lunedì 31 marzo 2014

Cronache di un lunedì mattina confuso



La macchina del caffè è rotta e, come se non bastasse, la moca nella credenza mi guarda e mi dice: "che senso avrei, io, se non tieni nemmeno il caffè in casa?". 
(Come biasimarla...).
Passato l'imbarazzo davanti alla vecchia moca, rimane una confusione frastornata questa mattina. Messo da parte il pensiero di affrontare troppe ore senza caffè, provo a combinare dell'altro. Luca è andato a scuola di buon umore e il piccolo ancora dorme. Tutto viene a mio favore, tranne l'ispirazione (e il caffè).

Ci sono quelle mattine che sembrano allontanare tutto, ed è così che non cavi nulla dalla tua testa. Passati quei quindici minuti al computer, a cercare di capire cosa sia successo negli ultimi due giorni, non ti rimane che dire: "Ah! Tutto qui?". Nulla di particolarmente bello, nulla di particolarmente brutto. Di cosa dovrei parlare? 

Alla tv vedo gli Zonzoli che remano su canoe, lungo un bel fiume, tipo Giovani Marmotte. La gente continua a parlare di cose che a me non interessano, Amici di sfide in tv, canti e balli e ormoni impazziti alla vista di un Matthew Mcconaghi, e Nymphomaniac vol.1. E io che continuo a pensare al caffè...
La casa, che a questo punto sembra essere la sola alternativa fattibile di questa mattina senza senso, mi angoscia ancora di più. La voglia di alzarmi (da dove? Stai scrivendo in piedi, come fai sempre!) mi viene a mancare al solo pensiero. L'orologio sulla parete in cucina segna le otto anche se sono le nove, poveraccio, nessuno ha pensato a lui due sere fa?

I panni da lavare sommati a quelli da stirare basterebbero a farti desiderare di sparire dal mondo. Nel dubbio, basta guardare i piatti della cena addormentati e sporchi, gettati nel lavello e assemblati come ubriaconi nel post sbronza. Poveracci anche loro!

C'era il Neorealismo nella mia testa, fino a ieri sera. C'era il libro della Munro tra le mie mani, e la soddisfazione di aver letto le mie quaranta pagine. Confidavo in una recensione brillante, sentita come poche altre. Ma il giorno in cui scriverò di uno dei capolavori del cinema italiano, avrò l'umore a mille e l'ispirazione scalpitante. Avrò gettato alle spalle tutte le "sbornie" esistenziali che nei fine settimana ti si aggrovigliano e, avrò un po' di pace. Avrò le idee, e non per forza chiare, basta che ce l'abbia. Avrò la voglia, l'ispirazione. Avrò la macchinetta del caffè funzionante ad attendermi, come ogni mattina. E avrò una confezione di caffè macinato pronto, da mettere accanto alla vecchia moca. 

venerdì 28 marzo 2014

Abituarsi alla lettura. E' davvero così difficile?



Quante volte abbiamo detto:" vorrei tanto leggere un libro, eeeh se solo avessi più tempo".
La bugia più a portata di mano che abbiamo, quella del tempo.
Eppure basterebbe trovare il giusto compromesso, qualcosa che ci porti a credere che "leggere" non è come una dieta drastica, non è un percorso di rinunce o un male autoinflitto. Avete mai pensato che leggere, potrebbe essere semplicemente una buona abitudine? Beh, più che buona direi. 

A onor del vero, Julien Smith, esperto di social web, prova a suggerire piccoli ma preziosi piani giornalieri, in grado di cambiare il nostro rapporto con la lettura. Non bisogna essere letterati, e non c'è nemmeno bisogno di dilatare il tempo, immaginando che ci è concesso leggere solamente nel corso di una giornata ideale, che so, di 40 ore(?). Il problema fondamentale è la pigrizia. Inutile negarlo. Siamo pigri quando pensiamo che vorremmo leggere un libro, magari andiamo in libreria e ne prendiamo uno, entusiasti e convinti che appena tornati a casa il tempo per aprire quel libro, ci sarà senz'altro. Lo troveremo di sicuro. E invece non andrà così. A me capita di fare avanti e indietro, dalla camera da letto alla cucina, senza nemmeno notare più quel libro nuovo sul comodino. Appoggiato lì, come tutte le cose che passano in secondo piano, quelle destinate a quel tristissimo:"appena ho tempo penso a te".

Ma non devi avere tempo per leggere, devi avere la voglia. Devi sentirne il bisogno e devi immaginare che la tua idea di lettura, somigli esattamente alla più più preziosa delle abitudini che tu possa concederti. E poi diciamoci la verità, quando riusciamo nell'impresa, quando chiudiamo l'ultima pagina di un libro (sul quale stavamo da sei mesi...) ci sentiamo sopraffatti dalla nostra autostima, ci sentiamo fieri, supereroi. Non è così?

Io vorrei pormi un nuovo obiettivo oggi, e vorrei che lo faceste anche voi. A me basta anche solo che ci facciate un pensierino, e ci proviate. Voglio seguire alla lettera quanto dice Julien Smith. Alla domanda "Perché è importante leggere tanto?" lui risponde così:

"Ti fa sentire benissimo. Ti dà una quantità incredibile di idee. Ti aiuta a pensare in maniera più profonda. È meglio della tv e perfino di internet. Ti aiuta a capire il mondo. È il mattone che costruisce l’abitudine di portare a termine le cose. Vabbè, la faccio corta, fatelo e basta.
Perché decidere di leggere così tanti libri, perché non semplicemente “leggere di più”? Penso che avere un obiettivo irraggiungibile come un libro a settimana in realtà aiuta. Per fare un confronto, il corpo reagisce con forza alle grandi ferite, e usa molte energie per guarirle. Si cura meno invece delle piccole ferite, e di conseguenza i tempi di guarigione si allungano. Quindi darsi un obiettivo alto ti aiuterà ad affrontarlo con serietà. Questo è il primo punto. Datevi un obiettivo irraggiungibile così da mettervi addosso un po’ di pressione".
(Fonte Internazionale)

Ebbene, voglio credere in me, voglio credere che 40 pagine al giorno possano diventare davvero una buona abitudine. Voglio ritrovarla, perché un tempo l'avevo. C'è chi crede che il cinema, un po' non aiuti in questo senso. Perché le immagini ci rendono pigri, ci fanno perdere l'interesse e la pazienza, verso quelle storie scritte e non raccontate per immagini. Chi lo sa se è vero, io non credo sia questo il problema, e non accuserei mai il cinema per aver perso IO,  l'abitudine di leggere tanto, e spesso. 

Dunque avete capito bene. Se riuscite a leggere 40 pagine al giorno, arriverete a una media di 50 libri l'anno. Un libro a settimana. Vi rendete conto? non ci rimane che provare. Io lancio la sfida e vi annuncio subito il primo libro di questo che, sarà senz'altro, il più bel "gioco" della mia vita...



E voi, con quale libro pensate di iniziare?
(Perché lo farete, vero?)



martedì 25 marzo 2014

"Te la senti di presentare un libro?"



Avere delle amiche insaziabili di libri e, frequentatrici abituali di librerie, è davvero una grande fortuna.
E non lo dico senza giusta cognizione di causa, anche se, lo sarebbe a prescindere (una fortuna intendo).
Tempo fa infatti, l'amica in questione, mi esordisce con questa domanda:"Conosci il cinema di De Sica (padre)?"
Dentro di me rispondo e rifletto:"beh sì, abbastanza". 
E poi la voce mi esce per dire: "Sì, perché?".

Sapete le domande così dirette e dal nulla, a me mettono sempre un po' di ansia. Ma la mia carissima amica sa il fatto suo, e sa come mettermi alla prova sulla base della primissima reazione. Fatto sta che subito mi comincia  a spiegare il tutto...

