venerdì 28 febbraio 2014

12 anni schiavo



Il cinema sta tentando, in questi ultimi anni, di riportare in superficie uno degli spaccati più tristi e terrificanti della storia dell'uomo. Lo sta facendo e direi anche bene, se non altro oggi, nell'era di "feisbuk" e della gloria di un mi piace, tornare a riflettere su un concetto così lontano, come quello della libertà, ci rende per un attimo uomini e donne più "grandi".

Lo ha fatto Steven Spielberg, con il suo Lincoln. Lo ha fatto Quentin Tarantino, alla sua maniera, con Django Unchained  e si torna a parlare di quella oscura fetta di storia americana anche in The Butler - un maggiordomo alla Casa Bianca, di Lee Daniels
Il regista inglese Steve McQueen, dopo aver affrontato i disturbi di Brandon Sullivan in Shame (2011), decide di portare sullo schermo l'autobiografia di Solomon Northup
12 Years a slave, questo il titolo originale del film, ci riporta nel 1841, a Saratoga, nello stato di New York. Qui vive un uomo di colore, libero e violinista di talento. Una moglie e due figli, una vita dignitosa, quella di un uomo "libero"...

L'incubo di Solomon Northup inizia con l'inganno di due presunti artisti, i quali gli propongono una tournée presso la loro compagnia circense. Da Washington e dalle prime catene, si ritrova in Louisiana. Solomon qui non è più un uomo libero, solo uno schiavo da vendere. Non è più Solomon, è Platt. Non è più un uomo istruito, perché per uno schiavo saper leggere e scrivere potrebbe significare la morte. E la disperazione, quella che contraddistingue i peggiori incubi, invade lo schermo sequenza dopo sequenza. Tra le luci dell'alba e del tramonto, tra le urla di una donna oggetto del desiderio malato, di uno schiavista violento. E cosa ci si può aspettare da un Michael Fassbender, se non l'ennesima dimostrazione di un talento dannato, maledettamente all'altezza, in tutto ciò che fa. Edwin Epps è un uomo in grado di suscitare odio e rabbia fin dal primo momento in cui lo si guarda negli occhi. Quegli occhi freddi e impenetrabili...


La visione del film si carica di emotività e sofferenza, non appena si ricordi che quella storia non è frutto dell'immaginazione di un regista. No. E' una storia vera, tutta quella violenza non è cinematografica, è reale. Steve McQueen fa qualcosa che probabilmente non rende il suo film un capolavoro, ma assolutamente in grado di smuovere chi guarda. Ricordando che la storia racchiude in sé parentesi atroci e difficili da dimenticare, dunque è fondamentale conoscere, capire cosa è stato lo schiavismo e cosa ha significato. E la sua padronanza registica, la sua intelligenza così come la sua delicatezza che si fa spietata in alcune sequenze, fa di 12 anni schiavo un film libero dalle cosiddette "paraculate registiche". 


Sì, perché un primo piano lungo due minuti sul volto di un uomo disperato, non può considerarsi eccessivo e mirato alla lacrima. Cosa vuoi che faccia un uomo divenuto oggetto e privato di tutto, ballare il tuca tuca nei campi di cotone? E poi come si fa ad esser così pigri e indifferenti a certe cose? E' come ammettere la nostra indifferenza, il nostro egoismo assoluto che ci fa sbuffare di fronte a storie che non vogliamo ascoltare. McQueen rende poetica la barbarie e l'indifferenza dell'uomo, ti toglie l'aria e nel frattempo ti seduce con la luce e l'arte delle immagini che scorrono. Penso a quella interminabile sequenza dell'impiccagione, una vita appesa a una corda maledetta. E da sfondo l'indifferenza degli altri. Le donne e gli uomini che continuano a fare, come se lì davanti ai loro occhi, non ci fosse un uomo morente, appeso a una corda. I bambini che giocano e tu che guardi su quella poltrona e non ti dai pace. Uno dei momenti più difficili, insostenibili quasi, di tutto il film.
(Per non parlare della disperazione di una madre che si vede portare via i propri figli. E la battuta terribile, della moglie di Epps: "una volta mangiato e riposato, avrai dimenticato i tuoi figli".)


