mercoledì 30 aprile 2014

Due libri e un altro viaggio, da mettere in valigia.

Sta leggendo Jojo Moyes...

La vigilia di una partenza è sempre un po' caotica. Nel bene o nel male, tra valigie da riempire e armadi da svuotare, si crea quell'ansia incontrollata e inevitabile. "Ho preso tutto?". "Questo lo porto?". "Che bello per un po' stacco la spina!", e subito dopo: "Odio le partenze e odio fare le valigie". "Odio dovermi ricordare di ricordare tutto!".
Siamo esseri umani, siamo complicati. 

Me ne vado in Romagna, una terra che amo fin da bambina e nella quale mi rifugio ogni tanto. Lo scrivo soprattutto per dire a voi che per quattro giorni il blog sarà "in ferie". Ecco, ci sono in teoria, in pratica sono altrove. E mi piaceva salutarvi lasciando questa immagine di me inquietante, indaffarata e "impanicata", mentre sistemo in modo del tutto innaturale le cose dei bambini, le mie, di mio marito, del cane...e poi le piccole commissioni da lasciare a chi rimane (come al solito). In questo caso è mio fratello. Beh io in casa lascio Persia e Nina, rispettivamente gatta e porcellino d'India. Devo assicurarmi che l'acqua sia abbastanza almeno fino a quando mio fratello non si ricorderà di loro. Croccantini per una e fieno e mangime per l'altra. Una casa da salutare in condizioni più o meno decenti, la piccola montagna di panni da stirare e altre cosette. Tra queste la più delicata delle altre. Ovvero, il libro da mettere in valigia. 


Premetto una cosa: i libri che porterò con me preannunciano il prossimo viaggio. Quello "serio" si potrebbe dire. A maggio mi aspetta Parigi, un sogno che si avvera per me. Quindi ora sto cercando di leggere qualcosa che prepari le atmosfere, i miei stati d'animo, che mi lasci un po' immaginare come sarà trovarsi finalmente lì, à Paris


Perdonerete tuttavia la mia scelta, quella ricaduta sul secondo libricino...
Vabbè, ma in fondo ogni lettura è lecita. No?
Di Augias già ho letto I segreti del Vaticano e mi è piaciuto molto. Un misto tra storia, arte, letteratura, fatti di cronaca, leggende e verità inarrivabili. Spero di ritrovare tutto questo anche qui. 
Appena torno vi parlo invece di Diario di un killer sentimentale, di Sepùlveda. Anzi, intanto ve lo consiglio.
Vi saluto, vi ringrazio per passare di qua, chi per caso chi per abitudine e piacere. La Romagna mi chiama, macché, i panni da stirare, i paaanniiiii. 

martedì 29 aprile 2014

The Amazing Spider-Man 2. "È complicato".



Vi siete mai chiesti quanto sia difficile recensire un Cinecomic? Io sì.
In una scala da 1 a 10 direi che siamo sul "quasi" nove. Si cade ancora nel luogo comune, perché a molti evita gatte da pelare non indifferenti, che cataloga questi film come robetta destinata a super nerd incalliti. In alternativa, pappa buona per piccoli spettatori non proprio bambini, ma nemmeno tanto grandi. 

Eppure a me continua ad affascinare in maniera sorprendente, questo universo tenuto in piedi da migliaia di fumetti, consumati nelle notti e nei giorni, dagli occhi affamati di appassionati di ogni parte del mondo. La prima cosa che faccio, appena visto un film Marvel (o derivati), è una bella chiacchierata con gli amici nerd fidatissimi, quelli che, in poche parole, hanno letto di tutto e di più, di quel mondo. E quasi sempre, io ho la mia idea, e loro, una che è diametralmente opposta. Ma quante discussioni riescono a venir fuori da queste incongruenze critiche? Tante. Le migliori. Ve lo dice una che non ha mai letto un fumetto in vita sua.

Dopo la delusione scottante del primo capitolo di questo The Amazing Spider-Man, arriva un soffio gradevole e inaspettato, capace di riaccendere qualcosa che prima era solo rabbia e sdegno per un film inutile sotto ogni punto di vista, e trasformarlo. Renderlo molto simile a un:"cazzarola mi è piaciuto!". 

Ebbene sì. Mi è piaciuto! Avevo lasciato un ragnetto presuntuoso e strafottente, il bulletto che si dondolava su una ragnatela (duuue elefanti, siii dondolavano, sooopra il filo di una ragnatela...), qualcosa di spaventosamente irritante, almeno per me, e ora mi ritrovo un Peter Parker certo più maturo, più convinto che essere Spider-Man, non significhi fare il figo e basta, anzi. Le responsabilità in questo secondo capitolo, saranno insormontabili, pesanti come il ricordo che di continuo riaffiora, del capitano Stacy. E anche per questo il rapporto con Gwen acquista di credibilità e coinvolgimento. Nonostante le solite "trovate" che a un certo punto ti fanno dire: "vabbè dai, fa niente!". Lui come al solito che al telefono, nel mezzo di combattimenti e corse a duemila all'ora, può dire alla ragazza cose del genere: "sì sono in ritardo, ma arriverò in tempo, giuro". La suoneria del cellulare che ovviamente non può non essere la canzoncina di Spider-Man...che te lo dico a fare.

Va bene dai, ci può stare. Anche questo fa parte dell'ironia sfrenata dei Cinecomics. 
Parliamo di Electro e dei cattivi, che in questo capitolo sono addirittura tre?
Jamie Foxx/Electro è l'ingegnere sfigato che nessuno si fila, con tanto di occhiali e riporto. Un vero bijoux insomma. Però il suo malessere legato all'indifferenza della gente, a me ha scosso parecchio. Paul Giamatti/Rhino un po' meno. A me faceva troppo ridere!!!
Su Dane DeHaan/Harry Osborn/Green Goblin mi soffermerei un attimo. Quando vidi il trailer già mi piacque molto e mi immaginavo Harry con questo sguardo celestiale ma spento, a un passo dal baratro. Infatti sarà questo a fissare la presenza di Harry sullo schermo, una carica legata al suo sguardo e alla sua storia che però, non appena subentra il mostro, si va a fare benedire, Dio (Zio Stan) solo sa dove...


Dal punto di vista spettacolare direi senza alcun timore che, questo The Amazing Spider-Man 2, è uno dei migliori mai realizzati. A partire dal costume di Spider-Man, passando per le sequenze che lo vedono faccia a faccia con Electro, i momenti più intimi con Gwen (tolta la scritta "I love you" che fa troppo Moccia). Insomma si lascia guardare senza spasimi continui e sentite maledizioni contro noi stessi per aver pagato quel biglietto. Decisamente un passo in avanti è stato fatto. Ora, senza spoilerare e dunque rischiare il linciaggio (comprensibile) da parte vostra, non aggiungerei altro. Mi fermo qui. Anche perché, di più o di meno non saprei dire. Come dicevo all'inizio: "è complicato!".

lunedì 28 aprile 2014

Oceano mare di Alessandro Baricco



Non è la storia di un naufragio, questa.
La prima sorpresa risiede esattamente qui, perché tu inizi a leggere Oceano mare e ti aspetti che tutto parta dal disordine e dalla perdita di ogni contatto con la terra. Una zattera, uomini che tentano di vincere il mare. E invece no.

"Sabbia a perdita d'occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell'aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che soffia sempre da nord.
La spiaggia. E il mare".

Sembra quasi di sentire il vento che soffia, la sabbia che si sposta e ti immagini tutto ciò che è destinato a mutare insieme al tempo, e poi ad un tratto vedi il mare. Effettivamente lui non cambia. Non ci è dato sapere né quando né come sia nato, eppure è lì, e non invecchia, e non muore. Il mare.

Scrivere di Oceano mare è piuttosto complicato, forse parlarne un po' meno. Ad alta voce, con le mani che disegnano strane forme nell'aria e di sicuro aiuterebbero gli occhi. Forse la verità di ogni storia è proprio lì. Negli occhi. E se io ora dovessi raccontarvi il modo in cui ho scoperto che, anche il mare ha gli occhi e che potrei dirvi esattamente dove sono e quanti sono? Mica è facile. Per questo non lo farò. Resterà il leggero accenno, a questa mia straordinaria scoperta.

