giovedì 31 ottobre 2013

Dalla collina innevata, con amore, Buon Halloween a tutti!



Dopo aver dedicato un post "tutto tutto" ai film horror, mi sembrava doveroso oggi, spendere due paroline per il Re della città di Halloween e con il suo dolcissimo volto, augurare a tutti voi, un Buon 31 ottobre.
Che poi a pensarci bene, se non fosse stato per il cinema, io questo Halloween non lo avrei minimamente considerato e infatti non ho mai festeggiato. Se per festeggiamento poi intendiamo anche una seratina sul divano a luci spente, con il film giusto e tante schifezze da sgranocchiare, allora sì.

E farò così anche questa sera. Varcherò una porta e mi avventurerò in un altro mondo, tutto ciò che incontrerò e vivrò per una notte e una soltanto, varrà per me molto più di un miliardo di notti passate a ritmo del "dolcetto o scherzetto". Volevo comprare una zucca, ieri al supermercato ero quasi tentata, mi sembrava un'idea carina soprattutto per fare qualcosa di creativo con i bambini. Alla fine ho optato per un'impresa meno significativa (imparerò a decorare una bella zucca però, prima o poi), i muffin. Quindi una volta accontentati i bimbi, e una volta messi a nanna, io avrò la fortuna di godermi quel pezzetto di tempo che somiglia a un rito, una cosa che faccio due volte l'anno (oggi e durante il periodo natalizio), fino ad abbandonarmi nelle braccia di Morfeo, in quel lungo abbraccio sulla collina innevata...

« È stato molto tempo fa,
più di quanto ora sembra,
in un posto che, forse, nei sogni si rimembra,
la storia che voi udire potrete
si svolse nel mondo delle feste più liete.
Vi sarete chiesti, magari, dove nascono le feste.
Se così non è, direi… che cominciare dovreste! »

mercoledì 30 ottobre 2013

Apri gli occhi, resta sveglio, non dormire questa notte...



Avrei voluto intitolare questo post "Cinema Horror, storia di un genere" o simili. Ma alla fine ho pensato fosse troppo banale, e ho preferito avviare il discorso in un modo più diretto e d'effetto. Almeno, spero ci sia, quest'effetto.

Chi ha avuto a che fare almeno una volta nella propria vita, con un tale Freddy Krueger, sa, di cosa stiamo parlando. Addentrarsi nel cinema dell'orrore non è certo una cosa semplice, soprattutto se consideriamo il fatto che, chi scrive, ha da sempre un rapporto molto complicato col genere. Credo per certi aspetti dell'Arte, bisogna essere predisposti, preparati, trovare al momento giusto l'occhio non solamente critico, ma anche allucinato e lascivo (perché no?). Se così non fosse è chiaro che non comprenderemmo mai, per fare un esempio, la scelta di mettere in scena questi teenagers che vengono allegramente sfracellati da uno psicopatico pluriomicida. Bisogna essere un bel po' distanti dalla realtà e da tutto ciò che fino a ieri, abbiamo considerato come legge dell'universo e della vita. Se pensi che tutto sia inverosimile e inaccettabile, non potrai mai comprendere alcuni aspetti della vita, soprattutto se parliamo di Arte. Soprattutto se parliamo di Cinema.


Proprio poco tempo fa, vedendo Pietà di Kim Ki-duk, ragionavo su quanto sia cambiato l'interesse del pubblico negli ultimi anni. Su quanto più tollerabile sia diventato il pudore visivo di chi guarda, di come gli occhi a un certo punto non si stupiscano più di vedere la violenza in carne ed ossa, su quel grande schermo. Penso a come un tempo un solo Dracula o un solo Frankenstein sapevano lasciare il segno; ne sono passati di anni da quel Nosferatu il vampiro di Murnau (1922). Dall'espressionismo tedesco, anche gli americani iniziano a prendere spunto, negli anni '30, alcuni attori addirittura si dedicano esclusivamente a ruoli da horror, due su tutti Bela Lugosi e Boris Karloff. Creature spaventose, spesso trapiantate dalle pagine della Letteratura. Mostri, ombre sui muri, mummie e scienziati pazzi. Sarà così fino agli anni '50, quando le innovazioni tecnologiche cambieranno radicalmente anche il cinema, con il 3D. Cambia il modo di realizzare i film horror, e cambia la reazione dello spettatore, il quale viene messo in una condizione tale da credere di vivere davvero, quelle storie spaventose. Entrano in scena gli alieni, il genere si colora di Fantascienza (L'invasione degli Ultracorpi di Don Siegel, 1956). 


Strano pensare che questo genere non c'entri nulla con me, eppure mi incuriosisce la sua storia, la sua evoluzione. Pensare che proprio verso gli anni '60 poi, qualcosa di significativo avviene, ed è esattamente qui che, a mio avviso, si verifica uno dei fatti più interessanti della storia dell'horror. Dai mostri extra-ordinari, si passa ai mostri capaci di confondersi con la gente; mostri che si camuffano vestiti da uomini e donne (sì, anche quelli di Maria De Filippi), quelli che ti mettono addosso l'ansia di essere perennemente in pericolo. I film horror non sono più così inverosimili e assurdi, perché iniziano a riflettere ciò che siamo, la nostra società e il nostro inconfessabile male. Ecco allora che si comincia a parlare di "horror psicologico", un certo Alfred Hitchcock rinnova completamente il genere, con Psyco (1960), nasce l'effetto suspense e la psicologia nel cinema viene approfondita, toccandone ogni ramo. In quegli anni vede la luce anche un horror tra i più influenti di quella decade, La notte dei morti viventi di George A. Romero

Qualcuno potrebbe dire, "e in Italia?". Beh, negli anni '70 avevamo, in teoria c'è ancora ma non cinematograficamente parlando (purtroppo), un regista che con i primi tre film (L'uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio) si guadagnò la nomina dell'Hitchcock italiano. Davvero notevole il suo periodo d'oro, poi però qualcosa è andato spegnendosi e ricorderei oltre alla trilogia zoologica, quello che è stato riconosciuto all'unisono, come il capolavoro di Dario Argento, Profondo rosso. Senza dimenticare ovviamente, papà Mario Bava, dal quale un po' tutti hanno imparato. Italiani e non.


Da questa parentesi italiana, sempre negli anni '70 esplode la mania del diavolo e dell'occulto. Il pubblico sembra aver assimilato questo genere tanto da permettere ai B-movie di diventare poi A-movie, innalzando sempre di più la dignità del genere. Significativi sotto la scia satanica, di donne e bambini impossessati dal demonio, ricordiamo Rosemary's baby di Roman Polanski e L'esorcista di William Friedkin. E in questa decade, giusto per limitare il numero di film che dimenticherò (non conoscerò nemmeno, dimenticherò di proposito, non posso stare dodici ore al pc, è tardi) rientrano altri tra i più significativi come L'ultima casa a sinistra di Wes Craven (1972), Non aprite quella porta  di Tobe Hooper (1974), Il demone sotto la pelle (1975) di David CronenbergCarrie di Brian De Palma (1976) e chiuderei con Halloween - La notte delle streghe di John Carpenter (1978). 

