martedì 30 aprile 2013

"Se ti laurei non vali". Le storie di un'Italia moderna.


Finisce sempre così, ci si ritrova a scrivere per sopravvivere, per legittimare quasi, la propria esistenza. Per giustificare agli altri questo disagio eterno col mondo intero. Disagio poi, chi può dirlo? Diventa sempre più complicato stabilire "chi" è inadeguato in questo gioco a più parti, oppure due. Tu e il mondo. A un certo punto ti ritrovi a metabolizzare storie tanto assurde quanto reali. E ripensando a tutte queste storie poi ti rendi conto che non hai molte alternative. Nel senso che, puoi permettere che queste ti annientino completamente, che ti buttino a terra, e amen. Oppure puoi prenderle, raccontarle ed esorcizzare tutto ciò che di inverosimile e vomitevole esse rappresentino. La situazione ovviamente si complica, dal momento in cui il soggetto in questione sei "tu". Non parli in terza persona, racconti quello che ti capita, che ti affligge e che ti fa incazzare, soprattutto. Oggi, è una giornata come tante o forse no. Ma è di sicuro una di quelle giornate in cui prendere il computer e battere le dita sulla tastiera, diventa quasi indispensabile, vitale. Ho deciso che di tanto in tanto racconterò una storia, non per forza che mi riguardi direttamente. Storie di un'Italia moderna, così chiamerò questa sorta di "rubrica maledetta." Questa di oggi parla di me. Parla per me.

E alla fine di tutta questa grande farsa sai che c'è? C'è che per fare l'addetta alle vendite in un supermercato tu, evidentemente, non potrai mai andar bene. Eh già. Vedi la tua Laurea è un problema. Pare dicano proprio così: "Vede, la sua è un'impostazione troppo letteraria, non pensiamo possa piacerle questo tipo di lavoro". Dunque è questo il problema? Questo vuole l'Italia da me? Ma io lo sai quanto ci metto a buttare nel cesso la mia impostazione letteraria, eh? Esimia, piccola grande testa di fava, lo sai? Vuoi che sia una zoticona ignorante che mandi a cagare te e tutti i tuoi clienti? Qual'è il problema. Volete farmi un corso di formazione per questo? Uno stage per aspiranti e future rozze e analfabete? Eccomi, a vostra disposizione. 

Chi l'avrebbe mai detto eh? La mia Laurea a quanto pare oltre ad essere inutile è pure terribilmente nociva, il mio più grande male, un handicap. La cultura è il deficit di questo paese, ciò che condanna un giovane e lo fa sprofondare nella depressione dovuta all'inadeguatezza, all'insoddisfazione. A quel senso continuo di mancanza, di fallimento. Finisce che tu la sera nel letto, mentre sfogli le pagine del tuo ultimo acquisto in libreria, ti senta colpevole del tuo stesso malessere. Perché quel libro che tieni in mano non ti porterà nemmeno a fare quei lavori di merda che mai avresti immaginato di elemosinare, si fa per dire, a questo altrettanto paese di merda in cui purtroppo sei capitato. 
Eccola la storia dell'Italia e degli Italiani. Per voi e per tutti. 
(Andate in pace).



lunedì 29 aprile 2013

Il mio vicino Totoro


A distanza di circa ventun anni, arriva in Italia Il mio vicino Totoro, figlio del maestro dell'Anime giapponese  per eccellenza Hayao Miyazaki, risalente al 1988 e qui giunto solo nel 2009 (eh già, ce la prendiamo comoda noi italiani). Per questo film inizialmente Hayao aveva pensato a una sola protagonista, poi però decise in qualche modo di "sdoppiarla" mantenendo prima di tutto una coerenza ideologica. Infatti, le due sorelline di Totoro sono Satsuki e Mei, ed entrambi i loro nomi fanno riferimento al mese di maggio. Ad arricchire il fascino narrativo e artistico del film c'è poi un forte elemento autobiografico, poiché lo stesso Miyazaki insieme ai suoi fratelli, ha vissuto in prima persona la malattia della madre.

Queste due sorelle si trasferiscono con il papà in un piccolo villaggio di campagna, a Tokorozawa. Siamo nella Tokyo degli anni '50 e l'impatto con l'elemento della natura è fin da subito coinvolgente. Una volta trasferiti qui, avrebbero potuto far visita più spesso alla mamma ricoverata in un ospedale, proprio nelle vicinanze. Il primo curioso approccio a un "nuovo mondo" avviene nella casa, quando gli esserini del buio o "corrifuliggine" si rivelano alle protagoniste. L'aspetto magico sta nel fatto che solo gli occhi ingenui e incontaminati dei bambini possono vedere questi spiritelli, gli stessi che poi ritroviamo nel film La città incantata. Il cuore della vicenda si accende quando Mei, si imbatte in un grande albero di canfora e proprio lì, incontra due strani animaletti pelosi che la portano poi dal più grande e dormiglione, Totoro. Talpa, procione (mio figlio lo chiama "il coniglio strano") o qualsiasi animale si possa riconoscere, purché riporti i nostri occhi a intravedere l'aspetto fiabesco e strabiliante, nascosto in tutto ciò che ci circonda.


Il nome in realtà deriva dal personaggio scoperto da Mei in un libro di fiabe, il Troll (in giapponese Tororu). E la cosa più tenera è che il nome di Totoro altro non è che la personalizzazione di una bambina che, a malapena può dire, di aver imparato a parlare e questo è a mio avviso uno degli aspetti più straordinari del film. Fin dal titolo la curiosità di voler arrivare in fondo, perché Totoro cattura sia grandi che bambini ma il regista ci tiene a mettere in chiaro subito una cosa: questo enorme animale dall'aspetto pacioso ma dal sorriso a volte inquietante, non verrà mai compreso realmente se non dai bambini. Appartiene a loro (come le scoperte che un po' spaventano ma attirano), così come i libri che gli leggiamo prima del bacio della buonanotte, quelle storie andranno dritte dritte nei loro sogni. E ogni giorno sarà un giorno in più per accrescere la curiosità e la voglia di conoscere. Esiste un modo migliore per diventare grandi?


Totoro però non è solamente il riflesso più colorato della fantasia e dei sogni dei bambini. Come dicevo all'inizio la natura ha un impatto forte sullo spettatore e Totoro incarna esattamente questo, il rispetto per il mondo che ci circonda. Bellissima la sequenza che vede le ragazzine in braccio a Totoro e Satsuki grida alla sorellina: "guarda Mei sembriamo il vento!". (Se l'espressione non è totalmente corretta chiedo scusa).
Questo vento poi porterà nel giardino delle piantine, e poco importa se non è chiaro quanto ci sia di reale in quella magica notte, i germogli sono nati e la natura ha fatto il suo miracolo. Non è nemmeno tanto chiaro cosa sia accaduto realmente nella notte in cui aspettano il padre alla fermata dell'autobus. Anche lì compare Totoro e un'altra insolita creatura chiamata Gattobus. Così simile allo Stregatto di Alice, questo autobus peloso e soffice aiuterà Satsuki a riportare a casa la piccola Mei, persa nella campagna perché voleva tornare dalla madre e portarle una pannocchia.


Non so fino in fondo quale sia il segreto del cinema di Miyazaki, so solo che ogni volta, finito di vedere un suo film, faccio un enorme salto indietro, se non altro ci provo. E rivedo tutto ciò che da bambina mi meravigliava, quello in cui credevo e che a miei genitori sembrava assurdo. Si insomma, tutto ciò che ho perso per strada e di cui, inconsciamente, ho ancora oggi tremendamente bisogno...




domenica 28 aprile 2013

Iron Man III


Sapete qual'è la prima cosa che affascina di Iron Man III? Pensare che questo non sia un semplice sequel/capitolo conclusivo (forse si, forse no) di una trilogia nata e cresciuta in casa Marvel Studios, ma un film che con estrema fluidità narrativa e scenografica, si riallaccia ai fatti accaduti in quella New York invasa dai Chitauri e portata in salvo dagli Avengers diretti da Joss Whedon. Già, è così che riparte Iron Man, anzi Tony Stark. In preda a continui e inspiegabili attacchi di panico il plurimiliardario, genio e filantropo sembra non essere più quello di "una volta". Non dorme più, ma d'altronde anche Einstein dormiva tre ore l'anno e tutto sommato questa sua ostinata insonnia gli dà modo di sfogare la propria creatività e il proprio estro. In casa Stark abitano ormai 42 armature, ognuna riflesso delle ossessioni e delle paure più ingombranti nella mente dell'uomo d'acciaio. Pepper è sempre al suo fianco, bella e intelligente, e in questo film parte integrante dell'action vera e propria. 


