giovedì 31 luglio 2014

The joy of books - La vita dei libri in stop motion



Entrare in libreria è un po' come concedersi un viaggio in grado di sospendere il tempo e lo spazio, poiché tutto intorno ad un tratto si sottrae alla realtà tangibile. Un lettore avvezzo al sogno e alla meraviglia, sa bene che in quel piccolo pezzettino di mondo, toccare la carta e annusarne l'odore, è già di per sé un piccolo miracolo, dal momento che tutto ciò che si lascia oltre i vetri e la porta di una libreria, sparisce insieme a quella moltitudine di incontri e sensazioni possibili solo attraverso le pagine.

E sono sicura che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha provato a immaginarsi montagne di libri animarsi all'improvviso, prendere vita e respirare, danzare sopra gli scaffali e affrettarsi a ritrovare il proprio posto, un attimo prima che la realtà costringa tutto e tutti a tornare alla normalità.

Io non sarei capace a raccontare questo sogno che parla della vita dei libri, perché i libri ce l'hanno una vita, ne sono certa. Per fortuna però, c'è chi riesce a sfruttare le proprie abilità e la propria fantasia e metterne poi i frutti a disposizione di tutti. 

Ohkamp è l'autore di questo video meraviglioso, realizzato in stop motion. Un video sognante, come i nostri occhi quando sembrano rapiti dagli scaffali, intenti a scovare la copertina giusta, la più curiosa, la più allettante. Realizzato in una libreria di Toronto, The joy of books è la gioia dei libri che prendono vita non appena la porta della libreria si chiude. 

Mentre i lettori dormono, e con buone probabilità sognano accanto all'ultimo libro chiuso e poggiato sul comodino, loro, i libri, si svegliano e...




mercoledì 30 luglio 2014

Quando Superman "brandisce una spada laser" a mo' di Guerre Stellari...




I Have a dream...o meglio, lo avevo.

Rinunciare all'idea di diventare giornalista non è stato semplice, ancora oggi pensarci un po' mi deprime, ma per il semplice fatto che questa mia storia altro non è che un doppione di mille e altri mila milioni di casi umani, come il mio. Uguale uguale. La storia dei casi umani che si ripetono identici è la seguente: vuoi diventare giornalista? Hai studiato per farlo? Ma davvero pensi di poter campare scrivendo?

Se la risposta è sì, be', siete casi umani anche voi. 
Se la risposta è "sì, ma ci ho rinunciato come si rinuncia a Satana", allora siete ex casi umani. Come me.

In entrambi i casi è chiaro e lampante, il fatto che io rinunci non è che l'ennesima sconfitta alla quale siamo destinati un po' tutti, noi giovani intendo. Ma alla fine uno arriva a quel punto limite, le gambe cedono, la voce si stacca non ha voglia di venir fuori, le mani si legano e il tuo computer diventerà un amico carissimo, con il quale condividere qualche nottata in bianco, a buttar giù righe, ma stavolta no, non hai scadenze, non hai margine di battute, niente. E' così che si abbandona un sogno, lentamente, inevitabilmente.

Ma la vita ci offre di tanto in tanto, dei buoni motivi per credere che in fondo, mettere da parte quel sogno, ti abbia effettivamente aiutato a capire che non era quello giusto. Che ce ne sono altri di sogni da prendere, altre strade, altre possibilità. 

Guardate il Giornalismo, il mio vecchio sogno, per esempio.

Oggi la mia amica Bolla, nonché autrice del mitico Bollalmanacco di Cinema, mi mette al corrente di un articolo pubblicato su Libero. Lei fa questo perché sa che mi fanno incazzare certe cose, ma anche perché mi vuole bene e vuole che io le sappia, queste maledettissime "cose". E io sono felice, anche perché se proprio devo esserne al corrente, preferirei che mi venissero dette da persone in grado di contrastare con la loro affabilità, l'attacco di ira che segue alla presa di coscienza sulla "dura verità". Ecco.


Detto questo, grazie alla Bolla e grazie agli ignoranti incompetenti che ogni giorno occupano una preziosa sedia che potrebbe essere di un qualsivoglia giovane brillante e talentuoso - e non lo è - io capisco che quel sogno era il sogno sbagliato. Sì - "Davvero vuoi riempire pagine di giornali ridicoli e occupare un posto soffocato dal peso di una casta che puzza di muffa e corruzione?" - Be', NO!

Vuoi arrivare a questo? Vuoi che Superman prenda in mano una spada laser alla maniera di Guerre Stellari?
Vuoi che il mondo venga invaso da fatidici VILLAI?
Vuoi che i fumetti siano solo roba per minorenni?
Vuoi un EPPOI e non un e poi sulla tua coscienza?
Vuoi "un trailer dove si mette mostra la nuova Bat-Mobile lasciata anche troppo spesso in garage negli ultimi episodi del Cavaliere Oscuro"?
E per finire, vuoi che vinca "la notissima Marvel o la un po' meno nota DC"?