Al di là delle nove nomination agli Oscar, io ritengo che, 12 anni schiavo sia un film tra i più duri e affascinanti che abbiano raccontato la schiavitù. Considero le interpretazioni degli attori tutte incredibili, su tutte quella del protagonista Chiwetel Ejiofor/Solomon. Il già citato Fassbender, ma non dimentichiamo Lupita Nyong'o/Patsey. E non dimentichiamo Benedict Cumberbatch e Brad Pitt, quest'ultimo anche produttore del film. Ci tengo a dire, a proposito di Pitt, che del suo piccolo contributo sono rimasta sorpresa. Il suo personaggio seppur in poco tempo, riesce a dare una scossa leggera ma fondamentale alla vicenda e alla storia di Solomon. Senza stare a rivelare troppo, ma è incredibile come il solo momento di apparente calma per il signor Epps, sia racchiuso proprio qui. Il discorso di Samuel Bass/Pitt è come un'illuminazione, per lo spettatore, per Solomon, e riesce a destabilizzare per un attimo anche lo stesso Epps. Da qui si inizia ad intravedere la luce della speranza, la possibilità di salvezza, di ritorno alla vita.


Non vorrei, e non devo, dimenticare un altro aspetto significativo del film. Ovvero le musiche di Hans Zimmer. Credetemi se vi dico che per un attimo, ho creduto di trovarmi in uno stadio mai raggiunto prima. In un limbo senza via d'uscita. Una musica forte, che non lascia scampo e mette l'accento sulla disperazione. 

E per riprendere la mia piacevole sorpresa riguardo al personaggio di Pitt, io concluderei così:
"Le leggi cambiano, le verità universali restano". Resta soprattutto la disperazione di quegli uomini e di quelle donne resi schiavi, privati di tutto, da altri uomini. Simili nell'aspetto, ma bestie inaccettabili. Rimane il rumore delle corde di un violino che grida, con la speranza che qualcuno lo ascolti. Nell'aria, nei fiori di cotone e nell'inchiostro su un pezzo di carta. Un film che si guarda a fatica, e non perché non sia ben fatto, tutt'altro. Ti fa odiare l'uomo, poi te lo fa compatire, per poi amarlo nel tentativo di dimenticare una storia che non avresti voluto ascoltare. Ci si chiede se mai una volta, nella nostra vita, abbiamo provato la felicità indicibile, di un uomo che si sente libero. 

giovedì 27 febbraio 2014

Ragazze interrotte



James Mangold è uno di quei registi non troppo idolatrati a Hollywood e dintorni, nonostante questo, rivedi la sua filmografia e ti accorgi che, qualcosa di eccezionale, c'è.
Un "eccezionale" che può essere moderato, chiaramente, dal proprio personalissimo gusto e da tutto ciò che si ritenga opportuno considerare, quando si valuta un percorso registico.
A me bastano un paio di titoli, non capolavori, ma pellicole che sono rimaste nel mio bagaglio cinematografico e per le quali, ancora oggi, sento una forte attrattiva.

Mi vengono in mente Walk the line - Quando l'amore brucia l'anima, oppure Identità, uno dei miei thriller preferiti in assoluto; E poi io metterei anche quel Cop Land con il buon Sylvester Stallone e degli in formissima Robert De Niro e Ray Liotta. E aggiungerei l'ultimo Wolverine - L'immortale (visto il mio amore per Ugo, cercate di comprendere). Si capisce che io abbia, per motivi diversi, un debole e tanti ricordi legati a questi film, tanto che giusto un paio di giorni fa, mi capita di nuovo di vedere quello che forse amo di più del regista statunitense, ovvero Ragazze interrotte.


Amo questo film perché come tutte le cose che amo (davvero), non vanno a spegnersi nel tempo, anzi. Si ama un film, quasi sempre, perché riesce a dirci tante cose, o una soltanto ma forte e chiaro. Che arriva dritta dritta dove deve arrivare e rimane lì, dentro di te e insieme a te. 
Ragazze interrotte è un adattamento del romanzo di Susanna Kaysen (La ragazza interrotta), ed è Susanna la protagonista del film di Mangold, una fragile e tosta, splendida, Winona Ryder. Susanna ha rappresentato la parte di me più nascosta e scombinata. Quella che avevo paura a conoscere, ma che in fondo era solo la più normale e prevedibile. E a guardarlo oggi a distanza di anni (il film è del 1999), mi rendo conto di come la vita metta in conto a tutti, la fase della cosiddetta "crisi d'identità". E' un passaggio quasi obbligatorio, necessario oserei dire. Ed è tanto vero come la persona che sono oggi, non un pensiero che si proietta verso il domani, come succedeva allora. Oggi quelle domande sul futuro si sono dissolte nella vita di tutti i giorni, nella donna che sono diventata. A forza di chiedermi: "chi sono?", "sono matta io oppure lo sono gli altri?".


