martedì 28 gennaio 2014

"Qui i bambini non sono graditi". Italia, 2014.



Giusto ieri si è celebrata la "Giornata della memoria", un giorno probabilmente tra i più strumentalizzati dell'anno. 
Non voglio parlare di questo, anche perché non ne sarei capace. Ma la notizia di oggi mi fa riflettere, mi viene in mente quello slogan antisemita terribile "qui gli ebrei non sono graditi" e provo a pensare a quale progresso abbiamo assistito, civile, umano. Insomma un paese che tenta disperatamente/sfacciatamente di sensibilizzare l'intera popolazione, con le varie iniziative legate alla "memoria", mi appende, contemporaneamente, un cartello davanti a un ristorante, che vieti l'ingresso ai bambini.

Ma come?

A Brescia un ristorante vieta l'ingresso ai bambini al di sotto dei 10 anni e dopo le 21. 
"È una regola che abbiamo adottato 7 anni fa e i nostri clienti sono felici così, quelli a cui non piace possono andare da qualche altra parte". Complimenti al titolare del locale che a quanto pare va fiero della propria decisione e complimenti ai suoi clienti, a questo punto. 


Ebbene non ci si può proprio sottrarre alle tendenze che giungono da oltreoceano. Questa molto carina e simpatica pensate, si chiama "No Kids". Capisco che il voler mettere a confronto due cose apparentemente così dissimili nell'orrore, sia un po' eccessivo da parte mia. Però...dico però. 

A me il solo "divieto" di per sé fa rabbrividire, certo quando parliamo della condivisione e del diritto di poter usufruire di beni e servizi pubblici, alla portata di tutti. Ma oggi come oggi si fa veramente fatica a sentire queste storie di ordinaria follia. Apri un ristorante che tra l'altro mi è anche pasticceria, e poi non accetti i bambini al di sotto dei dieci anni? Con quale logica fai questo? Per il caos che ti portano nel locale? Le grida e il disordine sui tavoli? Le palline fatte col pane nell'acqua o con tutto ciò che avanza del pranzo, della cena? Ti dà fastidio l'idea di vedere questi piccoli diavoli correre dietro le sedie e magari infastidire i tuoi dipendenti, durante il servizio ai tavoli? Beh lo capisco dai...d'altronde, chi non detesterebbe un bambino tra i piedi nel proprio locale...

(Ah, la risposta comunque è: se sì, cambia mestiere!)

Mi rendo conto di essere folle allora, quando penso a mio figlio piccolo di appena due anni e mezzo, disperato e aggrappato al frigorifero che grida: "mamma totta". Oppure me ne rendo conto quando sono con le mani in pasta e il grande preferisce aiutare me piuttosto che giocare con il padre o il fratello. Mi sento una povera scema che addirittura non ha mai amato tanto un ristorante, se non fosse stato per tutte le volte in cui io abbia visto tavoli pieni di quelle palline e tovaglioli sporchi di tutto. Quando ad incasinare i tavoli sono i bambini che vedo, oppure il ricordo della bambina che sono stata.

Ma all'Italia tutto questo non piace, appende cartelli assurdi, perdona i criminali e li elegge. E poi si scomoda nell'ardua impresa della "memoria". 
Bah.

domenica 26 gennaio 2014

Her diventa "Lei". E lei è Micaela Ramazzotti.


Povera Scarlett quando lo saprà...

Parliamone...
Dopo averlo amato senza condizione alcuna e senza pretesa, Her inizia a prepararsi per essere accolto qui in Italia. Per chi come me, ha avuto la fortuna di vederlo al Festival internazionale del film di Roma appena passato, tutto il trambusto mediatico assume un aspetto ben più complesso. Rispetto a quanti si aspettano solo di vedere un grande film, con un grande Joaquin Phoenix.

Dico che la situazione è più complessa, in riferimento al fatto che, averlo visto in lingua originale e pensare a un ipotetico doppiaggio italiano, fa rabbrividire. Non solo perché ti stravolge completamente un'interpretazione straordinaria, ma anche perché ti immagini i criteri con cui le nostre case di distribuzione facciano certe scelte. Fai in tempo ad aver paura che "zacchete", arriva la conferma...


Sarà infatti Micaela Ramazzotti a prestare la voce alla sensuale Samantha del film di Spike Jonze. (Il film arriva nelle nostre sale il 13 marzo). E la paura si conferma ed aumenta lentamente, perché ricordi quale effetto abbia avuto su di te, un'interpretazione senza corpo eppure tanto presente, viva. Ricordi quanto fosse sensuale, carnosa e quanto si respirassero le corde e gli stati d'animo di una donna immaginaria, e hai il sospetto che pochi altri, purtroppo, potranno afferrarle. 

