanto evidenti della poveretta, una folla di spettatori riprendeva il tutto con i propri smartphone, pronta ad applaudire nei momenti più terribilmente "spettacolari". Inizio ad indagare come posso e scopro essere l'ultimo episodio della seconda stagione di una serie tv inglese chiamata Black Mirror. Una trilogia per l'esattezza, dunque dovevo ad ogni costo recuperare le altre due puntate. E così ho fatto...

Torna da me

Bene, diciamo innanzitutto che l'autore(genio) di questa serie è Charlie Brooker, il tizio che praticamente ha scritto e prodotto la miniserie che tutti vorremmo vedere profeticamente realizzata , Dead Set. Già perché a chi non farebbe piacere vedere la casa del Grande Fratello invasa dagli zombie?
Nell'ordine in cui sono state mandate in onda, abbiamo Vota Waldo! - un episodio graffiante e paradossale quanto i vari e chiari riferimenti alla realtà politica nostrana, non aggiungo altro (per non spoilerare). Dico solamente che protagonista è un orsetto virtuale (Waldo), dietro al quale si nasconde l'irriverenza e la sfrontatezza di un comico, che vuole candidarsi. Battendo la concorrenza con strategie mediatiche spietate.
A seguire Torna da me, il più angosciante, a mio avviso. Quello che attraverso il dolore umano porta alla follia più estrema e smaschera i nostri tic, le nostre debolezze. La nostra ormai irreversibile dipendenza dai social, da questo specchio nero che troviamo praticamente ovunque e che, esigiamo, ovunque noi siamo. Orso Bianco è invece colui che chiude il cerchio, e lo fa vestendosi dal più tipico degli horror sulla redenzione. Anche il più confusionario, molto Lynchiano potremmo dire...

Orso Bianco

Oggi, di fronte alle innumerevoli serie che la televisione (o tutto ciò di cui disponiamo) ci offrono, c'è da fare un'accurata e ragionata selezione. Ora, io non ho competenza in merito, perché come vi dicevo ho perso completamente contatti con questo mondo. Però, se una cosa oggi posso dirla, con certezza, è che nel taccuino dove annotate le vostre serie preferite, merita un bel posticino, senz'altro, questa straordinaria Black Mirror...
vedere per credere.



P.S. Sembra che Robert Downey Jr. abbia comprato i diritti di una puntata della prima stagione, per farne un film prodotto dalla Warner...

sabato 23 marzo 2013

Paradiso amaro


Ultimamente i miei gusti cinematografici sembrano essere sballati completamente, ma questo non significa che la cosa debba per forza dispiacermi, anzi. Potrei partire dal fatto altrettanto insolito che riguarda le traduzioni italiane che, il più delle volte, stravolgono (uccidendolo) il film che da oltreoceano arriva nelle nostre sale. A pensarci bene The descendants non mi avrebbe incuriosita più di tanto, e nemmeno avrebbe contribuito a farmi fare un'idea sul film. Paradiso Amaro ha qualcosa già nel suono che produce, un messaggio che quasi non lascia via di scampo. Quell'amarezza che permea il titolo, non abbandona di fatto, nemmeno per un istante, lo spettatore che deve saper gestire questo inspiegabile contrasto che c'è, tra lo sfondo paradisiaco delle Hawaii e il dolore pronto ad esplodere dallo schermo, senza preavviso, proprio come nella vita. 

Quella della commedia amara che sottilmente scava nell'epidermide, è una prerogativa del cinema di Alexander Payne. Dopo sette anni, dopo quel viaggio indimenticabile di Jack e Miles (Sideways - in viaggio con Jack) il regista statunitense, torna dietro la macchina da presa per seguire e raccontare, passo passo, la corsa disperata di un uomo, simbolo della commiserazione e del dissesto psicologico maschile. Una corsa che non ci dà mai modo di sapere dove vuole arrivare, nel mentre però, quello che sappiamo per certo, vince la presa di coscienza da parte di un uomo fondamentalmente solo, incapace fino a ieri di comunicare con le figlie e di badare ad esse, se non delegando il tutto nelle mani della moglie. 


A mettere in moto tutto è un incidente in mare, nel quale la moglie di Matt/George Clooney, avrà la peggio. Dal coma irreversibile si arriva poi alla terribile decisione di staccare le macchine, di porre fine a quel briciolo di vita (se così possiamo chiamarla) rimasto alla donna. Ad animare il tutto, questa interminabile attesa, sarà il rapporto di un padre disperato e impreparato, con le sue due figlie. La più grande, Alexandra/Shailene Woodley, è una bella tipa, ribelle e dalla parolaccia facile. Quella che ha dovuto toccare con mano la fine del matrimonio dei genitori, sorprendendo la madre con un altro uomo, prima e sostenendo il padre durante il lungo e difficile percorso dell'accettazione, dopo. La giovane Woodley incarna a meraviglia una piccola donna capace perfino di prendersi cura del proprio padre, perché spesso incapace, ma anche perché affranto da tutto il dolore e le umiliazioni che gli stavano piovendo addosso. Clooney è davvero una sorpresa che lo spettatore non potrà mai dimenticare. La stella di Hollywood che diventa umano? Un uomo goffo, inadatto e deriso dalla sua stessa fallimentare esistenza?