E' così che si diventa grandi e questo film ci aiuta un po' ad esorcizzare le paure più comuni dell'essere umano. Il fatto che lo si racconti dal punto di vista femminile non può che aumentare la mia empatia per certe storie. Non ho mai sofferto di sociopatia o personalità borderline (credo...), semplicemente ho avuto i miei momenti complicati, quelli che immagino abbiano avuto un po' tutte le ragazze, in quel lasso di tempo che va dai quattordici ai diciotto anni. Avere un mondo nel quale rifugiarsi può essere per molti, sintomo di pazzia, difficile da accettare come "normale". Anche Susanna aveva questo problema. Passava da momenti reali a momenti immaginati nella sua testa. Flashback continui, emicrania. Un rapporto con i genitori difficile, o meglio, inesistente. Finché non arriva il disperato gesto, quello estremo. Forte depressione e tentato suicidio, sarà questo a portare Susanna, al Claymore Hospital.


Qui arrivano gli incontri significativi, quelli che ti cambiano la vita davvero. Il primo con l'infermiera che, fin dal primo istante, si capisce essere fondamentale per il recupero di Susanna. Valerie, una sempre grandissima Whoopi Goldberg che ha fissato nella mia memoria quella sequenza nel bagno dell'ospedale. Susanna nella vasca mentre cerca di radersi, e così, reclamando un po' di intimità che non c'era, viene fuori la storia di una madre di colore con due figlie, e un solo bagno...uno dei momenti più toccanti del film, a mio avviso. La vita prende una piega ben precisa a seconda degli incontri che facciamo. La bugiarda patologica, la ragazzina col volto ustionato, la sociopatica e ribelle (una delle poche volte in cui non abbia detestato Angelina Jolie), e quella che non vive senza lassativi; La storia, quest'ultima, più triste da raccontare.


Un ospedale, un ricovero per matte e matti lasciati da genitori stanchi e pigri. Ma anche palcoscenico della vita stessa, come si stesse per strada o dentro qualsiasi casa che all'apparenza "scoppia" di gioia. Dietro la vita della gente ci sono spesso orrori, difficili da confessare, ancor di più da conviverci. Per questo motivo, i maestri inconsapevoli, diventano i reietti, quelli più brutti che si scansano per abitudine. La pazzia non sai mai dove si trovi realmente, ma sono convinta che sia passata un po' da tutti, almeno una volta. Perché poi la chiave per la serenità è la consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre paure e di tutto ciò che possa renderci "pazzi". L'ultima cosa da fare, l'unica che dovremmo in assoluto evitare, è combattere contro noi stessi sperando di vincere. Perché siamo normali, siamo esseri umani. Viviamo bombardandoci la testa di domande assurde, tutti lo facciamo. Confondiamo la realtà che viviamo con i sogni che facciamo. Cerchiamo la follia negli altri, pur di evitarla. Eppure la incontriamo, a volte capita, lo sappiamo ma abbiamo paura ad ammetterlo. Ciò che interrompe una vita, a volte, è solamente la paura che abbiamo di non farcela. Le risposte che non abbiamo, le domande che evitiamo.

Dottoressa: No, io credo che sia perfetta. Quis hic locus, quale regno, quae mundi plaga? Quale mondo è questo? Quale regno? Quali spiagge, di quali mondi? È molto grossa la domanda a cui devi rispondere, Susanna. La scelta della tua vita. Tu quanto vuoi indulgere ai tuoi difetti? Quali sono i tuoi difetti? E sono difetti? Se ti aggrappi a loro finirai ricoverata in un ospedale per tutta la vita. Grandi domande, grandi decisioni. Non mi sorprende che tu professi non curanza in proposito.
Susanna: È tutto?
Dottoressa: Per ora.