Un'ultima domanda...
-No, no. Basta.
"Io Rinunciooooooooo".


*La foto da cui l'autore dell'articolo ha tratto ispirazione, altro non è che uno scherzo del regista Zack Snyder, il quale ha postato l'immagine su Twitter, in segno di omaggio alla celebre saga.

Cara Vale, è tempo di capire che il tuo sogno è sbagliato. Forse complice il fatto che questo paese, sia il posto sbagliato per eccellenza e per ogni ambizione. Soprattutto, è tempo di capire che il giornalismo italiano, è morto! 

Defunto, schiattato, andato, caput, out, sayonara.


lunedì 28 luglio 2014

Davide Bacchilega - I romagnoli ammazzano al mercoledì



"Che poi, in un giorno come questo, che è un giorno di maggio e fa davvero caldo, sarebbe perfino piacevole fare due passi nel centro storico del mio paese, che è un piccolo paese di Romagna, un bel paese se lo guardi con gli occhi del turista, quegli occhi che passano sulle cose una volta sola cercando di scrostare dai muri più meraviglia possibile anche se meraviglia non c'è, così da giustificare almeno l'incomoda trasferta e regalarsi un poco di gratificazione dopata".

Certo quando ti sei fatto tre giri completi del Pavaglione, e magari pensi di fare anche il quarto, be' è probabile che il tuo continuo e condannato all'identico giro a vuoto, sia giunto davvero a termine. Quantomeno devi iniziare a chiederti dove realmente tu stia andando, e se davvero abbia un senso questo tuo vagare lungo il tracciato di un quadriportico sempre uguale a se stesso. Da solo poi, senza nessuno con il quale "spartire" questa sfiancante tendenza alla monotonia, alla ripetizione dell'esistenza. 

Stefano Guerra, che sul giornale per il quale scrive è Ste.Gue., sta per entrare nel quarto giro di Pavaglione. Un giornalista sulla soglia dei primi anta, con la fissa per le file e per i gratta e vinci, e condannato alla giostra dell'identico, comincia a valutare la propria vita, e a considerare buona la possibilità che in fondo, tutte queste ripetizioni avrebbero pure un senso, se ripetute nel modo giusto. 

Davide Bacchilega racconta una Romagna che è un po' metafora universale dell'esistenza contemporanea. I suoi personaggi si muovono senza più ragioni, solo per tamponare le ore e ritardare di un po', un epilogo inevitabile e di certo poco felice. Un pugile che si gioca l'ultimo round, quello definitivo, quello che chiude tutti i conti in sospeso. Un playboy della truffa con il vizio di adescare donne attempate e sole, non considerando bellezza o virtù alcuna, solo portafogli e portagioie bene in vista. Il proprietario di una bisca clandestina, mosso dalla brama dei quattrini, dalle regole del poker e dall'onore del mafioso. La poetessa dai toni saffici, convinta che la sua silloge, Epifanie lesbomistiche, siano per la poesia, l'inizio di una nuova era.

I romagnoli ammazzano al mercoledì è un romanzo pieno zeppo di umorismo nero, ironia spesso tirata allo stremo che pare essere fine a se stessa finché non si capisce il contrario. Bacchilega sfrutta una scrittura mai identica, in netta opposizione alla routine esistenziale di quello che io considero il personaggio meglio riuscito, ovvero Stefano Guerra. Sì, perché l'autore fa parlare i suoi personaggi ognuno con il proprio stile e personalità, e questo viene apprezzato dal lettore, anche perché lo aiuta nel carpire ogni piccolo tic o inaspettata moralità che a un primo sguardo, sembrerebbe lontana anni luce.

Non si amano i personaggi di questo romanzo, ma si ama di loro quella inevitabile tendenza ad essere "veri", così genuinamente sbagliati, senza ammortizzare l'illecito e i giri di soldi sporchi, così come le scommesse su partite acchittate con largo anticipo. Come accade nel mondo reale poi, l'uomo comune è quello che vorrebbe cambiare il mondo ma non riesce nemmeno a cambiare se stesso. Continuando imperterrito a finire al tappeto o a giocare una mano completamente sbagliata. Incastrato nell'attesa di una fila inutile pur di lasciare che le lancette girino, e girino ancora.

In questo aggregato fallimentare disegnato da Bacchilega, c'è solo una possibilità di cambiare realmente le cose, solamente che le possibilità a volte le perdiamo di vista o ci sembrano l'ennesima fregatura vestita da occasione. Valeria è l'unico personaggio positivo di questa "storia di storie" che si intrecciano.