Non ho visto Planes (qui la prima volta dell'attrice nel ruolo di doppiatrice), dunque non posso mettere la mano sul fuoco per quanto riguarda le doti della Ramazzotti. Forse un po' mi aiuta pensare al suo fare da svampita. Di quella tipica donna che si muove e sembra dover scansare il mondo circostante, nonostante la sua impacciata stravaganza. Fastidiosa e a tratti, "se ci si impegna", sensuale.

Ecco. Impegnatevi...

venerdì 24 gennaio 2014

Pensieri universali



Quando mi guardo intorno e non capisco dove mi trovo, devo fare qualcosa. Non so, ancora oggi, se scrivere mi aiuti davvero a superare la tempesta. So solo che continuo a farlo, tutte le volte. E per un po' mi sembra di camminare dritta in piedi...

Pensieri universali

Quel pungolìo che non sai spiegare
quel respiro che avanza sempre la notte, prima di dormire.
Le domande senza risposte
le volte in cui ti guardi e non comprendi nulla.
Le interminabili attese ovunque
al supermercato, alla posta, dal dottore;
e le vite degli altri che senza neanche chiedertelo
ti toccano e ti invadono.
Le parole che non ti vengono
oppure quelle che vorresti mettere a tacere
ma non puoi.
Il rumore di un rimpianto che fischia nelle orecchie
le giornate smussate dallo stesso pensiero.
L'odore di un dolce appena sfornato
e due mani in pasta
stanche ma fiere.
Una finestra aperta che guarda indietro
ricorda ieri, evitando domani.
La macchina che ti porta e non ti smuove
così come il tempo che passa, le cose che vedi.
La pazienza che a volte si congeda
la forza si annoia
la voce non arriva laddove vorrebbe.
Guardare gli altri e non vederli
camminare e sentire addosso la paura di non arrivare mai.
Decidere oggi di essere felice
per poi cambiare idea domani.
Pensare a tutto e volerci riuscire a tutti i costi
anche con gli occhi chiusi
con la musica ad alto volume.
Con il buio attorno
nell'attesa di un miracolo
da assaporare con gli occhi.
Il bisogno di raccontarlo poi,
per riviverlo ancora.
Con il libro in mano la sera
due righe in più da aggiungere
e una valanga di pensieri universali.

*di e con Valentina Orsini
e il contributo del mitico Massimo Cavezzali per la vignetta.

martedì 21 gennaio 2014

"Il cinema non è niente", Carmelo Bene 1995.



Questa mattina mi sono imbattuta, e non chiedetemi perché o per come, in una intervista di Sandro Veronesi fatta a Carmelo Bene nel 1995. Anzi sì, lo ricordo. Partendo da una discussione su quelli che sono stati i film più "disturbati e disturbanti" della storia del cinema, non si è potuto fare a meno di citare Pasolini e il suo Salò o le 120 giornate di Sodoma. Da questa discussione ho iniziato a documentarmi su alcuni titoli tra i più terribili, ma nulla, si tornava sempre lì. Su Pasolini. Così google, vedendomi parecchio interessata alla questione, mi suggerisce questa intervista a Carmelo Bene, nella quale dice la sua anche su Salò. Questo primo video sarà solo un estratto della versione integrale dell'intervista, e mi colpisce subito un'affermazione di Bene, secondo la quale il film di Pasolini (o anche Pasolini stesso) non appartenga al cinema. Poiché, il cinema è "altro". Secondo Bene a Pasolini apparteneva solo una lettura sadiana, in quanto gli apparteneva/lo rappresentava. 


Spostandomi sui vari suggerimenti che il canale You Tube propone, mi cade l'occhio sull'intervista integrale. Mi ci fiondo, e inizio ad arricchire e a fermentare la mia mattinata così...

Potrei iniziare commentando con un: "Va bene forte, va bene disperato. Ma violento..."
Io non ho avuto modo di conoscere Pasolini, al contrario di quanto abbia potuto fare Bene. Mi limito dunque a valutare il suo cinema, anzi, la sua Arte. Ma cosa dovrei fare? Considerare ciò che Pasolini "rappresentava" o ciò che egli "era"? Chiaro che io valuti ciò che egli rappresentava, perché è così che si dovrebbe fare con il cinema e con l'Arte in genere. L'Arte è una rappresentazione. E'/esiste, solo ed unicamente in quanto rivelatrice di ciò che esiste a prescindere (o non esiste). 