venerdì 21 febbraio 2014

Film vergogna



Sì sì, è un'altra iniziativa lanciata nella blogosfera, e presa al volo. Certo la mente è quella folle e geniale del Cannibal Marco Goi, quindi, si poteva non andargli dietro? Vabbè che ne sta sempre a tirar fuori qualcuna, che a  stargli dietro sul serio è quasi impossibile...ma questa mi piaceva molto, e con un po' di ritardo, ho deciso di partecipare anch'io. Il mio amico ha avuto il coraggio di spolverare i propri scheletri (nell'armadio?), no, nella dvd-teca e buttar giù una vera e propria lista di quei film visti e amati, ma all'oscuro. Segretamente e in silenzio, perché nella confessione di quegli amori illeciti, un po' la critica, un po' il buon cinema, si vanno a far benedire chissà dove...

Forza e coraggio, ora o mai più (scegli mai più, scegli mai più). 

Dopo aver letto quella di Marco sul suo Pensieri Cannibali, potrei avere meno paura, anche perché abbiamo due film in comune...

Ecco la lista della VERGOGNA:

10) Diario di una schiappa (tutti e tre)
Prendetevela con mio figlio...no dai, prendetevela solo con me. Lui ha cinque anni e può amare questo film. Ma quante risate insieme ci facciamo...tante che se ci penso non me ne vergogno neanche più.



9) Armageddon
E qui sono inerme...che vi devo dire? 



8) Tre uomini e una gamba
Non è che poi me ne vergogni molto, ma so che parlare di alcuni film con certi critici è un po' come darsi la zappa sui piedi. Io davanti a questo fotogramma provo un senso di pace e sento due fratelli ridere come matti. Il simposio di Platone, la mitica battuta "Così domani ti sposi? Sì ma niente di serio". La telefonata di Aldo e quel V A FF A NCUUUUULO che tutti avremmo voluto gridare in faccia a qualcuno, almeno una volta. E' che a volte manca il coraggio, io oggi ce l'ho, e dico che davanti a questi film c'è la parte di me che preferisco.



7) Jumanji
Da super appassionata di giochi da tavolo, non potevo non amare Jumanji...


6) La casa stregata
Gaetano è il mio idolo, c'è poco da fare e poco da dire...


5) Il matrimonio del mio migliore amico
Qui mi sono innamorata di Rupert Everett. Qui ho capito per la prima volta che se devi dire qualcosa a qualcuno, devi farlo in tempo utile e non a distanza di decenni, se non vuoi fare la fine di Julianne.
(Amico...amico un corno!). E poi che bella la scena a tavola e quel "I say a little prayer"...


4) La maschera di Zorro
Ho un debole per gli uomini "mascarati"...ù_ù


3) Vacanze in America
Saremo puro burini ma beata l'agnoranza, se stai bene de mente, de core e de panza.



2) Rocky (tutti!)
L'altro giorno a casa arriva un corriere, al che capisco essere segno dell'ennesimo ordine fatto su Amazon da mio marito. Beh, indovinate cos'era? Il cofanetto da collezione contenente tutti, ma proprio tutti, i Rocky del mondo. Vabbè ci siamo capiti. Da queste parti è tipo una filosofia di vita. Ora anche mio figlio è stato contagiato. L'ho beccato mentre giocava con Capitan America e Iron Man e diceva sotto voce: "ti spiezzo in due"...


1) Alice in Wonderland
Quando dissi: "a me piace", più di qualcuno mi ha gridato: "vergogna" (capra! capra! capra!). 
Mi sembrava doveroso metterlo al primo posto. Ma devo fare una confessione: "io non me ne vergogno affatto". 




Ecco, con questo la mia lista può dirsi conclusa. Ricordo che per qualsiasi protesta, insulto, lamentela che riteniate opportuni, dovete rivolgervi al signor Cannibal di Pensieri Cannibali. Capito? 
P.S. Cannibal riesci a tirar fuori il meglio/peggio di me. Incredibile! 

*Se anche voi sentite il bisogno di mettervi a posto con la coscienza cinematografica, seguite l'esempio di Marco e svelate a tutti, la vostra segretissima lista della vergogna.

martedì 11 febbraio 2014

Ma io, me li cerco con il lanternino?