Gli anni '80, in un mio personale excursus del genere, sono gli anni di Freddy Krueger, e si poteva intuire dal titolo del post. Nightmare - Dal profondo della notte ha avuto un tale impatto nella mia (e credo anche in quella di molti di voi) adolescenza, da farmi credere alla storia dei "piedi scoperti nel letto = morte" e viceversa, "piedi coperti = così il mostro non mi può prendere". Incredibile. Accanto al volto di Freddy, appaiono quelli di Michael Myers e Jason Voorhees. Degli anni '80 è anche quello che molti, me compresa, considerano il capolavoro per antonomasia, parlando di horror psicologico, diciamo che Kubrick con il suo Shining abbia realizzato un almanacco vivente.

Saltando agli anni '90, che dire, io darei la colpa di tutti i miei più grandi incubi a Pennywise. Quel che fece Tommy Lee Wallace nel 1990, portando sullo schermo uno dei più riusciti romanzi di Stephen King, è a dir poco spietato. It rimane ancora oggi, per me, il peggiore/migliore film horror che si potesse realizzare. Io l'ho sempre visto come una sorta di Goonies dell'orrore. Perché c'erano questi ragazzini, c'era l'avventura e quell'ingenuità tipica dei bambini. Questo mostro, indefinito in realtà, perché non era chiara la sua vera identità, le sue vere origini, sapeva incarnare con un'immagine sola, la paura come non si è mai presentata prima. Dei palloncini rossi, una barchetta di carta e l'ingenuità di un bambino sprovveduto che non bada nemmeno all'aspetto inquietante di un clown piuttosto insolito. Non riesce a cogliere la diversità, quello che i grandi di solito (dicono) sanno fare. Ma nel film saranno proprio i bambini, i soli a conoscere Pennywise, mentre i grandi continuano ad ignorarlo. Un pagliaccio in tutina gialla che si diverte a uccidere bambini. Esiste qualcosa di più schifosamente raccapricciante? No.


Io non saprei davvero come continuare, dopo It per me l'horror ha iniziato a svanire, dissolvendosi completamente, o quasi, del tutto. In questo nuovo millennio però, si continuano a fare tanti film horror. Vedo e avverto in giro, soprattutto tra amici e colleghi che c'è un certo bisogno, seppur nascosto (almeno il mio è proprio offuscato), di splatter e talvolta anche di un pizzico di trash. Sono termini che ricorrono di frequente, nel mondo che abito e che frequento quasi più spesso di quello reale. Chi ama il cinema, di questo ormai sono certa, ama confrontarsi con tutto ciò che lo schermo propone. Che sia una commedia demenziale, zuccherosa, un dramma da lametta a portata di mano o un'Armata delle tenebre qualsiasi. 

"Sì, ma cerca di essere più chiara, si è fatta una certa ora, tutto questo polpettone megagalattico per dire che cosa?" 
Che un genere può non piacerci, perché non lo capiamo o semplicemente non riusciamo ad andargli incontro (a me capita questo), ma perfino in ciò che non ci piace, il cinema, sa farci avventurare. Guardate me, è una vita che dico che gli horror mi fanno schifo e non andrei in sala nemmeno incatenata, ed eccomi qua. 
L'una di notte, al pc, a scrivere un logorroico special, sul cinema dell'orrore...


lunedì 28 ottobre 2013

Roma saluta Luigi Magni, l'ultimo cantore e poeta di una bellezza sparita.



Si pensa a Luigi Magni e subito appare davanti a noi, una Roma maestosa al rintocco delle campane che suonano a festa. La Roma quella dei Papi; la Roma del Risorgimento e i carbonari. La Roma che non dimentichiamo più, musicata da Armando Trovajoli e interpretata da un viso scarno. Nino Manfredi era uno dei volti preferiti del regista e sceneggiatore romano, classe 1928 e, domani sempre la sua Roma sarà costretta a dargli l'ultimo, triste, ciao. 

Inizia come sceneggiatore e collabora con Age & Scarpelli, sul finire degli anni '50 inizia la sua vera scalata nell'olimpo cinematografico, lavorando assieme a grandi registi come Monicelli, Salce, Bolognini, Lizzani, Lattuada e altri. Nel 1968 arriva il suo esordio alla regia con Faustina, ma il primo grande successo arriva con il film Nell'anno del Signore, 1969, primo capitolo della cosiddetta "trilogia papale" (a seguire In nome del Papa Re e In nome del popolo sovrano). A Magni interessava portare lo spettatore, nella Roma che raccontava a fasi alterne, il dramma e la farsa. Puntando su un fascino che deriva dalla storia, dalla monumentalità e da quel romanesco ormai perduto. Nel 1977 si aggiudica un David di Donatello per il secondo film sulla Roma Papalina, In nome del Papa Re, migliore sceneggiatura.

Altri titoli da ricordare La Tosca (1973 Commedia musicale con Monica Vitti e Gigi Proietti), State buoni se potete (1984), Nemici d'infanzia (1993) e qui arriva il secondo David di Donatello per il regista. 

Oggi questo grande personaggio, visto nel panorama del cinema italiano e non solo, si spegne e se ne va. Raggiunge tutti coloro che hanno fatto grande il nostro cinema e, inevitabilmente ci fa sentire piccoli e spauriti, come se stessimo dentro una sala che man mano svanisce, portando chissà dove tutte le nostre aspettative e le nostre cinematografiche speranze. Come se i battiti che fanno correre i nostri cuori, piano piano, perdessero impulsi e iniziassero a passeggiare "tanto per". Spirito di sopravvivenza forse. Scusate, mi sto lasciando andare in pensieri e immagini contorte. Ma ogni volta che la morte ci costringe a parlare di qualcuno, usando l'imperfetto, beh, mi si scardina tutto e vado giù. 




domenica 27 ottobre 2013

Gli equilibristi



Viviamo in un'epoca moderna davvero complicata. Ci innamoriamo, ci sposiamo, diventiamo genitori e proviamo a crescere, al passo delle lezioni che la vita impartisce, dall'alto della sua cattedra impalpabile. Cadiamo e ci rialziamo, sbagliamo e poi impariamo. Più o meno è così che va, per tutti.

Ma una vita pianificata a tavolino, quasi mai va come dovrebbe. Se davvero avessimo immaginato che sposarsi sarebbe stata un'impresa economica e non solo, figuriamoci una separazione, o un divorzio. Certo è che, nessuno avrebbe immaginato si trattasse di "roba per ricchi". Ed è così che il regista, attore e documentarista romano, Ivano De Matteo, ne parla. Il suo ultimo film presentato a Venezia nel 2012, Gli equilibristi, è un dramma fedele sui nostri tempi. 

Un archivio e due corpi, e il loro incontro illecito. Il film vuole prima di ogni altra cosa dire allo spettatore che ,tutto ciò cui assisterà, è inevitabile conseguenza di quel rapporto appena accennato. Perché quell'uomo è un padre di famiglia come tanti, un dipendente del comune con una moglie e due figli a casa. Giulio/Valerio Mastandrea però ha sbagliato, sembra quasi che non basti la sua simpatia e il suo accento romanesco ad adulare l'occhio di chi guarda. Ma la rabbia e il rancore nei confronti di quest'uomo, va scemando nel corso del film. Si parte con l'idea ferma, per la quale chi sbaglia, non merita perdono. Il suo tentare cauto, di avvicinarsi alla moglie. Una donna distrutta da un dolore che nemmeno è in grado di manifestare del tutto. Per i figli forse, per se stessa. Ma arriva quel punto in cui la situazione diventa insostenibile, un uomo e una donna nella stessa casa che a malapena fanno incrociare gli sguardi, non possono andare lontano. Così un giorno Elena/Barbora Bobulova, trova il coraggio di parlare, soprattutto di sputare via quella parola sporca e pesante come un macigno: "colpa". E la colpa era di Giulio, lei era impotente, privata di ogni ruolo e questo De Matteo lo rende bene. Il personaggio di Elena, soprattutto all'inizio del film, sembra un manichino vuoto. Che non sa dove andare, che si muove per inerzia. Questo aspetto di lei, si scontra con l'apparente recita di Giulio, il quale provava almeno davanti ai figli, a mantenere il ruolo di padre e marito. 