Il mare e la verità. Due concetti indefinibili per loro stessa natura. Ma si parte da qui, e si procede lungo tre blocchi narrativi. Tre libri. Locanda Almayer - Il ventre del mare - I canti del ritorno.

Alessandro Baricco l'ho scoperto qui, tra queste pagine. Tornavo dalla libreria con due libri in mano, Oceano mare e Una certa idea di mondo. Ho pensato di iniziare così con Baricco, e mi pare che tutto vada come immaginavo. Di Baricco infatti mi incuriosiva soprattutto, la sua abilità linguistica. I suoi giochi di parole e il suo talento nel rendere tutto così surreale, sfuggevole e frastagliato. Emozioni, parole, luoghi. Tutto appare e scompare senza mai un ordine preciso. Senza ragioni se non quelle che dimorano e muovono gli impulsi, nell'anima e nel corpo di uno scrittore.

Oceano mare è questo. La storia di un luogo/non luogo. Di personaggi descritti talmente bene da rimanerne sedotti e pieni di domande. Uomini e donne innalzati a metafore esistenziali. La ragazzina affetta dal male di vivere, Elisewin. "Troppo fragile per vivere e troppo viva per morire" (Baricco dice più o meno questo).
Plasson, il personaggio più amato (da me) insieme al professor Bartleboom. Del primo resta una tela bianca, colorata dell'immenso tutto, o dell'immenso niente, del mare. Del secondo una scatola di mogano, piena di lettere e piena d'amore. Un amore solo immaginato, da tutta una vita e destinato a quella che sarebbe stata senza ombra di dubbio, la degna destinataria di così tanta adorazione. Plasson e Bartleboom, quelli che, "se montati insieme farebbero un matto unico e perfetto". 

La donna adultera Ann Deverià, Padre Pluche, Savigny, Adams e una settima stanza.
I bambini della locanda. La locanda Almayer, forse la protagonista assoluta di questa storia. Tutto è raccontato dall'autore secondo nessuna logica. Non ti è dato capire se la donna che si trascina in mare col suo mantello viola, sia realmente così. La ragazzina con il uso ombrellino, abituata a vivere in una stanza rivestita di solo velluto, e sogni appartenenti ad altri. Baricco sfoggia le sue abilità, seduce il lettore attraverso le immagini di una locanda collocata fuori dal mondo e animata dai suoi angeli e dai suoi clienti di passaggio. E poi li travolge senza pietà, portandoli nel ventre di quello stesso mare che un attimo prima è salvezza, è vita e, un attimo dopo diventa sangue e morte.


Non c'è "un" modo di interpretare Oceano mare. Come accennavo all'inizio, dipende tutto dagli occhi. Ogni cosa nasconde bellezza o terrore a seconda degli occhi che la osservano. Dire il mare è un po' come dire la vita stessa. La vita e il mondo intero. Baricco me lo immagino come un uomo intelligente, anzi, preferirei dire "paraculo". Uno che sfrutta per intero i suoi mezzi, senza risparmiare niente e nessuno. Ci riesce. Eccome se ci riesce. E questo fa di lui uno scrittore che non prevede vie di mezzo. O lo ami, o lo odi. (stop!)

Io l'ho amato, l'ho capito a volte, e l'ho persino odiato dal profondo. Sì insomma, è chiaro. 
Baricco sa come prendermi.

"Fanno delle cose, le donne, alle volte, che c'è da rimanerci secchi. Potresti passare una vita a provarci: ma non saresti capace di avere quella leggerezza che hanno loro, alle volte. Sono leggere dentro. Dentro".

Ecco, lui dice questo. Lo fa con assoluta padronanza poetica, quella di cui solo i grandi scrittori sono capaci. Poi però usa una "scopata" come metafora della scoperta e dell'iniziazione alla vita, e qualcosa s'incrina. 
Ma non potrei nemmeno biasimarlo, in fondo è nella natura dell'uomo e della donna, questo bisogno carnale di assaporare le cose, gli attimi.
E alla fine non puoi incazzarti con lui, con questo romanzo assurdo che tira fuori il meglio e il peggio per poi gettarlo su una tela indefinita. Bianca. Completamente bianca.
E ti chiedi dove finisca "tutto", cerchi le parole, provi ad afferrarle, a ricordarle, ma niente. Dietro quella montagna di fogli accatastati rimane solo un granello di sabbia, una piccola imperfezione. E dietro, dietro di te, solamente il mare.


domenica 27 aprile 2014

L'ultimo saluto a Angelo Bernabucci - Il compagno di scuola "teribbile".



Per una ragazzina cresciuta tra Garbatella e Cinecittà, è praticamente impossibile evitare il colpo. Se ne va uno più noti caratteristi del cinema italiano degli anni '80 e '90, Angelo Bernabucci.

Degli anni '90 ricordo soprattutto la gioia e la leggerezza che contraddistinguevano quei film visti la domenica. Dalle risate in casa, divenute più belle e numerose con l'arrivo di mio fratello, si passa poi a quelle più spavalde, insieme agli amici sulle panchine dei giardinetti nel parco Serafini, quando ancora quel posto custodiva i nostri sogni. Per me quell'uomo dalla voce roca e smisurata, era semplicemente il "Teribbile". Non lo avevo mai pensato e conosciuto con un nome proprio di persona, un nome vero insomma. Bernabucci era il comico guidato dalla propria natura, era quel che era e non credo avesse mai avuto bisogno di studiare una parte. Me lo ricordo per tutte le battute che poi a scuola e in casa, tornavano a colorare le conversazioni di ogni tipo.

"Ahò, m'arendo: chi dovresti da esse' te?". Era il povero ex compagno di scuola Fabris, interpretato da Fabio Traversa. E chissà quanti Fabris sono passati tra le scuole e le rimpatriate organizzate dai vecchi compagni. Per capire che fine abbiamo fatto, come siamo cambiati. Se i capelli bianchi già ci condannano all'età adulta o se un matrimonio fallito ha posto definitivamente fine alla spensieratezza di allora. La risposta è quasi sempre sì. Eppure, della drammaticità di quello che fu il film più triste e apprezzato (dalla critica) di Carlo Verdone, Compagni di scuola appunto, rimane più che altro il contrasto, messo a punto da un vecchio compagno, il macellaio Finocchiaro, quello che, per intenderci, non te le manda di certo a dire. 

Fabris: Sono Fabris!
Finocchiaro: Fabbris? Ma che me sta a pijà per culo? Ahò! 
Fabris: Sono un po' dimagrito, un po' stempiato... Ma sono Fabris, primo banco a destra...
Finocchiaro: Nun ce prova'... Tu c'hai avuto 'n crollo... d'ottavo grado d'a scala Mercalli però!

Scoperto da Carlo Verdone, Bernabucci ha prestato il suo volto e la sua voce (perché di lui rimane soprattutto quella) all'italiano un po' sbandato, quello che non ha un preciso ruolo nel mondo. Insomma, un modo per rivedersi e riconoscersi, per quanti come il Teribbile, non si sentivano mai interamente "parte di". Accennato, necessario a mettere in luce alcuni dettagli, eppure decisivo, fondamentale. Il compagno di scuola che tutti avremmo voluto in classe, il fratello italiano che magari incontriamo in autostrada, mentre siamo diretti allo stadio, a sostenere la nostra squadra. Certo, il rischio è di imbattersi in avventure surreali e rozze come poche altre. Tipo spremute di sangue, tatuaggi estremi e due ultras a dir poco "teeeribbili".



venerdì 25 aprile 2014

Il sentiero dei nidi di ragno - La prefazione del 1964



Nel giugno del 1964, Einaudi propone a Italo Calvino una nuova edizione de Il sentiero dei nidi di ragno. Suo primo romanzo, pubblicato nel 1947. In questa prefazione/presentazione, l'autore riflette sulla propria opera, raccontando la Resistenza, in quanto testimone e protagonista egli stesso.
Non è pienamente soddisfatto Calvino e, a detta sua, quel primo romanzo non è riuscito a cogliere appieno, il significato della Resistenza. Cosa che invece è riuscita bene, sempre a detta di Calvino, a Beppe Fenoglio, con Una questione privata.