Dite la verità, anche voi ve lo domandate spesso.
Ultimamente a lavoro sto provando tutta una serie di esperienze che dal punto di vista umano, ti ingigantiscono e ti danno veramente tanto. Ancor prima che professionale, come già ho ribadito in precedenza, un lavoro è un modo per stare con gli altri, dunque un banco di prova per la propria dimestichezza in materia rapporti umani. I risvolti sono numerosi e quasi sempre carichi di ironia e di una verve comica così naturale, da non poterla sottovalutare. Siamo inconsapevoli protagonisti di una commedia assurda, lo dico sempre...

Mi piace questo lavoro, anche se non era il lavoro della mia vita. Sono in negozio e conosco tante persone. Mi piace osservarle e oramai, dopo quasi due mesi, riconosco a vista il cliente che è davvero lì per comprare, da quello che invece entra, smantella un po' il reparto abbigliamento così, tanto per e se ne va. L'essere umano è straordinario, ogni singola persona che mi passa davanti, è una possibilità che ho di immaginarmi storie diverse, vite vissute e tutto ciò che vi è dietro. Magari io sono matta eh...ancora non è chiaro. Ma ai clienti, anzi, alle persone credo piaccia questo mio modo di approcciarmi a loro. Lo sento e lo vedo quando lasciano il negozio. Una signora qualche giorno fa mi ha detto che sono una persona solare, e lo ha dedotto dal mio suggerimento su una tuta per la figlia. Colori accesi, il giallo io lo metterei ovunque. Così mentre andava via con quel sorriso addosso e quel colore acceso che avevo suggerito, io mi sentivo in pace con me stessa. Sono attimi, dettagli che però fanno la differenza.

Ma veniamo a noi. Oggi volevo parlarvi, come la premessa anticipa, di un modo di dire forse detto e stradetto da molti di noi. Io sono la soggetta tipica che, come si dice, i matti se li va a cercare davvero con il lanternino. Voi no?

*Parentesi storica
Il modo di dire "cercare con il lanternino" si rifà a un tale (filosofo greco) Diogene di Sinope, detto "il Cinico", il quale (pare) era solito andarsene in giro, di giorno, con una lanterna accesa. E quando gli domandavano cosa diavolo stesse cercando, sapete lui cosa rispondeva? Rispondeva che era alla ricerca dell'uomo. Della serie, tutta quella fatica per trovare che? L'uomo? E allora te le vai a cercare con il lanternino!!!

Con le colleghe abbiamo deciso di fare una sfida per vedere chi tra noi si becca sempre, il cliente "migliore". E per migliore si intende, è chiaro, il più scassa maroni. Che ne so, le quattro signore che cercano una tuta per andare a giocare a tennis tutte insieme. Stessa tuta e quattro taglie differenti (n'impresa!!!). Oppure gli arabi che nemmeno conoscono il linguaggio del corpo e dei gesti e tu sei lì, come una cretina, a non capire una mazza di quel che dicono. Stessa cosa per i russi, solo che con loro si capisce quando s'incazzano. E poi il coatto antico che ti fischia, ti fa l'occhiolino, esordisce con un:"a bella!!!" per poi riflettere sotto voce:"che poi bella...". Come per dire, ma quale bella sei un cesso. Alla fine gli ho venduto una tuta e un paio di scarpe e fino alla cassa non faceva che dirmi amore, bella, tesò. Baci, occhiate alla Derek Zoolander...e vabbè. 
Devo dire alle mie colleghe che la sfida per loro, è persa in partenza. 
Ho già vinto.

lunedì 10 febbraio 2014

Smetto quando voglio


Immaginate in un futuro non troppo remoto, un'Italia allo sbando. In piena crisi, dove il paradosso si fa reale e si tocca con mano. Dove i qualificati vengono relegati ai margini della società, mentre i criminali governano tutto e tutti...

(Ma quale futuro remoto...ma quale immagina. Apri gli occhi e guarda. C'è poco da sforzarsi, è tutto vero!!!)

Che sia questo il punto di forza del film Smetto quando voglio? E' probabile. E sapete perché? Perché questo giovane regista salernitano, poco più che trentenne, riesce a fare un film che riprende gli espedienti di una commedia italiana dimenticata, colorandola poi con quelle che sono le più tipiche "americanate". Nel senso buono. Sydney Sibilia si avvale di un elemento fondamentale: il realismo surreale di oggi.