Gli equilibristi non è un film di una bellezza cinematografica memorabile. Tutt'altro. E' terribile e spossante, ti prende e ti svuota, proprio come la società in cui viviamo. La nostra realtà può fingersi borghese fino a un certo punto, poi la recita finisce e il sipario cala. Le maschere, e qui ovviamente tutto ruota attorno a quella di Mastandrea, ad un certo punto cadono a terra. Giulio si ritrova ad affrontare le conseguenze di una separazione (Progetti per il futuro: non sottovalutare Le conseguenze dell'amore), lottando con la propria dignità, lavorando in nero e passando le notti dalla pensione di una (simil)Annarella  alla propria auto.

Il finale rimane forse l'aspetto meno chiaro del film. Se il regista avesse in mente un determinato piano diabolico, o un villano mettere in guardia lo spettatore sul matrimonio e sul contare fino a dieci prima di fare qualche minchiata cosmica, io non lo so. Lo intuisco però. Altrimenti come ce la spieghiamo la scelta del Natale, della figlia più grande che ti ama per averle regalato "Barcellona", la casa d'accoglienza e il bambino più piccolo con i denti sporgenti ma di un biondo che fa Kurt Cobain?

Se è vero che un film si possa considerare "brutto", dal momento in cui si presta a riportare la realtà, così com'è, allora io concludo dicendo che, Gli equilibristi è tanto brutto oggi, quanto un Umberto D di ieri.

giovedì 24 ottobre 2013

Cosa c'è di buono in sala? Andiamo a vedere...



Questa settimana domina il week end cinematografico il titolo francese La Vie d'Adèle, almeno, secondo una mia lettura personale. Ma vediamo anche gli altri titoli, sicuramente qualcosa di più rispetto allo scorso fine settimana, c'è.


Iniziamo proprio con La vita di Adele, Palma d'oro al Festival di Cannes 2013, il film di Abdellatif Kechiche è ispirato alla graphic novel di Julie Maroh Il blu è un colore caldo.  Adele è una liceale di quindici anni alla scoperta dei propri impulsi, dei desideri più intimi. Non c'è un uomo nei suoi sogni, bensì una ragazza, dai capelli blu...


Ne ho lette di buone e di pessime, riguardo a Il quinto potere, di Bill Condon. La storia ripercorre la nascita della società Wikileaks e del giovane Julian Assange. La tecnologia che cambia la vita, scardina le regole sulla riservatezza. Ma, non saprei. "Se volete la verità dovrete cercarvela da soli..."



Cani sciolti di Baltasar Kormàkur, fa pensare al tipico action fatto di narcotraffico, un'accoppiata "cazzuta" e un pizzico di ironia che potrebbe risultare godibile.



Dark Skies - Oscure presenze, un film di Scott Stewart. Non bastano i problemi di routine in certi film, no. Ecco perché alla famiglia Barret (anche un figlio che maltratta lucertole, ad esempio), qualche oscura presenza in casa non può far male...Insomma se cercate un po' d'ansia extra, senza magari troppe pretese cinematografiche, potrebbe fare al caso vostro. (Al mio no. Mi faccio bastare le mie, di ansie).


Runner, Runner di Brad Furman è un thriller (d'azzardo) che vede un Justin Timberlake brillante studente dell'Università di Princeton e un Ben Affleck (Oddio Batman!!!) un boss corrotto e avido di denaro. Chissà per quale motivo i due si incontreranno... 



Oh Boy, un caffè a Berlino di Jan Ole Gerster, è un'opera prima per il regista tedesco. Un bianco e nero che chiama sempre a sé, tutto costruito su questa ricerca di un caffè e le parole di John Lennon che riportano al brano dei Beatles, A day in the life. Così, a pelle, questo lo vedrei...


E veniamo a Justin e i cavalieri valorosi, un film di Manuel Sicilia, prodotto da Antonio Banderas. Il sogno di un piccolo aspirante cavaliere, una burocrazia da domare e compagni d'avventura "un po' bizzarri". 
Questo è già stato prenotato dal Nano numero 1. 

lunedì 21 ottobre 2013

Massarì, un docufilm di Accursio Graffeo.



Parliamo di cinema indipendente oggi, di un progetto che guarda al passato per rendergli omaggio. Lo sguardo di Accursio Graffeo, giovane regista siciliano, si posa sulla figura di quelle straordinarie strutture che rappresentano la parte più viva e genuina del mondo agricolo. Graffeo si è immerso nelle Massarie, filmandole in tutte le loro sfaccettature e lo fa cercando di tracciare un parallelo che leghi la storia, al presente. 

Il documentario mostra allo spettatore la magia, la storia e la bellezza di queste strutture antiche e dei paesaggi circostanti, ponendo l'attenzione sulle funzioni attuali. Si passa quindi dalla masseria trasformata in albergo e Spa, alla masseria vissuta ancora come un tempo, dalla masseria che vanta le più moderne attrezzature e che mantiene le antiche caratteristiche e produce latte di alta qualità alla masseria abbandonata a se stessa. L'obiettivo di Massarì è promuovere il territorio pugliese, pieno di bellezze, partendo proprio da queste strutture. Le rassegne cinematografiche, oltre ai Festival, su tutto il territorio nazionale, saranno le location ideali per far conoscere questa interessante realtà. 

I protagonisti raccontano attraverso il proprio vissuto le fasi di queste costruzioni, così ricche di storia e tradizione. Oggi si conoscono le masserie come contesto, come quadri entro i quali prendono vita ricevimenti, matrimoni; i racconti della gente intervistata invece, riportano in vita gli aspetti più autentici, più umili. Il docufilm è patrocinato dalla Regione Puglia e dalla provincia di Taranto, anche se attualmente è in fase di montaggio.

Novità interessante è che, chiunque fosse interessato al progetto può sostenerlo grazie alla campagna di crowdfunding on line su produzioni dal basso, il metodo di raccolta fondi e finanziamenti attraverso una sottoscrizione popolare per la realizzazione di un progetto.
Per maggiori info sul docufilm, potete visitare il sito http://massaridocufilm.wordpress.com/

Aiutiamo l'Arte e facciamo in modo che questa, con umiltà e passione, si dipani in quanti più "dove" possibili...



*Un sentito in bocca al lupo ad Accursio e al suo Massarì!!!


sabato 19 ottobre 2013

Tutti i santi giorni



Se all'esclamazione Tutti i santi giorni! seguisse l'immagine che Paolo Virzì ne dà, con il suo ultimo film, non si avrebbe più paura di affrontare la tanto temuta, quotidianità. Parliamo dei nostri giorni e il più delle volte gettiamo in queste due parole tutta la nostra frustrazione, le conseguenze delle abitudini che si radicano, senza chiedere permesso.