Così, una statistica che parla di uccisioni in Romagna ci sembra solo l'ennesima cosa idiota che va, solamente perché fa "audience" e si sa, alla gente piace. Oppure un cane che ci si attacca come una ventosa alla caviglia non sarà che un fastidiosissimo cane, finché non si capisce che è lì, perché ti sta dicendo qualcosa. Guardare le cose mai una volta soltanto, anche se si è in procinto di fare il quarto giro, magari è tutto diverso dalla prima volta in cui gli occhi hanno visto. 
Come un sedere grosso, che poi magari tanto grosso non è...


venerdì 25 luglio 2014

Sai che mamma ha inventato Thor?



Sono al computer e sto scrivendo. 
Sarebbe più giusto dire che ci stia provando con tutta me stessa, contro la gravità delle mie responsabilità e dei miei doveri. La mia è una postazione insolita, per scrivere intendo. Alla destra ci sono i fornelli quasi sempre accesi, il che vuol dire che qualcosa sempre bolle, nelle mie pentole. Giusto il tempo di accertarmi che nulla vada a fuoco davanti ai miei occhi, sotto il mio naso gli odori confermano quanto appena visto, e poi posso finalmente...Aspetta aspetta, quasi dimenticavo - "Luuuca, Franceeesco, basta tirarsi le sedie con i tavolini l'uno contro l'altro. Su, fate i bravi...ammamma". Ecco, ora posso farlo. 
Sì, posso cominciare a scrivere!

Be', quando una mamma scrive accade esattamente questo. Ci avete mai pensato?
Scommetto che in questo momento, tra le risate di quanti staranno provando a immaginarsi la scena, c'è chi sorride e grida contro lo schermo: "è veeeero!".

Ora, percorrendo una curva che richiede una manovra molto ma molto ampia, a me piacerebbe dare una scossa a quei miti retrogradi e misogini che, purtroppo, ancora oggi tendono a complicarci la vita ("ci" sta per noi e noi sta per donne). Parto da un dato di fatto che non ho inventato io, no di certo, ma che ahimè esiste, c'è. C'ho le prove. Giusto per parafrasare un Ceccherini, ecco.

Il dato di fatto è una brutta storia, di quelle che vorresti non fossero vere e invece lo sono. Sono cronaca, sono autobiografia, sono storia, sono sociologia, sono materie di respiro generazionale e ci sono da sempre. Col tempo cambiano e basta, ma non smettono di esserci. Perché?

Che sia fin troppo chiaro che a scrivere ora è una donna, lasciatemelo dire, poco importa. Lo dico perché se fossi uomo, ad esempio, non salterei mai per lo sdegno nel vedere una donna allattare il proprio figlio sul posto di lavoro. Per dirne una. Così come non direi mai ad una collega che i figli sono un problema, per la promozione, per il contratto a tempo indeterminato, per le ferie e perché poi i bambini si ammalano e fanno la cacca e ti cambiano la vita e tu poi diventi ansiosa, più brutta, più goffa, meno disponibile. - "No dai, sii buona, tutto quel che vuoi, ma un figlio...no un figlio NO!".

"Cara Valentina, cosa vuoi, tu hai fatto la tua scelta, io la mia. Hai scelto la famiglia, io il lavoro, la carriera e per farlo non credere che io non abbia sofferto. Cosa credi, che non avrei voluto anch'io avere dei figli e una donna a casa che mi aspetta, tutte le sere?". Una volta un collega (si fa per dire), mi disse queste testuali parole. La mia voglia di mandarlo a cagare fu immensa, malgrado ciò non lo feci, pensate un po' che fessa. Vinse la mia educazione, la mia pazienza, la mia capacità di guardare oltre e focalizzarmi poco più avanti rispetto a chi ho di fronte. Questo mi aiuta molto, quella volta infatti capii due cose fondamentali. La prima, è che nel 2014, ancora molti uomini (ma non solo, anche donne!!!) soffrano di una spropositata nostalgia nei confronti di quello che fu il Medioevo, da non poterne proprio uscire e ho capito che il loro stare al mondo si basi fondamentalmente su questo, salvaguardare la cosiddetta età di mezzo, cioè roba da rimpiangere signorie e vassallaggio. La seconda, e questa tra le due è quella che amo di più, è che poverini non hanno capito veramente nulla di come va il mondo. 

E ora provo a spiegarvi perché.

Tempo fa Luca, mio figlio (oddio ma tu hai un figlio?), il grande (nooo, ne hai due?), che ha sei anni (scusa ma tu quanti anni hai?) ha saputo sfatare uno dei più grandi tabù dell'era moderna. Con tutta la grazia, la meraviglia negli occhi che solo i bambini hanno.

Donne o mamme? Lavoro o famiglia?  
- E se fossi tutte e due le cose insieme, rischio la galera?



"Mamma, ma tu che lavoro fai?"
"Eh amore, mamma scrive di cinema e di libri e di tante cose. Mamma è un critico cinematografico!".
"Nooooo, ma allora hai inventato Thor?".

Io "qui" trovo la forza per affrontare ogni cosa. Posso essere madre e tenere il grembiule in casa, e posso fare il lavoro che amo. E posso essere felice, donna e madre allo stesso tempo.