Surreale, impensabile, assurdo eppure così vero da esasperare e divertire, allo stesso tempo, chi guarda e chi si rispecchia in quelle macchiette. Pietro Zinni/Edoardo Leo è un ricercatore universitario, sulla soglia dei primi "anta". Un ragazzo più che qualificato, forse troppo. Quando l'Università gli rifiuta il progetto (era troppo difficile anche per i dottoroni) e lo licenzia, entra in crisi. Da qui la folle pensata che potrebbe cambiargli la vita...
Mettere su una banda di super cervelloni laureati e tutti precari. Il chimico (Stefano Fresi), l'economista (Libero De Rienzo), i latinisti (uno dei quali è Valerio Aprea), l'archeologo (Paolo Calabresi), l'antropologo (Pietro Sermonti), un furgone e un cane. Quanto basta a lanciare una nuova droga che, per l'Italia, è perfettamente legale.


Il film inizia e la prima cosa che si nota è che il regista, è come se volesse dire al pubblico: "attenzione, il film che state per vedere è tratto da una storia vera, una storia tutta italiana". Storicamente e cinematograficamente direi. Perché questo giovane professore alle prese con ripetizioni private, dispensate in casa a giovani (diciamo così, sbrindellati), ricorda inevitabilmente quel Rolando Ferrazza che fu Carlo Verdone negli anni '80, in quel gioiellino di commedia tutta italiana semplice come Acqua e sapone.
Chiaro tornare anche sul capolavoro di Monicelli, laddove I soliti ignoti erano una banda di "poveracci".

E invece oggi i poveracci veri sono i laureati. Fare una commedia che sia prima di tutto originale nell'approccio all'argomento trattato, e poi perfettamente riuscita nella caratterizzazione dei personaggi, così come nella realizzazione di alcune situazioni esilaranti e drammatiche al tempo stesso, era ciò di cui il cinema italiano aveva bisogno. In sala eravamo tanti, e mi ha colpito questa cosa. Perché nei volti delle persone di una certa età, leggevo sorrisi spensierati e leggeri. Poi mi capitava di guardare qualche ragazza o ragazzo della mia stessa età, poco distanti dagli anni dei protagonisti del film, e si percepiva quell'amarezza condivisa. Quel sorriso che ti aiuta a sdrammatizzare il dramma, ma del quale non puoi cambiare le sorti. 


Questo film parla di tutti noi, classe 1970-1980. Quei poveracci illusi che hanno pensato bene di investire tutto nello studio, sulla crescita umana e culturale. Quella in cui credevi, alla quale ambivi, da sempre. La stessa che in un paese come il nostro viene allontanata e evitata come la peste. Come Pietro, quante volte anche noi abbiamo detto: "io purtroppo nella vita non so fare altro che studiare"? Eh...che ci posso fare io se ho questo male, questo difetto congenito che mi perseguita. Da diventare matti davvero. Addirittura arriviamo a pensare che convenga andare in galera, magari lì abbiamo più possibilità di crescita professionale e umana. "Quasi quasi mi metto a spacciare, mi conviene". 


Smetto quando voglio è un film che pare assurdo come le fiction americane, ma fatto bene senza l'ostacolo di dover rendere credibile le storie che racconta. E' questa l'Italia, la protagonista perfetta di una commedia tragicomica. Dove un archeologo sta buttato in cantiere e sogna un panino con la frittata durante la pausa pranzo. Dove un chimico brillante fa il lavapiatti (grande, grandissimo Stefano Fresi) a condizioni ridicole. Dove due poveri latinisti rischiano le botte tutti i giorni in un distributore di benzina. E' questa la storia dell'Italia e di tutti noi, o nella migliore delle ipotesi, di molti di noi. Un paese che dovrebbe cambiare ma non vuole. Nel frattempo, un antropologo, si brucia l'occasione di uno stage non retribuito di 12 barra 18 mesi, presso un cantiere che accetta solo animali "de strada". 
Tutta colpa di quell'errore di gioventù. E poi quell'aspra diatriba legale...




venerdì 7 febbraio 2014

Se dico cinema...



Non so come definirla in termini tecnici. A me però certe idee saltano su così, all'improvviso. Quindi spiegarle a freddo un po' mi mette in difficoltà...