Alla Libreria Ubik di Monterotondo, il 27 marzo ci sarà la presentazione del libro Di figlio in padre, di Manuel De Sica, e lei mi fa:"te la sentiresti di fare da intermediaria nella presentazione?".
(pausa)
E io:"io?".
Senza che ve la sto a fare troppo lunga, sì, era rivolto a me l'invito.

Passato lo stupore misto, fin da subito, a grande sorpresa e gioia, dico sì. 
Dico sì perché, chi mi conosce, sa quanto io ami tutto ciò che riguardi "luoghi ed eventi" legati alla cultura. Il cinema, la musica e l'editoria per me sono all'ordine del giorno. E poi subito mi sono immaginata col sorriso stampato in faccia e l'emozione, mentre cerco di formulare qualche domanda che non sembri troppo stupida, all'autore. Figlio di Vittorio, del grande Vittorio, Manuel De Sica ha scritto questo libro, credo, un po' come "pratica del ricordo", ripercorrendo un viaggio a ritroso, attraverso memorie, aneddoti curiosi e divertenti (altri meno). Ma non è il solito libro scritto dal "figlio di"...perché qui fin da subito si capisce che l'autore ha intenzione di abbattere le distanze che separano quella pagine, dal lettore. Si sfiora fin dalle prime righe una certa intimità voluta, non forzata. Si sente il desiderio di ricordare (a se stesso e agli altri) il Vittorio De Sica non solo per il grande regista e attore che fu (uno dei più grandi!), ma anche per l'uomo che è stato.


E' come se, aprendo questo libro, si aprissero le porte a quegli anni e si entrasse in quella che fu la casa dei De Sica. La casa in cui vivevano Manuel, il fratellino Christian e la mamma Maria Mercader. Vittorio si divideva un po' qua e un po' la, dalla sua prima moglie Giuditta Rissone e dalla sua prima figlia Emi.

Non so se Manuel abbia voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe, oppure rendere omaggio al padre, per dovere, devozione, amore. Non lo posso sapere con certezza (glielo chiederò). Quello che vi posso dire è che nel libro, ogni pagina rimane viva ed equilibrata grazie ad una incredibile alternanza che fa dell'autore, non solo un narratore/testimone, ma anche grande critico, saggista e restauratore. Manuel è soprattutto un grande musicista, compositore di musica per film. E c'è nel libro un aneddoto curioso, nel quale Manuel racconta la reazione di suo padre all'acquisto della chitarra elettrica. "Questa tra due giorni la butti".

Insomma ce ne sarebbe da dire su questo libro (tornerò a parlarne), tanto che mi è venuta una gran voglia di recuperare tutti i film di/e con Vittorio De Sica. 
Per un po' vorrei dedicarmi solamente al cinema italiano.
Sì, vorrei che l'orgoglio artistico e non solo, nei confronti del mio paese, riaffiori, piano piano. Nonostante io ami il cinema "tutto", credo esista una infinita serie di sfumature che, altrove non troverei. Parlo di ciò che contraddistinse il cinema italiano degli anni '50-60. Il rispetto delle storie di tutti i giorni. La verosimiglianza, poco trucco, niente effetti speciali. Solo una grande voglia di comunicare sfruttando le immagini e la magia insita nella natura stessa del cinema, il montaggio che crea l'illusione perfetta. Vorrei per un po' allontanarmi da oggi, provando a scoprire la gioia e lo stupore di chi allora in sala si lasciava travolgere dalla poesia di un bianco e nero. Dalla luce di un'alba, per girare la sequenza perfetta. 
-"Neorealismo ritrovato"-

Ogni volta che mi faccio prendere troppo da un libro finisce così...

Poi vi dirò com'è andata la presentazione. Nel frattempo, incrociate le dita per me e, chi può, è più che benvenuto, alla libreria di Monterotondo, il prossimo giovedì, 27 marzo, alle ore 18.

*Vorrei sottolineare che la mia gioia è doppia, dal momento che condivido questa esperienza con la mia compagna d'avventura, amica e collega, Alessia Grasso.
E Grazie Ornella! (La famosa amica...)

#merdamerdamerda!

domenica 23 marzo 2014

Una domenica (non) come tante, e uno spot anni '80.



A volte penso che tutto ciò che mi faccio frullare per la testa, sia una serie di follie destinate a morire, chissà dove. Altre invece, provo quella affabile sensazione che mi fa amare incondizionatamente i miei sogni. Inutile dire che queste, sono le "altre volte" che preferisco.

E' un'alternanza micidiale, difficile da conviverci. Ma nulla, nonostante tutto, mi toglie dalla testa che valga davvero la pena viverla.

"Allora sei matta?"
-"Può darsi..."

Ignoro la cicala della mia coscienza (il grillo mi pareva banale) e provo a spiegarmi meglio.
Il 27 marzo sarà per me una giornata particolare (giusto per citare Scola), perché avrò la mia prima esperienza in una libreria, come intermediaria nella presentazione di un libro. Non vi dico di più, a breve pubblicherò un post dedicato all'evento, ma preannuncio solamente che l'autore in questione è un certo Manuel De Sica
Sì, figlio di quel Vittorio lì...

Prepararsi per la presentazione di un libro, è un'esperienza formativa straordinaria. Non solo perché l'autore del libro che presenterai è il "figlio di", ma anche per la immediata sintonia che si crea tra te, e quel libro. Che ti piaccia o meno, sai che devi farti investire da quella storia, da quei ricordi, sensazioni estranee. 
Ma l'aspetto più incredibile, il compenso maggiore è il bisogno di "ricerca" che esplode in te. Inizi a cercare storie, storie delle storie...testimonianze, voci che arrivano da un po' tutte le parti. E una domenica come le altre si trasforma in una domenica contraddistinta da uno spot degli anni '80. 


Una donna e un uomo in un ristorante di lusso francese. Il cameriere che propone piatti pluristellati e la tipa che chiude con un:"rigatoni". Nulla avrebbe senso se non fosse che il regista dello spot era un genio visionario, un riminese fino al midollo; non fosse che in dialetto, Rigatoni, corrisponda al "sesso orale" e allora capisci il senso di quel: "Barilla mi fa sentire sempre al dente". Capisci che uno dei più grandi registi della storia del cinema era un GRANDE anche in 60'' di spot Barilla. Capisci, insomma, chi era Federico Fellini.

E questo basta a farti amare sempre di più, quello che vorresti fosse il tuo lavoro. La tua professione. La tua vita.

venerdì 21 marzo 2014

Per oggi scelgo una poesia.



Per la Giornata Mondiale della Poesia, anche quest'anno, ci sarà un po' ovunque in tutta Italia, la corsa all'iniziativa più interessante. Incontri, mostre, letture e quant'altro. Il nostro paese, i membri rappresentativi della nostra istituzione "cultura", stanno adoperandosi a favore di una sensibilizzazione al dialogo, alla diversità linguistica, alla pace.
Tutto fa onore e tutto non può che esser gradito, ma io partirei dai concetti più semplici. E, nel mio piccolo, proverei a riscoprire l'importanza della poesia oggi, anche tornando su quelli che dovrebbero essere stati, i primi passi dell'umanità. Quelli che forse, ancora oggi, ci fanno inciampare tutti i giorni...

Un piccolo gesto. Per oggi, scelgo una poesia.

"La verità"

La Verità che stava in fonno ar pozzo
Una vorta strillò: - Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! -
La folla corse subbito
Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo
Trovò ch’era un affare sconveniente.
- Prima de falla uscì - dice - bisogna
Che je mettemo quarche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘na vergogna!
Coprimola un po’ tutti: io, come prete,
Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi
Ce penserete voi...

