mercoledì 26 giugno 2013

Non è al momento raggiungibile...



Carissimi amici e carissime amiche, come avrete notato in questi ultimi giorni, la mia presenza su queste pagine è abbastanza scarsina. Un po' colpa del caldo, l'estate rimane ancora una delle mie stagioni maledette. Un po' perché mi sto dando da fare, in altro modo, per arrotondare le "entrate". Mi sono specializzata nell'arte del fai da te (e non pensate male mi raccomando), anzi chiunque volesse saperne di più, mi contatti in privato...

Ma, a parte questo mettiamoci pure (e soprattutto) che la scuola è finita...ecco. La mattina come mio solito, non appena il grande dei miei due maschietti andava a scuola, io avevo quel pezzetto di tempo per me. Per scrivere, anche perché uno è meglio "gestibile" di due, e nonostante i suoi svariati tentativi di manomettere il pc, sono sempre riuscita a portare a termine la mia "missione". In questi giorni caldi e caotici mi sembra di aver sconnesso i contatti con il mondo reale e non. Mi sembra di aver perso il controllo, ma a ben vedere le sole redini completamente abbandonate sono le mie, quelle che mi tenevano in piedi. 

A volte penso che i miei ventotto anni siano più o meno coetanei degli ottantatré di mia nonna...ma è meglio non ricordare questo dettaglio. Pochi giorni fa mi è capitata una cosa curiosa, insolita anche, poiché non ricordo sia capitata prima, o almeno così raramente da averlo dimenticato. Una volta a settimana di "rito", non appena torna mio marito a casa, io prendo la macchina, mi armo di buste e di tutte le tessere dei supermercati che ricoprono quasi per intero il litorale romano e dintorni, e vado a fare la spesa. Di solito la prima cosa che faccio è stabilire un budget (che quasi sempre viene scavalcato, e di brutto) poi guardo cosa c'è e cosa non c'è, prendo la borsa le chiavi e me ne vado. Bene, ho il morbo della fata smemorina io, lo ammetto. Però il cellulare lo prendo quasi sempre in automatico, caso strano appunto, quel pomeriggio lo lascio a casa. Me ne accorgo mentre guido e canticchio l'ultima dei Daft Punk, Get Lucky mi pare sia il titolo. Dopo un'apparente e rapida sensazione di smarrimento esistenziale, ecco che mi sento pervadere il corpo come da una brezza nuova, leggera e incontaminata. Pensavo che in quel momento, quella, fosse una delle sensazioni più belle che io avessi provato in questi ultimi cinque anni della mia vita. Gli anni più tosti, quelli che ti hanno messo alla prova sul serio. La laurea, il matrimonio, due figli...finisce che tu e il mondo al di fuori delle mura domestiche, e poco più in là del tuo istinto materno che ti consuma fino all'ultima, piccola cellula del tuo corpo, proceda rimpicciolendosi fino a svanire. La tua normalità ti vuole onnipresente, mai stanca, sempre sull'attenti perché se molli tu crolla tutto. La normalità vuole che tu sia donna ideale, madre ideale, amica ideale, compagna ideale e via discorrendo...le responsabilità a volte ti attanagliano, ti mettono all'angolo e non ti lasciano scelta. 

Libertà, di Emiliano Gentilini

E nonostante le gioie immense di questa vita , quello che ti manca di più di te, è e sarà sempre quel pizzico di spensieratezza e leggerezza che hanno contraddistinto la tua adolescenza. Ecco perché sentirsi per un istante "non raggiungibile" appare ai tuoi sensi come una piccola rinascita. Torni a sentirti libera, ti dimentichi delle responsabilità e dei doveri. Nessuno può giungere a te...hai staccato un secondo la presa. Capisci che forse dovresti farlo davvero, più spesso perché ne hai bisogno. E quando ti concederai il momento, una dolce vocina parlerà per te:

"L'utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile"...




lunedì 24 giugno 2013

Si dice che dopo il primo Superman sia tutto in discesa...



Va bene che somigliare a Gesù non è mai sbagliato, sì insomma in linea generale. Ma provate a immaginarlo col fisico e la barba incolta (ma sexy), un tale che all'occorrenza sfoggia un mantello rosso, una tuta blu e una "S" in pieno petto appoggiata ad una bellezza tutta inglese...

Non male come effetto, ma in quella sala io avrei preferito ammirare dell'altro (nonostante quanto abbia  premesso). Dopo il trauma risalente a sette anni fa, che ancora oggi porta in sovraimpressione e in stampatello maiuscolo il nome di Bryan Singer, (o di Brandon Routh) le aspettative erano alte. Più che altro avevo  fiducia, almeno secondo una logica che, in teoria, a una schifezza abnorme non può seguirne un'altra pari o addirittura peggiore. Man of Steel non è una schifezza abnorme però, sia ben chiaro. Ha un suo perché (perché?).

Ricostruire la storia di Kal - El, farlo con tutte le accortezze e rischiando pure una certa lentezza narrativa, è stata, per quanto mi riguarda, una decisione coraggiosa e leale nei confronti del personaggio. Zack Snyder prende a cuore questo aspetto, e ricomincia proprio dal principio, dalla fine di Krypton e dalla difficile decisione di un padre e una madre, sulla vita del proprio figlio. Fin da subito è chiaro che in quel bimbo appena nato ci sia una speranza che va oltre le sorti della dinastia kryptoniana, ma riguarda l'umanità fatta di altri mondi possibili e ancora sconosciuti. La terra è la destinazione scelta da Jor - El/Russel Crowe, un luogo in cui quel bambino avrebbe avuto un compito ben preciso, quello di far sposare le diversità e di predisporre l'uomo a un suo "prossimo", diverso da sé. Henry Cavill è Clark Kent, questo il nome scelto dai genitori terrestri, Jonathan/Kevin Costner e Martha/Diane Lane. Scritto da David S. Goyer (The Dark Knight), il film risente parecchio della cura psicologica e in un certo senso alienante, cui è destinato un "supereroe". Clark lo vediamo subito in azione, senza costume, a petto nudo con questo aspetto del messia venuto per salvare il mondo (ecco spiegata la intro biblica della recensione). Cavill è praticamente un Cristo moderno, non per niente diventerà ufficialmente Superman a 33 anni.


Ma al di là della scelta di voler accostare a tutti i costi il supereroe a Cristo, cosa che io non è che abbia compreso più di tanto, c'è qualcosa di ben più evidente che, a mio avviso, non va in questo reboot. Supervisionato da Christopher Nolan, che a quanto pare ha espressamente richiesto Snyder così come lo  stesso sceneggiatore, il film pecca soprattutto nella costruzione dei dialoghi. E' assurdo in effetti accostare tutto ciò al nome di Nolan. Ma non si può fare a meno di prendere a testate la poltrona nel momento in cui una Lois Lane/Amy Adams, pensa bene di dire a Superman (dopo il secondo o terzo salvataggio non ricordo con precisione, e dopo aver avuto la fortuna di essere stata baciata): "si dice che dopo il primo bacio sia tutto in discesa". - E lui - "Forse con un umano". E se ne va, a darsele per bene con il generale Zod...