E oggi, giorno celebrativo di quel 25 aprile del 1945, io ho deciso di condividere con voi questo testo nato come "revisione", e divenuto poi una seconda opera, di altrettanta importanza storica e letteraria. 
(Solo Calvino aveva questo dono).

Ambientato in Liguria, nei giorni della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza Partigiana, Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo dai toni  fiabeschi, raccontato di "sbieco", filtrato dagli occhi di un bambino. Pin

[...] La mia storia era quella dell’adolescenza durata troppo a lungo, per il giovane che aveva preso la guerra come un alibi, nel senso proprio e in quello traslato. Nel giro di pochi anni, d’improvviso l’alibi era diventato un qui e ora. Troppo presto, per me; o troppo tardi: i sogni sognati troppo a lungo, io ero impreparato a viverli. Prima, il capovolgersi della guerra estranea, il trasformarsi in eroi e in capi degli oscuri e refrattari di ieri. Ora, nella pace, il fervore delle nuove energie che animava tutte le relazioni, che invadeva tutti gli strumenti della vita pubblica, ed ecco anche il lontano castello della letteratura s’apriva come un porto vicino e amico, pronto ad accogliere il giovane provinciale con fanfare e bandiere. E una carica amorosa elettrizzava l’aria, illuminava gli occhi delle ragazze che la guerra e la pace ci avevano restituito e fatto più vicine, divenute ora davvero coetanee e compagne, in un’intesa che era il nuovo regalo di quei primi mesi di pace, a riempire di dialoghi e di risa le calde sere dell’Italia resuscitata.
Di fronte a ogni possibilità che s’apriva, io non riuscivo a essere quello che avevo sognato prima dell’ora della prova: ero stato l’ultimo dei partigiani; ero un innamorato incerto e insoddisfatto e inabile; la letteratura non mi s’apriva come un disinvolto e distaccato magistero ma come una strada in cui non sapevo da che parte cominciare. Carico di volontà e tensione giovanili, m’era negata la spontanea grazia della giovinezza. Il maturare impetuoso dei tempi non aveva fatto che accentuare la mia immaturità.
Il protagonista simbolico del mio libro fu dunque un’immagine di regressione: un bambino. Allo sguardo infantile e geloso di Pin, armi e donne ritornavano lontane e incomprensibili; quel che la mia filosofia esaltava, la mia poetica trasfigurava in apparizioni nemiche, il mio eccesso d’amore tingeva di disperazione infernale.
Scrivendo, il mio bisogno stilistico era tenermi più in basso dei fatti, l’italiano che mi piaceva era quello di chi «non parla l’italiano a casa», cercavo di scrivere come avrebbe scritto un ipotetico me stesso autodidatta.
Il sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore oggi riconosco a questo libro è lì: l’immagine d’una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del «troppo giovane» e l’indigenza degli esclusi e dei reietti.

Se dico che allora facevamo letteratura del nostro stato di povertà, non parlo tanto d’una programmaticità ideologica, quanto di qualcosa di più profondo che era in ciascuno di noi.
Oggi che scrivere è una professione regolare, che il romanzo è un «prodotto», con un suo «mercato», una sua «domanda» e una sua «offerta», con le sue campagne di lancio, i suoi successi e i suoi tran-tran, ora che i romanzi italiani sono tutti «di un buon livello medio» e fanno parte della quantità di beni superflui di una società troppo presto soddisfatta, è difficile richiamarci alla mente lo spirito con cui tentavamo di cominciare una narrativa che aveva ancora da costruirsi tutto con le proprie mani.
Continuo a usare il plurale, ma vi ho già spiegato che parlo di qualcosa di sparso, di non concordato, che usciva da angoli di provincia diversi, senza ragioni esplicite in comune che non fossero parziali e provvisorie. Fu più che altro – diciamo – una potenzialità diffusa nell’aria. E presto spenta.
Già negli Anni Cinquanta il quadro era cambiato, a cominciare dai maestri: Pavese morto, Vittoriani chiuso in un silenzio d’opposizione, Moravia che in un contesto diverso veniva acquistando un altro significato (non più esistenziale ma naturalistico) e il romanzo italiano prendeva il suo corso elegiaco-moderato-sociologico in cui tutti finimmo per scavarci una nicchia più o meno comoda (o per trovare le nostre scappatoie).
Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno «inseriti» a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.
Una questione privata (che ora si legge nel volume postumo di Fenoglio Un giorno di fuoco) è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perchè.
E’ al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio.


Questo romanzo è il primo che ho scritto, quasi la prima cosa che ho scritto. Cosa ne posso dire, oggi? Dirò questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto.
Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una sola volta nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma mai più riuscendo a prescinderne.
E ancora: per coloro che da giovani cominciarono a scrivere dopo un’esperienza di quelle con «tante cose da raccontare» (la guerra, in questo e in molti altri casi), il primo libro diventa subito un diaframma tra te e l’esperienza, taglia i fili che ti legano ai fatti, brucia il tesoro di memoria – quello che sarebbe diventato un tesoro se avessi avuto la pazienza di custodirlo, se non avessi avuto tanta fretta di spenderlo, di scialacquarlo, d’imporre una gerarchia arbitraria tra le immagini che avevi immagazzinato, di separare le privilegiate, presunte depositarie d’una emozione poetica, dalle altre, quelle che sembravano riguardarti troppo o troppo poco per poterle rappresentare, insomma d’istituire di prepotenza un’altra memoria, una memoria trasfigurata al posto della memoria globale coi suoi confini sfumati, con la sua infinita possibilità di recuperi… Di questa violenza che le hai fatto scrivendo, la memoria non si riavrà più: le immagini privilegiate resteranno bruciate dalla precoce promozione a motivi letterari, mentre le immagini che hai voluto tenere in serbo, magari con la segreta intenzione di servirtene in opere future, deperiranno, perché tagliate fuori dall’integrità naturale della memoria fluida e vivente. La proiezione letteraria dove tutto è solido e fissato una volta per tutte, ha ormai occupato il campo, ha fatto sbiadire, ha schiacciato la vegetazione dei ricordi in cui la vita dell’albero e quella del filo d’erba si condizionano a vicenda. La memoria – o meglio l’esperienza, che è la memoria più la ferita che ti ha lasciato, più il cambiamento che ha portato in te e che ti ha fatto diverso -, l’esperienza primo nutrimento anche dell’opera letteraria (ma non solo di quella), ricchezza vera dello scrittore (ma non solo di lui), ecco che appena ha dato forma a un’opera letteraria insecchisce, si distrugge. Lo scrittore si ritrova ad essere il più povero degli uomini.
Così mi guardo indietro, a quella stagione che mi si presentò gremita d’immagini e di significati: la guerra partigiana, i mesi che hanno contato per anni e da cui per tutta la vita si dovrebbe poter continuare a tirar fuori volti e ammonimenti e paesaggi e pensieri ed episodi e parole e commozioni: e tutto è lontano e nebbioso, e le pagine scritte sono lì nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole, le pagine scritte già in polemica con una memoria che era ancora un fatto presente, massiccio, che pareva stabile, dato una volta per tutte, l’esperienza, - e non mi servono, avrei bisogno di tutto il resto, proprio di quello che lì non c’è. Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo: quell’esperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non mi è bastata che a scrivere il primo.

(Dalla prefazione del 1964)

Le immagini sono di proprietà dell'autrice/illustratrice Rosita Uricchio

giovedì 24 aprile 2014

Sei proprio un tetragono!



Dopo aver discusso di meritocrazia, torna la nuova rubrica di CriticissimaMente, "La parola di oggi è".