Quando si legge ciò che si scrive, si viene travolti da una montagna di sensazioni simili alla responsabilità di chi maneggia e lavora il vetro caldo, e alla gioia di chi mette al mondo una piccola creatura dalle forme indefinite eppure così riconoscibili. E poi ci si chiede:"sarò in grado? Posso realmente fare quello che sto cercando di fare? Alla gente piacerà? Mi ameranno o mi odieranno?". E dopo la paura arriva la soddisfazione, immensa, seconda solamente agli occhi di una madre che vede crescere il proprio bambino. Un puntino che a poco a poco prende forma, inizia a respirare, a decidere, a cadere per poi imparare a rialzarsi. A volte mi chiedo se sono pronta a farmi travolgere da tutto ciò, poi penso che i miei occhi tutti i giorni assistono a miracoli del genere, i miei figli. Ecco perché dico sempre che in loro vive la mia fonte di ispirazione più preziosa e inesauribile. Mi hanno stravolto la vita e continuano a farlo tutti i giorni, dando a me nemmeno il tempo di capire se questa vita è davvero la mia e se è reale. Urlo e mi incazzo tutti i giorni, raccolgo costruzioni e giocattoli e passo dalla cucina alle camere il più delle volte, senza nemmeno sapere chi sono. Eppure, attraverso questo caos, io ritrovo la pace e il tempo per non avere paura e rischiare tutti i giorni. Lo dico anche pensando a tutte le volte in cui, mi sono sentita dire, e mi sento dire tuttora:"hai fatto una scelta, la famiglia". E subito dopo la condanna a una vita di rimpianti e frustrazioni. Be', non è affatto così cari miei amici e colleghi ormai "arrivati". Io con i miei due figli oggi ancora scrivo, anzi scrivo di più, e divoro libri e pagine di ogni genere; vedo le prime soddisfazioni venirmi incontro, e lentamente la paura di sbagliare mi abbandona, dandomi pace e quel pizzico di coraggio anche un po' insolente. E poi mi muovo in continuazione, io, e se questo volesse dire non arrivare mai, be', pensa che bella "vittoria".

 Io, ho inventato Thor.


giovedì 24 luglio 2014

I libri più venduti in Italia - settimana dal 14 al 20 luglio




Quanto leggono gli italiani? 
Ma soprattutto, "cosa" leggono e qual è la situazione editoriale nel nostro paese, gli autori più venduti e le case editrici più "attive"?

Dunque, nella settimana che va dal 14 al 20 di luglio, la situazione delle vendite in Italia è questa:


Generale

1 Una mutevole verità  - Gianrico Carofiglio (Einaudi) 
2 La piramide di fango - Andrea Camilleri (Sellerio Editore Palermo)
3 Colpa delle stelle - John Green  (Rizzoli)
4 Storia di una ladra di libri - Markus Zusak (Frassinelli)
5 Vacanze in giallo (Sellerio Editore Palermo)
6 In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi  - Maurizio De Giovanni (Einaudi)  
7 L'abbazia dei cento peccati - Marcello Simoni  (Newton Compton)
8 Adulterio - Paulo Coelho  (Bompiani)
9 Il desiderio di essere come tutti  - Francesco Piccolo  (Einaudi)
10 Shadowhunters. Città del fuoco celeste - Cassandra Clare (Mondadori)
11 Il cardellino - Donna Tartt (Rizzoli)
12  Inferno - Dan Brown (Mondadori)
13 Io siamo. Insieme per costruire un'Italia migliore - Corrado Passera (Rizzoli)
14 Uno splendido disastro - Jamie McGuire (Garzanti Libri) 
15 La verità sul caso Harry Quebert - Joël Dicker  (Bompiani)


Narrativa italiana

1  Una mutevole verità  - Gianrico Carofiglio
2  La piramide di fango - Andrea Camilleri
3  Vacanze in giallo
4 In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi  - Maurizio De Giovanni  
5 L'abbazia dei cento peccati - Marcello Simoni  
6 Il desiderio di essere come tutti Francesco Piccolo
7 La moglie magica - Sveva Casati Modignani (Sperling & Kupfer)
8  Fantasmi del passato. Un'indagine del commissario Bordelli - Marco Vichi (Guanda)        
9 Il silenzio di un batter d'ali  - Sara Tessa  (Newton Compton)  
10  Per tutto l'amore - Irene Cao (Rizzoli)
11 Figuracce  - N. Ammaniti (cur.) (Einaudi)
12 Le scelte che non hai fatto - Maria Perosino (Einaudi)
13 Il sentiero dei profumi - Cristina Caboni (Garzanti Libri) 
14 Non dirmi che hai paura - Giuseppe Catozzella  (Feltrinelli )
15 Il quadro mai dipinto - Massimo Bisotti (Mondadori)