No, non ci siamo. E questo è solo un esempio, forse quello che mi ha segnata di più. Si dice che il nonsense sia sempre apprezzato in termini strettamente fumettistici, però va visto anche il contesto in una maniera più ampia. Io che adoro la Adams e al tempo stesso non ho mai amato il personaggio di Lois Lane, ho sofferto parecchio durante la visione del film. Anche solo per il fatto che il regista ha bruciato l'aspetto più interessante, ovvero il rapporto con Clark. Qui è nullo, o peggio ancora banale, che sa di scontato. Non mi è piaciuto il loro incontro nel ricognitore, e non parliamo di Russel Crowe/Jor El/tom tom...
(chi ha visto il film capirà). Avete presente Fiorello quando imita Edward Cullen? Ecco.


Per concludere, perdonate la recensione scritta di pancia forse, direi che è apprezzabile il senso paterno e materno dei Kent, così come affascinano i flashback dedicati ai momenti più delicati di Clark bambino (qui si sente lo zampino di Nolan). L'idea era quella di realizzare un Superman moderno, diverso dai precedenti e per quanti abbiano ancora nel cuore (come me), il volto e il sorriso di Christopher Reeve, prendete aria e armatevi di umana comprensione. Niente e nessuno riporterà in vita, la poesia di quello che fu, l'eroe imbranato che tutti i bambini amavano. Quello che, all'occorrenza, toglieva gli occhiali, e salvava il mondo...




giovedì 20 giugno 2013

L'ultimo "ciao" a Tony Soprano...



Era a Roma, in vacanza, nell'attesa del Festival del cinema di Taormina che lo avrebbe avuto come ospite il 22 giugno. Felice di essere giunto in Italia, lui figlio di una donna partenopea, non avrebbe certo immaginato che questo, sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Stroncato da un infarto a soli cinquantun anni.

James Gandolfini è stato il padrino depresso nella serie tv I Soprano, dal 1999 al 2007. Considerata dal New York Times la più grande opera della cultura pop americana dell'ultimo quarto di secolo. Debutta nel 1992 nella parte forse a lui più cara, quella dell'italo-americano nel film di Sidney Lumet Un'estranea tra noi. Noi lo ricordiamo anche per i vari personaggi resi memorabili dalle sue espressioni, quelle di chi sempre un po' in secondo piano sanno emergere e fissarsi nella memoria dello spettatore. Mi vengono in mente alcuni titoli, Una vita al massimo di Tony Scott, Romance & cigarettes di John Turturro, Tutti gli  uomini del re di Steven Zaillan, L'uomo che non c'era dei fratelli Coen, sempre per Tony Scott Pelham 123 - Ostaggi in metropolitana. E tra gli ultimi ricordiamo Cogan - Killing Them Softly di Andrew Dominik e Zero Dark Thirty della Bigelow

Di fronte a queste news "maledette", c'è veramente poco da aggiungere. Lo ricordiamo così, e gli gridiamo il nostro ultimo saluto,

"Ciao Tony".


martedì 18 giugno 2013

Heartburn - Affari di cuore



Mike Nichols è un regista statunitense di origini ebree, figlio di un intellettuale russo che conosceva Vladimir Nabokov e Boris Pasternak...così lo introduce Wikipedia
"ah, mi son detta. Con queste prime info sul regista io già mi sono fatta una vaga idea, voi no?".

Parliamo di Nichols oggi, perché ho recuperato un suo film del 1986, Heartburn - Affari di cuore. Per intenderci, questo è lo stesso regista de Il Laureato e del più recente, non ultimo Closer. La prima cosa che mi ha convinta a restare sul divano, oltre ai due grandi interpreti protagonisti, ovvero Meryl Streep e Jack Nicholson, è stata la firma del soggetto che porta il nome di una grandissima scrittrice, quale è stata Nora Ephron. Il film è infatti un'idea semi-biografica, visto il matrimonio della scrittrice con Carl Bernstein

Mark e Rachel sembrano una coppia normalissima, sposati con una figlia e un secondo in arrivo. Lui però ha la tipica faccina da bello e disgraziato, mentre lei incarna fin troppo alla perfezione la donna innamorata e ingenua. Ingenua sì, ma vedete una donna, anche la più ingenua, prima o poi il modo di riprendersi la dignità... lo trova; anche se tuo marito non ha avuto la benché minima delicatezza/furbizia, di nascondere lettere e letterine della stangona con cui se la fa da tempo eh...


Infatti, nonostante il mostro di Jack, sullo schermo domina incontrastata la bella e giovanissima Meryl. Non perché indossi la "maglia rosa", attenzione. Ma la sua Rachel è una figura dotata di una forza dirompente, e portatrice di un messaggio fondamentale, non solo alle donne. Il matrimonio, e questo è un merito che va riconosciuto al regista e alla sceneggiatrice ovviamente, ha tanti passi difficili nel suo percorso e non sempre ci trova preparati. Quando si dà l'immagine del matrimonio, visto come il quadretto più squallido di lui che non si sente più soddisfatto e allora si cerca la stangona, si corre il rischio dello schieramento gratuito. Ma a ben vedere Nichols esce da questa trappola e prova a mettere in luce tutto ciò che fermenta nel corpo e nell'anima di una donna che, tradita, deve prima o poi, prendere una decisione. Una decisione che farà male, a lei ma ancor prima a quei due figli che dovrà crescere praticamente da sola, per raccontargli poi un giorno che "papà s'è trovato l'amichetta mentre voi stavate per venire al mondo". L'aspetto più drammatico è questo, vedere come una donna ritrovi pian piano la forza per mettere a fuoco e capire che non può esistere, talvolta,  una seconda possibilità. Perché alla fine del tuo matrimonio rimane il bello sì, ma macchiato di quelle sensazioni che mai nessuno ti leverà di dosso. Come lo sguardo di tuo marito in sala parto, lacrime che non saprai mai fino in fondo di cosa sapessero, se mezze vere o mezze finte. E quando ripenserai a tutto questo ti farai un po' male, ecco perché quella torta con tanta panna, preparata con amorevole ed estrema cura, ad un certo punto della tua vita, resterà impressa come una delle tue più memorabili, eroiche imprese...


Vorrei ricordare nel film le tante apparizioni "sfiziose", come la piccola parte di Milos Forman, l'esordio del giovanissimo Kevin Spacey (il ladro che incontra, prima della rapina, in metro), poi la mamma di Kevin in Mamma ho perso l'aereo Catherine O'Hara, oppure Jeff Daniels e la mitica Stockard Channing

P.S. la torta in faccia resterebbe comunque un'impresa, anche se al posto della stangona ci fosse stato uno stangone...per dire che qui, non si pecca affatto di femminismo. 
(Però quanto ho goduto in quel momento...).

lunedì 17 giugno 2013

Quando gli attori piangono...