- M’assoccio volentieri a la proposta
- Disse un Ministro ch’approvò l’idea. -
Pe’ conto mio je cedo la livrea
Che Dio lo sa l’inchini che me costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abbito ch’attacca. -

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, je buttò una cosa
Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;
E er pozzo in un baleno se riempì:
Da la camicia bianca d’una sposa
A la corvatta rossa d’un tribbuno,
Da un fracche aristocratico a un cheppì.

Passata ‘na mezz’ora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò a la corda e sortì fôra:
Sortì fôra e cantò: - Fior de cicuta,
Ner modo che m’avete combinata
Purtroppo nun sarò riconosciuta!

Trilussa

giovedì 20 marzo 2014

Simone Avincola: alternativo cantautore di canzoni.



"L'insuccesso è dei grandi, degli incompresi".
Ma dovremmo crederci sul serio?

Io dico NO! E sono quasi convinta che direbbe no anche Simone Avincola, nonostante la massima iniziale arrivi proprio dalla sua penna. Già, perché Avincola è un cantautore.

"Cantautore?"
-"Ma dai ancora esistono?"

Lo stupore è di chi si stanca di cercare il bello, nell'aria, nelle parole, nella musica. Fortuna vuole però, che esista qualcuno ancora oggi, in grado di sconfiggere ogni pigrizia mentale. C'è chi nasce e cresce in un quartiere romano e spera in una rivoluzione di massa, di quelle che fanno cantare, credere nell'immortalità della musica. E' per questo che ci si stupisce oggi, nell'era del vuoto e del qualunquismo universale, quando un ragazzo decide di campare con la propria passione. E lo fa nonostante tutto, nonostante il niente che lo circonda e vorrebbe a tutti i costi buttarlo a terra.


Quando mi scrisse Simone ricordo, mi colpì subito la sua presentazione. "Sono un giovane cantautore".
Mai nessuna frase mi arrivò all'orecchio con tanta sorpresa, gioia. Perché è davvero difficile aprire un file, e ritrovarsi ad ascoltare circa una quindicina di brani senza sapere più se siamo nel duemila o negli anni '70. D'impatto ti chiedi: "ma questo da dove arriva, sarà mica riaffiorato dal Folkstudio?".
No beh, la logica ti dice di no. Ma le sensazioni, una certa empatia, ti lasciano il dubbio e appare l'immagine di questo giovane ventisettenne cresciuto a suon di chitarra, armonica e Guccini e già gli vuoi bene. Già gli sei riconoscente.

Vorrei dirvi davvero tutto di questo giovane artista, io intanto vi rimando qui, dove potrete conoscerlo professionalmente e più da vicino, buttando un occhio sulla sua biografia, la sua discografia e la sfilza di premi già portati a casa. A me oggi va di parlare di Simone Avincola, come di una piccola grande fetta di ottimismo e ribellione. Quello che mi è veramente a cuore, più di ogni altra cosa, è condividere con voi un attimo che spero non si fermi qui ma continui a girare. Un attimo che ci porti a credere ancora che, le passioni sposate con il talento, possono davvero cambiare il mondo!


A me è bastato ascoltare Invisibili, la prima canzone dell'ultimo disco di Simone "Così canterò tra vent'anni", per capire che non si parla di sola passione, qui c'è dell'altro ed è quello che fa la differenza. Più andavo avanti nell'ascolto e più capivo che si stava a metà strada, tra quell'autorialità poetica e popolare di Francesco De Gregori e il grido alla libertà, estremo ma delicato, di Stefano Rosso. E a proposito di Stefano Rosso, Avincola realizza nel 2013 il suo primo lavoro da regista, realizzando il primo Docu-Film proprio sul cantautore romano, con cui vince il Premio Di Rosa, Premio Pivi della Siae e Targa Giovani MEI Cinema 2013.

Si dice che un cantautore è quello che riesce a dire tante cose, anche solo cantando di ciò che all'apparenza sembri stupido, inutile. E Avincola ad esempio dice "Mamma guarda quel muretto, oggi scrivo che ti amo e la firma non ce la metto" (e uno pensa, vabbè ma questo sta fuori), è la sua Canzone stupida questa, una delle prime che mi sono rimaste addosso già dopo il primissimo ascolto, perché in lei c'è l'umiltà di chi parla e si fa venire il dubbio: "ha un senso quello che dico?", una consapevolezza che gli dà, in maniera paradossale, tanti significati diversi.

Oggi quel che sembra assurdo è in realtà, la sola possibilità concreta che abbiamo, di salvarci e di cambiare il mondo. Di rivoltarlo a suon di "voglie", di tempeste e ribellioni rumorose, decise a vincere la battaglia più importante, quella definitiva. Simone Avincola non è solamente un cantautore di talento, è una promessa da mantenere, per il bene della musica, per la tutela del nostro futuro. Io voglio che un Avincola, tutti i giorni e in più parti del mondo,continui a cantare oggi e tra vent'anni, senza perdere mai La voglia, l'entusiasmo e il coraggio di credere che, dopo la tempesta, si possa annusare un fiore...

Nell'attesa di realizzare una bella intervista con Simone, io vi invito a conoscerlo e a scoprire la sua musica.
Chiudo con la mia canzone preferita: consapevole, poetica, malinconica, ribelle, piena di ricordi, incazzata, triste, felice, sognatrice e...
un po' tutto.
"La voglia"




« ...la vita mia, come inventarmi una minestra o una melodia, ma è così bello, è così tutto incredibile, dicono è poco, è tutto quello che hai... »
(da Bella è l'età - Stefano Rosso)

Continua così, Simone!

mercoledì 19 marzo 2014

La vita di Adele



Del regista tunisino Abdellatif Kechiche, non so davvero nulla. Non conosco la sua filmografia, dunque non posso tracciare un continuum e farmi un'idea globale del suo cinema. Prima de La vita di Adele, c'erano La schivata 2003, Cous cous 2007 e Venere nera 2010. Prima della Palma d'oro a Cannes. Prima che io provassi ad elaborare in queste righe, tutta l'incomprensione e un "mezzo" sconforto, legati alla vita di Adele.

Prima che io iniziassi a chiedermi: "capolavoro?". Non mi torna qualcosa, non ho un'immagine nitida che risponda e calzi a pennello con l'aggettivo universale che fa di un film, un grande film. Un capolavoro è un film perfetto sotto ogni punto di vista, oppure è il film che avremmo voluto vedere, proprio in quel preciso momento della nostra vita (noi)? E' una domanda che un po' tutto dovremmo porci, almeno ogni tanto così, tanto per...

La vita di Adele nasce dal romanzo a fumetti di Julie Maroh, Il blu è un colore caldo.
Ma di quel blu, caldo come l'autrice ha voluto che fosse nel suo libro, cosa rimane? Non ho letto il fumetto, ma so che la Maroh ha avuto da ridire, almeno riguardo ad alcune scelte registiche che probabilmente, e sottolineo probabilmente, sono andate a stravolgere lo spirito della sua storia. Me lo immagino anche per il semplice fatto che dagli occhi di una donna, passiamo allo sguardo maschile e già tutto mi cambia. Ed è questo uno dei pesi più insostenibili che gravitano durante la visione, te li senti costantemente addosso, finché non ti travolgono, appena conclusa la storia. Sì è così, perché la storia di Adele dovrebbe (e non è) essere la storia della scoperta, delle insicurezze, della ricerca del proprio posto nel mondo. Una ragazzina di sedici anni (pochi più pochi meno) che non capisce la propria sessualità, la sta cercando con tutte le sue forze e non capisce perché, nonostante il ragazzo che la corteggi da un po' sia davvero carino, qualcosa non vada. Qualcosa la blocca e per Adele inizia il percorso lungo l'accettazione della propria identità. 