Narrativa straniera

1   Colpa delle stelle - John Green 
2   Storia di una ladra di libri - Markus Zusak 
3   Adulterio - Paulo Coelho 
4   Shadowhunters. Città del fuoco celeste - Cassandra Clare 
5   Il cardellino - Donna Tartt (Rizzoli) 
6   Inferno - Dan Brown  
7   Uno splendido disastro - Jamie McGuire (Garzanti Libri)
8   La verità sul caso Harry Quebert - Joël Dicker (Bompiani)
9   Cercando Alaska - John Green (Rizzoli) 
10  I clienti di Avrenos - Georges Simenon (Adelphi) 
11  La misura della felicità - Gabrielle Zevin (Nord) 
12  E l'eco rispose - Khaled Hosseini (Piemme)
13  Il mio disastro sei tu - Jamie McGuire (Garzanti Libri)
14  Shadowhunters. Città di ossa - Cassandra Clare 
15  Una piccola libreria a Parigi - Nina George (Sperling & Kupfer) 

Ora, vorrei aggiungere un'ultima domanda, cruciale. Almeno per me.
Perché io leggo libri appartenenti, con buone probabilità, ad un altro paese/mondo/tempo/spazio e chissà cos'altro?
I miei libri non sono in classifica, in nessuna delle tre. Be', me ne farò una ragione. Purché si legga, no?
E voi, quale/i di questi libri avete letto e, cosa state leggendo ora?

Le classifiche e tutte le news sul mondo editoriale, sono consultabili sul sito iBUK

martedì 22 luglio 2014

Beppe Fenoglio - Una questione privata



Leggere un'opera letteraria che possa dire veramente di sé: "io rappresento la Resistenza".

Questo era l'auspicio di Italo Calvino, un auspicio divenuto realtà leggibile solamente grazie al romanzo di Beppe Fenoglio, Una questione privata.

Pubblicato postumo nel 1963, da Garzanti, a pochi mesi dalla morte dello scrittore di Alba, Una questione privata è la trasfigurazione romanzesca della Resistenza. Pensare che Fenoglio avrebbe voluto dire "basta" alle storie di partigiani, perché cercava di raggiungere la forma letteraria per eccellenza, quella che, a detta sua, non aveva mai saputo afferrare con i precedenti lavori, scrivendo appunto storie troppo reali per farne romanzo. Questo forse avrebbe voluto dire mettere da parte l'esperienza vissuta in prima persona da partigiano, sacrificare la verità dei fatti per una più astratta trama romanzesca e dai toni epici, quelli degli amori cavallereschi. 

Dopo Primavera di bellezza e il seguito che ne fu Il partigiano Johnny, Fenoglio avrebbe abbandonato la Resistenza. "E poi basta con i partigiani", disse in un'intervista rilasciata a Pietro Bianchi e pubblicata su Il Giorno, nel 1960. Fenoglio considerava la Resistenza come una tappa obbligata per gli scrittori della sua generazione, ma allo stesso tempo uno dei tanti "temi" possibili, dal quale prima o poi però, bisognava staccarsi.

Con occhio attento al percorso narrativo legato alla Resistenza, che letterariamente va da Uomini e no di Elio Vittorini, passando per Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e ultimo in ordine di pubblicazione L'Agnese va a morire di Renata Viganò, Fenoglio inserisce l'opera definitiva su quello stesso filone fitto di realismo e autobiografia, e ne viene fuori un racconto capace di far legare la cronaca di una guerra alle tempeste interiori del personaggio. Gli anni '50 hanno rappresentato un po' il silenzio sulla Resistenza, vista anche la situazione politica alla luce delle elezioni del 1948 e l'inizio della guerra fredda, e poi c'è da dire che, di scritti sulla Resistenza, se ne contavano già in abbondanza.

Parlare di Una questione privata implica inevitabilmente, un lavoro di ricostruzione degli anni che precedono la scomparsa dello scrittore piemontese, e le uniche informazioni attendibili che si hanno, provengono dagli scambi epistolari intercorsi tra Fenoglio, Garzanti e Calvino. A quest'ultimo si deve infatti il titolo del libro, il cui accenno è nel capitolo XI - "Vengo da Santo Stefano, per una cosa mia privata".

Questa è la voce di Milton, partigiano poco più che ventenne, protagonista del romanzo di Fenoglio. A fare da sfondo le Langhe piemontesi, motore della storia è l'amore di cui Milton vive, pur di sopravvivere alla nebbia e al fango, e ai muri contro i quali si guarda per l'ultima volta. L'amore per Fulvia, una sedicenne scappata da Torino per i bombardamenti, è reso da Fenoglio come fosse salvezza e condanna allo stesso tempo. Lei bella e attraente, lui brutto con la pelle pallidissima e spessa, e le spalle curve. Eppure Milton aveva degli occhi capaci di far esplodere tutta la bellezza della sua anima, e di questo il lettore prende consapevolezza, a poco a poco fino alla conferma ultima e definitiva di un finale che lascia in sospeso.