Ieri sera in compagnia dei miei amici/fan di CriticissimaMente è uscito fuori un giochino divertente. Si parlava di attori, nello specifico delle loro più memorabili espressioni, intente a rendere il dolore del pianto. Almeno una volta nella vita, o nella propria carriera, un attore si è beccato un copione con su scritto: e ora PIANGI!!!

Forse è davvero il pianto, il banco di prova più difficile per un attore? Io non credo. Ma una cosa è certa, se non lo fai nel modo giusto, potrebbe scattare nello spettatore uno strano e incontrollabile attacco di risate spietate. Le stesse che, fisseranno nella memoria collettiva quella espressione indimenticabile e inverosimilmente credibile (sì insomma, "te sei rovinato/a"). Sul sito www.bonsai.tv ho trovato questa top ten dedicata proprio ai pianti meno attendibili e più divertenti, lasciati dai nostri attori e dalle nostre attrici...

Io dico subito che la numero 8, vince incontrastata...e la 5 e la 10 non avrebbero meritato di essere in "lizza". Il resto, giudicatelo voi. Ecco la classifica:


Charlie Brown

Laura Dern

Claire Danes


Aaron Paul

Natalie Portman

Mae Whitman

Diane Keaton


James Van Der Beek


Bert Lahr


Johnny Depp



Sono tutti bellini, ma Dawson non ha rivali...diciamolo!!! 


venerdì 14 giugno 2013

Nel frattempo in Israele, spuntano sirene...



La gente impazzisce per queste cose, e ammettiamolo fanno gola anche a noi più scettici che abbiamo l'abitudine di smontare in tre secondi l'entusiasmo generale più in voga al momento. Pensate un po', due ragazzi in Israele hanno avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Nei pressi delle coste di Kiryat Yam questi due baldi giovani, hanno avvistato un essere piuttosto insolito, proprio mentre stava godendo della brezza marina e perché no, di un po' di sole che non fa mai male (oddio avrà messo la protezione ora che ci penso?). Quanta invidia, io che da sempre sogno di nuotare insieme a una delle mie eroine disneyane, Ariel, la rossa principessina ribelle e soprattutto "curiosa" di vedere ciò che stava in superficie...

Ieri curiosando un po' in rete, mi va l'occhio sulla notizia di questo video, che sta praticamente spopolando su you tube, ha superato addirittura le 500.000 visualizzazioni. E così, tra l'entusiasmo di chi spera che la Sirenetta possa essere davvero tornata, e le grasse risate di chi grida al fake più palese, io ho pensato bene di chiedere anche a voi. La parte più integra di me, sta dicendo: ma tu guarda 'sti giovani d'oggi pur di apparire in qualche modo, cosa non si inventano. E' chiaramente una bufala. Poi la misteriosa creatura si tuffa e non fa muovere nemmeno l'acqua? E soprattutto questi vedono una sirena e pensano bene di spostare la videocamera (o telefonino), sulle loro facce da "Oh my God!"? Boh, mi sembra così strano...
L'altra me invece, non si espone più di tanto. Sorride e dice a se stessa (sotto voce) che, forse da qualche parte nel mondo, è ancora possibile credere a tutto ciò che la ragione esclude...







giovedì 13 giugno 2013

La nostalgia della foglia di fico



Partendo dalla bufera scatenata pochi giorni fa riguardo alla donna nuda "autofotografata" insieme ai suoi due figli, io proporrei un piccolo salto indietro. Anzi, a dirla tutta io proporrei la fine immediata di questa tendenza becera e bacchettona che sembra aver attecchito bene bene sulla maggior parte degli individui "umani".

Allora parliamo della nudità nell'Arte, un tema esistente dai tempi preistorici anche perché, allora, era abbastanza evidente ricercare un modello in sé stessi piuttosto che altrove. Il corpo umano, la fisicità e lo spessore più umanamente "accettabile" che due occhi possano ammirare. Non è così? 

Nei «corpi ignudi [...] consiste la perfezione delle nostre arti». Così parlava Giorgio Vasari agli allievi dell'Accademia del disegno, correva l'anno 1500 e ci si trovava nel mezzo, in senso artistico, tra Rinascimento e Manierismo. Dallo "scorticato di Cigoli", alle trovate pubblicitarie di oggi, al volto di un'Arte senz'altro evoluta, il passo certo non è breve. Lo scorticato è una statuetta di cera che iniziò ad apparire nelle Accademie quando ancora si proponeva un modello più "anatomico" che artistico, non mancavano infatti delle vere e proprie sedute di dissezioni, praticate negli ospedali fiorentini all'epoca. Si passò così ai cosiddetti modelli viventi, ci sono disegni a testimoniare l'inizio di tale pratica artistica, risalenti al XVII secolo, per dirne alcuni, un Nudo maschile seduto di Girolamo Macchietti; il disegno preparatorio per le Tre Grazie di Francesco Morandini detto il Poppi


Ma proviamo a rientrare nei binari della discussione, più conformi alle polemiche ancora caldamente accese nel web. Cos'è successo? Anastasia Chernyavsky è una fotografa professionista, e ciò che fa parlare di lei in questi giorni è il suo autoscatto che la ritrae completamente nuda insieme ai suoi due figli. Niente veli o tentativi di oscurare l'immagine, un seno sporco di latte e una macchina fotografica al collo, tra i bambini. Dopo averla postata su facebook, e quasi immediatamente, la foto è stata rimossa. 

La Chernyavsky, che è solita immortalare le fasi della gravidanza, allattamento al seno e nudi materni, si è espressa in questi termini:  "Di solito, non si è molto educati e si guardano le cose superficialmente, senza nessun apprezzamento per l’arte. Forse per mancanza di buoni insegnamenti, per mancanza di istruzione, o perché no, di buoni rapporti in famiglia. Sono abituata al pensiero della massa distorto sulle foto di nudo con donne e bambini. Io credo che se qualcuno ci vede qualcosa di sporco nelle mie foto, lo è la sua percezione, non la mia fotografia. Se non si riconosce ciò che è arte, da ciò che non è, non è certo colpa mia."