Qualcosa riporta la mia memoria al Bruce Wayne di Nolan, o meglio, a quella fase delicata in cui a un certo punto si ritrova il "supereroe" per forze maggiori e anche qui, come in The Dark Knight Rises, il protagonista è sull'orlo di una crisi esistenziale. In discesa, ossessionato dai demoni del passato e del presente. Seppur in maniera differente anche Tony Stark (ri)torna in azione proprio nel momento in cui si presenta la minaccia di un pericoloso terrorista, conosciuto come Il Mandarino. Tra l'altro, tornando ai miei parallelismi con il Batman di Nolan, quella maschera a terra segnata dagli scontri e piena di graffi, non può che riportarmi lì...il volto robotico di Iron Man, alter ego di Tony Stark, è a terra quasi privo di vita, spento. In attesa di una "rinascita". 


A dirigere tutto e tutti è stavolta Shane Black, ovvero il papà di Arma letale 1 e 2, nonché di quel Kiss Kiss, Bang Bang che convinse Jon Favreau ad arruolare Robert Downey Jr. nel 2008. Favreau rimane comunque accanto a Stark, nei panni della premurosa guardia del corpo Happy Hogan. Il tocco dell'action spettacolare, così come la coppia tipicamente alla "American Cops", si vede e si sente soprattutto nella sequenza tra le più sfiziose per gli amanti del genere, quella delle armature che corrono da papà Stark, oppure la sequenza della catena umana improvvisata ad alta quota. Tutta questa bella dose di azione però, non soffoca l'ironia pungente e il divertimento che tanto piace e, soprattutto, "tanto fa" il Tony Stark che noi vogliamo. Dunque, ricapitolando quanto detto finora, la verve spettacolare c'è, l'ironia e le battute di Stark pure, così come i suoi momenti più introspettivi. Si aggiungono poi due nuovi cattivoni da vincere, un salto temporale che riporta indietro nella vita del protagonista e alla bella botanica Maya Hansen/Rebecca Hall e il tutto si fa più interessante. Per non cadere in spoiler gratuiti che, fin dove posso evito, mi limito a concludere con quanto, in sostanza, io ho trovato geniale e quanto invece, seppur in misura minima, avrei rivisto o addirittura eliminato.


Guy Pearce/Aldrich Killian è la mente che rispecchia a pieno il villain assetato di vendetta e mosso da una rabbia repressa che, altro non può fare se non concludersi in un piano diabolico ai danni del suo "primo uomo" e, poi, del mondo intero. Ricorda molto il Willem Dafoe/Goblin di Spider-Man. Per quanto riguarda Il Mandarino/Ben Kinglsey, vorrei rispondere a quanti abbiano messo in discussione questo personaggio, visto come una trovata eccessiva, addirittura ridicola. A queste assurde supposizioni io replico, dicendo che, quella del Mandarino è stata una delle trovate più geniali mai tirata fuori in casa Marvel Studios. Sfrontata e "sputtanata" anche, satira di un mondo che vive sotto la strategia del terrore perennemente. (Non è certo un caso che i video del Mandarino ricordino fin troppo quelli di Bin Laden). La dittatura di una messa in scena che si prende gioco del mondo intero, i potenti che creano egli stessi i demoni che dovranno sconfiggere. E' tutto spettacolo. Capire chi è il burattinaio e chi il burattino, questa è la sfida e l'invito che lancia Iron Man.


Poi, che non vi piaccia l'idea che Aldrich Killian sputi fuoco dalla bocca, oppure che avreste fatto volentieri a meno della fissazione di James Rhodes/Don Cheadle per l'armatura War machine, anzi Iron Patriot, ci sta. Lo comprendo. Così come io, un pizzico di ironia l'abbia trovata fuori luogo, in un momento tra i più drammatici della trilogia...ma non dico di più.
Insomma, non mancano piccole cadute di stile, ma queste non bastano a proclamare un film "non riuscito", se visto nella sua totalità. Altra piccola nota di merito, doverosa direi, la scelta musicale che anticipa i titoli di coda e le didascalie, cariche di quel tocco anni'80 davvero, davvero, apprezzabile.
Nel caso non si fosse capito, Iron Man ha vinto per la terza volta e non chiedetemi perché. Potrei rispondervi con un beffardo "Perché siamo legati"...

P.S. Che nessuno si muova prima della fine dei titoli di coda. Sia ben chiaro a tutti!!!

sabato 27 aprile 2013

City Island. La Commedia degli equivoci odierni.


Si potrebbe parlare di "commedia degli equivoci" e non a torto, poiché dalle variazioni delle commedie latine deriva questo espediente in grado di metter pepe, di creare confusione e, equivoci, al consueto andamento della storia. Lungi dalle commedie di Plauto, ma in un certo modo più accostabili al più recente Molto rumore per nulla, portato sullo schermo dall'autore per eccellenza quale è Kenneth Branagh (ci sono stati altri adattamenti, ultimo Joss Whedon) anche City Island, può essere inserita in questo stesso contesto.


Il film è scritto e diretto da Raymond De Felitta, di lui so relativamente poco o nulla ma una cosa è certa, questa sua commedia ha un fascino irresistibile, perché si insinua in una casa come tante, abitata da una famiglia come tante e messa a nudo dalla macchina da presa, a mo' di reality. Infatti i protagonisti esplodono di ironia e divertimento, proprio nel momento in cui tentano l'impossibile e l'assurdo, pur di salvaguardare le loro menzogne, piccole, ma pur sempre pericolose per il bene della convivenza. Vince Rizzo/Andy Garcia è una guardia carceraria con la inconfessata e inconfessabile passione per la recitazione. Frequenta dei corsi ma alla moglie Joyce/Julianna Marguiles, dice di andare a giocare a poker. Lei, dal canto suo, è convinta che il marito abbia un'altra donna e le sue bugie ormai l'hanno lanciata nella rassegnazione più totale. Il loro matrimonio infatti è in crisi, in difficoltà persino nelle piccole cose, come il dialogo tra due persone che almeno si conoscono e vivono sotto lo stesso tetto. A marcare questa situazione due figli entrambi con i loro piccoli segreti da custodire. Lei, la più grande (nonché figlia di papà Garcia), è stata sospesa dal college e per recuperare i soldi della borsa di studio persa, fa la spogliarellista in un night club. Lui, Vince Jr. (un adorabile, come sempre, Ezra Miller) ha il debole per le donne in carne e passa le sue serate davanti al pc, seguendo con ansia questa ragazza in un programma web piuttosto strano, "Botero".


A cambiare un po' tono, è l'arrivo di due personaggi messi lì di certo non a caso. Molly/Emily Mortimer è la partner di Vince al corso di recitazione, una donna solare ma al tempo stesso misteriosa e malinconica. Forse a rendere questo personaggio ancor più amabile è l'idea di immaginare questa bella amicizia tra un uomo e una donna, che condividono la stessa passione e per entrambi è quasi diventato impossibile comunicare con gli altri. Ognuno diventa spalla su cui piangere per l'altro, ma anche questo porterà poi a una serie di equivoci tanto cari alla commedia. C'è poi il ragazzo prelevato dalla prigione, Tony Nardella/Steven Strait, il segreto più grande di Vince, il figlio avuto da una donna un po' sbandata, morta proprio per colpa del suo malessere esistenziale.


Insomma alla fine, questo ragazzo, si ritrova a lasciare la cella per una gabbia di matti più consolidata della prigione. C'è una sequenza particolare che a me ha colpito più delle altre. La macchina da presa si sposta a blocchi nei vari punti della casa, per rivelare come una piccola bugia posa allontanare i membri di una famiglia, o in linea generale due persone che condividono qualcosa. Quella sigaretta fumata in solitaria, chi sul tetto, chi sul retro della casa, sta a significare che nella vita a volte ci scombiniamo l'esistenza solo per la paura di "parlare". E' un nostro bisogno primordiale questo. Inutile negarlo, inutile provare a nascondersi dietro a un dito. La stragrande maggioranza dei problemi legati alla salute mentale dell'essere umano deriva da questa paura.

