sabato 28 dicembre 2013

I migliori film del 2013 (così fan tutte/i)



Ti pare che non sarebbe arrivata anche qui, la tanto in voga "Top Ten" dei migliori film del 2013?
Intanto, che bello tornare a casa e ritrovare tutti voi! Non è una sviolinata...
Sarà che nonostante tutte le cose belle che incontri quando sei fuori in vacanza, arriva un punto, inevitabile, in cui senti il bisogno di "tornare". Sì magari non vale per tutti, per me sì però. Una settimana in Trentino, tutto bellissimo, neve e cioccolata calda, ma immaginate sette giorni senza nemmeno un film come tradizione vuole. Niente cinema. Anzi, la dico tutta? Sì, la dico tutta. La notte del 24 per non fare la guastafeste ho accettato di vedere Cado dalle nubi. Lo so è terribile, ma era pur sempre Natale, che facevo?

Dunque, per riprendermi dal trauma Zalone, servito in maniera coatta e in allegra compagnia, mi sembrava doveroso riprendere, secondo quanto accade nel web in questi giorni. La classifica dei migliori film del 2013. Se ne trovano in ogni dove, e mi chiedo perché continuare a leggerne delle altre. La risposta è semplice. Siamo assatanati di classifiche, ne siamo schiavi. E poi ci piace così tanto confrontare i nostri gusti e i nostri film, un po' alla maniera dei vecchi album di figurine. 

Premetto che la mia classifica potrebbe essere aggiornata nel giro di pochi giorni. Lo dico perché domenica andrò a vedere Walter Mitty e, ci sono buone probabilità che faccia centro da queste parti. Poi non dimentichiamo i grandi non visti quest'anno. Sono troppi. 
Che dirvi, nel mio piccolo, ecco la classifica dei "miei" film del 2013.

1) The Master
2) La grande bellezza
3) Django Unchained
4) Her
5) Lincoln
6) Noi siamo infinito 
7) Rush
8) Snowpiercer
9) Il lato positivo
10) Pain & Gain - Muscoli e denaro



venerdì 20 dicembre 2013

A Natale puoi...




Certo se davvero si potesse fare tutto ciò che si vuole, oppure che si potrebbe fare ma non è poi così semplice da render concreto, sarebbe il miracolo per antonomasia. Il Natale.

Nell'antica Roma si festeggiava Saturno, noi siamo abituati a celebrare la nascita di quel bambino universalmente noto come Gesù ("noi" si fa per dire, pensiamo a Gesù mentre come pazzi posseduti corriamo nei centri commerciali alla ricerca del "pensierino" giusto per i plurimiliardi di parenti?). No.
Poi l'imperatore Aureliano decise che proprio il 25 dicembre si dovesse festeggiare il Sole e da lì, il ceppo che brucia in casa e lasciarlo per dodici giorni di fila. Quante cose dietro il Natale...Noi abbiamo le lucine psichedeliche sull'albero e non ci facciamo mancare nemmeno quelle sopra la porta, o lungo la ringhiera delle scale. Ci spremiamo le meningi per la spesa e durante la fila chilometrica al supermercato, davanti alle casse, iniziamo a domandarci sul serio: ma chi cavolo me lo ha fatto fare? Ma che senso ha?


Eh, bella domanda. Che senso ha? Boh.
Io non festeggio il Natale per la nascita di Gesù, anche se sono cristiana (penso, forse, credo). Sì ecco non ho un credo e non pratico nessuna religione a ben vedere, anche se non penso di meritare un posto all'inferno, tutto sommato, "sono una brava cristiana" anch'io. Per quanto mi riguarda il Natale e tutte le feste presenti nel nostro calendario, hanno sempre rappresentato un'occasione per stare tutti insieme (appassionatamente); un modo piuttosto masochista di mettere sotto lo stesso tetto parenti, magari che non si parlano da secoli, e rischiare di dare i numeri non solo durante la tombola. Ricordo sorrisi e partite a Bestia come non ne verranno mai, ma ricordo anche situazioni meno piacevoli o problemi vari legati a Tizio che non parla con Caio e allora: "se viene lui io non vengo" etc etc.