E se davvero fosse così? Se davvero i nostri pensieri fossero distorti, tanto da farci spalancare la bocca come se avessimo visto Godzilla, impauriti e in preda alla nostra stessa cecità mentale, ancor prima che visiva? Ognuno di noi, di fronte a queste storie, può e deve fare solamente una cosa, anzi due: vedere e poi capire. Allora io vi dico cosa vedo in questa foto e poi, cosa ho capito. Vedo una donna che probabilmente vive per i suoi figli e per la sua passione. Vedo una donna, una madre con una macchina fotografica al collo, con i suoi bambini attorno, il piccolo sul braccio e la più grande stretta alla sua gamba. Avvolti dai loro stessi corpi nudi, la madre e i bambini hanno provocato, pensate bene, un forte trauma (ancora in prognosi riservata) agli occhi del sig. Facebook. Mi domando quale sia la reazione di codesti occhi, quando ad invadere le pagine dei diari virtuali sono gli autoscatti delle ragazzine chiuse nei cessi delle loro case...altro che il David di Michelangelo, altro che Venere di Botticelli. Beh la Chiesa cattolica a suo tempo si stranì parecchio eh. Avete presente la campagna della foglia del fico? Ecco, quando Michelangelo stava terminando la Cappella Sistina, pare che il maestro di cerimonie del Papa, Biagio da Cesena, si espresse francamente definendo l'opera più adatta a un bagno termale che ad una cappella. Di casi esemplari la storia sa raccontarcene parecchi, ed è nostro diritto prenderli e iniziare a porci domande. Siamo schiavi delle nostre stesse debolezze, o limiti mentali. Viviamo sempre al confine tra il moralmente bello e il bello ma trasgressivo, proibito. Tra ciò che la società ci passa per "buono", cavalcando la nostra stessa incapacità di valutazione. 

Da madre, da donna, e da umile spettatrice dell'Arte in tutte le sue forme, io guardo la foto incriminata e rivedo me stessa. Mi vedo sotto una luce che quasi mai riesco ad accendere, perché dimentico di andare a fondo e rimango in superficie. Perché a volte cado nella trappola tesa dalla società che io stessa costituisco e, schifo. 

"Sfoglio le pagine di facebook e a fatica tengo gli occhi sullo schermo, vorrei spegnere il pc, anzi no, voglio distruggerlo. Il mio stomaco si contorce e la mia bocca non trova più consolazione nel mordersi. Mi rendo conto che il mondo ha perso completamente il senso del pudore, anzi non è nemmeno pudore. Credo che il mondo abbia perso e basta. Che senso ha condividere l'immagine di un cane morente, ricoperto di ustioni su tutto il corpo? Che senso ha condividere la foto di una ragazzina dal volto sfigurato con tanto di didascalia: se hai un cuore metti mi piace, oppure condividi? Ma dov'è il pudore qui. Dov'è la nostra concezione di "accettabilità"? Siamo obiettivi, la verità è che non l'abbiamo più, e finiamo col condannare una donna nuda con i suoi due figli in braccio, solo perché non siamo più in grado di "osservare" e abbiamo esaurito il libretto delle plausibili giustificazioni". 

Il mondo va a rotoli, si sta suicidando lentamente e rimpiange le foglie di fico...

mercoledì 12 giugno 2013

Robin Hood - Un uomo in calzamaglia



Di fronte alla parodia cinematografica, considerati i precedenti non troppo lontani, tendo a storcere un po' il naso, quasi sempre. Difficile che io vada in sala per vedere uno Scary Movie, piuttosto che un Mordimi (anche se questo, potrebbe essere addirittura meglio del parodiato). Credo che il senso dell'umorismo, quello vero, si sappia distinguere dalla banalità di una risata sollecitata da macchiette o situazioni piuttosto tipiche da film "demenziale". Ecco perché parlare di Robin Hood - Un uomo in calzamaglia non significa solamente parlare della parodia di quel Principe dei ladri diretto da Kevin Reynolds e interpretato dal'altro Kevin (Costner). E basta un nome a togliere ogni dubbio: Mel Brooks.

Eh sì, il papà di Frankenstein Junior, il re della parodia e della farsa, uno che se la scrive, se la dirige, se la recita e, come se non bastasse, se la suona (e se la canta!!!). Dagli anni '70, anni d'oro per la parodia brooksiana (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Alta tensione) si prosegue sulla stessa scia di genere con Balle spaziali, del 1987, per giungere poi a Ruttingham, laddove le gesta eroiche del prode crociato Robin incantano lo spettatore e gli occhi della bella Lady Marian di Batman...


Vorrei vedere la vostra faccia, se vi dicessero che il gatto è morto strozzato , mangiando il pesce rosso.
Il Robin Hood di Brooks è Cary Elwes (quello di Saw I, II e III in 3D? Sì.) Insomma, mica tutti i giovani posseggono la chiave del cuore, e della castità firmata Everlast in acciaio inossidabile, di una bella principessa, o no? Diciamo che Elwes gode di una espressività che sembra così naturalmente "babbea", da rendere ogni battuta perfetta, da far sbellicare anche il più tosto degli spettatori. Vengono in mente, giusto per citarne alcune: Meglio un giorno da cinghiale che cento da porchetta, ovviamente nella versione italiana e con chiaro riferimento a uno degli slogan fascisti che tanto piacevano al "Duce" (meglio un giorno da leone che cento da pecora). Parlare di questo film, potrebbe anche significare ridere come scemi per circa un paio d'ore ricordando, una dietro l'altra, tutte le memorabili battute nate dalle menti geniali degli autori Evan Chandler e J.D. Shapiro. Che poi il film rimette un po' insieme molte delle idee già sperimentate da Brooks nel suo telefilm,  Le rocambolesche avventure di Robin Hood contro l’odioso sceriffo, del 1975. Non mancano al tempo stesso citazioni di altri suoi film, pensiamo al ruolo di Fra 'Tuck vestito proprio da Brooks, e ricordiamo la battuta: "è bello essere il re", presa dal film La pazza storia del mondo. E come dimenticare Etcì (salute!) oppure il mafioso Giovanni (parodia di Brando ne Il Padrino), ma soprattutto cari lettori e amici, come dimenticare lui:




Interpretato da Mark Blankfield, un attore che personalmente non ho mai più rivisto e dunque non può non venirmi naturale associarlo a Bellosguardo, il fedele servo della famiglia di Robin. Quanto potremmo parlare di Bellosguardo? Io direi tanto da farci perdere la cognizione del tempo (e della sanità mentale, aggiungerei). Però credo che di tanto in tanto, rivedere questi film significhi pure respirare una boccata d'aria fresca, leggera che ti regala un po' di quelle risate che quasi mai, oggi, la nostra tv o le nostre commedie contemporanee, sanno concedersi/ci.

E a onor del vero, vorrei sentire la vostra. Magari potreste lasciare qui sotto la battuta che proprio vi ha fatto sbellicare dalle risate...io intanto ne lascio una e poi vado, perché devo dire a mamma che ho perso l'aereo...





Questo è il podcast dell'ultima puntata di CriticissimaMente parlando, se siete curiosi e avete due minuti...

http://podcast.ryar.net/criticissimamente_parlando/CriticissimamentePT14.mp3


lunedì 10 giugno 2013

E alla fine arriva Muze, l'app che ti "accompagna" al cinema.



Quando una notizia fa gola davvero, merita di essere annunciata al mondo intero. Certo di qua non passerà proprio il mondo, ma è sufficiente sapere che a voi carissimi lettori e amici, arrivi. Oggi parliamo di Muze, cos'è?