Allora, l'idea è semplice, così come il gioco-iniziativa che sto per proporvi. Penso che dopo questi quasi due anni passati insieme, sia giunto il momento di smascherare un po' più a fondo noi stessi. O meglio, vorrei che si facesse tutti quanti insieme un passo indietro, un passo più intimo. Che ci porti a rivelare cosa realmente (oppure no) si fermenti dentro di noi, quando parliamo di cinema. Quando il cinema lo viviamo, direttamente o indirettamente. Quando ne scriviamo e rispondiamo ad un'esigenza quasi fisiologica. Quando ne parliamo con gli altri o con noi stessi, la sera prima di chiudere gli occhi. 
Cosa si scatena in noi? Cos'è che ci fa amare così visceralmente l'Arte delle immagini in movimento? 

Come, cosa, chi, quando e perché?

Sì insomma credo abbiate capito dove voglio arrivare. Mi piace pensare che "se dico cinema", possa diventare una sorta di evento ad ampio raggio, che coinvolga tutti noi blogger e appassionati cinefili. Vorrei che questa iniziativa venisse raccolta e documentata in un video (realizzato da me, dunque una cosetta semplice), all'interno del quale i vostri commenti accompagneranno le immagini. Verrà fatta una puntata esclusiva in radio su www.ryar.net con me e gli amici di CriticissimaMente Parlando. E poi, soprattutto poi, vorrei vedere qui sotto tante dichiarazioni d'amore. Scritte da quella combriccola di blogger pazzi e assatanati di cinema come me. Persone con le quali condivido questa avventura tutti i giorni, o quasi, da circa due anni. E siccome di iniziative ne abbiamo accolte e lanciate tante, vi chiedo di accogliere anche questa. (Se potete, se viva, se non avete nulla di meglio da fare).

Sarebbe bello se ognuno di voi, appena può, riprendesse il suo personale "se dico cinema" e ne parlasse sul proprio blog, magari citando CriticissimaMente e coinvolgendo quanti più lettori possibili. Non so se vi piaccia l'idea, io ve l'ho buttata lì (anzi qui). 
Pensateci su, promesso?

Questo il bando ufficiale 

Se dico cinema...

Ne parliamo tutti i giorni, fracassando le balle a mezzo mondo, non per forza cinefilo. Ci scanniamo, difendiamo i nostri eroi, dando vita a discussioni che...manco Freud. Ma alla fine nessuno ancora ha spiegato un dettaglio, il più complesso forse. 'Sto cinema, ma che sarà mai? Cosa significa. Cosa vi dà. Cosa rappresenta. 
Dunque, "Se dico cinema..."
(completa la frase a tuo piacimento)

Questo l'evento ufficiale che trovate su facebook Se dico cinema...

E questo è un mio piccolo regalino per voi...fatto con semplicità e ignoranza. Ma con tanto "Ammore".




martedì 4 febbraio 2014

I rapporti umani vestono bene



Dopo questo primo mese passato a lavorare in un negozio, posso dire di aver capito tante cose. 
Ho capito di non avere l'indole della venditrice incallita, che ti sorride e ti sòla. Quella che ti chiede se "serve aiuto?" solo per agguantare il premio vendita, con un fiero e sentito "porto in cassa?". No, sia mai io non sono capace. Io sono quella che al massimo ti passa accanto e ti sorride, e si aspetta che sia tu, a chiedere aiuto. Io sono là tanto mica scappo. Sono la tipica commessa che preferisce sistemare, magari a volte mettersi da una parte del negozio dove non passa nessuno, e pensare un po' a cosa accade fuori. Se piove, se c'è il sole, a cosa fare per cena...
Sono molto probabilmente ciò che una commessa ideale non dovrebbe essere. Però quant'è bello vedere una signora che ritorna, e chiede di te. Quella che insieme al marito, nel tempo passato insieme a scegliere una tuta, aveva raccontato a me un po' della sua vita. Del lavoro che non aveva più, del compleanno del marito e dei figli che crescono. Il ragazzo che ti sorride e la ragazza che si incazza perché le porti una 44 e invece era una 40. Parlare più che di saldi, di figli e di cani. Fare l'espressione da ebete rincoglionita quando te li vedi arrivare. 

Insomma io sono così. Ho un debole per i rapporti umani e, per quanto ne sappia, loro vestono bene. 

lunedì 3 febbraio 2014

Goodbye Philip!