Da quando sono mamma devo dire, vivo tutto con molta più serenità e un pizzico di menefreghismo. Non è male, perché è quell'ingrediente fondamentale che ti aiuta a vivere con maggiore serenità e ti evita molti problemi e rotture di balle insostenibili. Io personalmente non ho più, né la voglia, né la pazienza di stare dietro a storie che mi urterebbero solo il sistema nervoso, quindi per non sbagliare, evito tutto. (Carini e coccolosi, carini e coccolosi!). Se davvero a Natale potessi fare ciò che vorrei, stopperei la mia vita per un secondo e resterei così a guardarla e ad ascoltarla. Senza muovermi e senza che nessuno e niente possa interagire con me. Col sorriso stampato a tremila denti, presente con il corpo e lontana anni luce con la mente. Mi accontento di poco eh? 


A Natale puoi, ma alla fine si è schiavi di idee e usi che ci portiamo dietro da secoli, senza nemmeno capirne il senso. Non cambia la cosa per quelli che la notte del 24 vanno in Chiesa e pensano di essere gli eroi moderni. Anzi. Ho sempre avuto un debole per quelle famiglie che alla fine si perdono tra tombole e pandori farciti di tutto, tra l'odore di fritto e lo zucchero a velo che aleggia ovunque. Senza troppe pretese, con pacchetti umili da scartare insieme e senza preghiere o raccomandazioni a chissà quale Dio. Anche peccando di un po' di ipocrisia, e sforzandoci di andare tutti d'accordo per una sera o due soltanto, a modo nostro compiamo il miracolo. Ci sforziamo di stare in armonia, ci riusciamo. E' che ci sfugge durante tutti gli altri 362 giorni. Forse è vero o semplicemente ci piace pensare che lo sia. 
A Natale puoi...

P.S. Un modo per salutarvi e per augurarvi Buone Feste, buon anno nuovo e buon tutto. Domani parto e non riuscirò a scrivere almeno fino al 27. Vi abbraccio tutti tutti, ma proprio tutti. 
Ci si vede nell'anno nuovo!!!

lunedì 16 dicembre 2013

Looper as Killer Joe



In realtà ho realizzato questa cosa pochi minuti fa. Ovvero poco prima di entrare su Blogger e iniziare a scrivere questa recensione. Sarei curiosa di sapere quanti di voi siano stati in grado di visualizzare questa cosa, dunque questo trittico che coniuga volti, tempi e spazi differenti e riallaccia in maniera buffa e priva di logica, due film che in comune hanno solamente la professione cinematografica tra le più note. Essere killer comporta una serie di conseguenze, tra le tante, anche quella propria dello spettatore, il quale arriva a tracciarsi una sorta di mappa riguardo i migliori killer della storia del cinema.

Looper è l'ultimo passo che delinea una fisionomia piuttosto futuristica e molto sci-fiction del killer per professione. A dirigere Joseph Gordon - Levitt/Bruce Willis in questo action molto fumettistico anche, è il regista statunitense Rian Johnson, terzo film per lui dopo Brick - Dose mortale e The Brothers Bloom. Scritto e diretto dallo stesso Johnson, Looper ha molti spunti interessanti, primo su tutti ovviamente l'idea di poter continuamente viaggiare nel tempo, e modificare ciò che nel futuro ci attende. Certo la vita dei cosiddetti Looper/killer non è facile. A ora e luogo prestabilito, un uomo incappucciato (proveniente dal futuro), apparirà davanti ai loro occhi, con il solo ed unico scopo di premere il grilletto e lasciare di quel corpo, solamente la cenere.


Uccidere non è il solo reato di cui si macchia un Looper, perché anche viaggiare nel tempo è considerato illecito e altro reato gravissimo. Quello che cattura e manda in tilt, soprattutto all'inizio, è questo giochino legato alla vita di un Looper. In teoria basterebbe capire che per chiudere definitivamente il contratto da killer, ogni Looper deve eliminare il proprio sé del futuro. Quello che, in poche parole, ti si presenta davanti, palesandosi chiaramente grazie alla impressionante somiglianza. Il compito del Looper è premere il grilletto, ma quando Joe/Levitt vedrà il suo corpo invecchiato di circa trent'anni (Willis) le cose si complicano e inizia la caccia all'uomo, anzi, agli uomini. 

*La differenza con il Killer Joe di William Friedkin è che Matthew McConaughey porta il cappello ed è meno futuristico e più teatrale di Levitt. (Sì è un'osservazione banale).
Torniamo a parlare del film di Johnson.