Dalla sua Livorno, scelta per La prima cosa bella, il regista si trasferisce nella capitale e racconta la storia di Guido e Antonia. Lui (Luca Marinelli) è un giovane toscano fissato con i Santi, appassionato di storia antica e letteratura. E' un portiere di notte, nella hall di un albergo. Lei (Thony) è una cantautrice mancata, siciliana e dipendente presso un autonoleggio. Il film è in buona parte ispirato al romanzo di Simone Lenzi, La generazione. Tornando alle abitudini che non fanno paura, diciamo che il titolo è un po' il riflesso del personaggio di Guido. Lascia la hall dell'albergo per cui lavora e il primo pensiero, rientrando in casa, è quello di portare la colazione alla compagna, recitando per lei ogni giorno, la vita di un santo.

Questa coppia appare fin da subito come l'emblema della felicità "fatta di due". Fanno l'amore tutti i giorni, parlano, litigano, ridono e ogni tanto ricordano com'erano ieri. Dei sogni che non hanno mai dimenticato, lei ancora scrive canzoni e lui, quella laurea che in Italia non serve, altrove magari gli avrebbe davvero cambiato la vita. Una casa modesta, due lavori precari ma un rapporto che da solo basta a collaudare tutto. Quando si dice che la verità di una coppia viene fuori nelle situazioni difficili, è vero. Per Guido e Antonia la prova da superare è il desiderio di un figlio che non arriva. Fare l'amore tutti i giorni non basta, amarsi come si amano i giovani protagonisti disegnati da Virzì, non basta. 

Ma chi guarda il film sa, che non è così. Perché dopo aver vissuto una serie di rocambolesche avventure, tra i corridoi di una clinica che sta "pappa e ciccia" con il Papa, dopo aver consultato e seguito alla lettera i metodi più all'avanguardia di una ginecologa apparentemente simpatica, questo figlio tanto atteso, non arriva. Il dramma del non riuscire ad avere un figlio si scaglia contro la vita dei due aspiranti genitori, senza un chiaro verdetto medico che proclami la sterilità di uno dei due. Allora Guido nei momenti liberi, nella sua hall, inizia a fare ricerche su internet, sogna tre figli nell'utero di Antonia, sperando che la fecondazione assistita abbia successo. La più grande difficoltà, quando si parla di drammi da vivere in due, è quella di riuscire a far parlare entrambe le parti. Virzì ci riesce, perché da una parte c'è un uomo che "vorrebbe" un figlio e non lascia mai un istante la propria donna e sa, che il suo "vorrei un figlio" non sarà mai l'equivalente del "voglio un figlio" di Antonia. Per lei però, si avventura nelle salette da spermiogramma, grida ai presenti fuori dalla clinica di fare silenzio e rimprovera dei ragazzi un po' caciaroni, nel locale dove Antonia sta cantando. Lui, Guido, che se la gentilezza lo vedesse con i propri occhi si sentirebbe a disagio...


Il suo stare al mondo in effetti mette a disagio anche lo spettatore, la sua pacatezza spaventa perché è quasi inverosimile. Antonia è invece l'elemento più genuino del film. E' nelle sue sfuriate di fronte a un ginecologo cattolico che le dà dell'attempata, che la maggior parte di noi si riconoscono. Nei suoi pianti e nella sua trasparenza nell'affrontare il suo dramma. Virzì lascia che questa diversità lampante tra i due, diventi l'appiglio per la salvezza. E lascia che lo spettatore rifletta sulla difficile convivenza, allargata alla società odierna, non della coppia. "Perché se due non hanno un figlio è reato?". Antonia se lo chiede spesso, ha paura che il suo Guido con lei non sarà mai un uomo felice, perché non può dargli un figlio.

Tutti i santi giorni è un film "vero". Un film che dà speranza e diffonde, quel concetto che ai più sfugge, e che vede nei legami (quelli sinceri), la migliore possibilità di salvezza.

venerdì 18 ottobre 2013

Chi ama il cinema, sceglie Sky. E "si becca" un home theatre.


Chi segue CriticissimaMente, sa che non è abitudine quella di lanciare offerte commerciali o simili, salvo rarissime eccezioni...
Quella di oggi infatti, rientra appieno nelle rarità sopra accennate e, soprattutto, riguarda da vicino un po' tutti noi. Perché amiamo il cinema, e se davvero qualcuno ci offrisse la possibilità di avere una sorta di videoteca personale in casa, credo non ci dispiacerebbe affatto. Non so quanti di voi abbiano già da tempo scelto Sky - io ne parlo in prima persona e lo faccio rappresentando una cliente ormai fedelissima da anni. Nel caso ancora non lo sappiate, c'è da dire che Sky offre da sempre ai suoi abbonati un'alternativa interessante e, tra le più ricche in termini di contenuti cinematografici. Non solo, perché nel caso foste dei fanatici di talent o serie tv (pensiamo all'enorme successo di X Factor e Masterchef), qui davvero avrete l'imbarazzo della scelta.

Parlando delle novità sui servizi offerti da Sky, a partire da lunedì 14 ottobre è disponibile gratis per tutti gli abbonati il servizio Sky On Demand che dà accesso a una vera e propria videoteca con più di 2.500 titoli di cinema, serie tv e intrattenimento, da vedere quando vuoi. 
Inoltre, fino al 21 ottobre, chi attiverà on line un nuovo abbonamento Sky o aggiungerà al proprio un pacchetto a scelta tra Sky Cinema, Sky Sport, Sky Calcio oppure SuperSurf di Fastweb aderendo all'offerta Home Pack, riceverà in regalo un Home Theatre Philips
Non siete ancora abbonati? Quale momento migliore per farlo?
Qualcuno potrebbe dire: fino all'home theatre in regalo ci arrivo, ma di questa cosa "Sky On Demand" non ci capisco un'acca... che devo fare? E' semplicissimo, basta accertarsi del fatto che si abbia un abbonamento Sky un My Sky HD compatibile e una connessione internet a banda larga. Poi si va sull'area Fai da te riservata ai clienti Sky, ci si registra e si collega il My Sky HD alla rete internet di casa, tramite un cavo ethernet o in wireless con Sky link. Fatto ciò, con il tasto rosso del telecomando Sky, si può accedere alla nuova interfaccia. 

Ci vuole più a dirlo che a farlo. Credetemi. Pensate che il mio "Nano numero 1" (cinque anni) lo usa, e anche meglio di me. E' semplice perché il menù è interattivo, pratico e ti guida nei programmi che vuoi vedere. Il tuo My Sky ti seleziona infatti già una serie di titoli/generi che potrebbero interessarti (in base alle visioni precedenti). C'è da dire poi che la visione di questi film sarà sempre nitida e non avrete problemi, anche se la connessione risultasse instabile. Scegli un film, lo scarichi sul tuo My Sky e puoi iniziare a vederlo in HD anche subito, questo grazie al progressive download  
Avere in casa Sky On Demand è un po' come avere una piccola sala cinematografica a disposizione, con il vantaggio di starsene comodamente sul divano e scegliere tra un'infinità di titoli, quello che più ci piace. Il tutto con un semplice "click". Per la gioia di noi grandi, ma anche per far felici i piccoli cinefili che, si sa, a volte hanno delle pretese cinematografiche davvero insaziabili. Quindi, se il vostro bimbo piange perché è appena finito Peppa Pig, e vuole rivederlo, sedetevi e rilassatevi. Con Sky tutto è possibile...

Cosa c'è di buono in sala? Andiamo a vedere...