A volte scegliere ci mette in difficoltà, quante volte abbiamo detto: stasera voglio vedere proprio un bel film. Ma, "quale"? Poi magari ci affidiamo ai pareri dei nostri amici cinefili, oppure sbirciamo ovunque in rete per recuperare trailer, recensioni news e tutto ciò che serve a farci fare un'idea più chiara. Eppure, nonostante questa accurata ricerca di un'idea che ci porti in sala, convinti della decisione presa, si rivela presto un antipatico e spiacevole abbaglio. 

E se qualcun altro scegliesse per me? Se non altro non sarei costretta a frustarmi psicologicamente e ad incolparmi per chissà quanti giorni...ecco perché parlare di Muze, un'applicazione che propone, in modo automatico, un elenco di film da guardare, sulla base non dei gusti altrui... ma sulla base dei tuoi gusti. Muze è la prima mobile-app nel suo genere. 

Lo scopo 
Lo scopo è quello di farti godere al massimo dei film che guarderai.
Difatti, 'Muze' ti indicherà solo ed esclusivamente film che ti piaceranno sicuramente.

Come? 
Grazie ai voti che darai ai film che hai visto in passato, "Muze for Movies" costruirà il tuo "gemello di film", un avatar virtuale che ha i tuoi stessi gusti. 

E' fantascienza? 
Se pensi che tutto ciò non sia possibile...
Immagina di conoscere decine di migliaia di persone e di sapere di ciascuna di esse i gusti in materia di film. Sicuramente tra loro (ricorda che sono tantissime!) troverai qualcuno che ha gusti simili ai tuoi e che quindi potrà consigliarti quale film guardare. Muze ragiona in modo simile, ma va oltre: il suo compito è quello di setacciare tra quelle migliaia di persone e, una volta trovate, prendere da queste esclusivamente quella "fetta di gusti" che corrisponde proprio ai tuoi, fino a creare mediante il mix di queste "fette" il tuo gemello perfetto.



BRUTTO FILM? DIMENTICATELO! MUZE TI ACCOMPAGNA AL CINEMA.

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domenica 9 giugno 2013

Johnny Depp, una biografia non autorizzata e scombinata.



Avevi quella felpa sportiva bianca, un numero dieci blu nel petto, un paio di cuffie e una tv sulle gambe...quando due mani piene di artigli a un certo punto ti risucchiarono, fino a farti sparire, ricordi? Che domande, se lo ricorda sì, fu il suo esordio cinematografico...

Era una domanda retorica, la mia. Va bene devo imparare a controllare la mia dea interiore del raziocinio e invitarla ad andare a dormire, in fin dei conti è quasi l'una di notte. Ecco, l'una di notte di una domenica come tante, anzi no. Il 9 giugno di esattamente 50 anni fa la signora Betty Sue Palmer, stava mettendo al mondo il suo quarto figlio: John Cristopher Depp.
(Iniziare a scrivere consapevoli di non avere ancora nulla di chiaro e definito in testa, vi è mai capitato? A me sì, molte volte. E sta accadendo di nuovo, ora).

Panico...panico. Calma Vale. Ce la puoi fare.

Quante ne troviamo di biografie in rete, diecimila? Centomila, un milione non lo so. Sicuramente molte, tante che non aiuterebbero nemmeno un solo lettore a ricordarle, forse un paio non di più. Io non scrivo biografie, scrivo e basta. Ecco perché scrivere oggi di uno degli attori più noti e soprattutto, tra quelli che più mi sono a cuore, diventa davvero complicato, quasi un'impresa. Vorrei pensare a questo post come ad una ingenua e spensierata dichiarazione d'amore, scritta da un bambino e passata sotto al banco, di nascosto, alla più carina della classe. Sto perdendo il controllo, ok. Dai proviamo a dare un senso a questo articolo...(Proviamo).


Spiccano nelle pagine dei più noti quotidiani, titoli che gridano al superdivo borderline, l'attore trasformista per vocazione (suona un po' troppo da sorcina questa frase), il rockettaro bello e ribelle giunto a cinquanta primavere a suon di risse, droghe e amori bollenti. L'alter ego del visionario e folle Tim Burton, l'eterno bambino in un corpo da pirata da strapazzo. Quando leggo del consacramento del successo di Depp mi viene sempre da sorridere, perché molta gente ancora oggi è convinta che Johnny Depp doveva necessariamente essere Jack Sparrow per convalidare la sua carriera. Bah...La cosa che però mi fa imbestialire più di ogni altra, è sentir dire che Depp sia rimasto incollato a quel ruolo del pirata stralunato e non può proprio più farne a meno. Io ricordo solamente un titolo Neverland (2004), tenendo presente che il primo film de I pirati dei caraibi - La maledizione della prima luna è del 2003, giusto per dimostrare quanto di più inutile e insensato a volte siamo costretti a sentire, perché non mi pare d'aver visto Sparrow nel film di Forster, o no???


Dal 1984 ad oggi Depp conta circa cinquanta titoli nella sua filmografia da attore, pensa come i suoi anni. Un film da regista Il coraggioso, documentari, videoclip musicali e produttore di diversi titoli importanti, tra i quali Hugo Cabret. Approdato al mondo cinematografico grazie a Nicolas Cage (Grazie Nick per aver incoraggiato Johnny a tentare con la recitazione), presentato a Depp proprio dalla sua ex moglie (prima moglie Lori Ann Allison, sorella di un membro dei Kids), dopo il successo nella serie tv 21 Jump Street. Da sempre contrario all'idea di una vita da divo "bello da copertina" e buono a nulla, Depp dà subito prova delle sue qualità, soprattutto espressive. Ecco perché dopo i suoi primi quattro ruoli  (Nightmare: dal profondo della notte, Posizioni promettenti, Platoon e Cry baby) bussa alla porta del giovane attore, un certo Burton che lo scrittura per il suo Edward mani di forbice. Tra i due si instaura poi, oltre al sodalizio professionale, una grande amicizia che li porta a lavorare ancora insieme per altri film, Ed Wood, Il mistero di Sleepy Hollow, La fabbrica di cioccolato, per il film La sposa cadavere Depp dà la voce a Victor, Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street, Alice in Wonderland e ultimo Dark Shadows.