Ebbene, quando vediamo la corsa disperata e comica di Matt, per raggiungere gli amici e dunque la verità sulla relazione della moglie, ci viene un nodo in gola e l'affanno, come se stessimo correndo insieme a lui, bramosi di saperne di più. Le espressioni facciali di quest'uomo, il suo essere a disagio continuamente, fanno quella che io considero, la prova più umanamente alta, di Clooney. Mi rimane dentro al cuore lo sguardo di Matt e il dolore inesploso di fronte alle parole pungenti e cattive del suocero, mentre lo rimprovera per aver rovinato la vita alla figlia. Oppure le parole in ospedale, le ultime parole. Senza rabbia o rancore solo l'immenso dolore di un uomo che di colpo ha dovuto affrontare per ben due volte la perdita della donna amata. Accettare che lei avrebbe chiesto il divorzio e accettarne la morte. Poco contano gli affari e la storia della vendita del terreno cui sarà coinvolto Matt. La sola cosa che qui conta, è che di fronte alle prove più dure cui ci sottopone la vita, non esiste l'eroe, non esiste il divo. 
Esiste solo l'uomo...

mercoledì 20 marzo 2013

AS Film Fest 2013, un Festival uguale agli altri. Però diverso



Sono aperte e gratuite le iscrizioni alla prima edizione dell’ASFF - AS FILM FESTIVAL 2013, primo festival del cortometraggio ideato ed organizzato da ragazzi con Sindrome di Asperger. Il bando – visibile al link www.asfilmfestival.org scade il 15 maggio 2013. Il festival si terrà a Roma  a metà giugno 2013. 

Poco nota in Italia, la sindrome di Asperger, una forma di autismo ad alto funzionamento, è stata spesso rappresentata al cinema e in televisione: ne sono affetti il personaggio della hacker Lisbet Salander della serie Millenium di Stieg Larsson, il protagonista investigatore delle serie Monk, l'ultimo Sherlock Holmes televisivo interpretato da Benedict Cumberbatch. Personaggi Asperger sono presenti in altre serie, tra cui ParenthoodBoston Legal, The Big Bang Theory e Grey's Anatomy.

Realizzato dal Cineclub Detour di Roma e dello Studio Kilab con la collaborazione del Gruppo Asperger Onlus e sostenuto dall’Agenzia Nazionale per i Giovani nell’ambito del programma comunitarioYouth in ActionAS Film Festival non è un festival sull’autismo, ma un festival cinematografico vero e proprio fatto da persone con autismo. Come in qualunque altro festival – spiegano gli organizzatori - sono previste proiezioni, incontri, ospiti, una giuria, dei premi. Insomma, un festival uguale agli altri. Però diverso!. Il gruppo di lavoro, coordinato da Giuseppe Cacace, è composto da quattro giovani universitari, tutti under 25, con Sindrome di Asperger: Francesco Campolo, Giulio De Amicis, Marco Manservigi ed Elena Tomei.

AS Film Festival prevede due sezioni competitive ed una vetrina speciale: la sezione Punti di Vista, per cortometraggi di qualsiasi genere e argomento e la sezione Ragionevolmente Differenti, per lavori senza limiti di durata, genere e tecnica dedicata ai filmaker di ogni età con Sindrome di Asperger o con disturbi pervasivi dello sviluppo e, più in generale, ad opere che raccontino storie legate alla Condizione dello Spettro Autistico.  La vetrina speciale del festival sarà dedicata ai cinque anni della rassegna CINEMAUTISMO, curata da Marco Mastino e Ginevra Tomei per l’Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Il regolamento per partecipare – a iscrizione gratuita - e il modulo di iscrizione da compilare sul sito del festival: www.asfilmfestival.org. Due copie in dvd (ammessi anche file video avi, xvid, divx, mkv e mp4) di ogni lavoro dovranno essere spedite entro e non oltre il 15 maggio 2013 – farà fede il timbro postale - all’indirizzo postale AS FILM FESTIVAL - Via Di Novella 10 - 00199 ROMA. Due le giurie, una per sezione, che elargiranno premi in denaro e/o in attrezzature audio-video.


Al link www.youtube.com/watch?v=TyA4b_bRFUE lo spot dell’AS FilmFestival realizzato dallo staff del festival.

Cos'è la Sindrome di Asperger?