Mentre Joe del futuro cerca di sistemare la propria vita, il nostro Joe contemporaneo si batte per sfruttare il tempo e questi spostamenti, al fine di cambiare non solo la propria vita. E' interessante il modo in cui il film a volte si ferma a riflettere e a far riflettere. A ben vedere la prima parte è molto fantascientifica, quasi un noir futuristico. Poi apre la strada a delle luci nuove, la campagna e il corpo gracile e forte di una donna (Emily Blunt) con il suo bambino. Qui ci sarà la svolta, non solo per Joe, ma anche per la vita segnata dagli eventi tragici e violenti, cui sarà vittima un bambino.


Looper non è perfetto, ma si lascia guardare volentieri. Joseph Gordon - Levitt è vergognosamente uguale a Bruce Willis; la Blunt credo faccia bene ogni ruolo le venga assegnato. Concluderei dicendo che il film, anche se non lo metterei mai nei migliori del 2012 come ha fatto il nostro amico Quentin Tarantino, risulta un bel modo di riflettere sulle scelte che facciamo e di come queste, inevitabilmente, vadano a pesare anche sulla vita degli altri.


mercoledì 11 dicembre 2013

E l'uomo grida: "bruciate i libri!"



Incredibile, svegliarsi la mattina e prendere atto del fatto che ancora esistano esseri beoti, capaci di tirar fuori la voce dell'inciviltà più estrema. Siamo nell'era del progresso, in quella che dovrebbe rappresentare l'evoluzione della specie e delle leggi che ci governano. Ma dove? Come? Ovunque si guardi c'è un motivo per credere che la nostra sia una delle epoche più infelici e figlia del regresso, sotto ogni punto di vista.

A Savona, leggo, sono stati non pochi i disagi arrecati dai cosiddetti Forconi. Petardi e addirittura lacrimogeni lungo le vie e alcune piazze della città. Ma la vetta dello schifo si è raggiunta davanti la libreria Ubik. I manifestanti prendono di mira i lavoratori urlando: "bruciate i libri!", "chiudete la libreria!". Ma di quanti secoli stiamo tornando indietro?

Sulla pagina facebook Libreria Ubik Savona viene pubblicato ieri un estratto di cronaca in riferimento ai fatti vergognosi che hanno visto sotto minaccia la cultura e la sola possibilità che avremmo, di salvarci. Gli amministratori della pagina decidono, con grande intelligenza e civiltà, di regalare ai manifestanti questa poesia. Con la speranza (vana) che questi possano un giorno, prima o poi, riflettere.

Lode dell'imparare

Impara la cosa più semplice!
Per quelli il cui tempo è venuto
non è mai troppo tardi!
impara l'abc: non basta è vero,
ma imparalo! Non avvilirti!
Comincia! Devi sapere tutto!
Tocca a te prendere il potere.
Impara, uomo all'ospizio!
Impara, uomo in prigione!
Impara, donna in cucina!
Impara sessantenne!
Tocca a te prendere il potere!
Frequenta la scuola, senzatetto!
Procurati sapere tu che hai freddo!
Affamato, impugna il libro: è un'arma.
Tocca a te prendere il potere.
Compagno, non temere di chiedere!
Non dar credito a nulla,
Controlla tu stesso!
Quello che non sai di tua scienza
in realtà non lo sai.
Verifica il conto:
tocca a te pagarlo.
Poni il dito su ogni voce,
chiedi cosa significa
Tocca a te prendere il potere.

Di Bertolt Brecht



martedì 10 dicembre 2013

Nightmare Before Christmas - Il cinema, la poesia e una collina bianca.



Era da tempo che avevo voglia di parlare di uno di quei film, che riempiono il cosiddetto cassettone degli amori cinematografici. Aprirlo ogni volta, è come scoprire un mondo nuovo mai esplorato prima. Una musica mai ascoltata che sembra rimetterti in pace con tutto e tutti, e con te stessa.

E nonostante tu quella musica l'abbia ascoltata infinite volte, è sempre come la prima di una lunghissima serie. Nightmare Before Christmas è un film d'animazione che vanta della ripresa a passo uno, meglio nota con il termine stop-motion e meglio associata al nome di colui che del passo uno ne ha fatto il proprio stile. Anche se a me piace parlare di Tim Burton come di un regista che non sfrutta lo stop-motion per farne stile, bensì necessario strumento per comunicare in maniera efficace, raccontare e scavalcare quello schermo, arrivando dritto al cuore di chi vi è davanti. 