Incontrare una ragazza, mai vista prima, per strada; i capelli corti e blu e il tempo, che pare fermarsi a immortalare quell'attimo. A riempire poi, la notte stessa del fortuito incontro, i sogni e le fantasie che invadono tutti i sensi. Adele sente una forte attrazione, qualcosa che mai aveva provato prima. Desiderare una donna, una sconosciuta. Finché non trova il coraggio di "ricercare e ricercarsi" fino in fondo. Ritroverà la ragazza dai capelli blu, Emma. E dalle prime battute nel locale gay, passando alla luce delle prime sensazioni esplose soavemente su una panchina, si finisce in sequenze lunghissime, sfiancanti, dove il sesso e la fisicità bruciano la passione.


Sfiancanti, sì, ho detto così. Perché il pretesto che tu (tu regista) voglia dare credibilità e verità al tuo film, non ti può convincere che dieci minuti (ora non ricordo di preciso la durata) di sesso e preliminari, facciano bene al tuo film. Non è così che convinci chi guarda, "io" sono distante anni luce dalle pretese di quella che può essere una giuria di un ceVto tipo (loro a quanto pare hanno gradito!). Parlo da spettatrice normale. Sono una donna, sono una mamma, mi piacciono gli uomini, almeno fino ad oggi mi va così...
Sì, sono una donna e per quanto a volte io abbia un certo rifiuto nei confronti della mia "specie", mi sono sentita "usata", un animale da circo per occhi e pensieri disinibiti (per non dire altro). Mi è sembrato che tutto in questo film sia un fallimentare tentativo, imperfetto e sporco, disonesto, di voler rappresentare la sessualità di una donna omosessuale. Ma è davvero così l'amore? E' davvero così che vuoi far arrivare al pubblico la "tua" idea di amore omosessuale? Gridando a chi guarda: "ma sì tranquilli, non illudetevi che le donne gay sono troie tanto quanto le donne etero!". No, a me non sta bene. A me non piace, anzi offende nel profondo tutto questo ridicolo insistere sulla necessità di un cinema che deve eccedere in tutto. Che ti deve dire per forza il sottinteso. Come quel sesso esplicito, ingombrante sullo schermo. Ingombrante forse meno per Kechiche e per tutti i maschietti "arrapati" in sala o altrove. Perdonate il tono un po' vivace, ma è la verità. Vogliamo che tutto sia senza mezza misura, no? E allora diciamo le cose come stanno e non giriamo intorno alla verità di questo film, evitando l'inevitabile.


La vita di Adele è un film vestito da cosiddetto viaggio di formazione, alla ricerca di sé, e invece altro non è che un disonesto e fallimentare affresco che non ha colori. Li ha, ma sono spenti, freddi come due corpi perfetti che si incontrano se non nell'amplesso. Ma oltre quel sesso, quella passione destinata a morire, cosa rimane? Cosa rimane oltre a quei capelli scomposti, tirati su con distrazione. Oltre quelle smorfie da ragazzina che finge insicurezza e poi "cavalca" le emozioni e i bisogni, senza badare se di uomo o donna si tratti. Oltre i nostri bisogni, oltre quel piatto di spaghetti e subito dopo quel primo piano insistente, sulle labbra di Adele. Appena sveglia, appena addormentata...
Ma davvero crediamo che basti questo?
Adele sprigiona tenerezza e compassione. Anche se poi ti chiedi se ne abbia bisogno più lei o tu. 

Il film si divide in due parti, crolla ad un tratto pure la credibilità temporale, ma questo ci sta, fa parte del cinema e della sua stessa natura. Passano diversi anni, Emma ha lasciato Adele (perché Adele è la donna gay che ama una donna e, quando si sente sola, si fa i maschietti) e lei ora insegna in una scuola. E cosa cambia in lei? Come capiamo che è diventata più "grande", più donna? 
Beh ha gli occhiali e ha cambiato acconciatura.
-Aaaaah.
Nulla va come dovrebbe, la credibilità che io sto deridendo è anche quella della ragazzina che vuole a tutti i costi modificarsi per sembrare più donna. Senza tuttavia riuscirci, dai ma quanto fa ridere Adele nella scuola?

Tenerezza sì. Anche un po' rabbia. Perché pensi che con questa storia si sarebbe potuto dire tanto e meglio. L'unico momento vero è stato il massacro delle compagne fuori dal Liceo, la prima volta che Adele fa i conti con la brutalità della gente, degli altri. Oltre questo davvero io non ho visto nulla. Se non gli occhi di un uomo che guarda e ne vorrebbe ancora, e ancora.

domenica 16 marzo 2014

Boomstick Award - Edizione 2014



E insomma una la domenica mattina, tra una rastrellata in casa e il pranzo da avviare, si ritrova un bel Boomstick tra le mani...

Anche se non avevo la più pallida idea del premio, perché di premio si tratta, io già ero felice e saltellavo di gioia. Poi arriva direttamente dalla Bolla, non solo collega ma anche amicissima e, non solo virtuale. Dunque apro il suo Bollalmanacco e mi vedo tra i blog nominati, quelli che per un motivo X, forse anche nessuno, ma in ogni caso legittimo, meritano il tanto ambito Boomstick. 

Allora lo dico con le parole di colui che, del Boomstick, ne è papà di diritto. Ideatore del blog Book and Negative, alias Mr. Hell.

 Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua.
Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.).
Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa.
Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno.
Ecco il banner dell’edizione 2014:


Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:
1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto
4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come Egli (e per Egli intendo Hell) le ha concepite.

Ecco, ora vi è tutto più chiaro. 
Sono stati nominati (in ordine sparso)...

Perché se penso a Sauro, penso alle prime parole di stima e affetto giunte sulle pagine del mio blog. Penso a un bancario per professione, ma a un grande critico e osservatore, per vocazione. 

Perché Beatrix è una donna, una mamma, una grande appassionata di cinema e della vita. Come me.

Vabbè il bradipo è il bradipo. Questo premio vuole essere anche un amichevole rammento riguardo ad una rubrica che vorremmo tutti vedere sulle pagine del suo blog...(Bradipo capirà). 

Perché le recensioni più cazzute e originali le trovo qui...

Perché nel saloon di Mr. Ford trovi non solo cinema, anche piccole lezioni di vita...

Io che amo leggere e trovare tra le righe quel qualcosa "in più", non potrei non premiare il talento di Denny B.

Perché Peppe è un amico, non soltanto un critico attento e appassionato. E questo gli conferisce ogni premio di diritto...

Costoro possono a loro volta assegnare il premio ad altri 7 blogger, ma non arrogarsi la paternità del banner e del premio, quella è del papà sopra citato.
L’assegnazione del premio deve rispettare le 4 semplici regole sopra esposte. Qualora una di esse venisse disattesa, il Boomstick Award sarà annullato d’ufficio e, in sostituzione, verrà assegnato il:


E non loSSo, quanto convenga...


venerdì 14 marzo 2014

Una zuppa di sasso



Non è una ricetta, è una piccola lezione di vita...

Scendiamo (anzi, saliamo) per un attimo, nel mondo della letteratura per bambini. Quella piccola e sempre spalancata finestra, che fa vedere storie e fa crescere, anche chi è già grande. 
Una zuppa di sasso è un racconto per bambini scritto e illustrato da Anaïs Vaugelade. Edito da Babalibri nel 2001 e giunto a una ristampa nel 2013.

È notte. È inverno. Un vecchio lupo si avvicina al villaggio dove vivono gli animali”.

Questo è l'incipit del racconto, forse tra i più semplici che io abbia mai letto. Il lupo arriva in un villaggio, sembra stanco e venire da lontano, e porta con sé un sacco bianco che tiene sulle spalle. La prima casa che incontra è quella della gallina, si ferma e bussa alla porta. Io vorrei raccontarvela tutta, davvero, e anche se potrei tranquillamente farlo, data la brevità del racconto, preferisco rimandarvi qui, dove la storia potete leggerla con tanto di illustrazioni.
(Poi tornate però eh?)