Per questa seconda puntata ho pensato di dare spazio a un vocabolo scoperto da pochissimo tempo, utilizzato al fine di soddisfare svariati scopi, siano essi letterari, geometrici o botanici. Ma io trovo questo termine assai versatile, di quelli che stanno bene un po' dappertutto.

tetràgono agg. e s. m. [dal gr. τετράγωνος, comp. di τετρα- «tetra-» e -γωνος «-gono»]. – 

1. In geometria, sinon. raro di quadrangolo e, in passato, anche di parallelepipedo rettangolo e di cubo. 

2. In botanica (solo come agg.), di fusto o di altro organo allungato che presenta quattro spigoli, come nelle labiate. 

3. fig. Fermo, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile: è un uomo t.; ha un carattere t.; si dichiarava t. a ogni tentativo di corruzione; era un’idea fissa, radicata, t. a qualunque esperienza (Soldati); questo sign. deriva dai noti versi di Dante avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura (Par. XVII, 23-24), e il concetto della stabilità, della fermezza viene alla parola dall’accezione, che ebbe anticam., di «cubo, figura cubica».

«mentre ch’io era a Virgilio congiunto 
su per lo monte che l’anime cura 
e discendendo nel mondo defunto, 
 dette mi fuor di mia vita futura 
parole gravi, avvegna ch’io mi senta 
ben tetragono ai colpi di ventura» 
(Par. XVII, vv. 19-24) 

Tetragono è anche il tetrágonos  dell'Etica Nicomachea di Aristotele. Se guardiamo la derivazione letterale, traducendo dal greco, è semplice: tetra/quattro e gonos/angolo. Trattasi di figura piana con quattro angoli. 

Ma in botanica tutto prende forme assai più curiose. "Che ha quattro spigoli". E per come la vedo io, avere quattro spigoli, non è proprio il massimo...

Quindi io propongo di metter da parte per un attimo l'accezione piuttosto carina di tetragono, come un tipo solido, fermo sulle proprie idee (anche se, per come la vedo io, più sei fermo meno ti muovi!), inviolabile  e incorruttibile. Pensiamo invece a quanto potrebbe tornarci utile questa parola...


Prima considerazione: quando "spari" paroloni la gente già di suo si sente messa all'angolo. E' in difficoltà, non sa come reagire.
Seconda considerazione: io ho un debole per il suono delle parole. E mi affascina il loro potere semantico, soprattutto se rafforzato da quello fonetico.

Dunque immaginate di dover concludere una conversazione per nulla simpatica, anzi, una palla al piede come poche altre. E se il tipo o la tipa che avete di fronte proprio non vi va a genio, e se volete liquidarlo/a nel migliore dei modi, senza però macchiare la vostra classe, io propongo uno stucchevole e inaspettato: "Sei proprio un tetragono!".

Vorrei vedere la sua faccia in quel momento. Già me la immagino. 
Anzi, facciamo così. Chiunque sperimenti il "tetragono", deve come minimo tornare qui, e raccontarmi il fatto.
Promesso?
Non siate tetragoni, suvvìa.



mercoledì 23 aprile 2014

Pagine viaggianti - scambio di libri in metropolitana



Oggi, 23 aprile, è La Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d'Autore.
L'idea di questa celebrazione è nata in Catalogna, dove il 23 aprile, giorno di San Giorgio, ad ogni libro venduto si regala una rosa. A mobilitare le istituzioni, pubbliche e private (bibliotecari, insegnanti, autori, editori) è l'UNESCO. 
Sfogliando in rete il calendario degli eventi culturali, legati alla manifestazione, ho trovato qualcosa di, lasciatemelo dire, veramente curioso.

Pagine viaggianti è alla sua seconda edizione, ed è un progetto realizzato dall'Associazione culturale Libra, in collaborazione con Atac S.p.A. Durante la giornata mondiale del libro, è possibile trovare in metropolitana, a Roma, dei volontari che regalano libri. Non solo, chiunque abbia a portata di mano un libro, può scambiarlo, contribuendo in questo modo alla distribuzione destinata a case famiglia e istituti penitenziari.

Dalle 8 di questa mattina fino alle 18, tutti i passeggeri delle linee A - Cipro e B - Piramide hanno diritto a un libro, e allo scambio.
L'Atac ha addirittura attivato una casella di posta elettronica dedicata all'iniziativa e, attraverso la quale, i partecipanti possono scrivere esprimendo pensieri, lasciando suggerimenti e quant'altro.

Regalare un libro significa regalare una possibilità. Trovare il piacere e l'indispensabile, in un unico abbraccio.
Approfittiamone! 

martedì 22 aprile 2014

Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni



Con Il senso del dolore, Maurizio de Giovanni realizza la prima delle quattro stagioni dedicate al Commissario Ricciardi. Un uomo di statura media, magro, con gli occhi verdi che spiccano sul viso. Capelli neri sistemati con la brillantina, e un ciuffo quasi sempre fuori posto. Il naso sottile e le mani piccole.
Trentuno anni, quanti erano gli anni di quel secolo. 
Napoli, 1931.

Da non amante dei gialli, ho preso in mano questo libro con tutti i dubbi del caso. Non sapevo nemmeno immaginare la mia reazione, ma tanta era la curiosità a quel punto, che di corsa, appena tornata a casa dalla libreria, apro il libro e inizio a farmi una vaga idea. Di me con un giallo in mano, e di un uomo baciato dall'eterna solitudine e sofferenza.

Ed è questo l'unico modo per farsi un'idea del commissario Ricciardi. Pensarlo come un uomo seduto a un tavolino del Caffè Grambinus, in piazza Trieste e Trento. Due occhi verdi impenetrabili, che al di là della vetrata scrutano la sofferenza, le vite degli altri esalanti l'ultimo respiro. Ricciardi aveva un dono, o meglio, una maledizione. Afferrava l'ultimo pezzo della vita delle vittime, ne percepiva il dolore ed era una frustrazione che non gli apparteneva, ma al tempo stesso, un dovere da non trascurare.

A far da sfondo è una Napoli quasi crepuscolare, resa sfuggevole e misteriosa dal gioco continuo delle luci e delle ombre dei lampioni sulle strade. Ombre che si fondono, e confondono. La verità infatti, come dirà lo stesso Ricciardi, è un po' come la parte di strada illuminata da quei lampioni. Solo che si vede e non si vede, c'è e non c'è. Spetta a te trovarla, non è mai come sembra la verità. Bisogna immaginare quello che non si vede.

A volte è una parola non detta, un dettaglio tralasciato. 

Quelle di Ricciardi non sono le indagini tradizionali di un commissario che fa da protagonista. Tutt'altro. Ricciardi si fonde con le pagine e le storie degli altri personaggi. La sua maledizione carica di pathos ogni risvolto narrativo. Rimangono impresse le ultime parole di Arnaldo Vezzi, la stella indiscussa della lirica italiana. Un tenore scelto da Dio, e dal Duce, per cantare e fingere gioie e dolori appartenenti ad altri. 
"Io sangue voglio, all'ira m'abbandono, in odio tutto l'amor mio finì".
Queste le parole dettate da una voce sommessa, nel momento che inaugura l'inizio delle indagini. Avviate a partire dall'immagine di un corpo ormai privo di vita. Parole riservate a Ricciardi. Solo a lui.

Pur non avendo letto molti gialli, sono convinta che Maurizio de Giovanni abbia trovato il modo di interrompere questa mia avversità. Perché dei gialli ho sempre rivendicato una certa intimità del dolore. Mi piace per natura scorgere anche le minime sensazioni che animano i protagonisti di una qualsivoglia opera. Che sia un romanzo o un racconto. 
Ecco, Il senso del dolore è un noir fuori dal comune. Di ogni personaggio si arriva a toccare l'anima. 

Chiudo il libro. I dubbi dissolti e il desiderio di avere a che fare ancora una volta, con quell'uomo misterioso pieno di dolore e solitudine, mi confermano che qualcosa è cambiato. 