La Sindrome di Asperger è un disturbo pervasivo dello sviluppo  ed è comunemente considerata una forma dello spettro autistico ad alto funzionamento. Gli individui portatori di questa sindrome sono caratterizzati dall'avere una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi molto ristretti. Diversamente dall'autismo classico, non presentano ritardi nello sviluppo del linguaggio o dello sviluppo cognitivo ma sono frequenti disturbi legati all'apprendimento non-verbale, alla fobia sociale e al disturbo schizoide di personalità.


lunedì 18 marzo 2013

Elogio dell'inutilità


Inutilità: l'essere inutile, condizione di ciò che è, o si ritiene, o è riuscito inutile: i. di una cura, di un rimedio; vista l'i. dei miei sforzi, ho dovuto desistere; i risultati provano l'i. di simili tentativi; vista l'i. della mia presenza qui, posso anche andarmene; sostenere l'i. di un metodo.

Questa è la definizione, piuttosto sintetica, che della parola "inutilità", ne dà la Treccani. La cosa si complica quando questa, da sostantivo, diventa aggettivo. Allora non rimane che il superfluo, il vano. L'essere inefficace, che non serve a realizzare un certo fine. Che brutta storia questa dell'inutilità...
Ma, aspetta un secondo, chi e cosa dà a me, essere umano, la facoltà di proclamare inutile qualcosa? In questo periodo di crisi (dove per me la crisi sta frantumando soprattutto i cervelli degli italiani, ancor prima dei loro portafogli) non si fa che discutere del problema dei giovani laureati a zonzo per il paese, quelli che, per intenderci, hanno intrapreso un percorso umanistico. Ecco dunque che, le papere urlatrici, si preparano ad entrare in scena, convinte, dall'alto della loro laurea "utile", che un giovane con il pallino delle Lettere non arriverà mai da nessuna parte. "La laurea in lettere te la dai in faccia", si ok, l'avrò sentito dire almeno un miliardo di volte e in maniera molto concentrata in quest'ultimo periodo della mia vita (un po' particolare). 

Vi è mai capitato di mettere in discussione tutto, perché quello che state facendo vi appare all'improvviso come la cosa più assurda che possiate fare? Beh, a me sta capitando questo. Sto iniziando a chiedermi sul serio se quello in cui io credo, quello che amo di più al mondo, sia davvero "giusto". Opportuno, non so nemmeno come definirlo. Per un attimo ho pensato di rimettere in ballo la mia vita, cambiando completamente strada e tentando di fare una scelta con il solo e unico fine che risponda alla (maledettissima) legge del lavoro. Quando ho preso in mano gli alpha test, quelli che ti preparano per le professioni sanitarie, ho iniziato con tutto l'entusiasmo e la convinzione che a volte mi appartengono. Poi però hanno iniziato a prendere il sopravvento episodi insoliti, tipo allucinazioni e vocine nelle orecchie a punzecchiarti, come piccolissimi aghi. Mi capita di leggere cose assurde nel web e mi rendo conto di quanta ignoranza dilaghi nel nostro paese. Mi viene in mente il laureato in economia che dice che la colpa è anche dei genitori, quelli che sono cresciuti con il mito della carriera del letterato e che, sbagliando e rovinando la vita ai figli, trasmettano le stesse identiche convinzioni. Oppure l'avvocato che lamenta il fatto che una laurea triennale in lettere non può dar diritto a farsi chiamare "dottore". Eppure avvocato, io, con la mia laurea triennale in Lettere, ho fatto la bellezza di 35 esami con un rapporto crediti/contenuti davvero sballato e inverosimile. Però va bene, non è questo il problema, ognuno può credere ciò che vuole. Ed è in queste assurdità che io, ho ritrovato le mie risposte.

Cara Vale..."non ragioniam di lor, ma guarda e passa".  (Le allucinazioni di cui vi parlavo)

E credetemi se vi dico che per me, che siate avvocati, ragionieri, ingegneri informatici e tutto quello che volete (con tutto il massimo rispetto per queste professioni, ovviamente), l'inutilità della mia laurea, non può e non deve proclamarla nessuno all'infuori di me. Perché è un qualcosa che appartiene a me, qualcosa che rappresenta una parte importante della mia vita. Sacrifici, soldi, libri che ho odiato dalla prima all'ultima pagina eppure capaci di insegnarmi tanto. Delusioni, vittorie e soddisfazioni...inutile? Non lo crederei nemmeno se a dirmelo fosse Dio in persona!!!
Nessuno può stabilire l'inutilità di una cosa se non gli appartiene. E nessuno deve permettere a chiunque, di sputare veleno e schifo su ciò che a "noi" (gli sfigati laureati in Lettere, Scienze della comunicazione etc.), ancora oggi dopo tante delusioni, sa renderci orgogliosi e fieri. Io sarò matta, ma credo che il problema del nostro paese non risieda nel fenomeno cosiddetto delle Lauree Inutili, anzi, credo che ci si debba adoperare per fermare questo indegno movimento che è culturalmente barbaro, perché corriamo il rischio di insegnare ai nostri figli che studiare non serve a nulla. Che il segreto di una vita felice e appagante non si trovi nei libri bensì nelle sporche raccomandazioni, nelle conoscenze e nei falsi abbracci di chi sa pugnalarsi alle spalle non appena ha l'occasione. Sono convinta che in questo paese manchi qualcosa come la MERITOCRAZIA e non mi piace immaginarla come una forma di governo. Vorrei che la gente credesse ancora nella meritocrazia e applicasse questo principio nella vita normale, nel modo di pensare, di leggere i quotidiani e di navigare su internet. Vorrei che la gente pensasse alla meritocrazia quando si accinge alle urne elettorali. Vorrei che la gente credesse alla meritocrazia prima di vedere nel cielo una fumata bianca. 
Ma più di ogni altra cosa al mondo io, Vorrei che la gente la smettesse di dire che la mia, sia una Laurea inutile oppure, se questo proprio non fosse possibile. Vorrei che la gente iniziasse ad apprezzare l'inutilità...