Milton parte alla ricerca di una verità che potrebbe ucciderlo al solo pensarla "vera". Il tradimento del suo amico Giorgio e un amore distrutto per sempre, portano Milton a dialogare non solo con se stesso, ma con la natura che gli è attorno. Questo è uno degli aspetti più importanti del romanzo, capire come la natura sia complice o nemica a seconda degli stati d'animo del protagonista, legati agli eventi della lotta partigiana e alla sua "questione privata". Ci sono dei passaggi indimenticabili in questo libro, che forse come nessun altro rendono la vita e la morte, così come erano a quei tempi. Un cane che abbaia perché ce l'ha con se stesso, la contadina che offre del pane al partigiano e prega per lui, come fosse il figlio che la morte le aveva strappato via senza pietà. La nebbia nelle Langhe, le colline e i fienili e la paglia dappertutto purché ci sia calore. 

Chiudendo il libro ho pensato che si sa così poco della Resistenza, e quel poco che si sa è legato a ciò che si è studiato a scuola. Forse per capire realmente la storia non basta studiarla. Me ne sono resa conto appena ho lasciato l'ultima pagina di questo libro.

La nebbia che non ti fa fare né una cosa né l'altra. Il cielo macchiato di nuvole nerastre, le lacrime di un ragazzino venuto al mondo nel momento sbagliato. Una domanda che torna di continuo, - "quando finirà?" - e una risposta che tarda ad arrivare. Una canzone in inglese che porta i ricordi e il sapore di un amore fanciullesco lontano, "dietro le nuvole". 
E per finire un crollo a un metro dal muro, del quale nulla è chiaro, o definitivo. 


lunedì 21 luglio 2014

Macchianera Italian Awards 2014 - Vota CriticissimaMente!



Ebbene anche i blog hanno i loro Premi Oscar!
Ogni anno infatti, attraverso i Macchianera Italian Awards, ogni sito/blog nella sua specifica categoria, può candidarsi e dunque invitare i propri lettori a compiere la scalata della fiducia estrema, con il fatidico "voto" (vota Antonio vota Antonio...).

A me scoccia sempre un po', dover tirar fuori una dose di ruffianeria spropositata e attuare una ostentata opera di convincimento nei vostri riguardi, anche perché io credo che alla fine questo articolo serva unicamente a ricordare, o a mettere al corrente voi lettori, che esiste questo "concorso", e dunque si può votare questo o quel blog, che si segue con maggiore interesse.

CriticissimaMente esiste da due anni, è un blog giovane e per chi non lo sapesse è anche un programma web radiofonico, CriticissimaMente Parlando, in onda tutti i martedì su www.ryar.net (ora in pausa estiva). Se mi chiedessero di convincere in poche parole i lettori a votare il mio blog - sì fa molto reality televisivo - direi che odio parlare di ciò che faccio e auto valutarlo (anche se si dovrebbe fare, un critico dovrebbe). Come quando ci chiedono: - "dimmi tre aggettivi che ti descrivono" - ma anche no!
Comunque, tornando a noi, stavo per dire che, se proprio devo darvi almeno un buon motivo per votare CriticissimaMente, direi che lo si può trovare nella voglia di migliorarsi sempre, nella convinzione che la crescita umana e professionale non sta nel sentirsi arrivati, ma nella consapevolezza che si migliora tagliando traguardi sempre nuovi.

Perché la vita è così, una staffetta continua piena di traguardi e chi si ferma si sa...è perduto!

Ora, come faccio a votare il mio blog preferito?
Semplice, di seguito comparirà la scheda completa che permette di effettuare la votazione. Poche regole da rispettare, ad esempio per far sì che la vostra preferenza sia valida, dovete votare ALMENO 8 categorie.
Poi, ricordate che lo stesso sito/blog, NON può ricevere più di 4 voti, dunque non deve comparire in più di 4 categorie.

Es.
(un esempio molto casuale eh?)
Miglior sito cinematografico: http://criticissimamente.blogspot.it
Miglior sito letterario: http://criticissimamente.blogspot.it
Miglior sito rivelazione: http://criticissimamente.blogspot.it


Mi sembra di aver detto tutto, ah...c'è tempo fino al 15 agosto.
Votate CriticissimaMente!!!


venerdì 18 luglio 2014

Maurizio de Giovanni - Scrittore per caso



Ho avuto la fortuna di conoscere uno scrittore straordinario. Una persona in gamba, umile e con uno spiccato e contagioso senso dell'umorismo. Maurizio de Giovanni è entrato nella mia vita da lettrice da pochissimo tempo, da quando la libraia di fiducia mi consigliò di leggere il primo capitolo delle stagioni dedicate al Commissario Ricciardi, Il senso del dolore. Letto, recensito, amato!
(Eh...gli incontri casuali!)