La mia curiosità in merito aumenta a dismisura e raggiunge vette mai sfiorate, quando Bene inizia ad addentrarsi meglio, nella "questione cinema". 
Il cinema non è niente
Aspetta. Parliamone. 
E per un istante facciamo che tu sia qui davanti a me e mi permetti di darti del tu. 
Secondo me cadi in contraddizione quando dici che "il cinema è tributario della letteratura, della musica". Vero, verissimo per carità. Ma allora, non credi sul serio che il cinema sia niente?
Il niente è niente e lo si deve prendere come dato di fatto. Il niente attinge alla letteratura? Alla musica? Non credo. Curioso anche il punto in cui Bene parla della musica per film, sottolineando come questa si presti al cinema. Ma non puoi tirare acqua al tuo mulino in modo così sfacciato. Da che mondo è mondo si sa, quanto il cinema e la musica siano due arti strettamente legate tra loro. Connesse per loro stessa natura, destinate a darsi l'una all'altra. Quando un compositore legge la sceneggiatura o chiede al regista di visionare ancora una volta una determinata sequenza allora? Cosa vuol dire? Non è fantascienza questa. E' realtà. E' ciò che accade realmente in un qualsivoglia rapporto professionale regista/compositore. 
Bene dice "Io non ho mai visto un film in vita mia". Esagerato!!! Come se ci credessimo. E la sua parentesi cinematografica come la spiega poi? Negli '60-70 Bene, ha preso il cinema e ne ha fatto trampolino di lancio per la notorietà internazionale. A partire dall'Edipo Re, proprio di Pasolini. Certo è che la figura di Bene sia stata da sempre controversa e complessa. Non altamente digeribile per tutti gli stomaci. Pensare che a quei tempi il pubblico, arrivava perfino ad appiccare fuochi nelle sale. Ma al di là di tutto, sarebbe inutile e dannoso, stare qui a mettere in discussione la grandezza di Bene come "uomo di teatro". Però il suo talento atto a distruggere e a frammentare tutto ciò che sia immagine e testo, la potrebbe dire lunga, riguardo alla sua idea di cinema. Anche perché il cinema è un linguaggio, non solo questo attenzione, ma lo è. Un linguaggio diverso, come diceva Fellini


Solo che Bene guardava al teatro come qualcosa che fosse libero da testi o linguaggi prestabiliti. Senza attori/macchine che imparino a memoria e finiscano per apparire miseri "trovarobe". La sua tendenza a martoriare ciò che eccede è evidente. Anche quando parla dell'Arte pittorica. E poi ancora: "Il cinema è volgare, è ibrido". Ma è la vita stessa ad esserlo. 

Lo sono persino gli attori, i suoi eroi per eccellenza. Eppure c'è un sottile paradosso nella sua intervista di quasi un'ora, così come nella sua intera carriera. Carmelo Bene, un affabulatore  che crea e vive di Arte, per poi frantumarla egli stesso. Un uomo che non possiede un corpo ma "è" egli stesso corpo. Una macchina costruita per intrattenere il pubblico e stordirlo, portandolo altrove. Senza dargli modo di capire a cosa realmente abbia assistito, preso parte. Era sua indole smontare ciò che gli passava davanti. Il critico che appare ai suoi occhi come un poliziotto in pensione (questa è bella). Il cinema che non è nulla poiché altro non è che se stesso. Perché non si può fare cinema con solo cinema; non si può fare poesia con sola poesia; non si può fare la vita con la vita stessa. Serve dell'altro. 
L'altro
E' necessario che l'Arte ci porti "altrove". Su questo siamo d'accordo caro Bene. Ecco perché dentro quella sala buia, non ho nulla da chiedere al mondo. Ho già tutto.


Autobiografia di uno spettatore
Ci sono stati anni in cui andavo al cinema quasi tutti i giorni e magari due volte al giorno, ed erano gli anni tra, diciamo, il Trentasei e la guerra, l’epoca insomma della mia adolescenza. Anni in cui il cinema è stato per me il mondo. Un altro mondo da quello che mi circondava, ma per me solo ciò che vedevo sullo schermo possedeva le proprietà di un mondo, la pienezza, la coerenza, mentre fuori dello schermo s’ammucchiavano elementi eterogenei che sembravano messi insieme per caso, i materiali della mia vita che mi parevano privi di qualsiasi forma. Il cinema come evasione, si è detto tante volte, con una formula che vuol essere di condanna, e certo a me allora il cinema serviva a quello, a soddisfare un bisogno di spaesamento, di proiezione della mia attenzione in uno spazio diverso, un bisogno che credo corrisponda a una funzione primaria dell’inserimento nel mondo, una tappa indispensabile d’ogni formazione. 
Certo per crearsi uno spazio diverso ci sono anche altri modi, più sostanziosi e personali: il cinema era il modo più facile e a portata di mano, ma anche quello che istantaneamente mi portava più lontano. Ogni giorno, facendo il giro della via principale della mia piccola città, non avevo occhi che per i cinema, tre di 
prima visione che cambiavano programma ogni lunedì e ogni giovedì, e un paio di stambugi che davano film più vecchi o scadenti, con rotazione di tre alla settimana. Già sapevo in precedenza quale film davano in ogni sala, ma il mio occhio cercava i cartelloni piazzati da una parte, dove s’annunciava i film del prossimo programma, perché là era la sorpresa, la promessa, l’aspettativa che m’avrebbe accompagnato nei giorni seguenti. 
Andavo al cinema al pomeriggio, scappando di casa di nascosto, o con la scusa d’andare a studiare da qualche compagno, perché nei mesi di scuola i miei genitori mi lasciavano poca libertà. La prova della vera passione era la spinta a ficcarmi dentro un cinema appena apriva, alle due. Assistere alla prima proiezione aveva vari vantaggi: la sala semivuota, come fosse tutta per me, che mi permetteva di sdraiarmi al centro dei «terzi posti» colle gambe allungate sulla spalliera davanti; la speranza di rincasare senza che si fossero accorti della mia fuga, per poi avere il permesso di uscire di nuovo (e magari vedi un altro film); un leggero stordimento per il resto pomeriggio, dannoso per lo studio, ma favorevole alle fantasticherie. E oltre a queste ragioni tutte a vario titolo inconfessabili, una ce n’era di più seria: entrare allora dell’apertura mi garantiva la rara fortuna di vedere il film dal principio, e non da un momento qualsiasi verso la metà o la fine come mi capitava di solito quando raggiungevo il cinema a metà pomeriggio o verso sera. 