"L'inutile e il superfluo sono più indispensabili all'uomo del necessario".
René Barjavel, Se fossi Dio... (1976)

domenica 17 marzo 2013

One Day


"Sto invecchiando, sto impazzendo, oppure sto solo cambiando? Magari un po' tutte queste cose insieme". Beh, potrebbe essere l'inizio del libro che non avrò mai il coraggio di scrivere ma, lasciamo stare ora, e parliamo di cinema.

Quella che si spaccia da sempre come la cinica per eccellenza, che non si fa scappare una lacrima nemmeno a tirargliela via a calci, sta prendendo una strana e imprevedibile "piega". Me ne rendo conto quando capito per caso su alcuni film, che scarterei a priori, per il genere che mi è distante forse. Ma ogni volta deve esserci quel "non so che", che catturi la mia diffidente attenzione. Allora quando vidi questo titolo in basso al televisore One Day, mi son detta vabbè, la solita pappa per inguaribili romantiche che, associano il cinema a fiumi di lacrime, ripagate con il lieto fine da favola rosa. Che brutto sbaglio a volte il pregiudizio...

La regista danese Lone Scherfig (quella di An Education), parte dal romanzo omonimo di David Nicholls e comincia a ricostruire, portando con sé lo stesso scrittore, la storia di Emma Morley/Anne Hathaway e Dexter Mayhew/Jim Sturgess fin dal loro primo incontro, la notte della laurea. Siamo a Londra, ed è il 15 luglio 1988. La prima cosa che capiamo dei due protagonisti è che sono estremamente diversi. Lei pacata e a modo, seria e soprattutto una di quelle che fa fatica a ricordare una notte d'amore, come un trofeo da collezionare ed esibire in vetrina. Lui invece, più estroverso, ricco e desideroso di sfondare nel mondo dello spettacolo. Da quella notte insieme i due si ritroveranno coinvolti in un lento e intenso evolversi, di situazioni e coincidenze che, in un modo o nell'altro, li faranno riavvicinare ogni anno, lo stesso giorno (15 luglio). Quello che rapisce nell'immediato l'attenzione, è questo insostenibile e inevitabile macigno sito nella fatalità della vita, delle occasioni che abbiamo mancato, le parole che non abbiamo mai detto, o troppo tardi. Insomma un doloroso crescendo, tra alti e bassi, che sfocia nell'epilogo più spietato e imprevedibile. 


I modi graziati e sinceri della bella e ambiziosa Emma, fanno innamorare chiunque, indistintamente, uomini/donne/bambini si, insomma, ogni essere vivente (pluricellulare e unicellulare). Il suo modo di affrontare un sentimento tanto forte che riesce a perdurare senza sopraffare, soltanto rifugiandosi nell'idea che l'uomo che ama sia il suo più grande, prezioso amico. Seppur in una maniera del tutto differente da Emma, anche Dexter vedrà in lei il suo punto di riferimento. La donna della sua vita, che chissà per quale assurda legge fisica, non potrà mai esserlo e, in un certo senso si respira costantemente, questo, durante il film. E mette un'ansia addosso terribile, è quasi tangibile la si riesce a toccare. Questo credo dipenda molto dalla grande prova recitativa di entrambi gli attori, straordinari!!!

One Day, il libro, dicono sia ancor più straziante del film della Scherfig (mi fido e non azzardo ad avventurarmi, dopo il trauma subito per Non ti muovere, meglio evitare). Nonostante i tagli apportati in fase di adattamento, quelli che, per logiche temporali e nel rispetto della vita dello spettatore (due mesi ancora non li terremmo in sala) sono stati necessari, il risultato sembra non lasciare l'amaro in bocca. Anzi. 
Solo un grosso, immenso nodo alla gola per la strana e assurda, sfuggevolezza della vita.