Rimane una finestra aperta, una bambina e i suoi stracci, un sorriso scavato dal pianto. Una riga, una frustrazione che non ti appartiene...


domenica 20 aprile 2014

Lizzie Siddal - L'Ofelia distesa nell'acqua



Questa mattina leggo il giornale e, d'un tratto, vengo rapita dall'immagine di questa donna distesa su un tappeto d'acqua, avvolta dai colori della natura. Si tratta di un dipinto preraffaellita (1851-1852), l'autore è John Everett Millais. E' L'Ofelia di Amleto, ed è un olio su tela bellissimo.

Quanto vorrei essere a Torino in questo momento, penso tra me e me. A partire da ieri, 19 aprile, fino al 13 di  luglio, a Palazzo Chiablese, saranno esposti oltre settanta lavori appartenenti alla Confraternita dei Preraffaelliti. Giunte dalla Tate Britain di Londra, le opere, rappresentano la sintesi della pittura nell'epoca vittoriana.

Oltre al fascino legato alla storia del movimento, il quale rifiutava (come dice il nome stesso) le scelte del pittore ritenuto colpevole di aver permesso l'accademismo, Raffello Sanzio, ci sono poi tutta una serie di suggestivi aneddoti legati alla confraternita. 
A quei tempi la donna, godeva di particolari privilegi e condanne, al tempo stesso, per le quali diveniva inevitabilmente oggetto e, musa ispiratrice di ogni artista. La storia di Lizzie Siddal mi ha particolarmente coinvolta, da questa mattina non faccio che pensare a lei. Amante prima e poi moglie di Dante Gabriele Rossetti, uno dei fondatori della confraternita, Lizzie, non gode certo di un ricordo sereno e felice. La sua storia è altresì tragica, degna protagonista di un'opera shakespeariana. L'Ofelia del dipinto accennato prima, è la stessa Lizzie, musa immobile davanti agli occhi del pittore Millias. Dopo un amore tormentato con Dante, la donna, cede definitivamente le proprie forze, quando mette al mondo una figlia priva di vita. Fuori di sé, arriverà a togliersi la vita, e di lei non rimane che l'immagine di una boccetta di laudano vuota, su un cuscino. Il dolore e la bellezza di questa donna, sembrano essere conservati intatti, nei dipinti di quell'epoca e nella storia che la vede protagonista.

Insomma, se fossi a Torino, troverei il modo di dare un senso a queste feste pasquali. Anche se, per ammirare la mostra, di tempo ce n'è. Amici di torino, segnatevi questa straordinaria riscoperta dell'arte di un tempo!

sabato 19 aprile 2014

Le canzoni con cui sono cresciuta



E' aria di Top Ten, di nuovo. E indovinate di chi è la colpa? Sempre lui sì, Marco Goi alias Cannibal Kid, il quale riesce a coinvolgere amici e colleghi con una facilità a dir poco surreale. 
Questa volta il gioco consiste nel ripescare le canzoni con cui siamo cresciuti, quelle che ci hanno accompagnato nell'infanzia, nell'adolescenza fino ai grandi (si fa per dire), che siamo oggi.

Ricordo quanto mi divertivo a registrare su cassetta le canzoni che passavano alla radio. A quei tempi, anni '90, ascoltavo Tele Radio Stereo, ci passavo davvero gran parte del mio tempo. Mentre immaginavo a cosa sarebbe accaduto domani, sognavo, pensavo, e poi di nuovo sognavo...e ascoltavo musica, sì. Con lei ho vissuto praticamente tutte le fasi della mia vita, ogni momento ha una canzone. Ogni ricordo rievoca le parole che allora prendevo, da quelle canzoni, e facevo mie.

Quella che segue sarà tuttavia una lista priva di un ordine ben preciso. Ne elencherò dieci, di canzoni, perché il Cannibal ha fatto così e io gli vado dietro. Mica per altro. E poi diciamoci la verità, se potessimo scrivere in un solo post tutte le canzoni della nostra vita, faremmo notte. Non conviene né a me, né a voi. No?

Adesso tu - Eros Ramazzotti




Sally - Vasco Rossi




Piero e Cinzia - Antonello Venditti




La Donna Cannone - Francesco De Gregori




Luna - Gianni Togni




Gli Anni - 883




Unforgivable Sinner - Lene Marlin




Animal Instinct - The Cranberries




Boombastic - Shaggy




Nobody's Wife - Anouk





Questo è quanto! Vi ricordo che potete partecipare all'iniziativa lanciata da Marco sia qui, lasciando un commento, che su qualsivoglia social a vostra disposizione. Se avete un vostro blog, accodatevi! Basta citare la fonte e il verbo di Cannibal sarà così diffuso. Insieme a lui, le nostre canzoni...


venerdì 18 aprile 2014

Dieci anni insieme al San Carlino e ai suoi burattini



Viale dei bambini, vicino alla terrazza del Pincio a Villa Borghese. E' qui che nasceva, dieci anni fa, il teatro stabile di burattini, Il San Carlino.

Sembra di sentire un'armonica che annuncia l'arrivo sull'isola che non c'è, e a me piace parlare di questo piccolo teatro di figura, proprio come di un luogo incontaminato, riservato a piccoli spettatori curiosi.

Il Teatro San Carlino è un Punto Verde infanzia del Comune di Roma, ma è allo stesso tempo una realtà privata che non gode di finanziamento alcuno. A garantire ogni anno la programmazione intensa da offrire al pubblico, è il lavoro appassionato di una famiglia e di un piccolo gruppo di collaboratori. Come tradizione vuole, quest'arte antica si tramanda ancora oggi di padre in figlio, davanti agli occhi affascinati degli spettatori, in uno scambio vicendevole di emozioni e applausi. 

In occasione del suo decimo compleanno, il Teatro ha deciso di riproporre al vecchio e nuovo pubblico, Peter Pan
Spettacolo con attori, burattini e musica dal vivo ispirato ai romanzi di James Matthew Barrie

In scena tutti i week end dal 19 aprile al 4 Maggio 
Sabato ore 16.30 
Domenica e festivi (pasqua, pasquetta, 25 aprile e 1 maggio) ore 11.30 e 17.30 

Il San Carlino invita calorosamente il suo pubblico a partecipare alla replica del 25 Aprile (ore 11.30 e 17.30). Perché proprio in quella data, 10 anni fa, avveniva l'inaugurazione di quella piccola baracca che era la casa di Pulcinella e che pian piano è diventato il San Carlino di oggi. 


Un teatro stabile e al coperto che, ogni fine settimana e nei giorni festivi, mette in scena spettacoli che vanno dalla tradizione popolare dei burattini, alle elaborate opere liriche e letterarie, passando per le fiabe e favole, mescolando il teatro di figura (burattini, marionette, ombre) con attori in carne ed ossa e musica dal vivo. Pulcinella e tutti gli attori e burattinai il 25 Aprile aspettano il gentile pubblico per brindare all'importante traguardo. Vista l'importante occasione verranno aperte le porte della baracca per mostrare al pubblico il dietro le quinte e per fargli conoscere alcuni segreti dell'antica arte del burattinaio. 

Una festa non è una festa senza un regalo, e a farlo sarà il festeggiato, il quale regalerà un biglietto omaggio a quanti verranno allo spettacolo del 25 aprile.



giovedì 17 aprile 2014

Gli sdraiati di Michele Serra



Gli sdraiati siamo anche noi. Non credo nell'evoluzione della specie, ai passaggi generazionali che portano e lasciano via via, nuove tavole scese dal monte Sinai. Perché vedere e vivere il mondo procedendo orizzontalmente, è anche affare nostro. Lo è stato, se preferite.

"Ma dove cazzo sei? Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suona a vuoto, come quello dei mariti adulteri e delle amanti offese. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione: e non so quale sia, dei due "non rispondo", il più offensivo. Per non dire della mia ansia quando non ti trovo, cioè quasi sempre. Ho imparato a relegarla tra i miei vizi, non più tra le tue colpe. Non per questo è meno grave da sopportare".