(Italo Calvino, La strada di San Giovanni)


*L'immagine, pur non c'entrando nulla con Carmelo Bene, mi pare rappresenti come dovrebbe, ciò che le mie parole vorrebbero rendere. La trovo un'immagine straordinaria. E io, amo le immagini...

lunedì 20 gennaio 2014

Quando il cinema trovò te



Era il 20 gennaio del 1920. 
Il cinema ancora non sapeva,
di aver trovato te. 
Un soffio di vento, 
una marcia circense, 
un albero che grida con la voce di uno zio strampalato, 
un sogno e poi la vita, 
e poi di nuovo un sogno. 
La neve che cade, 
un transatlantico 
e le speranze dell'essere umano finite in un "a m'arcord". 
Non sapeva, di esser diventato felliniano ed esserlo stato, per più di quarant'anni.
Grazie Maestro.

venerdì 17 gennaio 2014

Frozen - Il regno di ghiaccio



Partendo da La regina delle nevi di Andersen, la Disney realizza il suo Classico n°53, ottenendo un Golden Globe e due nomination agli Oscar (miglior film d'animazione e miglior canzone). Frozen - Il regno di ghiaccio sta spopolando al botteghino ma soprattutto, sta rinnovando il concetto di fiaba e quello del "vero amore".

Questo è quel che mi è piaciuto di più del film, perché punta all'originalità e non cade nel finale tipico da favola che vuole la principessa e la sua vita in  mano all'amore di un principe. E poi il bacio, il cavallo bianco e così via. Frozen racconta soprattutto la storia di un amore fraterno, accompagnandolo con tutto ciò che riguarda i sentimenti più difficili da gestire, come la ricerca di sé stessi e l'accettazione. Lo scenario è suggestivo, un paesino dal fascino scandinavo in pieno luglio, immerso nel verde e nei pressi di un lago incantevole, Arendelle. Un regno governato da due splendide sorelle Anna ed Elsa. Sopra il regno di Arendelle però, aleggia una storia triste. Quella di due bambine rimaste orfane, e di un segreto custodito a fatica da Elsa pur di mettere al sicuro la sorella più piccola. Un incidente e una promessa fatta al padre poco prima che questi le abbandonasse per sempre, e tutte le porte del castello chiuse. La piccola Anna crescerà con questo dolore, convinta che la sorella non l'amasse più e continuasse a respingerla senza un chiaro motivo. Il giorno dell'incoronazione Elsa, sarà costretta ad aprire le porte del castello, come tradizione vuole, condividendo la cerimonia con il popolo e i rappresentanti degli altri regni.


Da qui in poi si mettono in moto tutta una serie di quelle che potremmo chiamare, "trappole dell'esistenza". Quelle che trova un po' chiunque per strada. Il primo amore e la sindrome della follia che ci farebbe fare qualunque cosa. La fuga alla ricerca della solitudine per capire chi siamo. La scoperta dei sentimenti sinceri e le verità che congelano il cuore...

Frozen riesce ad arrivare al cuore di grandi e bambini. Questi ultimi ovviamente impazziranno per Olaf, frutto del desiderio di due bambine, un essere senza cranio e dal corpo innevato e smontabile. Adorabile! Ma non manca il migliore amico a quattro zampe, Sven, una dolcissima renna, compagno inseparabile di Kristoff. Cresciuti insieme a raccogliere ghiaccio per le riserve del regno, e tirati su da una famiglia di Troll. E qui viene il meglio del film. Immaginate se le bambine d'ora in poi sognassero non più il classico matrimonio in chiesa, con il padre ad accompagnarle all'altare e la madre in lacrime in prima fila. Ma un matrimonio trolloso, semplice e intonato da simpatici esseri cicciotti e sassosi, un po' goffi ma graziosi. Sarebbe fantastico. (Amo i troll!).