« “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Era poco pratico. Molto meglio cercare di essere coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio il mondo, ma il pezzettino intorno a te.. »
(One Day, David Nicholls)



giovedì 14 marzo 2013

I pinguini di Mr. Popper


Provate a mettere insieme tutta una serie di pensieri e problemi che molto spesso, quotidianamente, rovinano l'esistenza di molti di noi, adulti o bambini che siamo. Pensiamo a un padre in carriera, tanto preso dai suoi impegni d'ufficio da dimenticarsi della donna che gli è accanto, dei suoi due bambini che ormai sono diventati grandi anche senza le sue amorevoli attenzioni. E infatti oggi quest'uomo è da solo, vede i bambini un week end si e uno no, e non ha nulla nel frigo se non la sua misera solitudine. Insomma il cinema di queste storie ne ha raccontate molte, l'idea magari non alletta, ma a ben vedere in questo film c'è qualcosa di fiabesco e divertente. Una valanga di ironia a condire momenti anche delicati, soprattutto provando a vedere la storia, con gli occhi di un bambino.

I pinguini di Mr. Popper, di Mark Waters (Se solo fosse vero, Spiderwick - Le cronache, La rivolta delle ex) è una piacevole commedia, di quelle che proprio non si può fare a meno di vedere sul divano la domenica pomeriggio, con i tuoi bambini che sembrano ipnotizzati, e tu e il tuo compagno/a che vi guardate rassegnati ma felici, pensando che si tratta solo della settantaquattresima volta che vedete Popper e i suoi adorabili pinguini. Ma va bene così, e va bene anche a me perché da circa una settimana in casa mia altro non si vede che Popper. Ma cos'è che ci fa innamorare di questo film? Beh, la risposta non è difficile, no? Voglio dire, Jim Carrey non ha mica problemi a farsi amare, colui che ha sempre la battutina pronta e che trova comunque il modo di mascherare i suoi dolori con tutta una serie di smorfie e una padronanza del proprio volto, che veramente non ha bisogno di presentazioni.


Popper è in corsa per la promozione e il suo unico obiettivo è il Tavern on the Green, locale storico in Central Park (particolarmente a cuore al nostro Popper). Dovrà convincere la signora Van Gundy/Angela Lansbury, ma il lavoro più grande è proprio quello che dovrà fare con sé stesso. Il padre prima di partire per "l'ultimo viaggio", spedisce un insolito souvenir al figlio, ebbene, un pinguino "vero". Dal primo coinquilino pingue "Capitano", si arriva a completare lo squadrone con altri cinque splendidi esemplari Papua: Amoroso, Puzzoso, Tontino, Mordicchia e Urlacchia. Nel mentre poi, due piccole uova si schiuderanno e...che ve lo dico a fare, Baby Pinguini, Immaginate un po' voi.

Quello che mi porta, ormai da un po' di tempo, a riconoscere in un comico, un grande attore, è la capacità di confrontarsi con personaggi a prima vista superficiali, quelli che al contrario, una volta emersi per quelli che sono, non si dimenticano più. Mi viene in mente il momento (a mio avviso più ironico e commovente) in cui Popper, subito dopo aver salutato i figli e la moglie, entusiasti della serata passata con il padre, ferma un passante e gli dice: i miei figli vogliono stare con me! - "E chissene frega", risponde questi.
Da una lettera, scoperta in realtà solo verso il finale del film, si svelano poi i sentimenti più sinceri di un padre assente di qualche anno fa e quelli del padre assente (che decide invece di darsi un'altra possibilità), di oggi. Tom Popper si riprenderà in mano la propria vita, riconquisterà la propria famiglia, la fiducia dei figli e lo stupore di ritrovarsi a cercare su google le più convenevoli e attente cure, da prestare a una famiglia di pinguini. C'è anche il cattivo, il guardiano dello zoo che vuole portar via i pinguini a Popper, un Clark Gregg molto convincente devo dire. Ci piace anche la bella Carla Cugino/signora Popper. 


Si ride, tanto almeno quanto il numero di "P" che ascolteremo durante il film e, a proposito di P, quanto ci piace il balletto con i pinguini di Popper che ricorda tanto quello di Dick Van Dyke in Mary Poppins?
Tanto. Bene, con questa concludo, anche perché mio figlio già è pronto col telecomando in mano, a chiedermi di far ripartire questi pinguini di Mr. Popper che sembrano ormai, aver invaso perfino casa nostra...




martedì 12 marzo 2013

Il lato positivo



Di tutte le traduzioni italiane venute per nuocere, quella de Il lato positivo appare quasi come una manna dal cielo, se così possiamo dire. A ragion del vero, basti pensare che il titolo originale del film, diretto da David O. Russel, è Silver Linings Playbook, tratto dall’omonimo romanzo scritto da Matthew Quick. In italiano sarebbe L’orlo argenteo delle nuvole e immaginatevi quali assurde conseguenze avrebbe avuto un titolo simile sulla fetta maggiore di spettatori, intenzionati a vedere il film. Troppo complicato perfino ricordarlo, dunque ci va più che bene questo  lato positivo.