Oggi vorrei condividere con voi, quella che è stata la bellissima serata di ieri, trascorsa alla Libreria Ubik di Monterotondo, insieme ad un amico ormai immancabile, il quale ha accompagnato fin dal principio, le libraie in questa avventura. Chiara e Lucia, due donne toste!
Un'avventura che dura da ben tre anni, compiuti giusto ieri.

Sembra davvero che Maurizio sia lì presente, non tanto per auto presentare il suo ultimo romanzo, In fondo al tuo cuore, quanto per conversare con il pubblico sulla situazione italiana dell'editoria. Su cosa realmente non va, come potrebbero cambiare le cose e come si potrebbe salvaguardare la figura del libraio oggi, soprattutto in funzione di tutti gli incontri casuali che noi lettori abbiamo, ogni qualvolta entriamo in una libreria. Se la libraia ti conosce già da un po', tu lettore non le chiederai: "che libro mi consigli?", no. Le chiederai: "che libro voglio?". 

Così avviene il miracolo, tu entri con un'idea ben precisa e pensi di sapere già quale libro comprare. La realtà poi vuole che tu, uscendo da quella libreria, non solo non hai meno di tre libri in mano, ma quasi ognuno di quei libri non avevano nulla a che fare con le tue aspettative di partenza. Incredibile eh?

Ecco, Maurizio de Giovanni ci porta a riflettere su come l'editoria digitale e l'acquisto di libri on line, un po' stia distruggendo la magia degli incontri casuali che solamente una libreria in carne ed ossa, può rendere concreta. Quando ordiniamo un libro su Amazon, partiamo con quell'idea e con la stessa finiamo, a casa il corriere non porterà che quel libro già stabilito in partenza. Un solo libro, nessun incontro casuale, nessun amore letterario esploso all'improvviso e inaspettatamente...

E poi c'è il problema legato alle case editrici che pubblicano libri come se piovesse. Ma di questo siamo tutti un po' consapevoli, quindi eviterei di ribadire l'evidenza. Piuttosto, voglio parlare di come uno scrittore, nonostante l'enorme successo, mantenga salda la terra sotto i piedi, non perdendo mai di vista l'enorme riconoscenza che chiunque scriva oggi, debba avere nei confronti dei grandi che hanno glorificato un determinato genere. Nel caso specifico parliamo di gialli, ed è bello sentire Maurizio, quando ammette con occhi gonfi di gratitudine che, senza Camilleri, tutta questa fortuna che il genere giallo sta avendo, sarebbe solo un miraggio. Curioso poi sentirlo dire: "io sono uno scrittore per caso". 

Io mi domando sempre con estrema meraviglia e sbalordimento, cosa capiti nella testa di uno scrittore, quando inizia a scrivere come un fiume in piena dalla prima all'ultima pagina, e nel giro di tre settimane ecco fatto il libro (e che libro...). Cioè, non è normale, tu che ci riesci sei un mostro, e se dici di no, sei un mostro inconsapevole. Come lo è, per l'appunto, Maurizio de Giovanni. E poi lui ci racconta di come nel giro di tre giorni, dalla pubblicazione dell'ultimo libro, la gente già lo chiami o lo fermi per strada e tutti più o meno dimostrano di essere "calorosamente" coinvolti nelle vicende dei suoi personaggi. E tu lo ami ancor di più. Delle signore di una certa età che in un bar di Napoli, lo guardano con evidente disgusto come fosse un mostro, e lui, mentre beve il suo caffè, non capisce se le presenti lo abbiano riconosciuto e dunque provino un tale rifiuto al solo vederselo in carne ed ossa, oppure se abbia fatto qualcosa di clamorosamente sbagliato in quegli ultimi minuti, senza rendersene conto; così prova  a guardarsi meglio, dà un'occhiata veloce alla patta dei pantaloni nel caso fosse aperta, e invece no, niente di tutto ciò. La realtà è che una delle signore ce l'aveva a morte con de Giovanni per aver trattato con così poca delicatezza e cuore una giovane donna (ma trattarla male da scrittore, era una donna del suo romanzo!), e immaginate la scena, mentre la signora bacchetta il povero de Giovanni e il barista, non avendo la minima idea di chi lui fosse, lo guarda schifato convinto di avere davanti un uomo orribile, un violento pervertito o chissà cosa.

Inutile starvi a dire che in quel bar, Maurizio non ha più messo piede...

Ma il bello di avere tanti lettori e soprattutto lettrici, è anche questo. Con mia assoluta sorpresa vengo a sapere che la letteratura nera è letta più da donne che da uomini, e intorno a Maurizio ieri sera, si poteva leggere con i propri occhi, la conferma vivente di questa statistica. Eravamo tanti, moltissime signore e le domande rivolte a Maurizio sono state numerose. Non avevo mai visto un coinvolgimento simile da parte dei lettori, e mai avevo visto, e questo credo sia l'aspetto più incredibile, una capacità di tenere alta l'attenzione e di tenere in mano un microfono come se questo non ci fosse, come se non esistesse un confine tra "noi e lui". Maurizio parla come un amico al bar, come uno zio o un fratello parlerebbe in casa la domenica. Come un amico che ama i libri esattamente quanto te. E a tutto rinuncerebbe, perfino alla scrittura, ma mai si priverebbe dell'esistenza dei libri, mai vivrebbe senza lettura. 