Il troll qui è la simpatia ma anche la saggezza. Elsa con il suo potere di dominare il ghiaccio, si ritroverà per la seconda volta di fronte alla vita della sorella, appesa ad un filo. Non dico di più perché molto del gusto nel vedere Frozen è proprio la non prevedibilità della storia. C'è da dire che si avverte molto di simile a quanto abbiamo visto in Rapunzel. C'è una canzone che mi ha ricordato molto il momento in cui la principessa della torre mette piede "per la prima volta" a terra. Non mancano nemmeno riferimenti ad altri Classici, nel momento fatidico che anticipa di pochissimi minuti il finale, io penso sempre a La bella e la bestia...sarà un mio problema? 

Frozen, sappiatelo, è un Musical a tutti gli effetti. Temevo che questo aspetto, a grandi e bambini, potesse appesantire la visione; mi sbagliavo. Che sia giunta per tutti, la voglia di assaporare fiabe nuove; che sia giunto il momento di riconsiderare l'atto di "vero amore"? Speriamo, anzi, lo crediamo un po' di più. Grazie a Frozen. 




giovedì 16 gennaio 2014

Quando il talento diventa passione



Questa mattina mi sono svegliata pensando a questa cosa. Cioè a quanti abbiano scelto di fare del proprio talento, la propria passione. Ed è una cosa terribile a pensarci. Nessuno dovrebbe mai farlo. Eppure capita sempre più spesso. Soprattutto oggi, in un paese incapace di metterti nella condizione di scegliere. O meglio, scegliere ha senso quando si hanno alternative. E se le alternative non ci sono?

Mi vengono in mente le parole di Davide a Giovanna, nel film La finestra di fronte. Un regista che nemmeno amo particolarmente. E' strano, ma è così. Il discorso sulle scelte che facciamo ultimamente mi attanaglia. Possibile che non sappiamo renderci conto di quanto la nostra vita dipenda dalle scelte che facciamo? Forse lo sappiamo sempre, ma ci spaventa la consapevolezza di questo dono/responsabilità. Il più delle volte ce la prendiamo con il destino che sceglie per noi, senza chiedere il permesso. Continuiamo a sognare e restiamo immobili, sperando che è così che si realizzano i sogni. 

Finché qualcuno, qualcosa poi non ce lo ricordi. E entriamo in crisi. Siamo così noi esseri umani. Combattiamo da tutta una vita per la libertà di scegliere, poi, quando dobbiamo farlo, vorremmo sparire oppure che qualcun altro lo facesse per noi. 


Esiste però quel tipo di scelta "imbrogliata" dalla realtà. Ed è quella più comune che investe soprattutto i giovani italiani alla ricerca del proprio futuro. Il futuro...
Sapere che oggi esista, anche un solo ragazzo "aspirante a", il quale arriva al punto di rinunciare alle proprie ambizioni, solamente perché è l'unica alternativa plausibile offerta dal proprio paese, è devastante. Eppure è così. Quando un giovane si sente dire che non ha avuto coraggio, dall'altra parte, da dove arriva l'accusa, si dovrebbe pensare anche a come un giovane oggi arrivi a fare una scelta. Si dovrebbero guardare più da vicino le possibilità che ci sono. Non quelle fatte di chiacchiere, ma di fatti concreti. 

Oggi i giovani hanno talento e non sono in grado di capirlo. Vengono messi continuamente in discussione da un paese ignorante e prepotente. Lo stesso che insegna loro a farsi sfruttare, oppure, ad emigrare. Emigrare da un paese contraddistinto dal più squallido degli slogan:
"Se vuoi restare, fai del tuo talento la tua passione".  




martedì 14 gennaio 2014

Cambiamenti



Non so se qualche filosofo/pensatore lo abbia già detto prima di me, sicuro. Ma credo che la stoffa di ogni essere umano, che sia uomo o animale, si possa valutare dalla sua capacità di "adattarsi" ai cambiamenti.
Io, come credo molti di noi, sto iniziando a convivere con un'altra me. Da un mese a questa parte la mia vita è cambiata, nulla di sconvolgente. Beh potrebbe esserlo, visto che ho trovato lavoro e oggi, a dirla con disinvoltura questa frase, potrebbe fare un certo effetto. Perché il commento più naturale si sa qual è. "Oddio lavori? Cioè ti pagano?". Ebbene, sì.