Con questo incipit Michele Serra, già si vuole spogliare della convenzionale virilità tipica del padre-soldato, quello che mai tentenna e nulla teme. Non esistono gradi o medaglie d'onore, nell'essere genitori. Esiste solamente la paura costante di sbagliare, di non essere all'altezza. Esiste il momento in cui ti chiedi se fare il genitore rientri nelle tue attitudini, oppure no. Esiste anche in un padre, la parte isterica e fragile, di una madre. Esiste un groviglio di sensazioni che accomuna fatalmente, padri e madri, genitori e figli, vecchie e nuove generazioni.

Nonostante l'ironia graffiante e la disillusa osservazione di una gioventù "bruciata", rimane, di questo piccolo romanzo intimo, soprattutto il sincero impulso che auspichi un cambiamento. E tutto ciò che di epico non sfiora le pagine de Gli sdraiati, si accenna nei capitoli di quella che sarà l'opera ultima e definitiva, La grande guerra finale. Ambientata in un futuro non troppo lontano, l'epopea immaginata da Serra è un po' l'epilogo che tutti vorremmo. Laddove incombe una macchia grigia, destinata ad espandersi, travolgendo macchie ancora brune, dorate e piene di vita, inizia a scorgere una possibilità nuova. Per vincere la guerra, per sopravvivere alle responsabilità di tutti i giorni, per non buttare mai in maniera definitiva la nostra vita, è necessario comunicare. Abbattere le barriere che creano curve contrapposte, nord e sud, bianchi e neri, vecchi e giovani. Affrontare con serenità ogni passaggio. Tuo figlio un giorno verrà da te e ti dirà qualcosa a proposito di un tatuaggio già bello che deciso. Tu non capirai fino in fondo, i tatuaggi probabilmente ti faranno schifo, ma non importa. In fondo tutto si deteriora col tempo, anche le statue e le opere d'arte. Tu proverai a tenere a bada le domande che farebbero di te un vecchio borghese di sinistra, uno che comunque vada, non capirebbe le risposte di un diciottenne. E allora continuerai a chiedere a tuo figlio di accompagnarti su "quel colle", sperando che  lui lo faccia, anche contro voglia. Perché ne hai bisogno. 

Questi sbandati che vivono biascicando parole ed emozioni, senza l'apparente bisogno di essere compresi. Lungo interminabili attese al termine delle quali aleggiano strane felpe firmate. Gli sdraiati se ne vanno in giro per la casa aprendo sportelli, spostando cose e avviando ogni volta una nuova impresa che, puntualmente, non sarà conclusa. Lasciano tutto in sospeso, perfino sé stessi. Ma qualcuno dovrà pur comprendere, questo stare al mondo di sbieco. 

Magari una volta per caso, sorprendi quel tizio sdraiato a guardare le nuvole, e l'immagine somiglia tanto a un dipinto incantevole, confortante. Capisci d'un tratto che la guerra la devono vincere in ogni caso questi piccoli reietti, condannati a una sorte ben più tragica del tuo voler a tutti i costi, essere genitore perfetto. 

Anche perché, promemoria per i più distratti, non lo si è mai. 


Consigliato? Assolutamente sì.
Perché? Perché il suo stile asciutto e ironico, non meno disperato a volte, coinvolge fin da subito il lettore. Privo di fronzoli, schietto. E' un libro che aiuta ad affrontare con serenità, ogni passaggio. 


mercoledì 16 aprile 2014

Il varietà per varie età - Il nuovo spettacolo dei Fatti Apposta



Il trio comico I Fatti Apposta torna in scena con un nuovo spettacolo. Al Teatro Brancaccino di Roma dal 2 al 4 maggio 2014, Il varietà per varie età, offrirà allo spettatore una forma teatrale travolgente.

Gag, canzonette, balletti e siparietti divertenti atti ad evocare momenti di un filone artistico ormai perduto. Passando da una comicità classica a numeri di attualità, lo spettacolo gode della presenza di testi scritti dagli stessi attori: Sandro Felice Leo, Salvatore Mazza e Roberta Giancristofaro. Uno show all'insegna del Musical, del Teatro e del Cabaret ricco soprattutto di tanta comicità. Infatti, come recita la stessa locandina dello spettacolo:"Dovrebbe fa' ride".

E io non avrei dubbi, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscere Sandro Felice Leo e la sua compagnia La tana dell'Arte, nel 2012, quando al San Genesio andava in scena Il Gastone di Petrolini

Dunque, dinamismo e originalità sono garantiti.

I Fatti Apposta vi aspettano, al Teatro Brancaccino, Via Mecenate 2, Roma.
Tel. 06 80687231
Dal 2 al 4 maggio 2014, da venerdì a domenica ore 18:30.
Per info e prenotazioni: 328 2811700
oppure scrivere a info@latanadellarte.it
Biglietti, intero:15 euro.

martedì 15 aprile 2014

Grand Budapest Hotel



A volte basta trovare una storia, non per forza originale e, subito dopo, trovare il "modo" di raccontarla. 
C'è chi riesce in una delle due imprese, chi fa cilecca in entrambe. 
E poi c'è Wes Anderson...

Sì, quello che non sbaglia mai un colpo. Difficile da credere, almeno fin quando non si è appurato che, così è.
Per il Grand Budapest Hotel Wes Anderson, si ispira allo scrittore austriaco Stefan Zweig, autore di novelle e numerose biografie. E' negli anni trenta infatti che, il regista statunitense, vuole ambientare la sua storia. Quella che fondamentalmente vede un'amicizia solida e grottesca, instaurarsi tra il concierge del rinomato Gran Budapest, Monsieur Gustave/Ralph Fiennes e il suo "garzoncello", Zero Moustafa.


C'è la perfezione geometrica e l'armonia che pervade lo schermo, a partire dalla Hall dell'albergo fino alle singole stanze. Da sfondo e per contrasto, l'avvicinarsi di una guerra che si avverte solamente al di fuori del Grand Budapest. A mettere in moto la locomotiva immaginifica di Anderson, è un delitto. Stavolta l'espediente scelto sa molto di thriller tipicamente inglese, quasi si torna a pensare ad Hitchcock. E ci sono addirittura dei "cattivi" veri. M. Gustave aveva un debole per le donne attempate, amava distruggere la loro solitudine e al tempo stesso, soddisfare le proprie voglie. Quando una di queste dame muore, Madame D./Tilda Swinton, in circostanze piuttosto misteriose, Gustave si vede costretto a finire in carcere per l'accusa di omicidio. Alle sue spalle non solo l'ombra di una pesante e ingiusta accusa, ma anche la follia dei figli della vittima, assetati dei suoi averi e in trepidante attesa di un testamento che li avrebbe soddisfatti.



E se così non fosse? Se la donna prima di morire avesse scritto che, in caso di morte per omicidio, avrebbe lasciato tutto a M. Gustave? Dove il tutto è in realtà, un quadro dal valore inestimabile.

E se il cattivo di turno, altro non è che un Adrien Brody in stile Nosferatu, c'è veramente poco da ridere...
Mi viene in mente la sequenza in cui Agatha/Saoirse Ronan corre lungo i corridoi del Grand Budapest, con il dipinto in mano per sfuggire all'ira di Dmitri/Nosferatu
Ad un tratto la commedia dai colori pastello cede il posto al thriller carico di suspense. Wes Anderson le trova tutte le maniere di stupire lo spettatore. Immaginate una fuga sulla neve in uno stop motion improvvisato, dove i poveri protagonisti buoni sopra uno slittino, rincorrono un pazzo criminale sugli sci. Il criminale, a titolo di cronaca, è Willam Dafoe.


Torna l'amore e la fuga degli amanti giovani e coraggiosi, capaci di sconfiggere ogni male, perfino la guerra. Tutto è reso più lieve, anche il piccolo dolore per una storia che avremmo voluto riscrivere per cambiare qualche dettaglio, dalle mani graziose e dagli occhi celestiali di Agatha. I suoi dolci salveranno la vita a Gustave, permetteranno all'amore di vincere, insieme alla giustizia. Così come accadde per Andy Dufrense nella sua lotta alla conquista della libertà, anche Gustave troverà giustizia. 