Io (riallacciandomi all'inizio del post) conobbi Johnny proprio in quel letto, risucchiato dagli incubi di Wes Craven e del suo Freddie Krueger. Però mi innamorai della malinconia e dell'inadeguatezza vista negli occhi di Edward. In assoluto il mio primo amore cinematografico. Un essere diverso, che ovunque andava portava scompiglio, rompeva, tagliava. Ma nonostante questo era così perfetto, umano...Mi innamorai una seconda volta, di Sam, un dolce mimo che fonde delicatamente le mosse di Charlot e quelle di Buster Keaton nel film Benny & Joon. Poi fu la volta del gitano Roux, in Chocolat, di George Jung in Blow, di James Matthew Barrie in Neverland - Un sogno per la vita. Mi rendo conto che potrei andare avanti ancora, ma perderei di vista ogni umano senso della misura quindi mi fermo qui. Anzi un'ultima cosa...

ogni volta che mi chiedono di spiegare questo "amore" per Depp vado sempre un po' nel pallone, perché sono convinta del fatto che per alcune sensazioni sia quasi impossibile prendere una chiara e comprensibile forma. Io mi limito a dire che la vita di un uomo, per quanto sballata e caotica possa essere, abbia da qualche parte, un angolino di mondo in cui trovare pace. Dove tutto possa essere finalmente armonioso e dove un uomo torni ad assaporare ancora la bellezza della scoperta, con gli stessi occhi di un bambino. Io vedo in Depp due occhi che non si stancano mai di cercare quell'angolo di mondo, vedo il volto di un uomo che si presta a incarnare le emozioni dei suoi personaggi. Vedo una creatura grottesca dai capelli di un arancio acceso, folle. Vedo il nemico pubblico numero uno, un marito omicida, un vampiro svampito e piuttosto sfigato. Un barbiere assetato di vendetta, e alla fine ritorno a quell'immagine lì. Quei due occhi caldi e profondi come gli abissi, quel sorriso di un uomo che ne ha viste e provate probabilmente di tutti i colori eppure, nonostante questo, non ha perso quella prepotenza leggera, vitale che oltrepassa tutto e tutti. Proprio come gli occhi incontaminati di un bambino...



Una delle fortune dell'essere Blogger è quella di avere attorno persone più pazze di te, ecco perché io adoro i miei amici e colleghi. Queste sono le recensioni di tutti i blogger più figherrimi della blogosfera, uniti tutti insieme in una grande festa, per voi e per il nostro Johnny.





sabato 8 giugno 2013

Il pescatore di sogni



Non è un film memorabile, certo. Il pescatore di sogni rappresenta alla perfezione quegli strani casi in cui ci troviamo ad apprezzare un film, nonostante le sue imperfezioni. Perché c'è qualcosa, nel mentre così come appena terminata la visione che, inspiegabilmente ci cattura, ci appaga. Io credo che un film possa esser godibile e al tempo stesso non un capolavoro. Esistono quelle vie di mezzo, anche nel cinema e il film in questione credo si trovi proprio lì, nel mezzo.

Lasse Hallstrom è un regista svedese, tra i suoi film da ricordare io citerei Buon compleanno Mr. Grape, Chocolat (non si capisce che ti piace Johnny Vale...no) oppure Achiko, Il vento del perdono e il più recente L'ipnotista. Ispirandosi al romanzo di Paul Torday Pesca al salmone nello Yemen, Hallstrom dirige il suo pescatore di sogni nel 2011. La storia racconta di questo dottore esperto in ittiologia Fred Jones/Ewan McGregor, operante al servizio del governo inglese. Un uomo assolutamente inflessibile che si ritroverà a gestire un progetto piuttosto insolito: portare diecimila salmoni nello Yemen. Questo era il desiderio dello sceicco Muhammad, un uomo colmo di fede, tanto da sfidare il disaccordo dei suoi conterranei e rischiare addirittura la vita. In effetti il progetto andava un po' a scombinare e a sfumare il confine tra Oriente e Occidente, portare la pesca nello Yemen significava al contempo portare un po' di Occidente in Oriente...


Parallelamente al progetto emergono poi i rapporti che cambiano lentamente, tra i protagonisti coinvolti nell'impresa. C'è Harriet Chetwode-Talbot/Emily Blunt ad accompagnare Fred, così come c'è una perfidamente brava Kristin Scott Thomas, nel film Patricia una donna in carriera spietata, quella che gestiva le copertine per la stampa britannica. E' senz'altro vero che, lasciano a desiderare i tentativi di far lentamente cambiare il modo di guardare alla vita, di Fred Jones. Come dicevo prima, lui l'uomo più pignolo che si possa conoscere, uno che si concedeva "un bicchiere" solo ed esclusivamente di venerdì. Un uomo ormai rassegnato e consapevole di un matrimonio finito e potrebbe bastare la sequenza che vede i due coniugi consumare un rapporto, al termine del quale il marito dice "grazie" alla moglie. Tra i due non esiste dialogo, non ci sono sguardi se non per accusarsi o non comprendersi a vicenda.


Conoscere Harriet significa per Fred rimettere in discussione la propria esistenza, il modo di rapportarsi con gli altri e con se stesso. Lo sceicco incarna invece la fede, significativo il discorso che fa a Fred, quando cerca di fargli capire che, la pesca è un po' come l'avere fede. Se si è disposti ad attendere immobili pur di vedere un pesce abboccare, la fede è dentro di noi, anche se inconsapevolmente. Il film nel suo complesso non riesce a nascondere i diversi difetti che peccano soprattutto di banalità e prevedibilità narrative. Una delle sequenze più "ridicole" il salvataggio dello sceicco da parte di Fred, al limite dell'inverosimile. Resto dell'idea, nonostante questo, che il film si possa tranquillamente guardare e apprezzare, per lo sfondo che emerge pian piano e che fonde non senza conseguenze, l'Oriente e l'Occidente. La satira e l'indifferenza delle alte istituzioni, il personaggio di Patricia è tra i più forti sulla scia di questa chiave di lettura. Soprattutto mi è piaciuto il modo di Hallstrom di lasciar emergere le debolezze psicologiche dei suoi personaggi. Anche se, pensandoci bene, potrebbe bastare solamente quel fiume, metafora evidente del corso della vita, e un uomo immerso a mezz'acqua che aspetta paziente, la sua "bestia"...


giovedì 6 giugno 2013

Nino Manfredi, "l'uomo caduto da un pensiero".




So' io
che ho preso in pieno in faccia er celo,
so' io
che so' caduto da un pensiero,
so' io
che 'n ce speravo quasi più
e un giorno all'improvviso...
..Che bello sta' co' te


Sono passati dieci anni ormai, dal giorno in cui quell'uomo "caduto da un pensiero" se ne andò per sempre, verso quel cielo che gli è stato concesso a tempo indeterminato. Ateo da sempre, o quasi, Nino Manfredi  nasce a Castro dei Volsci, Frosinone, nel 1921 da una famiglia contadina. Saturnino era il suo vero nome. Uomo dedito completamente all'Arte, attore di cinema e teatro, cantante nonché voce radiofonica. Di lui si ricorda soprattutto quella maniera affabile di interpretare un personaggio. Un uomo che metteva l'anima ancor prima del corpo e arrivava al cuore dello spettatore attraverso due occhi che, da soli, bastavano ad attestare una grande carriera. Esordisce al Piccolo Teatro di Roma a venticinque anni, nella compagnia di Vittorio Gassman. Passando da Shakespeare a Pirandello e imparando l'arte del palcoscenico, Manfredi arriva poi al Piccolo di Milano con Giorgio Strehler, poi di nuovo a Roma all'Eliseo con Eduardo de Filippo. Verso al fine degli anni '50 arriva il successo televisivo, legato alla vasta gamma di personaggi rappresentanti l'Italia del Boom. Ricordate quel "E fusse ca fusse la vorta bbona"?