Risponderei con un laconico: nulla di che!



Ma sono sicura che tra noi ci sarà sempre qualcuno incapace di rinunciare al suo week end cinematografico, dunque vedere i titoli che ci aspettano in sala, potrebbe tornare utile. Partiamo dalla super accoppiata mesozoica di Hollywood, Stallone Schwarzenegger e del loro Escape Plan - Fuga dall'inferno. Un action d'evasione, per così dire...


A seguire un titolo made in Italy, una sorta di sfida all'ultimo bicipite (nascosto, molto nascosto) tra l'attore e regista Rocco Papaleo e Riccardo Scamarcio in Una piccola impresa meridionale. Papaleo è Costantino, un prete che "si spreta" e viene confinato dalla madre affinché nessuno sappia della sua svestazione. 


Giovani ribelli - Kill your darlings di John Krokidas con l'ormai grande maghetto Potter, non so. C'è chi parla addirittura di un nuovo Dead poets society (L'attimo fuggente), io andrei molto cauta e aspetterei di vedere il film. 


Two Mothers di Anne Fontaine, un film drammatico basato sul romanzo "Le nonne" di Doris Lessing. Protagoniste Robin Wright e Naomi Watts e in due parole, finisce che ognuna di loro si innamora del figlio dell'altra. (Bah).


Cose Nostre - Malavita di Luc Besson è invece l'adattamento del romanzo omonimo di Tonino Benacquista. Una famiglia di mafiosi che si trasferisce in Normandia sotto la protezione testimoni. Nel cast spiccano nomi come quello di Robert De Niro, Michelle Pfeiffer e Tommy Lee Jones. Classico film che andrei a vedere solo per la presenza di alcuni pezzi da novanta...


La prima neve di Andrea Segre, direttamente da Venezia, dopo Io sono Li, la storia di un togolese emigrato in Italia. 


Il flauto di Luciano Capponi (ma cos'è sta roba?)



"L'umanità si trova oggi a un bivio. Una via conduce alla disperazione, l'altra all'estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene". 



(Woody Allen, Effetti collaterali, 1980)

mercoledì 16 ottobre 2013

Prova a prendermi




Molti sostengono che Prova a prendermi sia uno degli ultimi grandi film di Steven Spielberg. Sono più o meno d'accordo. Dico più o meno perché penso a Lincoln. E al di là delle critiche più pesanti che ancora accusano il regista e, i suoi figli artistici, di troppa retorica, rimane comunque uno dei titoli più importanti della scorsa annata cinematografica. 

Prova a prendermi è tratto da una storia vera, quella del falsario Frank Abagnale Jr., un ragazzino che a soli sedici anni scappa di casa e inizia a percorrere strade (troppo) ambiziose. Ma l'ambizione di Frank sarà mossa da un dolore e da un'esigenza imprescindibile di riscattare una sconfitta familiare. Prima il divorzio dei genitori, poi il fisco che non molla neanche per un istante il padre. A questo aggiungiamo le speranze infrante dell'American Dream e tutto si complica, assume un significato ancor più corposo e drammatico. Perché la storia di Frank potrebbe far riflettere anche oggi. Il film ci riporta nell'America degli anni '60, ma le straordinarie capacità comunicative di Spielberg, rendono il film ancora oggi, uno specchio che riflette senza pudore la nostra società. L'idea che un ragazzino arrivi a inventarsi un'identità, e poi subito reinventarne un'altra e ancora, fino all'inevitabile fine che vuole a tutti i costi che, prima o poi, "il cattivo paghi". 


Un pilota, un medico specializzato in pediatria e infine un avvocato. Leonardo Di Caprio, nei panni di Frank, dà allo spettatore i mezzi per comprendere e avvicinarsi il più possibile a una storia realmente accaduta. Di Caprio, il piccolo Jack lasciato sul Titanic, ha avuto un'evoluzione incredibile. L'anno prima della chiamata di Spielberg, arriva quella di un altro grande regista, con il quale avvierà poi un vero e proprio sodalizio artistico. Parliamo di Martin Scorsese e del suo Gangs of New York. Di Caprio non è solo il bel viso, no. E' anche un latifondista "piuttosto incazzato", giusto per dirne uno. (Uno a caso ecco).


Ma zio Steven non è mica il tipo che si fa mancare qualcosa, e vuole che il suo film possa vantarsi innanzitutto, del contributo di grandi attori. Ricordiamo nel film Christopher Walken (Oscar mancato come Migliore attore non protagonista per la sua interpretazione di Frank Abagnale padre), Martin Sheen, Amy Adams, Elizabeth Banks, James Brolin e per ultimo e non ultimo, ovviamente, Tom Hanks nei panni del "miglior nemico" di Frank. Quel che riesce a dare Tom Hanks, è fondamentale per comprendere l'aspetto più intimo e commovente del film. E' grazie al suo rapporto con Frank infatti che, vengono fuori le fragilità e i mali del genio della truffa. Sempre a Natale, durante il loro giocare a "guardia e ladro", i due si incontreranno o avranno modo di confrontarsi da una parte all'altra della cornetta. Hanks è un agente dell' FBI, un uomo completamente privo di senso dell'umorismo, ma profondamente convinto del proprio lavoro e delle proprie responsabilità. Questo lo differenzia dai colleghi, memorabile la sua barzelletta del "toc toc". Eppure Carl toccherà il nervo scoperto del ragazzino, il fatto che lui a Natale si preoccupasse di fare una telefonata a un uomo dell' FBI anziché starsene in famiglia.


Il fatto è che Frank era un piccolo uomo solo, come Carl, nonostante la fede al dito. E per questo, mentre si rincorrono, si sentono simili e vedono qualcosa l'uno nell'altro che somiglia ad una strana forma di rispetto e affetto. Frank quando aveva paura della vita, iniziava a correre. E, pensando anche ad oggi, vengono in mente quei giovani che scappano dal loro paese per inseguire i sogni, le ambizioni altrimenti condannate a morire qui, in Italia. E quando un ragazzino sente l'impulso di correre finisce che lo fa davvero. Poi però qualcuno dovrà fermarlo, di solito ci pensa un genitore (ricordiamo le parole di Frank al padre, quando lo implora, quasi, di fermarlo) oppure lungo la staffetta, potrebbe capitare un tale poco simpatico ma in gamba. Uno che non si tirerebbe mai indietro. Che corre insieme a te, fino alla fine...

*Qui potete ascoltare il podcast della puntata andata in onda ieri, su CriticissimaMente Parlando (onAir)



lunedì 14 ottobre 2013

Magic Mike - "Scavicchi ma non apra".



Magic Mike è il film di/e per Channing Tatum diretto però da Steven Soderbergh. Woow, un film di M (di Mike). Non fraintendete...

Chiaro che Magic Mike sia anche e soprattutto un film per quante più femmine attempate e non, che adorino accrescere la propria femminilità, all'interno di locali di un certo tipo. Dove magari volano perizomi, oppure dove dei simpaticoni pompati di nulla ti sbattono gli attributi in faccia. Bello eh? Ma come si dice, evviva la libertà, no?
No. Io sono dell'idea che esista un limite a tutto. Ma un limite che sappia regolare e salvaguardare sempre, la nostra dignità. L'amor proprio di cui spesso si parla, avete presente? Ecco, io credo che il cinema, immaginandolo ora come una persona in carne ed ossa, abbia completamente detto addio alla dignità poco prima accennata. E non si tratta di fare i bigotti perbenisti, di quelli che non hanno mai messo piede in un locale un po' più sopra le righe. Credetemi, io qui parlo di dignità, ma è un significato più ampio, che arriva fino all'immagine più intima che si possa dare all'Arte. Si parla di cinema, in questo caso. 