Era questo che mancava nella mia vita, nonostante io avessi tante cose da fare e tutte preziose per me. Per andare avanti, e l'ho capito in questi anni, bisogna avere motivi che vadano al di là di tutto ciò che serve per "campare". Non siamo stupidi, è chiaro che bisogna prima campare e poi, se possiamo, alleggerire il tutto con qualcosa che sappia farci scappare all'occorrenza, fino a raggiungere quel luogo che non chiede di più. Né a te, né al mondo. C'è chi ha fatto del cinema quel luogo, chi la musica e tanti, quasi tutti, fanno delle loro passioni il luogo più sicuro del mondo. Io vivo da sempre secondo questa legge che governa quel luogo. Il problema è che arrivi a un punto in cui non sai più se quel luogo sia la tua salvezza o la tua rovina. E quando inizi a interrogarti su questo, inizi a stare male e a mettere tutto in discussione.

Non hai più certezze, solo dubbi. E inizi a ragionare come l'essere umano tipo, il quale non bada a frivolezze e sa che per vivere non si può star dietro alla massima disneyana: "Se puoi sognarlo puoi farlo". La vita ti insegna coi fatti che non è poi così semplice, stare dietro a un sogno e avere coraggio. Secondo me un sogno non lo abbandoni mai del tutto, anche se la vita poi ti porta a prendere strade completamente opposte a quella che ti immaginavi.

A farla semplice e asciutta, la mia vita a guardarla ora, si potrebbe commentare così: "beh, hai voluto la bicicletta? Mo' pedali". Ma io una bicicletta devo averla sempre per andare avanti, altrimenti mi fermerei e sarei "fottuta". Parlando con un caro amico, anche lui con gli occhi puntati perennemente verso "quel luogo", viene fuori che effettivamente esistono delle persone possedute da una sorta di  "fuoco" che gli dimora nella pancia e lo muove. Io in teoria appartengo a questa categoria, di sognatori schizofrenici? Eclettici inarrestabili? Boh. Chiamateli come volete, sono quelli che non troveranno (probabilmente) mai pace con sé stessi, semplicemente perché la pace arriva quando pensi di avere tutto ciò che serve per vivere e non ti fa cercare più nulla. Ma noi eclettici e un po' schizzati sappiamo benissimo che il solo pensiero di vederci immobili, senza il bisogno di fare e dare, ci ucciderebbe. 

Lavorare mi piace. Mi piace tornare a casa la sera stanca, vedere i miei bambini che mi corrono incontro come se fosse passato chissà quanto tempo. Mi piace provare quella sensazione di sfianchezza (si può dire?) fisica, mista alla soddisfazione vera. Il lavoro nobilita l'uomo, e rende invincibile una donna. Non vorrei cadere nel sospetto della femminista incallita, non sarebbe l'immagine più vera di me. Però credo che per una donna lavorare significa anche dimostrare a se stessa e al mondo, che può fare qualsiasi cosa. La donna non è nata solo per sfornare figli e dolcetti; non è nata solo per indossare il grembiule. La donna realizzata e serena, trova il modo di far conciliare tutto. Sarà che a me è capitato più volte (troppe) di sentirmi dire: "Ma io lavoro, esco la mattina e torno la sera. Sono stanco! Mica sto tutto il giorno a giocare al computer IO". 


Tempo fa credevo che sarebbe stato fondamentale, far capire che quel mio "giocare al computer", altro non era che il mio continuo tentativo di realizzare qualcosa in cui ho sempre creduto. Era il riflesso di un coraggio che forse ora è andato un po' scemando, ma c'è. Era la strada verso quel luogo. Ma se non trovi le persone che comprendono davvero tutto questo, è dura andare avanti. Penso a questo quando sono in negozio e sistemo qualche stampella caduta a terra o messa male. Quando all'improvviso sbuca da dietro le tute sportive un simpatico viso di una donna bassina che cerca disperata qualcosa, che possa piacere al figlio. Oppure ci penso dopo aver aiutato un ragazzino a cercare una media, quando l'aveva sotto gli occhi e mi ringrazia, come se gli avessi salvato la vita. Quando mi fermo penso a tutto questo; penso che per due mesi dovrò rinunciare al mio programma radiofonico. Penso che fare la commessa non era certo il lavoro della mia vita. Poi però penso che per un sorriso in più, per trovare una taglia giusta e per avere un briciolo di pazienza con la gente, mi pagano! Vi rendete conto no? E poi oggi chi avrebbe il coraggio di rifiutare un lavoro pulito e onesto? Farlo sarebbe indecoroso. Ma non è solo questo.