Pat Solitano/Bradley Cooper è affetto da un disturbo bipolare, oppure potremmo dire che è un uomo distrutto per aver perso la moglie e il rispetto della gente. Visto da tutti come il pazzo psicolabile che non ha saputo controllarsi alla vista di un uomo nudo nella doccia (nel proprio bagno e con la propria moglie), Pat farà il possibile per riprendere in mano  la propria vita. Animato da una insolita forza positiva e da una prorompente trasparenza, che lo porta ad essere diretto con chiunque gli capiti davanti, Pat ricomincerà ad organizzare i suoi giorni, con il primo fondamentale obiettivo di riconquistare la moglie. Qualcosa però non andrà come previsto, l’incontro con la vedova e altrettanto disturbata Tiffany (Premio Oscar come Migliore Attrice alla straordinaria Jennifer Lawrence), farà infatti prendere una nuova piega alla vita di Pat. Sulla scia di scontri e battibecchi verbali, attimi di sfoghi e confessioni sempre a metà tra commedia e dramma, il film di Russel saprà conquistare lo spettatore puntando tutto sulla bravura degli attori protagonisti, in perfetta sintonia con l’andamento narrativo della pellicola.


A completare il quadro attoriale, un Robert De Niro nei panni di Solitano Sr. e un ruolo finalmente all’altezza dell’attore che lo interpreta. Jacki Weaver è la signora Solitano e Chris Tucker l’ex compagno di clinica di Pat, di tanto in tanto evaso dalle mura del ricovero, convinto di aver vinto la “causa” per la libertà. Ci piace credere (e forse è proprio così), che Il lato positivo sia un film messo lì al momento giusto, per dare ancora a noi esseri umani, spesso psicologicamente fragili, una speranza e un motivo in più per credere che,  guardare il mondo seguendo i suoi lati migliori, ci aiuti comunque a vincere le nostre sfide.


E non è poco…

venerdì 8 marzo 2013

Siamo tristi e felici. Siamo infinito...


The perks of being a Wallflower, sentirete parlare di lui. Del ragazzo da parete che a un certo punto trova la forza e il coraggio di staccarsi dal muro e buttarsi nel mezzo, a ballare con gli amici e a godersi ogni singolo istante di un'età che non tornerà più. Nel 1999 Stephen Chbosky racconta questa storia sotto forma di un romanzo epistolare e, se per caso l'aveste perso, non disperate. Oggi nelle sale è arrivato finalmente un piccolo gioiellino cinematografico, diretto proprio dallo stesso scrittore che gli diede vita qualche anno fa. Che dire di Chbosky, del suo profondo e innato senso di immortalare con una macchina da scrivere un momento tra i più delicati e intensi della nostra vita?

Charlie (Logan Lerman) deve affrontare un'altra tappa importante, il liceo. E per riuscirci deve poter convivere, soffocandoli, i dolori provocati dalle urla dei mostri di un passato ancora troppo invadente, cattivo e pronto a riaffiorare non appena si comincia a respirare un soffio di felicità. La felicità quella vera, quella che ha contraddistinto  l'adolescenza di ognuno di noi. Quando per sopravvivere ci bastavano pochi amici, ma buoni. E a Charlie bastava condividere le sue giornate con Sam (Emma Watson) e Patrick (Ezra Miller), una ragazzina dal sorriso malinconico, divenuta donna troppo presto e uno dei più adorabili gay che il cinema, forse, abbia mai raccontato fino ad oggi. Il ballo della scuola. le prime esperienze "stupefacenti" fatte di cannabis mascherati da invitanti brownies al cioccolato. L'esigenza di sentirsi parte integrante di qualcosa, di un gruppo, del mondo intero. Charlie sembra aver messo a bada almeno per un po', le allucinazioni che fin da bambino lo tormentano. Da quando la sua "amorevole" zia ha perso la vita a causa di incidente stradale. La paura di esprimersi e di alzare la mano durante la lezione e il primo amico, l'insegnante di letteratura (Paul Rudd è straordinario in questo piccolo, ma fondamentale, ruolo) che tutti avremmo voluto. 


Sarà che nel mezzo di un racconto epistolare praticamente perfetto, Chbosky ha saputo metterci momenti esilaranti e visivamente memorabili. Come la messa in scena di un The Rocky Horror Picture Show a teatro, oppure sequenze che da sole basterebbero a definire un film così complesso e letteralmente poetico. Perché riuscire a mescolare nel mezzo di quelli che sono, e resteranno i giorni più belli della nostra vita, dolori   troppo grandi e quasi impossibili da raccontare, è davvero complicato. Richiede una straordinaria abilità e delicatezza, che a volte con una macchina da presa si può perdere. Eppure il regista di questo Noi siamo infinito, non ha vacillato mai, nemmeno un attimo; riuscendo a rivelare solo nel finale, la più tragica e reale  chiave di lettura del film. Quello che ti prende e ti rimane dentro, appena fuori dalla sala, è la voglia di ricordare, anche se per poco, da dove si viene. Per sperare che la strada che abbiamo preso sia quella giusta e dove stiamo andando, il luogo esatto in cui vorremmo essere. 