Si rimane sempre stupiti con un film di Anderson. Forse questo suo modo soprannaturale di raccontare storie che non troveremmo da nessuna parte. Il suo modo di strutturare ogni passaggio e curarlo fin nel minimo dettaglio, ottenendo un disegno perfetto, eppure mai freddo. Ne viene fuori un affresco leggero e surreale. Un carosello di infinite sfumature, che rende usuale ogni cosa, anche quando non lo è.


lunedì 14 aprile 2014

Ciao Prof!



Non so mai quantificare la tristezza, la sensazione di vuoto assoluto che si crea a metà, tra lo stomaco e la gola. Oggi ne scopro l'odore, il sapore acre che sei costretto a mandare giù anche se non vuoi. 
Avrei voluto parlarti prima, rivederti ancora un'ultima volta. Almeno per dirti qualcosa di me, della mia vita. Del punto in cui mi trovo e di tutto quello che mi sfugge, inesorabilmente. Avrei voluto sentirmi dire da te:"Vale, dove ti trovi oggi è esattamente dove dovresti essere. Continua così!". Se tu me lo avessi detto io ti avrei creduto, lo avrei fatto senz'altro.

E invece non ne ho avuto il tempo, rimani nei miei ricordi e rimane questo ultimo incontro immaginato solo nella mia testa. E fa male. 

Avrei voluto sentire la tua, sugli ultimi film Marvel, ricordo quanto amavi Peter Parker. Avrei voluto parlare con te di Jep, delle sue feste e dei suoi trenini diretti da nessuna parte. Avrei voluto massacrare insieme a te la critica italiana, per poi confessarti:"Prof, ma lo sai che sono diventata un critico?". Chissà quale faccia avresti fatto...
Avrei voluto parlarti di me, della mamma che sono diventata, dei miei figli e della paura terribile che ho quando penso al loro domani. Paura di non farcela a dare loro il meglio, paura di essere una donna sbagliata, figlia ancora ribelle e testarda. Ti ricordi quando mi dicesti che c'era da presentare un film di Scola, in un altro Liceo del quale non ricordo il nome, e tu pensasti bene di proporre a me la cosa? Quanta paura avevo, non te l'ho mai dato a vedere, eppure ne avevo da vendere. Quella fu la prima volta in cui io parlai davanti a un piccolo pubblico, esponendo la mia idea su un film. Era "Una giornata particolare", lì capii che quella storia d'amore appena nata, era destinata a non finire mai. Lì mi innamorai del cinema, da lì in poi io ti devo la parte di me che amo di più. La me più bella e entusiasta, la me critica e capocciona. Tu credevi in me, quando ancora io non sapevo cosa volesse dire stare al mondo. Mi urlasti contro durante la prima prova alla maturità, perché mi piangevo addosso convinta di non saper scrivere. "Valentì, non dire cazzate e scrivi!".
La mano partì e la testa con lei. Ricordo ancora quando mi consegnasti il tema, con gli occhi pieni della loro gioia, e della mia. La soddisfazione di aver tirato su un piccolo mostriciattolo innamorato della letteratura, del cinema. Che voleva scrivere, anche se il suo talento nel buttar giù lacrimoni, avrebbe potuto portarmi altrove. Tu mi vedevi bene come attrice drammatica (lo so che me lo dicevi per prendermi in giro) e di una cosa sola ti importava, che io non perdessi mai la paura e trovassi la forza nella voglia di sapere quanto di più possibile c'è da sapere. La curiosità che mi leggevi in faccia, la ramanzina al quarto superiore, quando mi ricordasti che non c'era solo la Storia (io avevo un debole per la materia), e che avrei dovuto iniziare a guardare con quegli stessi occhi, alla Letteratura. Me lo avessi mai detto...Al quinto, avevo già deciso che il mio percorso senza di te, sarebbe andato avanti all'Università, studiando Lettere. La tua presenza non mi ha mai lasciato, la tua voce e il tuo modo scoraggiante, ma provocatorio, di dire: "non fa che mi vuoi diventà insegnante eh?". Ma io lo so che ti avrebbe reso fiero come nessun altro. Oggi ti prometto una cosa. Il prossimo anno mi iscrivo a Lettere per la seconda volta. Sì, voglio prendere la magistrale e voglio provarci. La voglia di vivere e l'attaccamento a questa vita l'ho imparato da te. Insieme a questa passione che mi hai trasmesso. A te non fregava nulla se il lunedì mattina qualcuno non aveva fatto "i compiti a casa". Lo dicevi spesso. 
"Avete visto almeno qualche film?".
Se la risposta era sì, eravamo già tutti promossi. Un posto nel tuo cuore e uno in paradiso, contemporaneamente.

Oggi ti ho rivisto lasciare la classe, con la solita fierezza e l'espressione liscia, di chi ha fatto ancora una volta, il proprio dovere. Un dovere che per bocca tua, per mano tua, diventava benedizione per noi altri. Noi alunni, alle prese con i primi piani per il futuro. Ancora così stupidi e belli, in ogni cosa che ci riguardava. Oggi eravamo più grandi, con il futuro in mano, pieni di paura e mai come prima "smarriti". Oggi hai lasciato quella classe, voltandoti per l'ultima volta. E tutto rimane così com'era ieri, solo imbruttito dagli anni che hanno portato via tutte le domande che avevamo in serbo, alle quali tu, puntualmente, cercavi di rispondere. Mai in maniera definitiva, mai convinto. Ma sempre pieno d'entusiasmo. Non volevi che i tuoi alunni cercassero modelli assoluti, perché dicevi che la rivoluzione è dentro di noi. Eppure, tu per me lo eri, lo sei ancora adesso. Ora che ti ho visto andar via, verso un punto lontano dal mondo, dal quale non è previsto ritorno. Ti porterò con me, accanto alla parola insegnamento, accanto al cinema e a un libro mai chiuso. 
Ciao Prof!


sabato 12 aprile 2014

Due anni davvero critici...



Due anni che colleziono su queste pagine, raptus di critica strampalata. Talvolta pacata, "professional" e altre meno. Molto meno...

Sfogliandole poi, mi rendo conto della mia "doppievolezza" (non si può dire lo so, ma suona talmente bene che...il brucaliffo approverebbe). 
Cos'è?

E' un po' quanto accade alla nostra persona quando si sdoppia e sceglie dove continuare a camminare. O imboccare la via della tipa a posto, pacata e razionale, oppure quella della tipa che cresce sull'onda dell'attimo, impulsiva e incapace di ragionare. Lo so che su queste pagine avete conosciuto entrambe le mie "me", me ne vergogno anche se ci penso, ma in fondo, chi non è un po' Dottor Jekyll e Mr. Hyde
(A proposito, voi chi preferite, Jekyll o Hyde?)

Se mi chiedessero cos'è che tiene in vita un blog, probabilmente non accennerei ad alcuna strategia, non avrei da abbozzare un grafico o un algoritmo o cose simili. Semplicemente tornerei a pensare a quando decisi di farlo, di creare il mio blog. Come se tutte le idee, tutto ciò che ti appartiene, possa rifugiarsi con te, dentro qualcosa. Un mondo, un angolo, un attimo, un pezzo di carta che rimane sempre bianco per essere riempito. Un'entità che fisicamente non esiste, eppure è parte integrante della tua persona.

Durante questi due anni ho avuto la fortuna di crescere e cambiare atteggiamento, anche nei confronti di me stessa. Ho capito che condividere quel che mi mette in moto l'entusiasmo e la voglia di vivere, mi aiuta a ricordarmelo ogni giorno. Mi urla piano che è dentro di me, anche se non la vedo. Tutto questo piccolo pezzo di mondo che ho creato per me, le persone straordinarie che ci sono finite dentro, le iniziative strambe che ci contraddistinguono, tutto questo mi riempie le giornate. Alzarmi la mattina e non riuscire a gustare il caffè, senza quell'idea che mi spinge fino davanti al computer, e mi guida. Scrivere non necessariamente di cinema, non per forza fare il critico. All'inizio non avevo capito questa cosa, mi sentivo quasi in dovere nel rispettare il mio ruolo, con il quale mi ero già presentata ai lettori. E invece oggi che mi guardo e mi vedo così diversa, meno timorosa, beh, mi rende fiera. Perché ormai conosco anche molti di voi, e so che dentro vi scalciano più o meno le stesse passioni, la stessa curiosità e so che di me non ridereste mai, se vi dicessi che il mio primo pensiero al mattino, è il mio blog. Quando non ho l'ispirazione, mi basta anche solo guardarlo. Accertarmi che stia bene, che respiri! Passare dagli amici e colleghi e vedere cosa c'è dalle loro parti. 