Le amiche donne e mamme sanno di cosa parlo. Staccarsi un po' dai figli e dalla casa ci aiuta ad apprezzarla di più. Ci aiuta ad avere un atteggiamento diverso nei confronti dei nostri bambini e verso noi stesse. Ci fa capire che la nostra presenza in casa per loro è preziosa, ed è la sensazione più appagante per l'essere umano. Anche se poi tuo figlio ti confessa che non gli piaccia tanto, il fatto che tu lavori...sorridi e provi a spiegargli che con quei soldini in più, potremmo segnarlo in piscina. Lui sorride e all'improvviso diventa un po' più grande. Tu un po' ti sentirai in colpa, ma orgogliosa di te. Sono queste le tappe che prima o poi tutti passiamo. Sono i cambiamenti che ci aiutano a capire come siamo e dove stiamo andando. 

Io non so lungo quale strada mi trovi in questo momento. Sono felice e piena. Un po' spaventata all'idea di dover trascurare ciò che amo e mi rende schizofrenica e leggera la vita. Cucino poco, scrivo poco e vedo pochissimi film. Ma non passa giorno in cui io non pensi a questo. Ma è così la vita. E anche se qualcuno mi dirà col dito puntato contro, che quelle come me non troveranno mai pace, io sorrido e vado avanti. Alla faccia di chi giudica e sta fermo immobile, e non ha la forza e la voglia di cambiare.

martedì 7 gennaio 2014

Argo



Non so quanta verità possa nascondersi dietro la frase citata nel film: "anche una scimmia, dopo due giorni, impara a fare il regista". Così a pelle mi viene da dubitare parecchio, ma diciamo che alla sua terza prova da regista, uno come Ben Affleck, ha imparato e potrebbe insegnare a chi lo fa da anni.

Su questo non vi è dubbio. Dopo aver visto Gone baby gone ho iniziato a rivalutare questo attore, da poco regista, ed è inevitabile riconoscergli un talento che supera di gran lunga tutto ciò che ci aveva abituati a lui e alle sue performance. Un attoruncolo, ecco. Eppure oggi vedendo Argo mi rendevo conto di quanto grande fosse la prova che stava superando Affleck. Doppio ruolo di regista e attore, non solo. Ideatore e guida di un piano di fuga responsabile di sei vite umane. Uno scenario difficile come quello dell'Iran. Una ricostruzione storica di fatti realmente accaduti e un'idea, geniale. Il tutto basta a fare un grande film?

La risposta è sì. Ma è chiaro che bisogna saperlo fare un gran film. Sono convinta che Ben Affleck abbia superato la sua prova, al di là dei riconoscimenti internazionali. Parlando della maniera di fare regia, e della capacità di aver già (con soli tre film) definito una propria riconoscibilità. Argo risulta un film equilibrato sotto ogni punto di vista. Perfetto come dramma, come film politico/bellico, come ricostruzione documentaristica. Eppure non manca la giusta dose di suspense, che fa del film uno dei pregi più significativi. Argo ci riporta negli anni '70, dunque costumi e storia non molto lontani, ma differenti dai nostri. Non è come assistere ai fatti della criminalità nostrana, sempre di quegli anni; si pensi anche a quanto abbiamo visto al cinema con Romanzo Criminale (giusto per dirne uno e tra i più recenti). Ben Affleck ci porta a Teheran dopo la Rivoluzione Iraniana. Una realtà difficile. Cose che pur sforzandoci, nemmeno comprenderemmo.


Quello che trascina di più lo spettatore è la fuga per la libertà dei sei diplomatici, scappati dall'Ambasciata. Seguire la loro angoscia soprattutto a partire dal loro incontro con Tony Mendez/Ben Affleck. E dal punto di vista registico sorprende la capacità di mettersi da parte nonostante un ruolo decisivo. Non oscurando mai nemmeno per un istante tutti gli altri personaggi del film. Risultando affidabile e modesto nel trattare i suoi compagni di lavoro, i suoi attori. Nulla lasciato al caso, un ruolo da regista che si duplica per forza e modestia allo stesso tempo. Intelligente, originale e di qualità al dettaglio.

A volte mettersi dietro la macchina da presa è sacrilego. Nel tuo caso, caro Ben, è stato illuminante per te e per tutti noi. Continua così e...
*argovaffanculo

sabato 4 gennaio 2014

I sogni segreti di Walter Mitty



Si è parlato di Forrest Gump, di un uomo "strano" che si incanta a fantasticare sulla propria vita. Di un viaggio alla ricerca di sé stessi, dell'incapacità di prendere iniziativa e buttarsi nell'avventura. Di quanto sia importante il contatto con la natura, con quanto il mondo ci metta a disposizione, di tangibile, respirabile. Ben Stiller in questa sua quinta prova da regista, si adopera realizzando il remake di quel Sogni proibiti del 1974, diretto da Norman Z. McLeod. Lì avevamo nel ruolo di Walter Mitty, l'attore Danny Kaye.