Non mi basta l'idea e dunque il potenziale che tu, caro Soderbergh, vedi dietro la storia di questo ragazzo; che di giorno si dà da fare e trova pure il tempo per sognare, mentre di notte "taaac" si trasforma in una macchina attizza donne micidiale. Sì, ci sta che tu mi voglia dire: "guarda che nella vita ti capiterà di incontrare persone che non sono specchio delle loro azioni". Vero. Ma tutto questo non basta a fare un film. Altrimenti li faremmo tutti. Anche mia nonna che di perle di saggezza ne sfoggia a dozzine ogni giorno. Qui parliamo di un regista già di suo discutibile, che ha saputo, non si sa come, realizzare un grandissimo film quale è stato Erin Brockovich - forte come la verità, la trilogia di Ocean sì, ma nulla di memorabile. Contagion, Solaris (mi manca) ma a ben vedere in questi ultimi anni Soderbergh cosa ha fatto? Prima di Magic Mike ci ha provato con un inguardabile mezzo thriller Knockout - la resa dei conti. Ultimo Effetti Collaterali, forse il "meno peggio" dei più recenti titoli. (Sarà perché il personaggio [*SPOILER] di Tatum muore presto?)

Tornando a parlare di Magic Mike, io ho detestato la scelta così palese di differenziare la vita all'interno del locale da quella esterna. C'era davvero bisogno che tu marcassi la luce nelle riprese esterne con un giallo disturbante? Non credo. Non credo minimamente poi nella riuscita di una storia vera riportata sullo schermo e fatta incarnare dallo stesso protagonista. Che Tatum sia stato uno spogliarellista non determina affatto la riuscita del film. Poi la banalità del già visto e stravisto. La ragazza "diversa" da tutte le altre, l'unica a non accettare la vita sballata di questi ragazzi (sorella poi di un neofita che finirà per perdere il controllo sulla propria vita). Per il suo ruolo avevano chiamato Jessica Biel, lei ovviamente, ha rifiutato. Pensare che all'inizio Tatum presentò il progetto a Refn... fortuna c'era Only God Forgives a tenere impegnato il regista.


Non è bastata nemmeno la presenza di un buon Matthew McConaughey a salvare il film. Ripeto, e mi rivolgo a voi donne. Libertà di chiudersi in locali simili e infilare "euri" nelle mutande di fantocci bellocci. Così come sarebbe assurdo e ipocrita giudicare la vita di questi ragazzi che esibiscono il corpo pur di campare. I soldi facili oggi come oggi non farebbero vergognare nessuno. Purtroppo. Però qui si parla di cinema e, cinematograficamente parlando Magic Mike è il ritratto del vuoto allo stato puro. Non serve a nulla, si traveste da film portatore di verità assolute, capaci di abbattere i pregiudizi. Ma alla fine non rimane nulla. Nulla di più, di uno "scavicchi ma non apra" qualunque...




sabato 12 ottobre 2013

Siamo Choosy. Siamo bamboccioni. Siamo "inoccupabili".



Cari "ciovani", questo articolo è rivolto a voi...

Ragazzi andiamo male, molto male. Possibile mai che al giorno d'oggi, io ancora debba sentire che l'Italia sia un paese di capre analfabete? E' chiaro poi che il povero Giovannini rimanga basito e non trattenga l'interminabile turbamento. Pensate a cosa avrà patito il nostro caro ministro del lavoro, nel momento in cui scrutava timidamente i dati Ocse. A seguire poi, il fatale verdetto. 

Inutile stare qui a discutere o a tentare di salvarci con la storiella della nonna che ci ha lasciato l'altro ieri, no. Quella funzionava qualche decennio fa. Oggi la realtà del nostro paese ci vede sul banco degli imputati (ci = noi giovani) senza possibilità di salvezza. Siamo colpevoli!!! Ultimi (o quasi) per scarse competenze linguistiche e matematiche, e non lo dico io, lo dice l'Ocse. (Ma cos'è sta Ocse?) E' l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, comprende 34 paesi/membri aventi in comune un governo democratico e un'economia di mercato. 

"L'Italia esce con le ossa rotte", queste le parole del ministro. E continua: "dati che ci mostrano come gli italiani siano poco 'occupabili', perché molti di loro non hanno le conoscenze minime per vivere nel mondo in cui viviamo e non costituiscono capitale umano su cui investire per il futuro". Ma Giovannini dall'alto delle sue vedute, non ci mette troppo a fare la sua mezza smentita, dicendo che la sua affermazione non stava a significare che i giovani siano inoccupabili, nooo. Semplicemente voleva dire che la colpa di questa imbarazzante fotografia italiana sia un'opera realizzata a più "mani", che mancano investimenti in capitale umano, che non c'è formazione. E Giovannini è preoccupato soprattutto per le donne e per i neet (termine che fa ministro figo), ovvero i giovani che né studiano né lavorano.

Io sono una donna, laureata e senza lavoro (donna e neet insieme, che schifo). Probabilmente Giovannini di fronte alla mia situazione si strapperebbe i capelli. Io non so quanta mea culpa ci sia in questa situazione, così come non posso conoscere le colpe di tutti i miei simili inoccupabili. Una vocina però dal basso, con assoluta delicatezza e umiltà, mi pone una domanda:

"Ma il signor Giovannini, ora che ha ben chiare le colpe, proverà a cercare i rimedi?".




venerdì 11 ottobre 2013

The Good Girl



Recuperare film indipendenti e poco noti al grande pubblico, dà sempre quel pizzico in più di soddisfazione e alimenta in maniera modesta, la nostra autostima. Poi non so se sia effettivamente così per tutti...
Giorni fa mi capita sotto il naso questo The Good Girl, etichettato come commedia (assurdo anche solo pensare che di commedia si parli) ma a tutti gli effetti dramma sulla depressione e quella terribile sensazione di non essere mai compresi.

E' questa la vita di Justine/Jennifer Aniston (finalmente un ruolo impegnativo per lei), la donna disegnata e voluta dal regista Miguel Arteta, scaraventata nel mezzo di una noia schiacciante e coinvolta per inerzia in una relazione extraconiugale. Il giovane Holden/Jake Gyllenhaal è il collega commesso all'interno dello stesso supermercato, un tipo introverso, di quelli che sembrano essere distanti anni luce dal resto del mondo che li circonda. E forse per questo i due si sono trovati, condividendo le stesse emozioni e convivendo con le stesse piaghe lasciate dal male di vivere e dall'insofferenza esistenziale.


The Good Girl ha tutto del dramma indie, il regista esordiente si muove senza inciampare, cauto e al momento giusto violento, nel raccontare e mettere insieme i pezzi di una storia fondamentalmente tragica. Tutto ruota attorno al disagio dell'essere umano. Justine è una moglie infelice, legata ad un uomo che torna dal lavoro e altro non vede che il divano, e le sue canne fumate in compagnia del migliore amico e collega. Lui, incapace di capire e di pensare sarà perfetta antitesi del giovane scrittore, alla continua ricerca di una storia da raccontare, una di quelle però, che non prevedono lieto fine. Holden amava davvero Justine, di lei non credo si possa dire lo stesso. E tra gli aspetti più tristi credo questo sia il più vero ed efficace. Perché la vita a volte è davvero così, un uomo e una donna che si incontrano per un istante delle loro vite e qualcosa li lega profondamente. Poi però non va come da copione. Gli eventi travolgono tutto e tutti e, nel caso specifico del film di Arteta, una donna apatica che torna sui suoi passi perché incapace di reagire alla vita stessa. E per finire, un giovane scrittore incompreso, vittima delle sue stesse storie. E il "vissero felici e contenti" naviga ancora nei mari dell'ignoto e dimora lontano, su una terra inabbordabile...