Dietro Nightmare c'è una lunga storia che si potrebbe provare ad ascoltare con la voce di Vincent (anche perché Tim quando ha scritto la sua poesia illustrata, aveva immaginato che a leggerla fosse proprio Vincent Price), e se per caso riuscissimo a comprendere tutto ciò che passava nella testa del suo autore visionario e appassionato, sarebbe la cosa più straordinaria che potremmo concederci. Nella vita, così come nel cinema e nell'arte in genere, il segreto è abbandonarci e andare oltre noi stessi, oltre ciò che ci passa davanti e che abbia una forma. Arrivare oltre l'apparenza è la missione del cinema di Burton, la sua chiave fondamentale che aiuti a comprendere ogni suo film. Tutto nasce da una poesia  che Tim scrisse nel 1982, subito dopo aver realizzato il suo Vincent. Ovviamente accadde qualcosa di abbastanza prevedibile, poiché la Disney considerava troppo macabro il progetto di un film, poco in linea con i canoni rassicuranti della fiaba. Fu così che passarono quasi dieci anni, e Tim tornò a parlare di quel progetto messo via e da lui mai dimenticato. Diciamo che a distanza di anni e visto pure il successo di un regista che stava affermandosi nell'olimpo (erano gli anni del post Edward mani di forbice e Batman) la Disney rivalutò la cosa e nel 1991 partì ufficialmente la produzione del film.


Perché Burton decide di affidare un suo progetto ad un altro regista? Me lo sono chiesta spesso anch'io e se per caso ve lo foste domandato anche voi, la risposta è di ragioni meramente pratiche. Burton a quei tempi era impegnato nelle riprese di Batman - Il ritorno (1992), sapeva che un film in stop-motion richiedeva moltissimo tempo, così decise di delegare il tutto ad una persona fidata e di vero talento. Henry Selick era la persona giusta, tanto che tutte le paure di un possibile conflitto durante la lavorazione del film, sono state annullate da una straordinaria intesa professionale. Ci sono voluti tre anni per realizzare Nightmare Before Christmas, e durante questo periodo Tim appena poteva, raggiungeva gli altri negli studi, oppure si faceva mandare qualcosa. Tre anni e cento uomini impegnati, a dar vita a quella poesia immaginata dalla mente di un regista incredibile. 

Di cosa parliamo? Di pupazzi senza occhi (perché all'inizio nei disegni di Burton, tutti o quasi, i suoi personaggi, erano privi di occhi) che si tengono su a fatica. Jack e Sally credo siano i degni rappresentanti di un cinema che non avrà mai pari, perché sono gli eroi degli emarginati, degli incompresi dal mondo che li guarda e ha paura. Le passioni che bruciano e animano tutti gli uomini non aiutano Jack Skeletron, il re della città di Halloween, il quale all'improvviso scopre il Natale. I colori, i suoni e i sorrisi che mancavano ad Halloween Town, danno a Jack un motivo per rompere la monotonia del suo fare "bu" ai bambini; perché in fondo non era seminare terrore che lo rendeva davvero felice. Jack vede nel Natale la possibilità di dare corpo ai suoi sogni, anche se questi non erano mai stati chiari. Sally mi ricorda la fragilità dell'essere umano, la fatica dello stare al mondo. Non vi è mai capitato di raccogliervi da terra e provare a riassestarvi, dopo una caduta, dopo una delusione? A me sì. Capita spesso e ogni volta che vedo quei segni sul corpo di Sally penso a quanto enorme sia, la capacità comunicativa di questo cinema. 


Tante mani e una miriade di idee che viaggiano alla velocità della luce. 24 fotogrammi al secondo e una serie infinita di sfumature che un attore in carne ed ossa mai, saprebbe trasmettere. Questa è la magia di un cinema artigianale; quando poi incontra lungo il cammino, la fantasia di un regista che vive di queste emozioni animate, è l'apoteosi dell'arte che racconta la vita. Io ancora oggi provo a cercare qualcosa che somigli anche solo lontanamente a un pezzetto di magia racchiuso in questo film, e non lo trovo. Nightmare Before Christmas è una musica concitata  ma soave al tempo stesso. E' una manciata di neve bianca, è puro come il sentimento di un bambino che aspetta di scartare un pacco, senza grosse pretese. 