Venne fatto il nome di Jim Carrey, poi quello di Owen Wilson e Sacha Baron Cohen per il ruolo da protagonista, un'avventura legata alla produzione di questo film, piena di colpi di scena e ripensamenti vari. Alla fine, nell'aprile 2011, viene fatto il nome di Ben Stiller, che lo avrebbe visto nel doppio ruolo di attore e regista. 

V-J Day in Times Square, la foto di Alfred Eisenstaedt, pubblicata su Life nel 1945
Avrei voluto scrivere una recensione di quelle che lasciano il segno, proprio come il film in questione. Causa impegni di lavoro però, mi ritrovo a proporvi quello che è stato il mio commento a caldo, non appena tornata a casa, dopo aver visto il film. La sola cosa che vorrei aggiungere a quelle righe: I sogni segreti di Walter Mitty è, secondo me, soprattutto, un inno all'immagine. Un grido che cerca con tutte le forze di arrivare ovunque per dire che, nonostante i passi della tecnologia, esiste qualcosa capace ancora oggi, di sorprendere gli occhi e il cuore di chi guarda. Parliamo della grandezza comunicativa di una fotografia, che sia a colori o in bianco e nero. E la storia queste cose le sa bene, il fotogiornalismo è un potenziale di cui oggi non godiamo quasi più. O meglio, esiste, ma se ne abusa e sembra che tutti ne possano fare Arte. Non è così. La fotografia ha lasciato il segno e ha immortalato negli anni pezzi di epoche, di vita e di tutte quelle imprese che hanno cambiato il mondo. Significativo in questo senso il personaggio interpretato da Sean Penn, così come è altrettanto significativo il suo insegnamento e il suo contributo, alla vita di Walter e allo spettatore. La storia di Life ci insegna che a volte le cose per comprenderle davvero, bisogna averle vissute. Con il corpo, con gli occhi. Ci insegna poi che dietro quelle grandi imprese giornalistiche che hanno fatto la storia, si nasconde un numero significativo di uomini e donne che hanno dedicato tutto, pur di sorprendere gli occhi di un'Intera nazione e del mondo intero. Nel finale del film io ho pensato a tutti quei talenti che oggi si prestano a scrivere, accettando di scomparire poi dietro il nome di chissà quale mente fasulla o incapace di comunicare. Penso che sia ingiusto e triste, perché il talento che abbiamo deve essere condiviso ma mai buttato via. Perché si corre il rischio di rimanere gatti invisibili persi tra le montagne; scrittori invisibili lasciati ammuffire nell'anonimato. Aspettando e sperando che, un giorno, qualche buona anima non sappia fermarsi un attimo, e riconoscerci quel briciolo di Gloria che porti il nostro nome, il nostro volto...



Questo il mio commento a caldo.
"Sto elaborando il tutto, perché è corposo. Sono quei film che a pelle fai fatica a spiegare, almeno a me capita così. Credo non c'entri nulla con Forrest Gump, questo ci tengo a dirlo. Perché Walter è una persona normale, anzi lo è fin troppo. Chi non si incanta e sogna avventure sensazionali? Chi non vorrebbe aggiustare le proprie giornate e chi non si è mai trovato a baciare la propria mamma in silenzio, ma con gli occhi gonfi di gratitudine? Beh, credo un po' tutti noi esseri umani. Le immagini hanno una potenza enorme, così come le scelte musicali STRAORDINARIE!!! Uscivo dalla sala e canticchiavo Space Oddity quel capolavoro di canzone! La lacrima ha cercato di scendere più volte, ma non ha resistito con quella ultima prima pagina...Ben Stiller ci ha detto tante cose, forse la prima e più importante: spegnete i computer e andate fuori, all'aria aperta. La ricerca dei contatti umani, dell'avvicinarsi l'uno all'altro e andare oltre i muri. Uno slogan, una filosofia di vita". 
Tanta roba insomma.




mercoledì 1 gennaio 2014

All'anno nuovo. A tutti voi.



Il mio augurio è la forza di cambiare, al di là di un calendario che lascia cadere la sua ultima pagina.
Il segreto è muoversi, senza mai perdere di vista tutto ciò che fermenta la nostra vita. 
Che sia l'amore per il cinema, per la musica, per ogni piccola o grande meraviglia che abbiamo fatto indispensabile per vivere, e andare avanti. 
Qui passano ogni giorno le vostre passioni, ci si scontra e ci si incontra e la mia speranza è che continui sempre così. 

A domani.
All'anno nuovo
e a ciò che amo. 
Ai miei bambini
a ciò che mi fa paura tutti i giorni 
e tutti i giorni mi riprende da terra. 
A mia madre e a mio padre
ai cambiamenti
a Vasco.
A Cosimo e al suo albero.
A chi trova la forza di staccarsi dalla parete e buttarsi in pista
a chi sogna ad occhi aperti e si incanta.
Al buio della sala che illumina la mia vita
a tutto.
E a tutti voi.

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