P.S. sconsigliatissimo a chi è depresso, o anche semplicemente un po' giù.

giovedì 10 ottobre 2013

Hysteria



Siamo nella Londra vittoriana, nell'ultima decade del 1800, e tra gli studi dei medici più illustri si preannuncia una vera e propria rivoluzione in campo medico, e non solo. Un'innovazione che allora, nella patria del Puritanesimo, non venne certo compresa al volo, anzi. Eppure, quella "vibrante" scoperta, avrebbe cambiato definitivamente la vita di molte donne.

Mortimer Granville/Hugh Dancy è un giovane medico dalle lunghe vedute, uno che non si adatta affatto ai metodi tradizionali e obsoleti della vecchia medicina. Così, dopo vari licenziamenti, si ritrova nel prestigioso studio del Dr. Dalrymple/Jonathan Pryce. Qui, il giovane, apprenderà le nozioni e le pratiche utili ad alleviare le pene, provocate da quello che fu considerato il male del secolo: l'isteria. 

Ed è questo il titolo del film diretto da Tanya Wexler, uscito nelle sale inglesi nel 2011, Hysteria. Una commedia già in partenza piccante e irriverente, poiché affronta e cerca di narrare l'approccio a un oggetto completamente impensabile prima di allora, eppure, nella sua grottesca essenza, tanto rivoluzionario. La Wexler si serve di un cast all'altezza, e potrebbe bastare il nome di Rupert Everett, uno dei migliori rappresentanti contemporanei, della comicità inglese. Non è che si dica tanto per dire, perché Everett lo abbiamo visto in commedie deliziose, mi vengono in mente un paio di titoli firmati Oliver Parker, Un marito ideale e L'importanza di chiamarsi Ernest (questo, ancora oggi, è uno dei miei film antidepressivi per eccellenza). Insomma, parliamo di quegli aspetti che in un film, spesso, fanno la differenza. Ma, c'è un ma insormontabile di fronte a questo Hysteria. Il problema di questi titoli che presentano fin dal principio, una trama e un'idea originalissime, è che corrono il grosso rischio di deludere le aspettative generali. 


Si guarda Hysteria e nel complesso, ci si diverte e non si fatica certo ad arrivare fino alla fine del film. Si lascia guardare perché tutto sommato le situazioni grottesche ci sono e sono godibili. Fa sorridere oggi, col senno di poi, immaginare questo dottore con lo studio pieno zeppo di donne, ad attendere (e pretendere) quel miracoloso massaggio praticato "proprio lì". Una procedura a tutti gli effetti medica, che richiedeva talvolta anche più di un'ora. Ecco perché fa morire l'espressione del giovane Dancy e la sua mano indolenzita. E tutte quelle donne in sala d'aspetto, sì, fa ridere ma al tempo stesso si riflette su quella che era la vita della donna in un periodo in cui, ogni malessere, era sintomo di isteria e la donna altro non era che un fantoccio da sbattere in manicomio. E lì, quasi sempre, si provvedeva ad esportare l'utero alle povere malcapitate (isterectomia), perché ritenute pazze. Il personaggio di Maggie Gyllenhaal è significativo in questo senso. Una donna dagli impulsi socialisti e femministi, attiva per aiutare chi aveva veramente bisogno di assistenza medica e non solo. Forse ciò che dispiace di più, pensando a cosa non va del film, è proprio questa poca attenzione rivolta ai personaggi. Anche la Gyllenhaal, una che io non tollero quasi mai, qui sembrava aver trovato un po' di vita e un preciso scopo artistico, ma non si va mai a fondo, si rimane in superficie. Non ha osato quanto avrebbe dovuto, probabilmente, la Wexler. Stessa cosa vale per i personaggi più di contorno, uno su tutti l'inventore Edmund di Everett. Alla fine il suo spolverino elettrico con tanto di piume, aprirà la strada a quello strano oggetto rivoluzionario, chiamato poi, vibratore.


I protagonisti di questa vicenda grottesca e vittoriana, vengono solo accennati, ed è un vero peccato. Un finale prevedibile, povero di quel briciolo di pathos che potrebbe fare la differenza. Probabilmente chi si aspetta poco qui, non soffre nemmeno per questo. Ma l'inevitabile è tale per chiunque, per chi aspetta e chi no. Io concludo con una domanda e poi vi lascio: ma Rupert Everett, che fine ha fatto? Dov'è l'attore che adoravo, quello che sognavo come il mio migliore amico gay che mi cantava I say a little prayer per tirarmi su il morale? Beh, io dico che non c'è più. 

Un maledetto bisturi, se lo è portato via...e io caro Rupert, non ti perdonerò mai per questo.




sabato 5 ottobre 2013

|In edicola| Bud Spencer & Terence Hill



Che bello andare in edicola a volte, soprattutto quando sappiamo di poter recuperare alcune raccolte cinematografiche dedicate ai nostri miti. Stavolta la Gazzetta dello Sport lancia "I mitici Bud Spencer & Terence Hill gold edition", una collana in dvd che troverete a partire da lunedì 7 ottobre

Tra i vari titoli da collezionare e aggiungere alle nostre dvdteche, “Lo chiamavano trinità”, “Continuavano a chiamarlo trinità”, “Più forte ragazzi” e “Io sto con gli ippopotami”




Prima uscita Lo chiamavano Trinità, 
“Trinità è un pigro ma velocissimo pistolero, che raggiunge il proprio fratello Bambino in un paesino del West. Quest’ultimo si finge sceriffo, ma in realtà è un ladro di cavalli che aspetta il resto della sua banda. Dopo pochi giorni nel villaggio, però, i due si accorgono che il perfido maggiore Harriman vuole cacciare gli abitanti per far spazio alle proprie mandrie. Trinità e Bambino non saranno due stinchi di santo, ma di certo non sopportano i prepotenti…”

Per tenervi sempre aggiornati sulle uscite potete dare un'occhiata qui http://bit.ly/BudTerenceGold



venerdì 4 ottobre 2013

Separati innamorati



Qualche giorno fa un'amica parlava di un certo film indipendente, poco noto soprattutto qui in Italia. Separati innamorati, versione italiana dell'originale Celeste and Jesse forever, uscito negli Usa nel 2012. Ancora non mi è chiaro se nelle nostre sale sia arrivato, oppure no...

Al di là di tutto, io arrivo a Separati innamorati per caso, e giusto oggi, a distanza di un anno dalla sua uscita. Diretto da un regista a me sconosciuto (perdonatemi) Lee Toland Krieger e scritto dalla stessa attrice protagonista che interpreta Celeste, Rashida Jones (quanto mi piace questa attrice?), il film si presenta a tutti gli effetti come la più tipica commedia sentimentale, forte però del suo essere indie. Accanto a Celeste questo ragazzo dai tratti e dai modi infantili, ex marito collocato nella dependance, Jesse/Andy Samberg. Fin dai titoli di testa, non so dire bene lungo quale filo, si ritorna a quei "500 giorni insieme" di Marc Webb, commedia romantica anche quella, certo più "perfetta" nel suo essere poi esordio alla regia.