Una poesia che prende vita, che esplode senza far rumore e senza far male a nessuno; in cima ad una collina innevata, per poi placarsi in un lungo abbraccio. Come uno di quei libri che apri e ti catturano l'anima.

lunedì 9 dicembre 2013

L'amore è imperfetto



Certo questo periodo è davvero assurdo, e lo è anche cinematograficamente parlando. Non solo ho poco tempo per vedere film e di conseguenza per scrivere, ma quei pochi che riesco a vedere sono ciofeche immani. Ma prendiamola con la giusta filosofia, e pensiamo che alla fine piuttosto che niente sia meglio piuttosto. Mmm, ho i miei dubbi lo ammetto.

L'amore è imperfetto è il primo film della scrittrice Francesca Muci, mi raccomando da non confondere con L'amore imperfetto di Giovanni Davide Maderna. Io non ho la più pallida idea di chi sia 'sto qua, però mi sembrava giusto dirlo, dal momento che l'ho appena scoperto anch'io. Dunque la Muci che fa di bello? Beh, chiaro che la risposta sia "un cavolo di niente".


Questo film risulta essere un patetico tentativo di raccontare l'amore più complesso dal punto di vista della donna, molto spesso non compresa e più facilmente giudicabile. L'amore imperfetto in realtà non parla d'amore, ma di come la vita e le svariate delusioni possano cambiare il tuo percorso. Di come determinate esperienze ti portino col tempo a pensare a cose fino a ieri impensabili e, soprattutto, a riconsiderare tutto ciò che va messo sotto la nuvoletta gonfia dell'ammore. Non è che ci riesca eh, attenzione. Purtroppo nulla va come dovrebbe e la povera regista esordiente dimentica che per rendere credibile una storia, bisogna se non altro caricare la giusta dose di anima e quel briciolo di pathos che perfino Sentieri o Terra Nostra avevano.
La protagonista femminile Elena/Anna Foglietta è (poverina) incapace di rendere quello che forse aveva in mente la Muci. Non è che slinguazzare un sigaro e fare lo sguardo da gatta morta, basti a fare un film passionale e stimolante dal punto di vista erotico. Qualcuno, mi spiace, ma dovrà pur farglielo capire. Ma d'altronde, ci siamo rinvigorite e ringalluzziti con il best seller delle sfumature grigio/rosso/nere o simili...

Per l'appunto...
 
La cosa più ridicola è il tentativo di raccontare l'amore imperfetto che si riconduce banalmente al rapporto con una ragazzina, al voler dare libero sfogo a passioni illecite perché mai pensate prima. Così come il rapporto con un uomo più grande o la scenata al ristorante di fronte a colui che di punto in bianco ti si rivela come la più terribile delle sorprese. Gli attori non reggono la storia che poteva essere e, non è stata. Nel baratro ci si arriva con l'accenno ad una delle cose più orribili che a una donna possano capitare. Una maternità negata, una figlia messa al mondo e lasciata all'uomo che ci ha stravolto l'esistenza. Una donna dietro la macchina da presa non può accennare con superficialità tanto dolore. E quella stessa macchina che poi si poggia sul sorriso di una bambina ormai cresciuta, non comunica nulla di più di quello che potremmo definire: un film imperfetto. 

giovedì 5 dicembre 2013

Zoolander, oltre la stupidità.



C'era una volta un tipo veramente stupido. Ma stupido stupido, tanto che se la stupidità avesse una forma e un nome, con buone probabilità, sarebbe un modello-sirenetto, chiamato Derek Zoolander.

Eppure qualcosa mi dice che la storia di questo tipo così stupido, non è del tutto inutile. Può essere un film stupido stupido in modo assurdo e al tempo stesso avere qualcosa, (sotto sotto) che non vada perduto completamente?Secondo me sì. Perché il cinema spesso si prende gioco della stupidità e tende ad estremizzare quelle situazioni e quei soggetti "curiosi" che sul grande schermo hanno, alla lunga, generato un vero e proprio filone cinematografico. Le parodie e i film demenziali hanno, inevitabilmente, segnato anche le nostre strade e non ditemi che siete rimasti indifferenti alla passione calda di Topper e Ramada, oppure alle gesta di un uomo in calzamaglia e del suo fedele compagno dal Bellosguardo...