Per i più frettolosi (ma consiglio a tutti di leggerla!), diciamo che questo lupo (ed è un lupo, quindi immaginate subito l'idea fatta da un bambino, ma anche da un adulto) arriva e bussa alla porta della casa della gallina. Capirai, la gallina poverina non è che pensasse a una visita di cortesia, almeno, non al primo approccio con il lupo "cattivo". Comprensibile d'altronde. Ma sapete qual è stata la prima piccola grande sorpresa di questa storia?


La gallina, nonostante la paura, decide di aprire la porta (è una gallina coraggiosa, non c'è dubbio).
Vince la curiosità e, di conseguenza, quella di chi legge aumenta a dismisura. Perché tu "grande" ti chiedi se davvero abbia fatto bene oppure no, ad aprire. E il lettore bambino, ti chiedi cosa avrà pensato, cosa si sarà chiesto. Essere mamma è straordinario, non sempre facile, però vuoi mettere la gioia e la paura anche, nel vedere le espressioni che cambiano a seconda dell'evolversi della storia, sul viso di tuo figlio? Beh è difficile da spiegare, ma io questa storia del lupo e della sua insolita zuppa, l'ho capita solamente grazie a mio figlio. 
Il lupo una volta entrato in casa della gallina, si accomoda davanti al camino. Chiede una pentola alla gallina per cuocere la zuppa. Anche lei subito sorpresa e incuriosita dall'ingrediente principe, si pone le sue domande, e pensa a come fa lei di solito la sua zuppa. Così, consiglia al lupo di aggiungere del sedano. Il lupo accoglie con piacere il suggerimento della gallina, e "arricchisce" la sua zuppa di un nuovo ingrediente.

L'arricchimento della zuppa è un po' metafora della nostra vita, le persone che incontriamo e come queste, nel bene o nel male, ci riempiano le giornate, allontanando la solitudine. Perché durante la preparazione della zuppa, in casa della gallina, arrivano altri animali. Prima si affaccia curioso e spaventato, il porcello. Domanda se va tutto bene (normale, aveva visto entrare un lupo in casa della gallina...), la gallina lo rassicura tanto che anche lui entra, e suggerisce un nuovo ingrediente. E' così che la zuppa acquista nel sapore e nel significato. Il porcello prima, poi il cavallo e l'oca, la capra, la pecora e il cane. Tutti questi animali si ritroveranno a condividere la zuppa a casa della gallina, e ognuno di loro, porta alla zuppa qualcosa in "più". Tutti, dopo aver sentito addosso la paura che le fiabe, le leggi della natura e anche un po' i luoghi comuni diffondono, hanno condiviso per un attimo la magia della gioia semplice. Condividere, vincere le paure e abbattere i pregiudizi (ma io qui chiamerei in causa zio Tim, e gli chiederei come minimo di farne un meraviglioso corto in stop motion, no?), è questo che troviamo nella storia del lupo e della zuppa di sasso.

Però qualcosa mi sfugge, non è solo la semplicità disarmante. C'è dell'altro, e mio figlio ha provato a farmelo capire. Perché alla fine il lupo va via, si riprende il suo sasso, il suo sacco e lascia la casa della gallina. Quando questa chiede se tornerà, il lupo rimane in silenzio, e poi va via. E' quasi certo che il lupo in effetti non torni dalla gallina, e dopo il punto dell'ultima pagina, l'autrice decide di illustrare un ultimo pezzo della storia, o meglio, di una "prossima" storia. Si vede il lupo davanti la porta di un'altra casa e, un nuovo amico ad aprire, curioso e spaventato proprio come lo era stata la gallina prima di lui.

Io non ho avvertito nulla in questo passaggio, mio figlio invece...
"Mamma, perché il lupo va via?".
"Eh, perché era tardi e tutti gli amici animali dovevano andare a letto".
"E non torna più dalla gallina?".
"No, ehm, cioè, sì...forse sì amore, chi lo sa".

Lui rimane in silenzio, si gira dall'altra parte del lettone per poi voltarsi di nuovo. Mi guarda, è triste, anzi "tristissimo".

"Amore che hai, perché quella faccia?".
"Sono triste perché il lupo è andato via".
"Ma è andato a cercare nuovi amici, così tutti assaggiano la sua zuppa di sasso. Vedi, ora il lupo ha già trovato un amico in più, e comincia una nuova storia (indico l'ultima illustrazione)".
"Ma io volevo che il lupo tornava dalla gallina, in questa storia".

Non so dire con precisione cosa abbia rattristato così mio figlio. Dopo la contentezza esplosa in lui, per aver visto che il lupo con il coltello, non avrebbe fatto del male a nessuno e che davvero, voleva mangiare solo la sua zuppa, è arrivata la tristezza. Forse aveva visto che tutti insieme quegli animali erano davvero felici. Tutto era bello, perfetto. E forse, proprio per questo, non doveva finire...






*Grazie ad un'amica divoratrice di libri e mamma, per avermi consigliato questo piccolo saggio sulla vita.

martedì 11 marzo 2014

Io speriamo che me la cavo



Quando si dice che il vero cuore pulsante di un film, a volte, è il libro che c'è dietro... 
Ciò che vive tra le righe, circondato dalle emozioni rapite e immortalate dall'attimo che le ha partorite.

E se quegli attimi poi, appartengono ai bambini, il miracolo si compie e le immagini riportano in superficie tutto, ogni singola sensazione. Eppure nessuno, o forse pochi, avrebbero immaginato che Io speriamo che me la cavo (libro), sarebbe diventato un vero bestseller.

Nel 1990, il maestro elementare Marcello D'Orta, raccoglie sessanta temi scritti dai bambini della scuola elementare di Arzano, provincia di Napoli, e ne fa un libro. Immaginate l'impatto, nel sentire le voci di questi piccoli osservatori, involontari protagonisti di una storia non troppo fortunata. Le loro storie infatti, sono impregnate di disagi, di miseria e di camorra. E il tutto è filtrato dai loro stessi occhi, ecco perché l'innocenza e l'umorismo si fanno sentire, raddoppiando però la drammaticità, la commozione.


Due anni dopo, Lina Wertmüller decide di farne un film. Attore protagonista, Paolo Villaggio, nei panni del maestro trasferito a Corzano, alla scuola De Amicis (deàmicis). Giunto qui per errore, Marco Tullio Sperelli, dovrà affrontare una realtà completamente nuova, mai toccata con mano, prima di allora. A partire da una classe praticamente vuota, i bambini sparsi per le strade a fare tutto ciò che la coscienza di un paese (la coscienza...), non dovrebbe ammettere. Ma la realtà a Corzano non prevedeva coscienza alcuna. I bambini lavorano, chi in un bar, talmente piccolo da cadere nelle vasche dei gelati. Chi fa il meccanico, chi già diventa donna a otto anni, e indossa il grembiule. Piccoli teppisti che crescono, fratelli che finiscono in carcere e madri disperate. Il disagio di un padre che non potrà mai offrire ai suoi figli una vita dignitosa, le regole che non esistono e tutto il marcio che va, a ruota libera.

Il maestro Sperelli capisce fin da subito che la situazione a Corzano è inverosimile, piena di ingiustizia palese, mandata avanti anche da quelli che dovrebbero rappresentare l'Istituzione-Scuola. La direttrice ne è esempio lampante. Forse una delle cose più assurde capitate al maestro, è stato quello schiaffo a Raffaele, il bambino più problematico. Perché a partire da quello schiaffo, qualcosa in quei bambini è cambiato. La paradossale realtà che aiuta a sopprimere i sensi di colpa, a trovare il metodo giusto da applicare. Lo scherno che si fa vendetta e poi da lì un altro passo, verso il rispetto più alto, puro. Come solo un bambino sa restituire.