Dopo aver preso parte nel 1960 al film Audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy, dove praticamente sostituisce il Mastroianni del primo film diretto da Monicelli, consacra la sua carriera come attore da commedia musicale. E' del 1963 l'indimenticabile Rugantino diretto da Garinei e Giovannini. Si contano più di cento titoli nella sua filmografia, e sarebbe banale ricordare (ma in fondo è bene farlo) la grandezza di questo interprete citando al tempo stesso il ricordo di un cinema nostrano ormai dissolto nell'aria, nei ricordi. Ecco perché parlare oggi di Nino Manfredi significa per forza di cose ritornare indietro. A quei film che hanno segnato il nostro amore per la settima arte e soprattutto, l'affetto e l'ammirazione che allora i nostri attori sapevano conquistarsi. 

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola, Straziami ma di baci saziami di Dino Risi, Nell'anno del Signore... di Luigi Magni a cui seguirà In nome del Papa re, sempre di Magni. Nino Manfredi è stato mastro Geppetto nello sceneggiato televisivo di Luigi Comencini Avventure di Pinocchio, si tinge i capelli per il film di Franco Brusati Pane e cioccolata ed è il portantino Antonio nel film di Scola C'eravamo tanto amati. Sì, Manfredi è stato tante maschere, ha raccontato un pezzo del nostro paese guardando al di qua dello schermo con occhi sempre nuovi, sempre dotati di una espressività abbagliante. 

Dal film Per grazia ricevuta, diretto e interpretato da Nino Manfredi. 1970

C'è una cosa però di questo immenso attore che, più di ogni altra, ha segnato per sempre un amore che perdura nel tempo. Ovvero la sua voce calda e rassicurante. Ricordo una volta ascoltai alla radio una canzone, "Tanto pe' cantà" e mi entrò nella testa con una prepotenza inaudita. Il testo risale al 1932 ed appartiene al grande Petrolini. Dopo aver scoperto una sonorità nuova, diversa, in quegli anni iniziai a darmi da fare per recuperare repertori simili e in quel preciso momento la voce di Manfredi mi aveva rapita. Fu così che arrivai pure a un'altra canzone, ancora oggi una delle più belle dichiarazioni d'amore (alla vita, a una donna, a una qualsiasi entità tangibile e non), che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Spero Nino mi perdoni per non aver ricordato tutti i suoi grandi personaggi, i suoi indimenticabili film. Però sono convinta di una cosa, da lassù troverà senz'altro il modo di stupirsi di come una donna normalissima, riesca ancora a inciampare come la prima volta, su quelle parole e quelle note che le scombinano l'anima. In fondo è questo che l'Arte/il cinema fa, ci manda a sbattere contro il cielo, ci fa cadere dai nostri stessi pensieri e non appena rialzati, ci rendiamo conto che il nostro amore per lei, è ancora più grande...

Ciao Nino...




martedì 4 giugno 2013

Walk the line - Quando l'amore brucia l'anima



Quando lessi il nome di James Mangold prima di vedere il film Walk the line, tradotto "alla meglio" (come al solito) qui in Italia in Quando l'amore brucia l'anima, rimasi un po' sorpresa. A dirla tutta la cosa mi incuriosì ancor di più, dal momento che quel regista era lo stesso di titoli indimenticabili come Ragazze interrotte e quanto più dissimili tra loro, pensiamo a Cop Land, Kate & Leopold oppure il remake del western Quel treno per Yuma. Certo non si può dire che Mangold non sia un regista versatile...

Stavolta nelle sue mani c'è un adattamento biografico che racconta la vita di Johnny Cash, dei suoi problemi legati alla tossicodipendenza, del suo amore per la musica e soprattutto, dell'amore per June Carter. Partendo dai libri Man in black (scritto proprio da Cash) e Cash: An Autobiography scritto da Cash e Patrick Carr, Mangold ripercorre la vita del cantante statunitense, partendo da un lungo flashback nato dal dolore di un ricordo, proprio quando la macchina da presa si poggia su una sega circolare. Johnny cresce in una fattoria, sotto i rimproveri di un padre pastore e padrone, sempre pronto a umiliare il figlio maschio "fasullo". Era Jack il preferito, ma il legame profondo e limpido che c'era tra i due fratelli non ha mai fatto soffrire Johnny di gelosia, anzi. Sarà proprio la morte prematura del fratello a cambiare radicalmente la vita del piccolo Cash.


Dopo l'aviazione e il matrimonio con Vivian, arriva la prima figlia e il bisogno di suonare la chitarra si fa sempre più forte. Johnny si accorge di uno studio e insieme a due musicisti propone al proprietario un pezzo gospel. Questi gli consiglia di cambiare genere e Johnny improvvisa, ottenendo il suo primo disco registrato in studio con il singolo Cry, cry, cry. Nella sua scalata al successo c'è posto per tutto, anche per le scappatelle con fan accanite, o peggio ancora per mandar giù anfetamine come fossero mentine. Nel caos più totale e nella perdita di ogni controllo, se non quello per la musica, Johnny intravede un appiglio, il solo a farlo "resuscitare" dalle sbornie con gli amici e colleghi. June Carter, una cantante non dalla voce straordinaria, ma dall'aspetto grazioso, piccola e radiosa. Un mix perfetto di fragilità e forza racchiuso in un essere soltanto. Una donna che ha saputo fare del suo umorismo un "attributo" fondamentale, per sopravvivere agli sguardi indiscreti e chiacchieroni e, soprattutto, per far perdere la testa a Johnny. 

Secondo me un trailer così meritava d'esser visto...

Il film ha la capacità di riportare lo spettatore negli anni in cui il Rock and roll stava esplodendo, partendo poi proprio da quel gospel, quel blues e country che amava lo stesso Cash. Joaquin Phoenix per quanto mi riguarda è stato fenomenale, le sue interpretazioni sono sempre molto fisiche, e la sua presenza scenica stimola tutti i sensi di chi guarda. Ovviamente finito il film è consigliabile andare a rivedere le performance del vero Johnny Cash... almeno per avvalorare quanto appena detto. L'Oscar alla fine se lo è aggiudicato solamente la Witherspoon come attrice protagonista per la sua June Carter. Ricordiamo e specifichiamo poi che, le canzoni sono state eseguite "tutte" dagli attori stessi, i quali poi non a caso, vennero scelti dai veri Johnny e June poco prima di morire (Il film esce nel 2005, i Cash se ne andranno entrambi nel 2003).
Il che rende tutto ancor più affascinante e romantico.

Per l'amore, quello che brucia l'anima, e per la musica...


lunedì 3 giugno 2013

Into Darkness - Star Trek. Trailer ufficiale e sinossi del film.