L'esito per chi guarda può essere comico, ma la vita reale non è su un palco, è nelle nostre case...

giovedì 25 aprile 2013

Stand By Me - Ricordo di un'estate


Stephen King, con le sue novelle racchiuse in Stagioni Diverse, ha lanciato a più di un regista una grande occasione di "mise en scène" cinematografica. Pensiamo ai film Le ali della libertà, oppure L'allievo, rispettivamente adattamenti de L'eterna primavera della speranza - Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank e del secondo racconto L'estate della corruzione - Un ragazzo sveglio. Nel 1986 Rob Reiner porta sul grande schermo L'autunno dell'innocenza - Il corpo, realizzando una pellicola che a tutt'oggi può essere considerata una delle più significative, degli anni '80, sul tema dell'adolescenza.


Stand By Me - Ricordo di un'estate è una voce che racconta, che ricorda appunto, una delle ultime volte in cui ci si sente davvero a un passo dal diventare grandi. Una delle ultime avventure vissute senza stare a pensare ai rischi e pericoli, vissuta solo per la voglia di viverla "fino all'ultimo respiro". Siamo a Castle Rock, una piccola cittadina dell'Oregon (Stati Uniti), è l'estate del 1959. Quattro ragazzini, prossimi al  ginnasio, decidono di incamminarsi seguendo i binari del treno, alla ricerca di un cadavere. Gordie Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio sono i piccoli eroi di questo ritratto dallo spirito combattente e avventuroso, ma dall'animo perso e impaurito su ciò che gli riserva il futuro. Ognuno di questi ragazzi infatti, nella loro diversità, nasconde un piccolo dolore comune. Che sia un padre furioso reduce dallo Sbarco in Normandia, oppure il peso di non essere morti al posto del fratello maggiore, quello più in gamba, con la testa sulle spalle e la passione per lo sport. Gordie (Wil Wheaton è il bambino, mentre Richard Dreyfuss l'adulto che racconta la storia) è la voce del film, lui ha il dono della fantasia e della scrittura, in crisi perché si sente strano e crede che il padre lo odii. Ma il migliore amico Chris, un giovanissimo River Phoenix, quello con addosso la condanna di un cognome che è sinonimo di delinquente, non perde occasione per dirgli quanto sia in gamba e lo ammiri. Il matto del gruppo è Teddy, quel Corey Feldman che abbiamo visto prima nei Gremlins di Joe Dante e dopo ne I Goonies di Richard Donner. Vern Tessio è invece Jerry O'Connel, ovvero il "nostro" amico Ultraman. Lo ricordiamo anche per aver preso parte a film come Jerry Maguire, Scream 2, Obsessed, Piranha 3D e l'ultimo Scary Movie


A mettere i bastoni tra le ruote ai piccoli avventurieri è la banda nemica capitanata da Asso, un certo Kiefer Sutherland davvero cattivo. Durante questo cammino, metafora dell'adolescenza che sta per concludersi, sono diversi i momenti veramente drammatici e commoventi, ancora vivi nella memoria dello spettatore. Mi vengono in mente le lacrime di Chris quando si sfoga con Gordie, per non parlare del momento in cui, verso il finale, egli si dissolve nell'aria. Perché poi ripenso a quale tragica sorte si sia abbattuta su di lui, un altro bello e dannato da rimpiangere...quel momento è veramente triste. Penso alla rabbia disperata di un piccolo uomo che ha dovuto perdonare un padre violento, che gli ha persino cotto un orecchio, ma la rabbia esplode quando un vecchio offende proprio quell'uomo che ha tentato di ucciderlo quasi, si, un pazzo probabilmente che non si è mai ripreso dalla guerra, ma pur sempre suo padre. Mi viene in mente la storia di Sacco di lardo e la sua vendetta durante la gara tra mangiatori di torte, e il messaggio a tutti i bambini vittime di bullismo, in un modo un po' troppo colorito e "vomitevole" se volete, ma in ogni caso efficace e schietto, proprio come gli adolescenti. Perché alla fine, a ben vedere, è esattamente così che diventi grande. Parti in quarta per quella che  ti si presenta come la più grande avventura della tua vita, quella che ti farà ottenere una rivalsa, la gloria. E nemmeno ti spaventa l'idea di vedere il corpo di un ragazzo della tua stessa età, senza vita buttato tra i cespugli. Un attimo prima saresti disposto a tutto pur di afferrare quella gloria, anche a tirare fuori una pistola e puntarla contro qualcuno. Poi però alla fine fai un passo indietro e decidi, con una telefonata anonima, di affidare tutto alla polizia. Ecco, in quel passo indietro tu diventi grande, non sei più quel bambino che canticchiava sui binari "Lollipop".  In quel preciso momento tu, capisci che si "è giovani una sola volta, ma si può essere stupidi per sempre"...






mercoledì 24 aprile 2013

Arriva la Festa del Cinema, si va in sala a prezzo ridotto


È Michele Placido il primo ambasciatore della Festa del Cinema, che si celebrerà dal 9 al 16 maggio in tutta Italia, promossa e sostenuta dall’industria cinematografica. Durante la Festa del Cinema, il biglietto per l’ingresso nelle sale cinematografiche italiane sarà a prezzo ridotto: 3€ per i film in 2D e 5€ per quelli in 3D. Potete trovare tutte le info sul sito ufficiale dell’iniziativa, www.festadelcinema.it, ricco di contenuti speciali, concorsi per gli appassionati cinefili e molto altro. Parliamo poi anche del contest “Premi da Star”, con in palio tanti premi: la borsa Piquadro usata sul set di “Mi Rifaccio Vivo”; una giornata sul set del nuovo film di Checco Zalone; la coppia di guanti creata su indicazione di Geoffrey Rush e utilizzata dall’attore sul set di “La migliore offerta”; accrediti per i più importanti festival cinematografici nazionali (Venezia, Roma, Torino, Taormina, Giffoni); sceneggiature del film “La Banda dei Babbi Natale” autografate da Aldo, Giovanni e Giacomo; la sceneggiatura de “Il Divo” autografata da Paolo Sorrentino.
Per partecipare all’estrazione finale basta registrarsi al sito www.festadelcinema.it o connettersi con il proprio profilo Facebook. Tutti i premi sono stati donati dall’intera filiera cinematografica, a conferma del suo sostegno alla Festa del Cinema.

L’iniziativa è promossa e sostenuta dalle associazioni dell’industria cinematografica ANEC, ANEM, ANICA, insieme a ACEC e FICE, sulla scia del successo che ha in Francia la FÊTE DU CINÉMA giunta alla 28esima edizione. La Festa del Cinema, la cui organizzazione è affidata a QMI, vuole favorire, attraverso una riduzione del prezzo del biglietto, l’aumento dell’afflusso di pubblico nelle sale cinematografiche per far apprezzare la vera bellezza e il fascino del grande schermo.

E noi appoggiamo e condividiamo in pieno!!!

  

lunedì 22 aprile 2013

Mondo senza fine, la mini-serie tv arriva in Dvd e Blu-Ray


Buone notizie per i tanti fan italiani di Ken Follet e della sua famosa saga medioevale. La mini-serie tv Mondo senza Fine uscirà domani 23 aprile sul mercato dell’homevideo in Dvd e Blu-Ray distribuita da Dall’Angelo Pictures. Prodotta negli Stati Uniti, la serie è articolata in 8 puntate (dalla durata di 45' ciascuna). In Italia, è stata trasmessa alla fine dello scorso anno sul canale Sky Cinema 1, facendo registrare un notevole successo di ascolti (circa 400 mila telespettatori a puntata). La vicenda è il seguito ideale de “I Pilastri della Terra”, altro best-seller di Ken Follet, e si svolge quasi due secoli dopo la costruzione della cattedrale nell’immaginaria località inglese di Kingsbridge: vi sono narrate le avventure dei quattro protagonisti, amici sin da quando erano bambini, che si trovano ad affrontare l’inizio della Guerra dei Cent’anni e lo scoppio della peste nera.