Ricordarsi di esser passati da quelle parti, un tempo nemmeno troppo lontano. Ricordarsi che magari abbiamo ancora una possibilità di recuperare la nostra canzone del tunnel...per gridare, sorridere, piangere e ricordare, ancora, che tutto quello che abbiamo lasciato lì, sotto quel tunnel, non sia stata una vaga allucinazione. Ci siamo stati davvero, ed è stato il momento più bello della nostra vita.

martedì 5 marzo 2013

Una giornata particolare


Di alcuni film si potrebbe parlare senza nemmeno stare ad elencare i riconoscimenti, gli elogi di tutto il mondo e le più grandi critiche apparse sui più grandi quotidiani. E dico questo per dare il giusto valore a un tipo di cinema dal sapore ormai svanito, dissipato nell'aria come se nulla fosse. Eppure, al di là di questa visione negativa (forse troppo), sono sicura di una cosa: nessuno può nascondersi e sottrarsi alla grandezza di un film grande, come quello che ho scelto questa mattina, quello con cui mi sono data il buongiorno e ho iniziato la giornata.


Allora oggi potrei credere che si tratti davvero di Una giornata particolare, certo con una serie di significati che vanno ben oltre quelli racchiusi nel film di Ettore Scola. Forse quello che voleva raccontare il regista agli italiani, a distanza di quarant'anni (il film esce nel 1977), era un pezzo drammatico della loro storia. L'idea di immortalare un momento in cui il paese credeva che fosse fin troppo impensabile ritagliarsi delle opportunità. La libertà di pensiero, di contestare scelte non condivisibili e assurde, e ritrovare in un rapporto umano la propria esistenza. I due personaggi, nati dalla collaborazione in fase di sceneggiatura tra Scola, Ruggero Maccari e Maurizio Costanzo, rendono con naturalezza e drammaticità tutte queste sequenze che ritraggono l'Italia di allora. Sophia Loren e Marcello Mastroianni, Antonietta e Gabriele, sono due individui che si ritrovano a condividere la non appartenenza al resto del paese, del regime. E' infatti la giornata storica del 6 maggio 1938, quella della visita di Hitler a Roma. Antonietta è madre di sei figli e moglie di un fascista convinto che la donna, sia solo la custode del focolare, costretta  a subire solamente ordini e disprezzo. Gabriele è invece un annunciatore radiofonico, licenziato per via della propria omosessualità. Importante vedere come nel corso del film si giochi molto per rendere la mentalità dell'epoca, Gabriele viene infatti descritto più volte dalla portiera, come un dissertore, un antifascista, un soggetto pericoloso. Antonietta (e qui è straordinaria la Loren, in una delle interpretazioni che amo di più in assoluto), cerca di comprendere seppur nella sua ignoranza, cosa si celi dietro questo strano scapolo dall'aspetto intrigante e gentile. Nonostante la messa in guardia della portiera, a convincere Antonietta della buona fede di Gabriele è un po' tutto il suo essere, il suo modo di fare. Un uomo che incarna la perfetta contrapposizione del marito fascista, virile e padrone che in casa si sente il Re. Un uomo in grado di prestarsi al dialogo e, cosa ancor più importante, all'ascolto della donna che gli è davanti. 

Tutto questo è per Antonietta un evento stravolgente, che la mette a dura prova e fa esplodere in lei una serie di sensazioni mai provate prima per un altro uomo. La vita di una donna che si muove in casa come un soldato a servizio della famiglia, una donna privata di tutto e convinta dalla dottrina fascista, che il genio possa nascondersi solamente nell'uomo. E per la prima volta a farla riflettere sarà proprio Gabriele, quando con l'albo in mano prova a domandare ad Antonietta se lei è d'accordo con le assurde tesi del regime. Antonietta, all'inizio spaventata ma più che mai attratta da Gabriele, cerca di afferrare il senso delle parole di un uomo mai visto prima, uno che aiuta nelle faccende domestiche, che ti regala un libro, che cerca di strapparti un sorriso (pensa!!!). Un antifascista che contesta l'etichetta che porta addosso, "non può essere che il fascismo sia l'anti-inquilino del sesto piano"?


Una giornata particolare diventa con assoluta maestria, uno schiaffo in faccia alla realtà, un riflesso che gioca sfoggiando l'altra faccia della medaglia. Quella che ti fa riflettere sull'importanza di riservarti sempre una possibilità, di annegare il peso delle umiliazioni quotidiane in un'amicizia e in una risata tra le lenzuola stese in terrazza. Quella che ti fa sentire un essere umano e non uno schiavo di dottrine che non ti appartengono. 