Quest’estate il regista J.J. Abrams ci condurrà nel buio più profondo (“Into Darkness”) insieme ai giovani ufficiali della U.S.S. Enterprise che saranno impegnati in un viaggio più epico che mai.  Abrams ritrova la squadra che ha dato vita all’avventura, all’umorismo e allo spirito dell’apprezzato reboot del 2009 di Star Trek.  In questo secondo viaggio la Enterprise sarà impegnata in una complessa partita a scacchi, sospesa fra la vita e la morte e minacciata da una irrefrenabile entità distruttiva, generando un’azione e un’emozione ancora più intense.  In una situazione tanto delicata e rischiosa, i membri dell’equipaggio verranno messi a dura prova, in cui sia l’amore che l’amicizia verranno minacciati. Tuttavia il Capitano Kirk compirà un estremo sacrificio per l’unica famiglia che ormai conta per lui: il suo equipaggio.  

Sinossi:
La storia inizia con il ritorno dell’Enterprise sulla Terra, in seguito ad un controverso incidente galattico. L’indomito Capitano Kirk è tuttavia impaziente di tornare fra le stelle per una nuova e più lunga missione di pace ed esplorazione. Le cose però non vanno affatto bene sul Pianeta Blu. Un devastante attacco terrorista ha rivelato una realtà allarmante e la Flotta Stellare ha subìto un attacco dall’interno dalle disastrose conseguenze globali. Il Capitano Kirk guiderà l’Enterprise in una missione incredibile che spazia dal pianeta Klingon alla Baia di San Francisco.  Il nemico che si annida a bordo dell’Enterprise ha un unico scopo: la distruzione totale. Kirk guiderà i suoi compagni in un ingannevole regno di specchi dove non si erano mai inoltrati prima d’ora, penetrando il sottile confine fra amici e nemici, vendetta e giustizia, alle prese con una guerra totale e la potenzialità di un futuro unito.                

Torna a bordo dell’Enterprise l’equipaggio che ha già dato vita tanto intensamente al precedente film di Abrams, “Star Trek”:  Chris Pine è il Capitano James T. Kirk, Zachary Quinto è il Primo Ufficiale Spock, Karl Urban è il Dott. Leonard “Bones” McCoy, Simon Pegg è il Capo Ingegnere “Scotty” Scott, Zoe Saldana è Uhura, Ufficiale delle Comunicazioni, John Cho è il Timoniere Hikaru Sulu, Anton Yelchin è Pavel Chekov e Bruce Greenwood è l’Ammiraglio Christopher Pike.Si uniscono al cast: Benedict Cumberbatch nel ruolo del misterioso terrorista intergalattico John Harrison, Alice Eve nei panni del nuovo membro dell’equipaggio di nome Carol Marcus, e Peter Weller in quelli dell’Ammiraglio della Flotta Stellare che entra in conflitto con  l’Enterprise. Girato nella sofisticata alta risoluzione IMAX® e presentato in una dettagliata conversione 3D di ultimissima generazione, il film regalerà al pubblico una visione inedita dell’universo di Star Trek.  


Di seguito il trailer italiano del film





sabato 1 giugno 2013

Only God forgives - Solo Dio perdona



Pensare che all’origine del film Only God Forgives, come il titolo stesso suggerisce, c’era l’idea di un uomo che voleva lottare contro Dio. A dirlo è proprio Refn, infatti quando pensò la prima volta a Chang, il poliziotto thailandese antagonista di Julian, pensò soprattutto a un uomo convinto di essere Dio. Forse da qui in poi gli spunti su cui poter discutere si dipanano e si moltiplicano alla velocità della luce. Una luce da camera oscura, che pretende il silenzio e la calma assoluta e preannuncia la follia umana.

Julian/Ryan Gosling è il più piccolo dei due figli di Crystal/Kristin Scott Thomas. La loro è una potente famiglia criminale che gestisce un club di pugilato e al tempo stesso i più grossi traffici di droga in Thailandia. Il fratello maggiore è Billy/Tom Burke un uomo affetto dalla più brutale violenza compulsiva, e sarà proprio da questa violenza che il film di Refn comincia ad innalzarsi verso l’epilogo più sanguinoso. Billy uccide una giovane prostituta, il fatto richiama l’intervento di un insolito poliziotto in pensione, Chang/Vithaya Pansringarm il quale agisce secondo un concetto molto personale di “giustizia”. Billy viene fatto massacrare dal padre della giovane uccisa, su gentil concessione però dello stesso Chang.


La morte di Billy scatena la sete di vendetta della madre Crystal, una delle poche donne viste sullo schermo, tanto inquietante da non soffrire affatto il paragone con i più memorabili “cattivi”. Refn inizia a scrivere la sceneggiatura di Solo Dio perdona ancor prima  di cominciare le riprese di Drive. Forse questo spiegherebbe i miei problemi legati alla lettura del personaggio di Julian, ovvero un clone di quello che fu l’emblema del malessere dell’uomo silenzioso. Driver era perfetto per il cinema di Refn, lo è tuttora, una sorta di alter ego necessario a riportare sullo schermo la visione più intima del regista. Ecco perché in Drive quella tensione che correva lentamente sul filo della violenza inesplosa, teneva tutto e tutti senza fiato, e ti rapiva senza possibilità di liberarti da quello sguardo (quello di Driver). In Only God Forgives tutto ciò che si conteneva in Drive esplode senza mezzi termini, nei corridoi delle case e degli alberghi di Bangkok. Anche Julian è mosso lentamente da un conflitto interno, che gli corrode l’anima dal di dentro. Il suo rapporto con la madre è complesso, tanto da sollevare discussioni filosofiche e psicologiche da far gola a quel Carl Gustav Jung che elaborò il concetto del Complesso di Edipo. Qui non c’è l’attesa, tutto è pressoché immediato, arti amputati, uomini e donne macellati a suon di botte e katane. Per quanti apprezzino il cinema di Refn questo potrebbe rivelarsi come il momento più catartico, la sintesi della sua poetica.


Tutto ruota attorno alla potenza evocativa delle immagini che ricordano un po’ le atmosfere psichedeliche fatte di luci al neon, del cinema di Fincher. C’è una sottile eco tarantiniana nei dialoghi (pochi), soprattutto durante la cenetta a tre colorita dalle “confessioni di una madre pericolosa”. Per quanto riguarda le mie attese devo ammettere che ho sentito troppo, durante la visione del film, questa perdita di controllo da parte di Refn. Che ci sta, sicuramente. Però l’effetto potrebbe essere disturbante, fastidioso e potrei concludere con un pizzico di ironia dicendo che: se è solamente Dio a perdonare gli uomini, beh, io caro Refn, non ti perdono per aver intrappolato il buon Ryan nell’angolo del perennemente disturbato e silenzioso Driver…


si insomma, è ora che tu lo liberi!!!

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