La serie Mondo senza fine è stata prodotta da Ridley e Tony Scott, con la regia di Michael Caton-Jones. Dall’Angelo Pictures la distribuirà in un cofanetto Dvd (4 dischi 24,99 euro) e in un cofanetto Blu-Ray (3 dischi 34,99 euro). Come extra, saranno presenti le interviste con l’autore Ken Follet e con il produttore Tony Scott, l’ultima prima della sua tragica scomparsa nell’agosto scorso, inoltre il trailer e  backstage del film. Nell’ambito di un accordo tra Dall’Angelo Pictures e Mondadori, il cofanetto con la versione in Dvd sarà anche distribuito in edicola a fine aprile in abbinamento ai settimanali “Tv Sorrisi e Canzoni” e “Panorama”. Il lancio di Mondo senza fine segue il grande successo della precedente edizione homevideo de “I Pilastri della Terra”, sempre distribuita da Dall’Angelo Pictures: i cofanetti del primo capitolo della saga, infatti, hanno raggiunto finora una diffusione record di quasi 22mila copie nella versione Dvd e di oltre 7mila copie in quella Blu-Ray.

Il numero degli appassionati delle mini-serie tv in Italia è in costante crescita”, ha spiegato Barbara Dall’Angelo, presidente e CEO di Dall’Angelo Pictures. “L’edizione homevideo di Mondo senza Fine va così a potenziare la nostra presenza in questo settore, dopo il successo dei Pilastri della Terra e anche di altre serie da noi distribuite, come Camelot, The Kennedys e Titanic. Inoltre, abbiamo anche curato l’accordo con La7 per la messa in onda di Mondo senza fine negli ultimi mesi del 2013”.


Jimmy Bobo - Bullet to the Head



Il regista statunitense Walter Hill, non ha mai nascosto il suo debole per quegli eroi navigati tra le strade più sporche e ostili della società. Per quel tipo di uomo che non vede differenza tra la vita e la sopravvivenza. Sfogliando il curriculum di Hill rivediamo titoli come Getaway! Da egli sceneggiato per uno dei suoi idoli cinematografici Sam Peckinpah nel 1972. L’esordio con L’eroe della strada è già abbastanza rivelatorio dello stile e delle tematiche più consone al regista. Anche se l’eco più duratura per quanto riguarda i successi di Hill proviene da pellicole come Driver, l’imprendibile oppure I guerrieri della notte, dove una New York più desolata e desolante che mai,  fa da sfondo a una storia di accuse ingiuste e gangs di strada.

Dopo l’action-drama Undisputed (2002), che vede Wesley Snipes nei panni di un detenuto campione di pugliato, Hill torna dietro la macchina da presa, affidando alla vena corpulenta di Sylvester Stallone, il suo Jimmy Bobo in Bullet to the Head. Bobo è un killer alla vecchia maniera, determinato nel compiere il suo lavoro ma rigoroso nel rispettare i principi che governano i sistemi più spietati. L’uccisione del suo compagno d’affari lo porterà ad allearsi con un giovane poliziotto, Taylor Known/Sung Kang. Per entrambi contava risalire al mandante di questo omicidio, solamente che nessuno dei due aveva messo in preventivo le abissali differenze nelle loro filosofie lavorative ed esistenziali. Bobo è quanto di più grezzo e pragmatico si possa incontrare al mondo, ama le cose semplici e agisce senza stare a pianificare tutto. Taylor è invece il ragazzo preciso e al passo con la tecnologia, dai modi razionali e fin troppo “etici”.


Le perplessità iniziali, almeno nel mio caso, cedono poi il posto al divertimento e allo spettacolare scambio di battute pungenti e all’ ironia che, finalmente, torna a caricare film di questo genere. A maggior ragione, per lo spettatore diventa essenziale, poter godere di questa invadente ironia che diverte ma non disturba, anzi, appaga gli occhi di chi guarda. La violenza e la più sottile sensibilità celata nei muscoli di Jimmy Bobo e la sua autoironia, nell’esibire un fisico ormai giunto all’arrivo, danno la possibilità al regista di confezionare un film a tutti gli effetti “cazzuto” e intelligente. Perché quando ai muscoli e alle botte viene affiancata la giusta dose di ironia, diventa divertissement allo stato puro. 

Questa recensione è stata pubblicata anche su themovieshelter

sabato 20 aprile 2013

W.E. - Edward e Wallis


Cantautrice, attrice, scrittrice, ballerina, stilista, produttrice discografica e cinematografica e, dulcis in fundo, regista. Non le bastava essere la Regina del Pop, no...
Ma se non sbaglio è così che funziona, quando hai tutto non ti basta mai e va a finire che vuoi sempre di più, per questo motivo forse la maggior parte di noi ha visto dietro la "Madonna-regista" (si, suona in modo buffo) un'impresa fin troppo ardua e presuntuosa. Chiacchiere a parte però, io ho visto il suo secondo film, W.E. - Edward e Wallis e la cosa che più mi ha sorpresa (la sola che mi interessa poi), sta nell'aver assistito a qualcosa di piacevole, ben fatto.


Si perché per quanto la critica possa aver massacrato il film, ritenendolo di gran lunga inferiore a quello dell'esordio Sacro e profano, io mi prendo il diritto di dire che nella storia rivista e personalizzata da Madonna, sulla storia d'amore più scandalosa che il Regno Unito ricordi, ci siano spunti interessanti per dare a questa donna un briciolo di credibilità dietro a quella macchina da presa. La storia è nota ai più, Wallis Simpson viene da un divorzio con un uomo violento e in dirittura d'arrivo anche con il secondo marito. Una non aristocratica che addirittura fece abdicare il trono a Edoardo VIII, divenuto poi Duca di Windsor. Parallelamente a questo amore che sconvolse un intero paese, un'altra donna e un altro spirito sofferente a causa di un matrimonio non certo felice. Wally Winthrop funge da riflesso sofferto e ossessionato di quello che fu l'amore di Wallis e Edoardo. Nella New York degli anni '90 fotografata con sentimento ed eleganza, efficace anche negli scambi spazio-temporali, da Hagen Bogdanski. Le due interpreti femminili, Andrea Riseborough e Abbie Cornish, rispettivamente Wallis e Wally, sono in perfetta sintonia con quest'opera ricca di chiari riferimenti alla vita della stessa regista. 


Matrimoni da far gola alle riviste di gossip, così come i problemi legati alle vicende più sballate della vita di un'artista così esposta ai riflettori. Anche il tema, credo quello più drammatico e visivamente più forte, dell'inseminazione artificiale. Si sente molto l'eco della vita di Madonna, non a caso le protagoniste femminili dominano sullo schermo, mettendo in ombra anche attori piuttosto bravi come James D'Arcy e Oscar Isaac. Mi piace soprattutto, di questo film, il messaggio a tutte quelle donne che per ragioni varie sprofondano nelle ossessioni, tenute in vita dal continuo confronto con altre donne, altri amori, altri dolori. Al contrario di quanti critici e giornalisti abbiano affermato, ovvero che questo parallelismo sembra piuttosto inutile e superficiale, io dico che non lo è affatto. Tutte le volte che Wally nella sua sofferta immaginazione parla con Wallis, è come assistere al dolore di una donna che chiede, gridando, aiuto. Una donna che perde il controllo sul proprio destino arriva a convincersi che non è più padrona della sua vita, si abbandona e si aggrappa ad allucinate speranze che in qualche modo alleviano le sue pene. Questo però, finché la vita non ti offre una possibilità di essere ancora felice. Alla fine Wallis svanirà nel nulla, lasciando a Wally le redini della propria vita, libera ormai dai fantasmi e dalle ossessioni che fino a ieri, le alleviavano il male di vivere.

Tutto questo non è "inutile", almeno per me...


venerdì 19 aprile 2013

Dans la maison - Nella casa.


François Ozon non ha mai fatto nulla per nascondere la sua smodata ipercinefilia. Qualche esempio? In 8 donne e un mistero (2002) il numero di citazioni era tale da tenere testa anche al Quentin Tarantino più sfrenato; Angel – La vita e il romanzo (2007) era un omaggio e parallelamente un riadattamento contemporaneo dei grandi melodrammi hollywoodiani degli anni Quaranta e Cinquanta. Il gioco di rimandi metacinematografici si fa ancora più sottile, e più ricco, nel suo ultimo film, Nella casa, liberamente tratto dal testo teatrale “Il ragazzo dell’ultimo banco” di Juan Mayorga

Protagonisti della vicenda il professore di letteratura francese Germain (Fabrice Luchini) e il suo allievo Claude (Ernst Umhauer), un sedicenne con uno spiccato talento per la scrittura. Germain è un romanziere mancato, sposato con una gallerista in disgrazia (Kristin Scott-Thomas), Claude un ragazzo di estrazione umile, orfano di madre, che nei suoi compiti a casa racconta a puntate il suo interesse per la famiglia unita e borghese del suo compagno di classe Rapha (Bastien Ughetto). Il talento dello studente sembra ridestare il professore, che ritrova il gusto dell’insegnamento e incoraggia l’allievo a proseguire il racconto, a registrare gli eventi a cui assiste ogni volta che si reca in casa del compagno per aiutarlo nei compiti di matematica. Maestro e alunno diventano complici di un gioco che diventa troppo grande nel momento in cui l’interesse di Claude per l’osservazione della vita familiare si trasforma in un’attrazione morbosa nei confronti di Esther (Emmanuelle Seigner), la madre di Rapha. Ed è l’inizio del caos.