Ebbene, anche Ben Stiller ha voluto lasciare il segno lungo questa scia di genere che guarda e grida alla demenza. E lo fa dopo aver diretto un suo primo lungometraggio, Giovani, carini e disoccupati e un secondo Il rompiscatole. Zoolander è del 2001 e l'idea di questo modello abbastanza stupido arriva da un personaggio inventato in occasione dei VH1 Fashion Awards del 1996. Figlio della fantasia che naviga nell'eccesso dei mari della commedia americana e della parodia, Ben Stiller racconta una storia che va a far luce sul mondo, spesso spietato, della moda. Inserendo con intelligenza numerosi cameo a rappresentare figure di spicco degli ambienti più sotto i riflettori, dal mondo della musica a quello dello sport, dalla tv alla moda e così via. E' chiaro che basterebbe ricordare quello di un certo David Bowie, per confermare quanto detto prima. Ma non sarebbe sufficiente per accontentare i più scettici, quelli che, per intenderci, hanno visto Zoolander e altro non vedono, che un film stupido stupido in modo assurdo.


Inutile, demenziale, volgare, pesante sotto alcuni punti di vista; è vero, il film a volte eccede ma d'altronde è così che fa la vita stessa, e non è credibile il nostro spalancare gli occhi di fronte ad un adorabile bambino chiamato Anacletino, il quale reclama il suo "diritto allo sfruttamento". In Zoolander domina la follia e il senso di vuoto che muove questi personaggi della moda, come fossero manichini di gomma e stupidità. Scolpiti nel corpo ma disintegrati e deformi all'interno. Derek non è il solo eroe stupido e inconsapevole di questo suo stesso film. Accanto a lui un altro esplicito volto dei Frat Pack ( Ben Stiller, Jack Black, Will Ferrell, Vince Vaughn, Steve Carell e i fratelli Owen e Luke Wilson ), appunto Owen Wilson. Hansel, il modello appena arrivato, quello che "Va un casino quest'anno". Un po' figlio dei fiori e svitato non meno del nemico/amico Derek; sarà fondamentale il suo aiuto e quello della giornalista Matilda/Christine Taylor per evitare il tragico finale.

Certo Derek è veramente stupido, anche Hansel. Però qualcuno addirittura ha paragonato il primo a un Forrest Gump inconsapevole. Beh, un po' il candore e l'ingenuo far fronte a situazioni più grandi di lui, lo ricordano. Stiller disegna il cattivo nelle fattezze di Mugatu/Will Ferrel, addirittura arricchisce il suo film stupido con citazioni al grande maestro Kubrick per ben due volte (il Mac oggetto misterioso per i due sapiens e il lavaggio del cervello ai danni di Derek, come fosse un Alex DeLarge).
La stupidità secondo me, e credo sia questo il pensiero dello stesso regista, è un po' come un vizio o un modo per mascherare la nostra estrema incapacità di stare al mondo. Credo dipenda molto da noi stessi, ovviamente parliamo della stupidità che non ci aiuta nemmeno a capire che, con il corpo cosparso di benzina, non è proprio indicato accendersi una sigaretta. Ecco. Siamo figosi mica immortali.


La stupidità a volte è anche una fase della nostra vita, quella che anticipa e spiana la strada alla maturità. Io in Zoolander non ho visto solamente un cretino incapace di svoltare a sinistra. E lo dico ammettendo anche una certa tenerezza e commozione, esplosa in me all'improvviso; quando ho visto questo "ciocco" nell'attimo più intimo che abbia mai avuto con se stesso. Quando confessava a uno dei due uomini che avrebbero voluto fregarlo (nonché papà Stiller), che qualcosa in lui stava cambiando. Che magari una vita avrebbe avuto più senso se spesa a fare qualcosa di utile per gli altri. Magari per i ragazzi in difficoltà. E per quanto mi riguarda, quando Derek dice che, solamente ad aver pensato di fare una scuola per i bambini meno fortunati, che li avrebbe aiutati ad imparare a leggere, e che questo pensiero era stato per lui come l'esperienza più grande della sua vita, beh. Con la lacrimuccia e il sorriso di uno spettatore commosso e intenerito all'ennesima potenza, io dico:
"a volte c'è dell'altro oltre alla stupidità stupida in modo assurdo. Spetta a noi scoprire di cosa si tratta".



lunedì 2 dicembre 2013

Ma chi l'ha detto che "basta poco"?