Ecco, io credo che la vita di un blog, dipenda molto da questa empatia che viene a crearsi, tra l'autore e il lettore. Tra te e gli altri blogger poi...io ho scoperto di avere fratelli e sorelle che prima non avevo.
Sono uscita dai binari, come mio solito. 
Vorrei dire tremila cose, e non so nemmeno cosa ho scritto fino a qui. (E questo me lo chiami successo? Brava, brava!)

Rompiamo l'imbarazzo e brindiamo a CriticissimaMente, un pezzo di me, la possibilità migliore che potessi concedermi. A me, perché non mi stanco mai di imparare e guardare altrove, e a tutti voi. A ogni singolo lettore passato di qua, anche solo per sbaglio. A voi amici di tutti i giorni. 


"Ma qui, adesso, questi momenti non sono storie, questo sta succedendo, io sono qui, e sto guardando lei, ed è bellissima. Ora lo vedo, il momento in cui sai di non essere una storia triste, sei vivo. E ti alzi in piedi, e vedi le luci sui palazzi e tutto ciò che ti fa sentire vivo e senti quella canzone su quella strada con le persone a cui vuoi più bene al mondo e in questo momento, te lo giuro, noi siamo infinito". 

Grazie per questi due anni davvero critici!


venerdì 11 aprile 2014

Tim Burton - The last of its kind


Tim Burton. The Last of Its Kind. 1994. Collezione privata, acrilico su tela.

L'ultimo della sua specie, del suo genere. Un tipo di uomo che probabilmente non avrà doppioni negli anni a venire. E non parlo sfacciatamente e con il cuore gonfio di tutto (chi mi conosce lo sa, è questo che mi provoca dentro Tim Burton), perché nell'arte di questo regista/e molto altro, c'è tutta la battaglia degli emarginati che si protrae da secoli e secoli. Da sempre.

The last of its kind è un pezzetto di Burton che ha il sapore e la bellezza, del più intimo fremito dell'artista. Nonostante io non abbia avuto modo (e lo dico con dolore), di esplorare dal vivo, la collezione di Burton al MoMA, provo a rimediare visitando di tanto in tanto o, il suo sito che definirlo "bellerrimo" è poco timburton.com, o quello del MoMA. Un'esperienza che consiglio a tutti, almeno una volta nella vita. 


Giusto ieri stavo cercando in rete qualcosa a proposito del suo The last of its kind, e ho trovato un articolo scritto da una curatrice della mostra dedicata a Burton (MoMA novembre 2009 - aprile 2010). Mi ha colpito l'entusiasmo sgorgante dalle righe dell'autrice Jenny He, con il quale lei cerca di invitare il lettore, a cogliere sempre l'intimità di un artista al fine di comprenderne il senso più compiuto. Ecco perché mi piace quando dice:"La rivelazione dell'arte privata di Tim Burton per i visitatori del MoMA può essere simile alla mia rivelazione personale durante il nostro primo incontro con Tim nel suo studio a Londra quasi due anni fa ".

Per dire che in fondo noi, di quel regista, conosciamo solamente i suoi film, eppure ce n'è da scoprire talvolta sulla vita e l'arte più intima di un artista. Io amo questo aspetto e cerco di recuperarlo quasi sempre, provo a scovare in rete, tramite amici che magari ne sanno più di me, e poi riesco a farmi un'idea più soddisfacente. Solo così sento di aver "conosciuto" un autore o regista che sia. Inutile stare a ribadire qui cos'è Burton oltre al regista di Edward mani di forbice, chi lo conosce sa che alla base della sua visione del mondo, si cela il disegno, la pittura, l'esigenza di raccontare storie non convenzionali. 

Lo studio di Burton a Londra. Foto di Jenny He.

Mi piace soprattutto quando l'autrice di questo articolo scrive:"Sembra che l'unica cosa che mi può distrarre da Tim stesso è la sua arte, in particolare, un dipinto appeso in un angolo solitario del suo ufficio".

Quando sento lo stupore e lo percepisco, perché so che arriva da un contatto diretto, vero e non sognato (come i miei), è come se il mio amore per lui crescesse ancora, più convinto che si tratti di un sentimento unico, forse l'ultimo, della sua specie. E forse è questo che provava Tim, mentre realizzava il suo dipinto e prendeva vita, insieme alla sua creatura. Una spirale che d'un tratto si appesantisce e punta il dito accusatorio contro quell'ultimo essere rimasto al mondo. Il solo ed unico, il diverso. Messo all'angolo dai preconcetti. 

mercoledì 9 aprile 2014

La parola di oggi è "meritocrazia".



Vi capita mai di scoprire, durante una normalissima giornata, una parola nuova? Inconsueta, fuori dalla portata di tutti i giorni. Oppure, vi è mai capitato di trovare, all'improvviso, tanto bella una parola, anche se la si conosce da tempo? Per via del suono che emette quando lascia le labbra, ma anche solo per l'impatto che ha sulla nostra immaginazione.
A me sì.
Ho deciso che, di tanto in tanto, se possibile una volta alla settimana, scriverò di un vocabolo nuovo, o talmente bello da doverne parlare. 
Come inaugurare questa nuova rubrica, se non con una delle parole più belle che la lingua italiana possiede, ma al tempo stesso, ahinoi, dimentica?


*meritocrazìa s. f. [dall’ingl. meritocracy, comp. del lat. meritum «merito» e -cracy «-crazia»]. – Concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e spec. le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell'assegnazione dei posti di responsabilità.
(Dal vocabolario Treccani)

Ebbene, la meritocrazia...dove arriva l'eco di questo suono? Ma poi, mi domando io, a voi è mai capitato di incontrarla, lei, la dea alata che conferisce gloria a chi davvero la merita? L'Italia è un paese strano, potrebbe da solo, con tutta la bellezza che per sua stessa "natura" possiede, superare ogni era, perfino questa che appare come una delle più tristi. La crisi delle crisi 2.0. Ma non vuole, no. L'Italia si ribella a se stessa, sputando su ciò che potrebbe essere e invece non è.

"Merito. Le qualità che dimostrano il nostro buon diritto a ottenere ciò che qualcun altro si prende".
Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

Questa è bella eh? Puntualmente noi siamo quelli che, il merito lo guardano sgattaiolare qua e là, finché non si poggia miseramente sulla capoccia vuota di chissà quale meritevole raccomandato, figlio di. Beh in Italia è questa la meritocrazia, no? Se non conosci le persone giuste, non meriti il successo che speri di ottenere, no. Se non ha frequentato come minimo tre, quattro anni di praticantato presso la scuola dei futuri ruffiani e già lecchini per vocazione, beh, non hai molte speranze. Così finisce che qualcun altro si becca il merito e il successo che tu, per il momento, ancora non hai.

L'Italia è un paese strano, l'ho già detto vero? Ecco perché credo molto nel nostro ruolo che, paradossalmente, viene messo sempre più a repentaglio. Noi abbiamo il diritto e il dovere di ricordare che la Meritocrazia esiste davvero, anche fuori dal dizionario italiano. E se così non è, muoviamo il culo e facciamo in modo che il miracolo avvenga.

L'importante è guardare avanti, talvolta ignorando l'evidente follia che ci circonda. Ad esempio, se cerchi su Google "meritocrazia", in basso tra le ricerche correlate, appare la voce "meritocrazia Brunetta". 
Per dire...

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