Ozon gioca con lo spettatore, presentando inizialmente una distinzione netta, limpida, tra realtà e finzione: il primo racconto di Claude viene letto interamente da Germain, il secondo è nuovamente letto da Germain ma stavolta la lettura si trasforma in commento fuori campo mentre il racconto viene visualizzato. Con il procedere della storia la separazione tra i livelli narrativi scompare, realtà e finzione vengono poste sullo stesso piano fino a intrecciarsi e a confondersi. Quest’alternanza offre al regista lo spunto per tutta una serie di riflessioni: innanzitutto sui processi creativi e sui modi e sui fini del narrare;  in secondo luogo sul rapporto tra artista e committente e tra creatore e fruitore;  infine, e soprattutto, sulle fonti di ispirazione per i creatori di storie. E qui entra in gioco la cinefilia del regista francese. Come il suo personaggio Germain si nutre di Flaubert e Dostoevskij, Ozon si nutre di cinema. Ed ecco che in Nella casa ritroviamo la proverbiale scopofilia di stampo hitchcockiano nell’irrefrenabile impulso di Claude di spiare la famiglia di Rapha dal buco della serratura, le apparizioni di Germain nei momenti di creazione di Claude sono un omaggio a Bergman e Woody Allen e ricordano anche le fantasie allucinatorie di certi capolavori di Jacques Rivette, l’intrusione di Claude nella famiglia di Rapha e poi in quella dello stesso Germain è un chiaro riferimento a Teorema di Pasolini. E c’è poi quel pizzico di satira antiborghese alla Chabrol, il feticismo di Claude non può non ricordare Buñuel, e così via…


Se il film non si avvita su se stesso quando il passaggio tra realtà è finzione diventa sempre meno percepibile è grazie a una capacità di scrittura fine e coinvolgente, se non si grida al plagio è perché la mescolanza di influenze cinematografiche è adattata con sapiente originalità e con un gusto del racconto valorizzato da uno stile innegabilmente personale e riconoscibile. Non si grida al capolavoro perché i richiami provengono dal cinema “alto”, quindi facilmente individuabili. Perciò non si corre il rischio di incappare in quegli errori di valutazione che a volte fanno spellare le mani al cospetto di film che di originale hanno poco o niente. In sostanza, Nella casa è un film d’autore che gioca a carte scoperte: se si accetta di lasciarsi andare alla finzione e non porsi troppe domande può essere un’esperienza affascinante. Chi rifiuta può sempre rifugiarsi (non a torto) dietro il topos critico dell’esercizio di stile.

Scritto da Luca Iuorio

giovedì 18 aprile 2013

Borotalco, fotoromanzo timido e smargiasso degli anni '80.


Gli anni '80...che meraviglia e quanto rammarico per non averli vissuti davvero. Ci penso sempre, e l'idea di immaginare la mia vita proprio in quegli anni mi fa sognare tutto ciò che purtroppo, per me, resterà solamente l'età dei miti, contraddistinta dal sapore della scoperta; nascono i cd negli anni '80 e la gente andava al cinema a vedere The Blues Brothers, oppure Blade Runner, Shining o il Batman di Burton...

Anche in casa nostra però, quegli anni hanno segnato una delle epoche più belle che si ricordi. Ognuno ha i propri miti, parliamo di cinema in questo caso e con questa parola "mito" io mi riferisco a tutto ciò che ha accompagnato la nostra infanzia e ci ha visti crescere. A Roma solitamente quando si parla di miti cinematografici, si pensa a loro: Alberto Sordi e Carlo Verdone. Oggi voglio parlare di Carlo però, di uno dei film più riusciti del regista e attore romano, Borotalco. Questo film esce nel 1982, è il terzo lungometraggio per Verdone, dopo la straordinaria doppietta messa a segno con Un sacco bello e Bianco, Rosso e Verdone, e per la prima volta la storia prevede un unico personaggio. Scritto insieme a Enrico Oldoini, Borotalco, racconta di due giovani rappresentanti di enciclopedie musicali, Sergio e Nadia

Lei, Eleonora Giorgi, è bella, spigliata e fan sfegatata di Lucio Dalla, fin da subito esatto opposto del goffo e impacciato Sergio. A dare il vero lancio al film è l'incontro di Sergio a casa di un cliente, con un tale Manuel Fantoni. Questo personaggio ha tutto ciò che serve per incarnare l'uomo misterioso, affascinante e affabulatore contraddistinto da un formidabile spirito avventuriero. Angelo Infanti, oltre ad essere una garanzia per i personaggi inventati dal regista romano, è di una efficacia incredibile. Lo ricordiamo in Bianco, Rosso e Verdone, nel film In viaggio con papà e il suo Manuel Fantoni gli fa vincere addirittura un David di Donatello per il miglior attore non protagonista. A completare il cast azzeccatissimo direi, ci sono poi Christian De Sica, l'amico ciociaro e combinaguai che regala all'attore uno dei migliori ruoli di cui può andar fiero, e il grande, immenso Mario Brega che qui si cimenta nell'autorità grezza e intimidatoria del suocero Augusto. Non c'è bisogno di ricordare la sequenza nella drogheria  e le battute epiche entrate definitivamente nel linguaggio comune di ogni singolo cittadino romano (e non). "A Sè, pensa che è mi fija."


Ma al di là della comicità spontanea che gioca molto con l'improvvisazione, cosa fondamentale per la riuscita del film, quello che fa di Borotalco un piccolo capolavoro della commedia italiana è l'aver fotografato quegli anni lì, aver raccontato una storia semplice che parlava ai giovani. Già, perché la cosa più importante che ha fatto Verdone è stata la timidezza e la modestia con la quale si presenta il film. Parlando dei miti e su cosa realmente fossero per i ragazzi, gli stessi che si stupivano della bisessualità o omosessualità dei loro beniamini. "Burt Lancaster? Noooo". Oggi ci si stupirebbe per così poco? Siamo così diversi da quei giovani lì e molto probabilmente oggi, un Manuel Fantoni in casa a raccontarci della sua avventura a Genova,  e del suo cargo battente bandiera liberiana, non ci farebbe nessun effetto. 


Quell'ingenuità e quella voglia di scoprire, di sognare e di voler rompere la noia (lo stesso Infanti nel film dirà a Sergio che la sua voglia di raccontare storie nasceva anche per sconfiggere la noia) puntando sull'immaginazione. L'ingenuità poi che pretende di camuffare con il pizzico di un moscerino, quel che a tutti gli effetti sembra il braccio di un ragazzo che si buca. (Eppure Sergio non mentiva...). Come lo stesso Verdone racconta da sempre, Borotalco è il suo miglior film, il preferito dal papà Mario, il film che ha riempito una decade straordinaria nella carriera di questo regista. 
Leggero, timido e smargiasso. Che ti fa sorridere e riflettere allo stesso tempo. Ma che, soprattutto, ti fa amare il cinema e la comicità pulita, magari grezza a volte, ma spontanea, genuina.


Borotalco vince ben 5 David di Donatello, Miglior film, Miglior attore protagonista Carlo verdone, Migliore attrice protagonista Eleonora Giorgi, Miglior attore non protagonista Angelo Infanti e Miglior musicista a Lucio Dalla e Fabio Liberatori.
Due Nastri d'Argento Miglior attrice protagonista Eleonora Giorgi e Miglior Colonna sonora a Lucio Dalla e Fabio Liberatori.
La Giorgi si aggiudica pure un Montreal World Film Festival per la migliore interpretazione femminile.