Paolo Villaggio non è un attore che a pelle si ama, anzi. Ma nella sua umanità, qui, ha saputo rendere onore alla figura di un maestro alle prese con il suo più lungo e dissestato cammino, verso la formazione più ambita. In quei bambini probabilmente anche lui, ha trovato una nuova strada. Un uomo solo, una moglie che non gli è più accanto e qui, ora, a fargli le fila una vecchietta, convinta che lui sia il povero defunto marito. Il disagio di quest'uomo che all'inizio trapela dagli occhi, nel sentirsi sfiorare la mano da un seno ancora così acerbo, oppure nel tenere in braccio una bimba appena nata e conversare con la donna di casa. Una bambina con le mani nel lavello e il latte sul fuoco a cui fare attenzione.



Sperelli uscirà da questa esperienza, più ricco. Consapevole che laggiù, a Corzano, qualcosa che vive davvero, ancora c'è. E la scuola, la possibilità più vera che ogni bambino DEVE avere, si fa salvezza. Il bisogno di gridare le proprie emozioni e buttarle su un foglio. Pensando ai disagi, alle cose belle "nonostante tutto". Questo film è una lezione impartita a tutti quanti noi e, al di là della critica, sentiamo di aver compreso la storia nel momento in cui quel piccolo uomo, con il suo tema in mano, sigilla tutto con il finale dei finali. Il lieto fine circoscritto in quelle poche parole, anche se poi non si saprà più nulla di quei bambini lasciati lì, alla stazione. Rimane però, l'immagine di quel ragazzino sul motorino, a rincorrere il treno e, perché no, il futuro che lo attende e non gli va incontro.
(Lacrime, tante lacrime)
"C'è sempre un terzo mondo più terzo di noi"...
E qui, c'è solo da imparare. Da quelli che ogni giorno lottano, pur di cavarsela.

lunedì 10 marzo 2014

E' nata prima la gallina, o gli animalisti? (O Antonio Banderas?)



Galline, animalisti. Ma non era un blog di cinema?

Lo è, lo è. Ma andiamo per gradi...
Sapete che io ho un debole per le str(onz)anezze dell'essere umano. Soprattutto il mio occhio è sempre attento, alle bufale mediatiche. Non resisto, è più forte di me!

Un paio di giorni fa, la mia esistenza, viene profondamente turbata da un nuovo cruccio. E vi chiederete voi, "Sì ok, ma come ci sei arrivata alla gallina?". Ebbene tutto nasce da qui:

"Quella gallina che compare insieme ad Antonio Banderas (all’anagrafe José Antonio Domínguez Banderas) in diversi spot pubblicitari della Mulino Bianco appare innaturale nei suoi movimenti, pertanto la stessa potrebbe essere stata usata durante la registrazione delle pubblicità in condizioni di forte stress dovuto forse alla legatura alle gambe alla quale pare essere sottoposta e dai suoi movimenti innaturali alla stessa gallina (se di una sola gallina si tratta) potrebbero essere state somministrate sostanze dopanti o tranquillanti".

Esatto, Antonio Banderas è ormai diventato attore feticcio della Mulino Bianco, rappresentante dal sapor latino della più tipica famiglia italiana. E a me va bene il sapor latino, va bene pure che arrivi quel momento di stasi, nella carriera di un attore, nel quale uno si può permettere pure di fare spot un po' cretini. Innocui tutto sommato, tolto il particolare di una reputazione bruciata (ma questa è un'altra storia...).

Secondo alcuni però, gli spot in questione, non sarebbero nemmeno tanto innocui. Il virgolettato riportato sopra infatti, altro non è, che l'esposto firmato Lorenzo Croce (AIDAA), rivolto alla Procura di Roma.
Io ora, come mi è solito fare, cerco di ammortizzare quel poco di shock sopraggiunto, e provo a ragionare. Almeno a ponderare la cosa, a prendere con le pinze tutta la storia. Perché al di là del mio titolo un po' "paraculo" e provocatorio, è bene tenere a mente che tutto ciò che il web ci propina, è da valutare e RIvalutare ancora. Io ho letto di questa cosa su due siti Clandestino Web e Bufale un tanto al chilo.

Il primo la riporta in maniera ufficiosa e non si pone nemmeno la domanda su una eventuale "bufala" o meno. Il secondo invece prova a far ragionare un po', il lettore. Ricordando quante altre assurde accuse sono state riportate su siti o testate, pur di "far notizia". 

Hanno attaccato pure Peppa Pig...

Io che amo gli animali, e li amo davvero credetemi, non tollererei minimamente la stupidità di un animalista che arriva a tanto. Perché chiunque, anche un bambino di quattro anni, capirebbe che quella gallina sembra sì "innaturale", ma non è che sembra. Lo è!. Avete mai sentito parlare di "animatronic"?


*L'animatronica è la tecnologia che utilizza componenti elettronici e robotici per dare autonomia di movimento a soggetti, specialmente pupazzi meccanici (detti animatronic o animatroni).
L'uso della tecnologia animatronica è legato per lo più all'industria cinematografica, ma spesso fanno ricorso alle sue funzioni anche parchi a tema per particolari attrazioni (dark ride) e altre forme d'intrattenimento.
I vantaggi portati da questa tecnologia derivano principalmente dall'interfaccia, in grafica computerizzata e stop motion, la quale rende semplice la simulazione della realtà dando ai soggetti animatronici la possibilità di compiere movimenti in piena autonomia in tempo reale.
La tecnologia animatronica è diventata sempre più avanzata e sofisticata, nel corso degli anni, rendendo i pupazzi così realistici da sembrare, a tutti gli effetti, vivi.
(Da Wikipedia)

Io non sono un'esperta di effetti speciali, ma un briciolo di buon senso ce l'ho. Ecco perché mi concedo la possibilità di credere che, tutta questa storia, sia una bufala da web. Però ormai il paradosso è riemerso.

P.S. E comunque per me è nato prima l'uovo. Solo che poi Banderas se l'è fregato per fare le Macine e i Tarallucci. E, corroso dai sensi di colpa, ha deciso di adottare Rosita.

domenica 9 marzo 2014

Il cinema di Peter Medak




Analizzando la società e gli individui coi “ritrovati” della satira, corroborati dall'apporto di sceneggiature dalla fantasia mai statica, Peter Medak, regista di solida bravura tecnica, ha girato dagli anni ’70 ad oggi una serie di opere notevoli. Quest’articolo ne tratterà brevemente cinque, offrendo, a vanvera ma non alla cieca, una rapida panoramica di alcune loro peculiarità d’innegabile rilievo.

Ad esempio Triplo gioco, noir del 1993, è attraversato da un acre umorismo “investigativo” che, diventando indagine “dittatoriale” capace d’infiltrarsi pervasiva e onnipresente sin nei vicoli più opachi della psiche umana, soppesa e ritrae i meccanismi-base di una vita angusta, piena di miseri giorni a catena e fondata sulla paura, l’angoscia, la morte.
Il personaggio principale Jack Grimaldi, come uno Charlot munito di pistola e d’inarrestabile egoismo, si dibatte colpevole e indifeso, col suo sorriso spiritato, fra gli ingranaggi incontrollabili di una realtà meschina, in cui la parola “sogni”, così irresponsabilmente usata, risulta l’improprio quanto poetico sinonimo di termini più prosaici e meno nobilmente alati come “istinti”, “denaro”, “sesso”, “scorciatoie illegittime per arrivare al coperto ed al riparo il prima possibile”.
Insomma “se la pubblicità è l’anima del commercio – sembra dirci a un certo punto il film – il desiderio di sicurezza è l’anima dell’egoismo, dal momento che l’affetto per se stessi sovrasta sempre e comunque, in ogni istante, quello per gli altri. Che forse neanche esiste”.
La pellicola è dunque dominata da sentimenti alla rovescia che invece di estroflettersi dall'intimo di Jack in direzione di amici, colleghi, mogli, amanti, si addensano tutti su di lui (sul protagonista) rendendolo il baricentro di un nulla pneumatico, inutile, disarticolato che si fraziona instancabilmente in cadaveri per interesse, in spari inconcludenti, in un disordine accorato di gesti incompiuti e monchi.
In un simile contesto desolante, il messaggio che giunge inconfondibile, ma persino indelebile, a chiarirci gli schemi della verità, è allora il deserto che apre e chiude la narrazione e il cupo svolgersi delle vicende. Un deserto sinuoso di gobbe e dune, come sinuosa è l’ironia del film. Intenta a raccontarci, dall’inizio alla fine delle inquadrature, come nel mondo arido delle nostre emozioni, l’unica forma di amore eterno sia l’egoismo.