*Per ricordare un grande compositore scomparso proprio in questi giorni, CriticissimaMente dedicherà oggi una puntata radiofonica/omaggio a Armando Trovajoli, autore della colonna sonora del film Una giornata particolare e firma di tante altre importanti pellicole italiane. Non perdete dunque l'appuntamento con CriticissimaMente Parlando, alle 18 e 30, su www.ryar.net
Potete ascoltare qui la puntata: CriticissimaMente parlando. Una giornata particolare.

venerdì 1 marzo 2013

The Hurt Locker (cinema o politica?)


Ultimamente, guardando quanti più film possibili, mi rendo conto che, pur sforzandomi di comprendere tutto, o almeno una buona parte, di ciò che vedo, ci saranno sempre delle pellicole che resteranno al di fuori dell'ovvio e della facile interpretazione. Anche se questo significa andare contro alle convenzioni e all'opinione comune, che può fare di un film, un "gran" film. Capita spesso, ed è capitato anche oggi con The Hurt Locker.

Kathryn Bigelow porta questa sorta di documentario bellico a Venezia, nel 2008. Lo presento come tale, poiché al fianco della regista californiana, si fa sentire e non poco, il giornalista reporter Mark Boal, che non a caso ha scritto il film. Ttrentotto giorni nell'unità speciale Bravo Company, dove ognuno di questi, potrebbe essere l'ultimo. Siamo in Iraq, ma il dove geografico è un pretesto, ciò che caratterizza il luogo è la (non)vita di questi uomini in balìa delle loro stesse paure che, all'improvviso, li rendono schiavi, dipendenti e assuefatti dalla loro missione, condannata (il più delle volte), a non avere ritorno. Dall'ennesima cassetta del dolore (da qui il titolo del film), finisce la vita di un soldato ed entra in scena il degno successore. Il sergente James/Jeremy Ranner è un artificiere con alle spalle più di ottocento ordigni disinnescati, ed è l'emblema dei danni irreparabili causati dalla guerra. Non è un eroe, è vittima!!!


L'uomo/leader del gruppo, forse il più indifferente all'idea della morte, quello che senza pensarci su due volte si infila la tuta dell'artificiere, quasi come fosse l'uomo della luna, e imbocca quella che potrebbe essere la via del non ritorno. A ben vedere gli altri personaggi fungono da pedine che il più delle volte somigliano alle classiche "mascherine" nate nei film di, e sulla guerra. O meglio, a parte James, nessuno dei compagni possiede una personalità o un impatto narrativo che vada oltre gli schemi disegnati dalla Bigelow e scritti da Boal. Questo contribuisce a fare di The Hurt Locker un film impeccabile dal punto di vista registico. Le riprese nel deserto e la caccia ai nemici nascosti nel fortino, i corpi disidratati e gli occhi stremati del sergente Sanborn/Anthony Mackie sono significative. Ad ogni modo, appaiono in un certo senso eccessive ben sei statuette per un film che, a conti fatti, è nulla più dell'ennesimo war movie che prosegue sulla scia di Redacted di De Palma e Nella valle di Elah di Haggis. Punto forte del film, dicevamo, le riprese in stile reporter che fanno emergere gli stati labili delle menti di questi "volontari per la morte". Tutto crolla però,  quando la Bigelow tenta ribaltamenti registici che spezzano l'andamento del film. L'iniziativa di James di prendere i suoi due compagni e andare fuori dai confini stabiliti dalla missione, pur di soddisfare la propria adrenalina smaniosa e irrefrenabile, risulta infatti una sequenza fuori luogo e poco credibile. 

La musica di Marco Beltrami offre un importante contributo per la riuscita visiva, e bene si adatta allo stile del film. Rimangono indelebili i momenti che io considero "chiave", come il rientro a casa di James e il suo spaesamento al supermercato, davanti a una serie infinita di cereali in scatola. Oppure il corpo del bambino che somigliava al piccolo Beckham. La donna irachena che si ribella allo straniero piombato in casa all'improvviso, è forse la firma della Bigelow, una donna che ha deciso di non stare a guardare ma di agire, di fare qualcosa su questo campo, su questa terra di nessuno. C'è qualcosa però, di questa regista che io non comprendo, non apprezzo fino in fondo. Al di là delle elezioni di quell'anno e al di là del fatto che Obama sicuramente avrà una copia placcata in oro del film della Bigelow, nella dvdteca personale. Ma parliamo del film, e di quello che a me proprio non va giù. 
L'iracheno chi è? Il nemico viene messo nell'ombra e appare come "il cattivo", punto. Quello che ti prende alla sprovvista e capace di atti ignobili e atroci. La macchina da presa mette in guardia dalla guerra e dalla sua dipendenza, che si impossessa degli uomini, come una droga. E mette in guardia dal nemico, dall'iracheno appostato da qualche parte. 


Questo mi porta a credere e, a concludere che, The Hurt Locker sia un film politicamente da Oscar, e non cinematograficamente. E c'è una bella differenza...
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