*E Lucio Dalla, quando seppe delle sue canzoni e del suo nome apparso sui manifesti distribuiti da Cecchi Gori, si infuriò non poco con il povero Carlo. La rabbia poi però passò, per cedere il posto alla gloria di un successo enorme di cui Verdone e il suo Borotalco, lo hanno reso grande protagonista. Erano quelli gli anni della Dalla Mania, e gli Stadio si preparavano ad esplodere...



mercoledì 17 aprile 2013

365 giorni insieme. Auguri CriticissimaMente!!!


Ebbene si! Esattamente un anno fa a quest'ora, ero tutta gasata ed euforica per aver finalmente creato qualcosa che fosse tutto mio. Un piccolo ma prezioso spazio, quasi rifugio o mondo altro dove poter scappare, per dimenticare il resto del mondo e per ritrovare me stessa. E la cosa più straordinaria è che, oltre a me stessa, su queste pagine virtuali, ho trovato anche voi
Chi lo avrebbe mai detto? Io sinceramente non pensavo a risvolti o a particolari conseguenze, nel senso più positivo del termine. Quando è scattata la molla e l'esigenza di fare qualcosa era ormai irrefrenabile, sono partita, così, senza un piano preciso, senza meta. La sola cosa che mi interessava era muovermi...

"CriticissimaMente", lo so che molti di voi si saranno chiesti almeno una volta: "ma questa un nome più semplice non se lo poteva trovare?". E non sareste gli unici, ancora oggi molti miei amici fanno fatica a pronunciare questo che, ai più, appare come uno sciogli lingua. Mia madre e mio padre ad esempio iniziano a sudare ogni volta che qualcuno magari gli domanda: "a ma tua figlia scrive? Ma dai, fa anche radio, e come si chiama il programma?". Una tragedia per loro...poverini, ma d'altra parte questo e nessun altro poteva essere il mio segno di riconoscimento.

Non sono completamente matta però, vi spiego...a marzo di un anno fa, decisi di frequentare un corso di Giornalismo culturale, che ti preparava nell'arco di dieci lezioni a descrivere, secondo un'impostazione giornalistica ovviamente, gli eventi culturali di ogni genere. Non dimenticherò mai le parole del nostro insegnante il primo giorno di corso, Massimiliano. "Ragazzi la parola d'ordine nel mondo del giornalismo è questa: eliminare gli avverbi!!!". Eliminare il superfluo, tutto ciò di cui possiamo fare a meno, in un articolo, deve essere tolto. In effetti per un giornalista tutto deve ruotare attorno alla notizia, le famose cinque "W", who, why, what, when, where (almeno mi pare fossero queste...). Ma, tornando alla questione per me delicatissima degli avverbi. Ebbi subito da ridire il primo giorno di corso e non seppi tenere la lingua a bada nemmeno lì. In quel preciso istante capii una cosa: io non sono una giornalista, sono un critico. E c'è una bella differenza...io ho bisogno degli avverbi come il violinista del suo strumento. Non potrei mai farne a meno, però, da persona precisa e seria quale sono, durante tutto il corso i miei articoli scritti per Max, erano a prova di bomba. Neanche un avverbio. Che fatica però, ragazzi è più forte di noi, gli avverbi ci servono per esprimerci, c'è poco da fare, è così.  

Durante il corso oltre a capire la netta differenza tra il giornalismo e la critica, mi viene messa davanti una possibilità mai presa in considerazione prima, il blog. Allora si può dire che nemmeno sapevo di quale strana entità si parlasse, però Massimiliano, da buon insegnante mi racconta di alcune donne, la maggior parte di queste, anche mamme, che hanno raggiunto un successo enorme con i loro blog. Al di là del successo, ovvero ciò che mi interessava di meno, dissi a me stessa: cavolo, posso fare qualcosa da sola, qualcosa che sia mio e che magari mi permette di sfogare liberamente le mie passioni e tutto ciò che amo. Condividere tutto con gli altri, scrivere senza dover badare alle ormai insostenibili umiliazioni delle collaborazioni fasulle con altri siti o testate. Se c'è anche solo una possibilità per me, la voglio. Piuttosto che scrivere per altri e riempire le loro pagine, dovendo subire continuamente il peso di un lavoro fantasma, beh, lo faccio per me e a modo mio. 

Così, primissima cosa, decido di creare la pagina e senza nemmeno sapere un'acca di nulla, il giorno dopo vado su blogger e...inizia l'avventura. Perdonatemi, già mi sto dilungando troppo e potrei stare altre due ore a raccontarvi tutto, ma non lo farò, tranquilli. La cosa che mi fa sorridere e mi dà un'immensa soddisfazione, "e questo ve lo devo dì ", è che mi sono messa in viaggio senza sapere nemmeno cosa fosse un'etichetta, un tag, un banner, l'html (maledetto html!!!), oppure che so, l'indicizzazione su google e poi i codici da copiare e modificare per la grafica, che ve lo dico a fare...un'odissea. E dopo nottate passate in bianco a smanettare con il computer come una riposseduta da esorcizzare, eccomi qua. E' passato un anno, nel mentre ho conosciuto persone straordinarie tutte più o meno malate di cinema e bisognose di condividere questa grande passione, proprio come me. Quando leggo quel "111" lettori fissi e quando vedo i commenti sotto i miei post, beh, sono piccole grandi soddisfazioni che forse solamente noi, blogger/critici per diletto, possiamo comprendere. Io credo nelle ambizioni, credo che nella vita conti alzarsi la mattina e avere sempre una ragione, qualcosa da dire, qualcosa da voler raccontare e condividere con gli altri. Senza questo, non ha nemmeno senso aprire gli occhi e iniziare una nuova giornata. 
Credo nel potere dell'Arte, nella magia di stupirsi guardando tutto ciò che ci circonda e poi raccontarlo. 

Ma soprattutto credo nel cinema. Ovvio, insomma lo avrete capito sicuramente. Credo nelle opportunità che diamo a noi stessi, nelle alternative che sappiamo cavare dal nulla. Ecco, CriticissimaMente nasce per questo. Perché la possibilità che mi dà, è quella di alzarmi la mattina e non riuscire a controllare l'esigenza di scrivere, di raccontare e condividere. Perché mi fa sentire viva, non mi dà una lira e nemmeno me ne frega nulla, perché al contrario di quanto gli altri possano sostenere, le mie passioni contano come il mio metabolismo o la mia busta paga (che non ho, ma questo è un altro discorso...). Perché se tutto il resto del mondo mi dovesse tradire e di colpo sparisse, questa cosa chiamata passione, rimane. 

Grazie a ogni singolo lettore passato di qua anche solo una volta, grazie ai miei più fedeli compagni d'avventura, grazie infinite a tutti quanti voi.
Evviva il cinema, evviva gli avverbi, evviva NOI e i nostri 365 giorni insieme...



lunedì 15 aprile 2013

Gone baby gone


In principio era il romanzo, poi venne il cinema e...


E venne pure Ben Affleck. Si, il belloccio di Berkeley diventato famoso con Generazione X, quello che a ventisei anni si è beccato una bella statuetta per la Miglior Sceneggiatura Originale, insieme all'amico Matt Damon, per il film Will Hunting - Genio ribelle. Certo Affleck è anche stato il fidanzato più sexy che la bella e pluriassicurata per la vita (per il fondoschiena in realtà...) Jennifer Lopez possa vantare, diciamolo. Nel 2003 poi, per sua fortuna farà Daredevil e lì, incontrerà la bella Jennifer Garner, sua attuale moglie e madre dei suoi due figli. Per quanto la sua carriera di attore metta pepe tra critici e spettatori di tutto il mondo, più o meno convinti delle capacità recitative di Affleck, su una cosa sembrano ormai essere tutti, ma proprio "tutti", d'accordo. Affleck è un grande regista!!!

Già perché uno che decide di esordire portando sullo schermo un romanzo che è figlio dello stesso padre di Mystic River e Shutter Island, per dirne due, forse i più noti, o è matto o è bravo. E in questo caso direi che ci piace la seconda opzione. Nel 2007 infatti Affleck decide di adattare il noto romanzo di Dennis Lehane, dando al film lo stesso titolo, Gone baby gone (in italiano il libro è meglio noto come La casa buia). Per il suo debutto dietro la macchina da presa Affleck decide di dirigere il fratello più piccolo Casey, circondandosi poi di altri grandi attori come Ed Harris, Morgan Freeman, Michelle Monaghan. Quest'ultima, nel film è la compagna di Patrick Kenzie/Affleck, uno che conosce talmente tanto bene Boston da voler diventare investigatore privato del proprio quartiere. Il caso di una bambina scomparsa, Amanda, lo metterà in azione insieme alla compagna, portando entrambi a toccare con mano il dolore di un mondo pieno zeppo di piaghe inimmaginabili, eppure, così reali.