Proseguendo a carrellare sul talento di Medak, torna poi in mente Changeling, thriller del 1980 in cui centro dell’azione è una casa antica e sinistra: ecco la cinecamera mostrarne l’ingresso vertiginoso e imponente come l’interno di una chiesa gotica, come il mistero sacro della paura; eccone i corridoi stretti (quasi cunicoli) soffocanti e labirintici come l’ansia opprimente che il musicista John Russel prova dinanzi alla richiesta d’aiuto che un bimbo gli trasmette dalla morte, dall’aldilà. L’apparente contraddizione architettonica dell’edificio si rivela quindi ben altro: e cioè un’armonica spiegazione dei due aspetti che compongono indissolubilmente il nucleo dell’angoscia e del terrore.

Palpitazioni e fiato sospeso sono i motivi conduttori anche di Species II, pellicola di fantascienza, in cui la violenza si mescola all’horror generando una sorta di film a luci rosse che, per le sue scene di sesso esplicito fra contorte creature dello spazio, sarebbe opportuno vietare tassativamente ai marziani d’età inferiore ai diciott’anni.
Comunque, a prescindere dalle battute facili, la storia è grossomodo questa: una serie di amplessi mostruosi e a sfondo siderale, diffondendo sintagmi di DNA extraterrestre, mettono incinta donne e ragazze nostrane (del nostro pianeta) le quali, ignare del destino che le attende, si ritrovano mamme. “Involontarie”, inconsapevoli. E vittime della scalogna, perché obbligate, con gioia estrema degli spettatori patiti di Freud, ad una punizione troppo severa: partorire a sangue sventrate da pargoletti semialieni, decisamente un po’ impazienti ed ingombranti. Intanto politici ed astronauti rampanti si lanciano in bei discorsi ricchi d’anima, in cui si susseguono ritriti concetti filosofici di rito e circostanza, che tradiscono senza sosta il vuoto pretenzioso e arrivista di un mondo mosso esclusivamente dalle pulsioni e privo persino di eroi, se per convincerli a lottare contro il pericolo genetico che minaccia l’umanità bisogna prima blandirli a suon di dollaroni.

Il suono che le sfere celesti producono ruotando è invece il fulcro, indubbiamente più lirico ed elevato, di Pontiac Moon, commedia di lieve spiritualità, ornata di personaggi che assieme compiono un cammino di crescita e riscatto: dalla fuga alla vita, passando per il coraggio e la luna. È il percorso di una favola. Di una fiaba a lieto fine, in cui Medak continua a sviluppare temi come la paura e il desiderio di sicurezza, approdando ad una morale: dannarsi per neutralizzare la vita, ed ottenerne una innocua, inoffensiva che non imprima più vertigini di nausea e paura alla nostra anima, è una fuga implosiva che guida a rinchiudersi in sé, e a barricarsi nel buio materno della rassegnazione, della resa, della sconfitta.
Se Catherine è una donna ferita, che ormai prova il bisogno di condannarsi entro i limiti immobili della rinuncia, relegando il figlio lontano dai rischi e dalla serenità, Andy è un bambino alla ricerca di universo e stelle. Spera di sottrarsi ai confini. Ma è timoroso. E solo grazie alla bonaria saggezza leggermente eccentrica del padre si accorgerà di come i momenti di bellezza, oltre che fra le nebulose e le galassie, sia possibile trovarli talvolta anche nella realtà.

O nel film The Krays – I corvi, che scruta e osserva un contingente di madri schierato a intensa difesa di due gemellini, Ronald e Reginald Kray, la cui fanciullezza, col trascorrere degli anni, si tramuta pian piano in un’alleanza omicida, che per restare al vertice del crimine gangsteristico deve annichilire gli avversari, incutendo e irradiando terrore.
Come le madri, spandendo affetto e sicurezza, avevano cercato di scacciare dai due piccoli la paura, così essi ora, da grandi, la impongono agli altri. Ciò accade perché nei fratelli Kray, la forza che aveva sorretto le madri ha perduto senza appello il proprio sostrato d’amore e sacrificio, deformandosi in violenza: in prepotenza capillare che, nel suo tentativo di tenere a bada (invasivamente) cose eventi e persone, spegne colonizza e asfissia (vedi la moglie di Reginald, privata dal marito di ogni identità), rivelandosi molto simile alla vita. Che è in verità un demone. Il demone assoluto e cocciutamente ossessivo che ci tormenta e possiede, impadronendosi insistentemente del nostro tempo, del nostro corpo, delle nostre azioni, senza lasciare in libertà neanche uno spiraglio d’indipendenza individuale.


Scritto da Pietro Pancamo
(pipancam@tin.it)

sabato 8 marzo 2014

A te, Regina Danzante.



Non è facile essere una Regina.
Almeno finché non si trova il modo,
finché non si capisce che lo si è, 
nei giorni di sempre.
Quel sempre, 
come i "per sempre" delle favole.
Un trono in casa, 
sul quale la Regina non siede mai.
Perché le regine si muovono,
si muovono continuamente
come i pianeti nell'universo.
Mandano avanti il loro Regno,
e così, il mondo intero.
Le regine senza servitori o giullari,
perché i sorrisi non sono servizi,
ma doni da scartare senza condizione.
Senza balli in maschera,
senza oro a ridisegnar le forme.


Non vi è un solo giorno,
per le Regine.
Quale sciatteria è mai questa?
Esiste un solo giorno per ciò che amiamo?
Per un sentimento anche astratto,
per un dettaglio che a volte c'è, altre sfugge?
No.
Tutti i giorni le Regine governano il loro Regno.
Ma i regni, così come infiniti sistemi solari, 
non li si può contare.
Regine grandi o piccole,
ambiziose e disinibite,
pacate e introverse,
madri sole e disperate,
madri che si sentono giuste,
madri che si sentono sbagliate,
madri felici e invulnerabili.
Ragazzine in gamba,
ragazzine ribelli e confuse.
Nonne presenti la domenica,
nonne assenti perché non vi è domenica
o le nonne dei ricordi più belli.


Le Regine di ogni colore,
di ogni Regno cui appartengono.
Le Regine che piangono
e quelle che ridono.
Sono le Regine di tutti i giorni,
quelle che sperano negli abbracci
e nella fiducia dei loro Re.
Senza frusta, senza competizione 
o supremazia violenta.

Le vere Regine, 
o quelle immaginate
da occhi che sognano e sperano,
i miei.
Le Regine della mia favola,
ci sono sempre.
Si ammirano tutti i giorni,
si rispettano.
Così vorrei, 
anzi voglio,
che siate tutte quante voi.

Regine in grado di far conciliare
ogni vostra dote.
Custodi del focolare,
mammiferi affidabili,
il gentil sesso,
le migliori amiche.
I segreti svelati,
i segreti da custodire.
Pensieri illeciti
sogni proibiti,
ambizione
paura.