Questo periodo è davvero strano per me, difficile da decifrare. A ben vedere avrei poco da lamentare, visto il tanto atteso lavoro che finalmente è arrivato, e poi mi basta guardare i miei figli per capire che la felicità ce l'ho a portata di mano, tutti i giorni della mia vita. 
E su questo nulla da replicare. Ma io credo che l'essere umano passi per forza lungo quei viottoli complicati e stretti, quelli che ti fanno rallentare e danno alla tua testa articolata (e psicolabile) tutto il tempo (maledettissimo) per pensare, e ripensare, pensare...

Mi odio quando penso troppo, e odio tutto ciò che mi passa per la testa. Ditemi che succede anche a voi, vi prego!!! Che poi è banale a volte, la maniera di complicarsi la vita e le giornate. A me ad esempio basta leggere due righe e mi si ribalta l'umore e la visione generale della mia esistenza. Non mi ricordo nemmeno dove, né quando, ricordo solamente di aver letto una cosa del tipo: "Basta veramente poco per essere felici, a volte basta ignorare ciò che non possiamo avere, e apprezzare di più quel che abbiamo".

M'hai detto poco...
Secondo me la moda del "basta poco" è un po' come la fede, o ce l'hai o non ce l'hai. (La fede dice quel che i sensi non dicono, ma non il contrario di quel che i sensi vedono. È al di sopra e non contro. Blaise Pascal). Ti annulli anche l'ultimo briciolo di ambizione o pretesa, nei riguardi del mondo e soprattutto verso te stesso/a, e vai avanti, convinto/a che tutto ciò che hai sia esattamente ciò che volevi. Sì, come no.
Secondo me chi ha davvero tutta la felicità a portata di mano, non ha nemmeno il tempo di porsi miliardi di domande o di incazzarsi con l'umanità. Non ci credo nemmeno se lo vedo con i miei occhi. Ed è probabile che io non lo vedrò mai. Esiste davvero "tutta la felicità"? 
Parliamoci chiaro, la felicità assoluta non credo esista. Perché è per sua natura frammentaria. E quando Blaise Pascal scriveva: "basta poco per consolarci, perché basta poco per affliggerci", forse non aveva tutti i torti. 

Cerco "basta poco" su Google, e le primissime voci che appaiono, in ordine, sono: il singolo della Vanoni, il Basta poco di Vasco Rossi, una pizzeria a Latina e poi questo libro scritto da Antonio Galdo, intitolato per l'appunto Basta poco. Il libro di Galdo mira ad una missione ecologica che possa salvare il mondo, dallo spreco e dal capitalismo senza anima. Interessante, ma ben diverso dal mio basta poco. 

Anche Ikea punta alla filosofia del Basta poco per vivere meglio, che ve lo dico a fare...
Non so se abbia un senso ragionarci su, d'altronde ci sarà mai un senso dietro a tutti questi nostri trip mentali? Sarà che per mia natura tendo a diffidare di tutto ciò che passa per universalmente utile e vero. La cosa mi puzza e non mi convince, anche perché io so che, se davvero mi facessi bastare tutto ciò che ho, non avrei nemmeno la voglia di andare avanti e guardare quel punto mai a fuoco. Perché in quel puntino sfocato io sento il pizzico della voglia di vivere. La molla che mi scatta e mi fa guardare senza certezza, al domani. L'unico modo che ho di lasciarmi sempre a disposizione un'alternativa. Che sia migliore o peggiore, non importa. Ma arenarsi sul basta poco, per me, equivale a fermarsi e a smettere di vivere.

La mia felicità va e viene, come diapositive che si danno il cambio su una grande parete e parlano di me. La felicità è quando vedo me su quella parete, e i miei sorrisi che non mentono e non devono camuffare nulla. La felicità è quando penso sia arrivato il momento di fare qualcosa di nuovo, di buttarmi e provarci pur di non rimanere immobile. Il paradosso del tempo poi, che lamentiamo essere sempre troppo poco, si rivela ingannevole. Perché, se ci fate caso, quando il tempo è poco la nostra vita si riempie e ci rimane quasi impossibile fermarci a pensare. Avere tutto quel tempo a disposizione invece è deleterio, ci uccide lentamente e ci corrode corpo e anima. 

Tutto questo brodo alla fine, per dire che la storiella del Basta poco è una grande bufala. Non è vero che basta poco per essere felici. 
Basta il giusto. E questo quasi sempre, equivale a ciò che vogliamo.

*L'immagine è opera di Fernando Botero, Pic nic 1989



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