Boston è anche il cuore marcio, palcoscenico degli orrori direi, scelto dallo scrittore e Affleck, ovviamente, non ha toccato nulla in questo senso. Quello che stupisce mentre si guarda il film e allo stesso tempo si pensa a chi possa nascondersi dietro la macchina, è il fatto che Gone baby gone è a tutti gli effetti un thriller complesso, di quelli che mescolano, fino a farli esplodere, sottilmente, gli orrori che muovono la nostra società e gli stessi uomini. Sorprende come nel voler mettere in scena questo spietato ritratto, quasi il regista si mette in disparte, non giudica o forse lo fa con assoluta maestria e intelligenza. Abbiamo la madre tossicomane e quasi indifferente alla scomparsa della piccola di quattro anni, due zii un po' insoliti ma apparentemente gli unici a soffrire per le sorti della bambina. Abbiamo il poliziotto che non ci convince più di tanto e poi all'improvviso tutti quanti vengono catapultati in una trama complicata, che puzza di complotto, di falso e che ti sporca solo a guardarla. Un noir che mostra nelle strade il male più grande, la pedofilia. Laddove "la vita di una bambina vale meno di una lattina di birra" e allora non puoi sentirti in colpa per aver premuto il grilletto, davanti alla sagoma vomitevole di un assassino, che ha stroncato la vita a un bambino di sette anni. Non c'è il senso di colpa, in teoria non dovrebbe esserci ma Affleck coinvolge tutti quanti i suoi protagonisti in un vortice di colpa/non colpa, annullando il confine tra bene e male, tra ciò che è giusto o sbagliato.


La decisione nel finale, di cui non svelo nulla, presa da Patrick, è decisiva ed emblematica in questo senso. Questo giovane regista ci spinge a riflettere su quali reali mezzi possiamo puntare per cambiare il nostro destino o, meglio ancora, quello di un bambino che gioca alla playstation in casa sua e non sa, ancora, che al di là di quella camera lo aspetta il mondo della droga, dei traffici, delle armi. Tutto pronto e impacchettato da un padre che da buon mentore gli trasmetterà la peggiore delle malattie. 
In un certo senso, ripensando al film, la prima immagine che mi salta agli occhi è quella di una Casa buia. Perché per come la vedo io, se c'è anche una sola possibilità di cambiare i destini segnati di tutti quei bambini, la si può trovare andando proprio in quelle case, partire da lì. Così, come Patrick all'inizio sottolinea quanto sia importante conoscere il proprio quartiere, la gente che ci vive, allora lo stesso vale per tutti noi. Dobbiamo conoscere meglio quel che ci circonda, la gente che spesso ci passa accanto e ci sfiora senza nemmeno accorgercene. Forse ci frega la paura della verità, e allora preferiamo ignorarla.
Perché è così, "Tutti vogliono la verità...fino a quando non la trovano".


mercoledì 10 aprile 2013

Le donne non vogliono più

Nella maggior parte dei casi, oggi, grazie al web e alla ricerca supervelocizzata da Google, cercare un film sembra davvero essere la cosa più semplice e a portata di mano che ci sia. O meglio, andare a spulciare quante più recensioni possibili, leggere i commenti e i vari pareri e farsene magari un'idea un po' più chiara. Esistono casi però in cui determinati film, non rientrano in questo olimpo webmediatico. Ecco, il film di cui parliamo oggi è esattamente uno di questi, e ci tengo ad avvisarvi in quanto questa, sarà si e no la terza o quarta recensione presente nell' "internetglobe".

Avete mai visto Le donne non vogliono più? Ma soprattutto, conoscete mica un certo Pino Quartullo? Beh, io prima di scoprire il film, devo dire che sapevo di Quartullo quanto possa dire sulla fisica nucleare, cioè, nulla! Allora Quartullo dirige questo film nel 1993, "si dice di lui" che sia regista, attore, sceneggiatore e doppiatore italiano. Classe 1957, ha esordito al cinema come attore, recitando per Enrico Montesano nel film A me mi piace (1985) e scrutando il suo curriculum vengono fuori incongruenze piuttosto sconcertanti.

Giusto per rendere l'idea a quanti non avessero visto Le donne non vogliono più, Luca/Quartullo è un bancario alla disperata ricerca di soddisfare il desiderio paterno. La compagna storica Francesca/Lucrezia Lante Della Rovere invece non ne vuole sapere. Questa divergenza nei desideri della coppia porterà Luca ad andarsene per intraprendere le più inverosimili avventure, dal rimorchiare donne e proporle di fare un figlio non appena abbia detto loro "piacere, mi chiamo Luca", al ricorrere alla banca del seme per fare la propria donazione e sperare così, che prima o poi, qualcuna possa piombargli in casa con il bambino tanto desiderato. L'idea di quest'uomo tanto bramoso di paternità, sensibile fino a diventar matto, poteva dar luce a qualcosa di interessante, se non altro contenuto entro i limiti della decenza cinematografica. Purtroppo non è andata così, al di là del fatto che Quartullo (e qui tornano le incongruenze di cui accennavo sopra) è tanto fastidioso, attorialmente parlando, che a fatica si rimane a guardare. Diplomato in regia all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, con tanto di diploma in recitazione presso il Laboratorio di Gigi Proietti, cioè, ma scherziamo???


A peggiorare la situazione poi le battutine deprimenti che vorrebbero fare del film una commedia per tutti, che schiaffa allo spettatore argomenti delicati o forse ancora un po' taboo per i più, come l'omosessualità e l'adozione, la donazione dello sperma e la fecondazione artificiale. O l'idea di una famiglia composta da due papà o due mamme. Alla fine, tornando al film e alla sua storia, Luca incontrerà una coppia lesbica, la stessa che, vorrebbe a tutti i costi un bambino. Si, immaginate i più ridicoli tentativi di organizzare rapporti sessuali atti alla riproduzione, e immaginate pure che la vostra pazienza a un certo punto vacilla, mettendovi a dura prova. Eppure Quartullo ha lavorato con Luigi Magni, Dino Risi ah, aspetta. Leggo anche Federico Moccia...


Ad alleviare le mie pene, di fronte a delle performance recitative davvero vergognose e a una sceneggiatura che tenta di campare sulla comicità che, renderebbe grandi attori anche i maschietti negli spogliatoi dopo una partita di calcetto (così come le femmine pettegole mentre fanno shopping), un attimo di dolcezza e metafora dell'istinto paterno. Uno soltanto. Il finale del film, infatti, ci lascia con l'immagine di un uomo seduto a un tavolo (un uomo che probabilmente, non sarà mai quel padre che sognava di diventare), una papera e un piccolo uovo...

lunedì 8 aprile 2013

Mamma Mia! (Here I go again)


Quando vedo i Musical piango. Non è normale lo so, ma quello che più mi emoziona è l'idea di immaginare un mondo in cui tutti siano liberi di passeggiare per strada, iniziare a cantare e danzare da un momento all'altro, con disinvoltura, senza essere presi per pazzi. Questa è l'immagine più bella che ho.

Phyllida Lloyd, regista e direttrice teatrale inglese, dirige Mamma Mia! nel 2008, adattando per il grande schermo quello che è stato svariate volte Musical e, ancor prima, album di successo degli ABBA. Una cosa è certa, la Lloyd nella sua doppietta da regista cinematografica ha fatto un Bingo! da gridare invidia. Per ben due volte infatti fa pieno centro, portando con sé la sua attrice di fiducia, dal calibro di una 44 Magnum, Meryl Streep. La Iron Lady del 2011 poi, regalerà il terzo Oscar all'attrice, un ritratto indimenticabile della vita di Margaret Tatcher. Potremmo partire dal fatto che Mamma Mia! sia il musical che ha incassato di più nella storia del cinema, ma noi valutiamo tutto il resto, ovvero quella carica inestimabile, che ti fa saltare dal divano e ballare, convincendoti che sia la cosa più sana che tu, possa concedere a te stessa.