A te Regina, 
rivolgo tutti questi pensieri. 
A me, a voi
a tutte le Regine che hanno saputo darsi speranza.
Una possibilità.
Come una corsa verso il mare,
un grembiule messo da parte,
anche solo per un attimo.
I fornelli spenti, i letti disfatti e la polvere.
Solo la leggerezza e la libertà,
il diritto all'ingenuità,
anche se provvisorio.


E' il mio pensiero più bello, 
tutto ciò che ho.
Affinché tu sia sempre,
tutti i giorni,
una Regina Danzante.


venerdì 7 marzo 2014

Un fumetto per spiegare il "licensing". Il ritorno del Signor Rossi.



Avete mai sentito parlare del Bologna Licensing Trade Fair
Io lo scopro solamente quest'anno, anche se è un evento giunto già alla sua settima edizione. Parliamo di una Fiera, unico appuntamento italiano nel settore della compravendita di licenze e dello sviluppo di prodotti, basati su marchi e property affermati.

A fare notizia è soprattutto il ritorno del mitico Signor Rossi, personaggio nato negli anni '60 dalla matita di Bruno Bozzetto, il quale, ha voluto omaggiare l'evento con una esclusiva striscia a fumetti. Il Signor Rossi è l'italiano medio, con tutti i suoi difetti e quelle contraddizioni che gli appartenevano anche cinquant'anni fa.

"Ma cosa sarebbe 'sto licensing?". 
E' questa la domanda del Signor Rossi, buffo personaggio vestito di rosso, il quale tra satira e riflessioni, finirà per diventare egli stesso un "marchio". Un concetto non sempre molto chiaro, semplificato in quattro vignette, dal noto autore di lungometraggi animati. Ci saranno poi le migliori produzioni italiane e internazionali nel settore dei comics e dei cartoon. Tra l'altro, la prossima Fiera, celebrerà i 10 anni di successi delle Winx e di Mafalda, e ospiterà altri characters famosi come Diabolik, Teletubbies, Tin Tin, Peppa Pig, Geronimo Stilton, I Puffi, I Simpsons, Pokèmon, Asterix, L’Ape Maia, Piccolo Principe, Popeye.



Il BLTF 2014 è organizzato da BolognaFiere SpA e si svolgerà dal 24 al 26 marzo nel Quartiere fieristico di Bologna, contemporaneamente alla grande Fiera del Libro per Ragazzi


giovedì 6 marzo 2014

La parte degli angeli



Premio della Giuria al Festival di Cannes 2012, e non solo questo appunto merita d'esser fatto, quando si parla di una commedia dal retrogusto amaro, dal tono pacato ma come poche altre, capricciosa e commovente.

Mi piaceva introdurre così, il film di Ken Loach, La parte degli angeli. Perché la prima immagine che torna a farmi sorridere e a intenerirmi un po', è quella di un gruppo di ragazzi in tuta. Gli sfigati, quelli condannati all'etichetta del delinquente senza possibilità di riscatto. E invece non sarà così per colui che ha saputo riempire questo affresco un po' dolce, un po' aspro nelle verità dell'uomo che lo fa ipocrita e pregiudizievole.  

Infatti il film parla di loro e per loro. Robbie è il protagonista, ma la sua vita non è poi così diversa da quella degli altri compagni, conosciuti al centro di recupero dei lavori socialmente utili. Un passato difficile per tutti, un presente complicato dai segni lasciati sulla pelle e sull'anima, quelli che attirano gli sguardi spietati e indifferenti della gente. Forse per Robbie esiste davvero una possibilità di salvezza, e il responsabile del gruppo, Rhino, sarà il primo a capirlo. Aprirà gli occhi al ragazzo, il quale sta per diventare padre e non può permettersi altri errori. Nonostante le botte e i vari tentativi di allontanare Robbie, da parte del padre della compagna, il riscatto si fa possibilità concreta.

A rendere La parte degli angeli una commedia apprezzabile, è l'originalità della storia. Anche se a me sarebbe bastato solamente ammirare quella Scozia incantevole, tra il grigio delle strade e il verde della campagna. Fino ad arrivare alle cantine prestigiose, all'interno delle quali ricchi appassionati di whisky, pagherebbero qualunque cifra, pur di possedere la botte piena. Ma la bellezza di Glasgow e Edimburgo, da sola, non avrebbe fatto del film un piccolo gioiellino di umanità. Loach lo fa spesso, perché gli è a cuore la questione sociale, i problemi legati ai disperati, talvolta, tentativi di cambiare vita. Colorare questo dramma, con qualcosa che ai più, può sembrare azzardato, come un bicchiere di whisky di troppo, è l'arma vincente del film.


Robbie troverà il riscatto nel whisky, ebbene sì. Il suo particolare talento gustativo, che lo porta a riconoscere con facilità ciò che il bicchiere propone, gli farà realizzare "il colpo" della sua vita. Con l'aiuto dei suoi compagni, tutti contraddistinti dall'ingenuità che solo un bambino appena venuto al mondo possiede, riesce a trovare un lieto fine per sé, e per loro. Commuove la storia di questi uomini senza un'apparente possibilità di salvezza, il loro modo di muoversi e stare in piedi. La sensazione che qualunque cosa tocchino distruggano, cadendo a terra in mille pezzi. Arriva un punto in cui chi guarda, provi quella sensazione lì, di un coccio rotto per mano altrui. Loach compie il miracolo. Rimette insieme i pezzi e spinge su ciò che realmente può salvarci la vita. 

Per Robbie è la paternità, il salto per eccellenza nel mondo dei "grandi". Non meno importante, quel talento appena scoperto. La consapevolezza di avere non troppe chance, e la convinzione di andare avanti con tenacia, nonostante tutto. E' qui che ci salviamo. E' qui che troviamo la strada. E' qui, la nostra "parte degli angeli". 

mercoledì 5 marzo 2014

A voi lo sdegno, a me la "bellezza".



Dico questa e poi giuro, non ne voglio più parlare se non in maniera intelligente e sensata (come vorrei che fosse sempre). 

Questa storia degli italiani che sputano sulla vittoria e sul cinema di Sorrentino, ha veramente segnato quella che può dirsi la fase più triste del nostro paese. E lo dico pensando alla cultura che ci rimane, alla voglia di conoscere, alla nostra predisposizione alla bellezza che va via via diminuendo. Il fatto grave è che non ce ne accorgiamo, anzi peggio, ci ostiniamo a fare gli sciacalli presuntuosi per il gusto di "disfare". Senza logica alcuna, senza buon senso, senza la delicatezza di dire: " a me non è piaciuto". 

Non è piaciuto ma lascio agli altri la gioia di godere di un premio importante, soprattutto lascio la gioia che ancora splende, negli occhi di quanti abbiano ritrovato, in quella Roma eterna, in quei trenini che non vanno da nessuna parte, e in quelle terrazze illuminate dalla bellezza e avvelenate dall'uomo, un motivo che porti ancora a credere nel cinema italiano. Perché Sorrentino può piacere o meno, ma non capisco quale soddisfazione si tragga, da questo perpetuo e sfiancante rifiuto. Ma noi italiani d'altronde siamo così. Proprio nel momento in cui uno spera che la storia possa cambiare, arriva la mazzata che non ti aspettavi. 

Potremmo condividere qualcosa che ci renderebbe fieri, qualcosa che finalmente unisce tutto e tutti. Il cinema lo fa, ma a volte non tutti lo meritano, perché lo rinnegano per partito preso, per ripicca. Allora io dico a tutti quanti voi, che continuate a sputare veleno contro Sorrentino: "Fate in modo che il vostro sdegno e il vostro rifiuto rimangano fatto vostro. Fate in modo che la vostra intelligenza e il vostro gusto raffinato non intralcino l'ignoranza di chi, invece, è tornato a credere nella Bellezza e nel cinema italiano". 
Grazie.

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