L'aspetto curioso è che il mio primissimo pensiero sul film, basandomi solo ed esclusivamente sul titolo, è stato quello di un uomo e una donna, giovani e innamorati, ma costretti per chissà quale ragione a non poter vivere il loro amore. Dunque, separati e innamorati. Ci stava. Invece no...Celeste e Jesse erano sposati, innamorati davvero, mentre "oggi" sono solo due tizi separati che ancora si frequentano e si salutano con un "ti amo" finale. Strano, stranissimo il loro modo di vivere la separazione e tutto ciò che, nella realtà, dovrebbe conseguire alla rottura di un matrimonio. Piatti rotti, servizi di posate regalati dai parenti per quel matrimonio finito, urla e ripicche a non finire...questo più che altro uno si immagina. Con una carrellata di fotogrammi/diapositive della loro storia, Krieger ci porta subito a conoscere i due protagonisti. Li vediamo in auto, insieme e presi dalle loro abitudini, quelle che fanno esclamare all'invidia sana che abbiamo in corpo: mamma mia che bella coppia!!! In effetti non sappiamo ancora che Celeste e Jesse sono separati e che, quello che vediamo, altro non è che il loro amichevole e civile rapporto mantenuto nonostante tutto.


Questo modo di vivere la separazione, è piuttosto accentuato, e così come sarà difficile da gestire da parte dei migliori amici, non si esclude la possibilità che infastidisca anche molti spettatori. Forse qui viene fuori l'inesperienza e l'indipendenza più vera del film, ed è proprio qui che chi guarda si trova di fronte al fatidico bivio di valutazione: bello/fa schifo. Io ammetto di aver visto il film ed essermi esposta troppo "in là". Nel senso che guardavo Celeste e capivo ogni sua smorfia, ogni inadeguatezza a tutto ciò che le stava capitando. Non perché io abbia vissuto le sue stesse cose (per il momento solo il matrimonio). Però della sua storia capivo molto, quasi come se fosse una mia cara amica e quindi era impossibile restarle indifferente. E credetemi è davvero difficile guardare il film e non avere occhi che per lei. Celeste sapeva che il suo Jesse non sarebbe mai cambiato. Sapeva che di lavorare non aveva intenzione, e che non avrebbe retto a lungo l'eterna competizione con la donna che manda avanti tutta la baracca da sola. La cosa più giusta era separarsi, anche perché da uomini e donne liberi da contratti, sembra che venirsi incontro riesca meglio.

Separati innamorati non è un film perfetto, arriva fino alla fine senza mai nascondere le proprie debolezze. Ma se fosse anche questo a farci apprezzare davvero un film? A me capita spesso ed è capitato anche oggi. Questa commedia non fa ridere sul serio, se non quando dimentichiamo volutamente il dramma reale che le sta dietro. Un uomo e una donna che avrebbero potuto continuare a vivere il loro amore, se solo uno dei due avesse considerato la possibilità di scendere a un compromesso accettabile. Ma l'essere umano è troppo stupido per capirlo in tempo. Così, capita che nella vita si cerchi continuamente la ragione, mentre il tempo passa, le cose cambiano e la felicità sfugge...

martedì 1 ottobre 2013

Mi dimetto e ballo! (USA) - Se mi assumi, io, ti rinnovo il Notre Dame de Paris...(ITALIA)




Come mia abitudine vuole, il risveglio mediatico e giornalistico che inaugura le giornate, porta la firma di Massimo Gramellini. Non perché sia io una lettrice fedele del quotidiano La Stampa, in realtà non sono fedele a nessuna testata nello specifico. Vado un po' dove mi porta l'istinto e poi, diciamo che attraverso i social, sarà capitato un po' a tutti di approdare ai più assurdi e impensabili siti di informazione e quant'altro il mondo della rete abbia da offrire. Insomma la mia mattina riceve e ricambia il Buongiorno di Gramellini.

Quello di oggi è all'insegna della "libertà", almeno così vorrebbe che si leggesse, l'autore del Buongiorno. In effetti c'è un nuvolone che fa scendere un senso di libertà stamattina, vedendo questa ragazza autofilmatasi a ritmo di musica, mentre lascia definitivamente il proprio ufficio. Libertà se pensiamo e vediamo una giovane, probabilmente molto creativa, disinibita e pronta ad improvvisarsi ballerina pur di dare una voce ben precisa alla sua piccola, grande, battaglia personale. Pare infatti che Marina, subisse la presenza di un datore di lavoro poco illuminante, uno di quelli che ambiscono alla quantità e che, di conseguenza, vanno a discapito di quanti invece vorrebbero puntare nel proprio lavoro, alla "qualità". La giovane si licenzia, perché a farla camminare sulla propria strada non è il talento, ma le decisioni di un capo che magari la guarda tutti i giorni, ma non la vede. Al di là della scelta, più o meno condivisibile, c'è libertà in ciò che ha fatto Marina, perché la libertà in questo senso significa essere in grado di abbandonare qualcosa che non ci rende felici, anche un lavoro. Dunque la libertà, che qui diventa lusso, perché lasciare un lavoro, oggi, appare davvero una grande, grandissima prova di coraggio.

Negli Usa ci si licenzia, e il primo pensiero è autofilmarsi e caricare il video su You Tube. Io voglio dare alla vicenda un senso accettabile, perché se mi fermassi ad una prima lettura della cosa, un po' mi disturberebbe, sono sincera. E non mi chiedo nemmeno perché. Sono una giovane italiana come tante. Laurea e sogni nelle tasche, ma senza lavoro. Mi piace vedere il gesto di Marina come un messaggio che superi l'oceano e arrivi ovunque. Per dire a tutti quei giovani, e non, che subire frustrazioni di ogni tipo e sottostare a condizioni lontane anni luce dalla nostra persona, non può e non deve essere necessariamente "cosa giusta". Perchè oggi alcuni dettagli vengono volontariamente trascurati. "Il capo mi  si struscia addosso, vabbè lo avrà fatto in buona fede". "Devo prendere lo stipendio di giugno, stiamo ad ottobre. Vabbè c'è crisi anche per lui, poverino." Ormai la situazione è arrivata a un limite che travalica il buon senso generale e, inevitabilmente, ci rende tutti un po' meno vigili sulle nostre vite. 

Chi si laurea e lo fa perché ci crede, perché investe tutto (e dico TUTTO) nello studio. Chi maledice la propria laurea perché per fare il commesso è altamente nociva e dovrà ascoltare voci che suggeriscono la tattica del "rimuovi la laurea, appesantisce il curriculum". Oggi parlare di libertà richiede coraggio. Farà discutere senza ombra di dubbio il gesto di Marina. Ma per un attimo magari farà riflettere, con il consenso o il dissenso di molti di noi. Quelli che credono ancora in una possibilità concreta di realizzarsi professionalmente, anche in Italia, nel proprio paese. Quelli che sarebbero disposti a tutto pur di lavorare, purché quel tutto non frantumi la propria dignità. E questo bisogna tenerlo sempre a mente.
Della serie: se mi dai un lavoro altro che balletto in ufficio. Ti rinnovo il Notre Dame de paris!!!





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