L'idea della morte da sempre ci spinge a superare tutte le nostre fantasie e le nostre paure. Ci porta ad esplorare quei luoghi indefiniti e mai realmente abbordabili. Quando muore un attore poi, Dio solo sa cosa ci succede...
E nonostante tante voci ipocrite diranno: "va bene ma se l'è cercata". "Alla fine era solo un personaggio famoso pieno di soldi che aveva tutto e non ha saputo goderselo". "Ma che gli mancava a quello lì?". Eh, che gli mancava...è una domanda difficile che si potrebbe girare a qualsiasi essere umano. Ricco, in salute, pieno di donne oppure della sola che sappia renderlo felice. Ma chi siamo noi per sentenziare la felicità assoluta? Quando poi non capiamo nemmeno cosa sia per noi, la felicità. Tutti i giorni combattiamo per placare tormenti di ogni genere, e appena tocca agli altri, tiriamo fuori la saggezza dell'ipocrita che all'occorrenza sta sempre bene. "Se l'è cercata". Ma come potrei permettermi io di dire una cosa del genere. Di commentare così miseramente la morte di un uomo. 

Truman Capote

Io non ho il diritto, anzi a volte scelgo di non sapere troppo della vita dei miei beniamini, perché voglio mantenere intatta quell'icona grandiosa, spettacolare. E poi sapete cosa mi spaventa di più? Pensare che anche loro, gli attori e le attrici che amo, i miei eroi, siano fragili. Così terribilmente "umani". Nonostante le spalle grandi, gli occhi impenetrabili, una voce importante e un corpo che da solo, basterebbe a dominare la scena. Ad evitare il male e gli sguardi che pungono e affondano come lame. Ma la verità è un'altra. E ci fa male ammetterla, perché noi a questi eroi di celluloide chiediamo la perfezione. Chiediamo tutto e il contrario di tutto. E' da loro che dobbiamo imparare a superare noi stessi, a ricrearci quel momento di gloria che rimanga fisso, in eterno. A loro chiediamo di essere forti come la pietra. Chiediamo di raccontarci ogni aspetto della vita. Di ridere, piangere e di fare tutte le parti che la fantasia, o la cruda realtà, mettano a disposizione. 

Penso a Philip Seymour Hoffman e mi viene subito in mente un'immagine...

The Master

Non è solo un uomo dalle spalle larghe e ingombranti. E' un mostro posseduto dall'arte della recitazione. Un servo dell'Arte, un uomo che non può scegliere di liberarsi o meno. Quando penso ai grandi attori provo un senso di frustrazione, che non è mia. Sembra venire da loro stessi. Perché ogni volta che me li immagino al di fuori di quel ruolo assegnatogli, vedo solamente uomini o donne tormentati. Perché? Forse perché è davvero questo il prezzo da pagare...non lo so. 
Oggi se ne va un attore immenso, un uomo tanto grande quanto fragile. Vorrei solamente conservare il più a lungo possibile quest'immagine che parla di un gigante complicato e pieno di passione. Un artista che sembra essere nato già imparato, con quella impeccabile maniera di stare sulla scena e dar vita ad ogni impulso. E non voglio nemmeno pensare a tutte quelle sciatterie mediatiche, orribili e da denuncia. Fanno pena i titoli di molti quotidiani o testate on line, che chi non li ha mai letti potrebbe addirittura credergli. 
Quelli di cinemafanpage hanno addirittura avuto la delicatezza di lanciare l'articolo con l'immagine esplicita dell'ago in un braccio. Io mi vergogno per loro. Così come mi vergogno di quanti cretini abbiano scritto idiozie simili a "Morto P.S.Hoffman, un'overdose di talento". Io chiederei rispetto, e a quanti di noi si stiano ancora domandando se sia vero o no, la possibilità di sentire una tristezza dentro che non sia solo un riflesso immaginario. 

Il grande Lebowski

Sono poche le volte in cui il dolore si fa reale, scavalcando quel confine dell'immaginario e del mito. Oltre quel grande schermo troviamo i nostri eroi e li facciamo tanto veri, da non riuscire ad accettare il fatto che se ne vadano via. Senza tornare più, se non nel ricordo o in quel mondo circoscritto e astratto, fatto di immagini che si rincorrono. 
Goodbye Philip.

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