La storia della giovane Sophie/Amanda Sayfried che sta per sposarsi, porta nel cuore una piccola assenza, quella di un padre mai conosciuto. Così, prendendo spunto dal diario dei ricordi della mamma, la tutto pepe Donna Sheridan/Meryl Streep, riesce a risalire ai tre uomini che la donna frequentava, nell'estate in cui rimase incinta. Sophie manderà gli inviti ai tre probabili padri e questi, non potranno rifiutare, anche perché in fondo ad ogni lettera, ci sarà il nome della ragazza che gli ha fatto scalpitare i cuori, nell'estate più bella della loro vita... "Fu così che" Donna, si ritrova nell'ovile del proprio albergo, situato in una splendida isoletta della Grecia, i tre uomini che riempirono quel vecchio diario dei ricordi, pieno di "puntini di sospensione", a sostituire tutto ciò che le parole non possono esprimere.


Bill Anderson/Stellan Skarsgard, Sam Carmichael/Pierce Brosnan e Herry Bright (Herry Bright?)/Colin Firth sono esattamente i padri ideali, quelli che bene si intonano allo sfondo paradisiaco e molto onirico di un'isola fantastica, che si nutre di danza e musica (e che musica!!!). Tre attori in perfetto agio e in grandissima forma, forse un po' meno Brosnan, che addirittura si è beccato un Razzie Award per la sua peggiore interpretazione da attore non protagonista. Firth invece è superlativo, decisamente il mio ipotetico papà preferito. Ma permettetemi di peccare un attimo di femminismo, per dire che, mai in vita mia io mi sono sentita così orgogliosa e fiera di essere "donna". A partire dal nome della stessa Streep, scelta non credo casuale, tutto il film sembra gridare un chiaro messaggio alle donne. Quelle che vivono nei ricordi delle estati più belle della loro vita, quelle che si spengono perché convinte che l'età del divertimento sia passata, come un treno che non torna più.Quelle che direbbero alla propria figlia di non sposarsi a vent'anni per paura di rivedersi in lei. Le migliori amiche di Donna, Rosie/Julie Walters e Tanya/Christine Baranski, sono l'emblema dell'amicizia femminile, quella vera, oppure quella ideale, quella che vorremmo e forse, non avremo mai. 


Quando penso a Mamma Mia! penso a tante cose. Penso a musiche straordinarie, a coreografie altamente contagiose e a tutti i colori più vivi che si possano scegliere. L'azzurro domina la scena e credo sia molto a cuore alla regista inglese, basti pensare all'abito della Tatcher. Penso a una donna sulla sessantina, con un panno in testa per ripararsi dal sole, mentre lavora la terra e all'improvviso viene rapita dalle note di una Dancing Queen che diventa ancora di salvezza, quasi la sola ragione di vita; e penso a tutte le donne che vorrebbero strapparsi il grembiule di dosso e gettare a terra un mestolo da cucina per buttarsi in pista e cominciare a danzare. Quelle che un tempo lo hanno fatto e quelle che invece non lo hanno fatto mai.

Per finire penso a mio figlio, alla sua faccia piena di stupore e alla sua prima reazione a Mamma Mia!:"Mamma, ma che forte questo film. Cantano e ballano tutti!". 
P.S. Oggi, mio figlio, è fidanzato con Sophie, e vuole vedere questo film almeno due volte al giorno...

venerdì 5 aprile 2013

Come un tuono, (come Driver?)


Derek Cianfrance ci aveva in qualche modo conquistati nel 2010, con il suo Blue Valentine, un film drammatico che vede anche lì, protagonista, il biondino dallo sguardo triste, Ryan Gosling. Oggi parliamo di Come un tuono (The Place Beyond the Pines) e come coerenza vuole, il regista torna a parlare di problemi legati alle relazioni familiari, padri complicati e case che si innalzano a sedi di inevitabili "stage" che garantiscono una vita sballata, perennemente in bilico. Mi ha particolarmente colpita un articolo apparso su Panorama.it, nel quale l'autrice espone cinque buoni motivi per vedere il film. Per carità, non andiamo a stuzzicare critiche e pareri altrove, però vorrei riprendere questi stessi punti per dirvi, al contrario, tutto ciò che a mio modestissimo avviso, proprio non funziona, in questo ultimo lavoro firmato Cianfrance.

Luke Glanton è "Luke il bello", la star dell'attrazione più attesa ogni sera. Una gabbia e tre motociclette intrappolate, a toccare e disegnare linee con quelle ruote, che nemmeno immaginiamo. Cianfrance commette il suo primo sbaglio, proprio nel momento in cui ci presenta Luke. La sua entrata in scena di spalle, il giubbotto e il corpo tatuato, per poi finire su uno sguardo perso nel vuoto della folla gasata e in preda all'euforia del rombo dei motori, che mandano a mille l'adrenalina. Ebbene, l'eco del Driver smarrito nell'anonimato, raccontato da Refn è forte, si fa sentire ma grida giustizia. Sono quelle scelte che a fatica comprendiamo, perché un regista dovrebbe evitare di servire personaggi già visti. A distanza ravvicinata poi, e per di più l'attore è lo stesso...
Queste mie primissime impressioni già scombinano i due punti dell'articolo di cui vi accennavo sopra, infatti sono più che convinta che Cianfrance sia un autore in gamba, dotato di una forte sensibilità e sa muovere la macchina da presa con efficacia, tanto da aggiungere ai suoi film, quella forza realistica da documentario. Però non perdono il fatto di aver visto il remake di Driver. Viene irrimediabilmente soffocato il potenziale di un interprete che può dare molto e, per ovvie ragioni, non lo fa, non ci riesce. Non mi bastano le lacrime di un uomo che vede il proprio figlio a distanza e non mi basta nemmeno l'aver pianto (io, spettatrice) nei due o tre unici momenti in cui quel figlio, si ritrova nelle braccia del padre. Anche perché il tutto si frantuma nel momento in cui tu, regista (padre dell'opera), molli le redini e te ne vai (perché è questa la sensazione che si ha) terminata quella che potremmo definire la prima parte del film.


La cosa assurda è che la parte affidata a Gosling rimane comunque la migliore, la meno peggio. Nella seconda poi subentra Avery Cross/Bradley Cooper, il poliziotto per bene (???) la cui vita andrà a sbattere con quella di Luke, di quel bambino e della sua famiglia. Onde evitare spoiler e togliervi pure quel minimo di buona speranza che, uno spettatore, si riserva sempre e comunque prima di entrare in sala, ammetto che vorrei dire tante di quelle cose su Cooper...ma farò un respiro profondo: Excelsior! Excelsior Vale! Ce la puoi fare...va bene, una sola domanda: ma non lo si può rimettere in terapia??? 
No, Cooper non ce la fa ragazzi, è questa la realtà. Il lato positivo secondo me è stato uno straordinario abbaglio, per noi e per egli stesso...credetemi!!!
Eva Mendes è quanto di più fuori ruolo possa esistere al cinema, la madre che deve saper gestire una situazione complicata, mi dispiace, non è per lei ed è tanto evidente da sembrare irreale, fai fatica a vedere.
Poi c'è Ben Mendelsohn che veste i panni dell'amico più matto che uno sballato già di suo possa trovare, e anche questo personaggio mi è stato letteralmente bruciato. Il film, nelle sue tre parti, compie un arco temporale di quindici anni, e questo tizio, come per magia, nonostante il tempo e gli evidenti problemi di alcolismo, mi ringiovanisce ed è perfino meno scemo di prima...bah.


Un dramma confezionato male, malissimo, che a tratti arranca per farsi thriller/poliziesco, invano. L'unico tassello azzeccato è quello di Ray Liotta, lui è nato per fare il poliziotto corrotto, ormai è un dato appurato.Tutto il film annega nell'assenza di una sceneggiatura solida, di un montaggio che va fuori dai binari e diventa pesante, soffocante. I personaggi sono condannati agli archetipi, visti e stravisti. L'epilogo poi consegna in definitiva tutto ciò che non avremmo voluto scartare. Un dramma da dimenticare, un grido asfissiante che non arriva perché non è mai partito. I ragazzi che si calano perché non comprendono le scelte dei genitori, la corruzione e il coraggio che non abbiamo di esorcizzare le nostre paure. Tutto questo avrebbe potuto funzionare, si. 


Ma ciò che rimane è solamente il rombo di una moto che sfreccia incondizionata, senza avere meta. Come un tuono, che alla fine si schianta...

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