Maurizio ama la sua città, Napoli. Ama il calcio e quando parla di Maradona dice che basta un "lui", per capire che di lui si sta parlando. Perché lui è una sorta di divinità, ancor più di San Gennaro. Maurizio è una persona semplice, uno che ha iniziato a scrivere per caso e in età più matura. Uno che arriva in profondità anche quando di male si parla, di dolore, di morte, di vite spezzate. Uno che si incanta guardando una vecchia foto in bianco e nero, e decide di farla vivere ancora una volta. Un romanzo giallo ad un tratto ti sembra di più di un'indagine svolta, non ti importa nemmeno sapere chi è il colpevole e se il commissario è stato realmente all'altezza della situazione, se ha svolto con impeccabile cura le indagini. Io l'ho scoperto leggendo i libri di Maurizio, quel che ti importa è ciò che provi nel momento in cui capisci "perché" quell'uomo o quella donna siano arrivati a compiere un orrore simile. Ti importa afferrare il dolore che precede il male, la follia estrema e disperata, inevitabile. Non è il caso da risolvere che conta, non è ciò che si muove in superficie, ma quel che trovi andando sempre più giù, oltre la pelle.

In fondo al tuo cuore.

*Grazie a Livia Frigiotti per la foto.


martedì 15 luglio 2014

La signorina che aspetta l'autobus



Delle tante complicazioni riguardanti il mondo, quella delle "signorine che aspettano l'autobus" non è che una delle tante, delle più scoperte, sotto gli occhi di tutti. Quei tutti che ormai sono vittime di omertà forzata, di silenzi che una volta spezzati, urlerebbero l'ennesima vergogna della quale l'uomo riesce ad essere spettatore e protagonista insieme. 
Inutile chiedersi come sia possibile, basta uscire di casa almeno una volta al giorno per imbattersi lungo quelle strade ai cui bordi, come tanti cantoni piazzati qua e là, donne di ogni età e colore, aspettano di vendere il proprio corpo al miglior offerente.

Accettare realtà sgradevoli eppure così edificate, non è mai facile, seppur noi tutti ormai proviamo a conviverci. Ma come le spieghi certe cose a un bambino? 

Le difficoltà ci sono, quando si toccano certe questioni. Ci sono, esistono per noi grandi, e spesso si crede che per i bambini c'è ancora tutto il tempo di questo mondo perché loro le affrontino. Ma loro vedono le stesse cose che vediamo noi, si pongono le stesse domande, con la differenza che magari a loro ancora è concessa la meraviglia della scoperta. L'ignoto che diventa lentamente noto. Le risposte che piano piano arrivano.

Chi è genitore sa, che la responsabilità più grande è proprio quella che risiede nel guidare i figli verso la risposta che stanno cercando. Aiutarli a capire, a scoperchiare le cose che li circondano.

Oggi Luca per la prima volta mi ha chiesto di loro, delle ragazze della strada, donne da marciapiede, prostitute, "puttane". E tutti i dispregiativi che l'italiano consente. Ma a tuo figlio devi offrire un modo diverso di guardare le cose, lo capisci nel momento in cui ti guarda, mentre siete in macchina, e ti dice: "Mamma, che fa quella signorina sulla strada?".

Il tempo per pensare è poco, devi agire in fretta, avere una risposta e dimenticare tutto quello che il mondo, te compresa, pensa di una puttana che si vende per strada. Dimenticalo!

-"Amore, la signorina sta aspettando l'autobus".

Vi state chiedendo se la risposta a Luca sia piaciuta o meno, vero?
Be' credo di sì, perché dopo aver detto "autobus" lui si è preso una lunghissima pausa per pensare. Dando a me il modo di riprendere aria, di respirare e prepararmi alla domanda successiva.

Vivendo in campagna, prima di arrivare a casa bisogna percorrere una lunga strada principale, lungo la quale tante signorine, aspettano il loro autobus.

Fatto sta che Luca, appena arrivati, accompagnando lo sportello della macchina (di solito lui non lo chiude, lo sbatacchia alla maniera di Hulk), mi fa:
"Mamma, ma perché se vicino casa nostra passano tutti questi autobus, noi non ne abbiamo mai preso uno?".

Eh...(pausa)

-"Ma noi abbiamo la macchina, che è moooolto meglio dell'autobus".

*L'immagine è stata presa da roma.repubblica.it 

sabato 12 luglio 2014

Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, in arte Neruda



Il 12 luglio del 1904 nasceva Pablo Neruda, poeta, diplomatico e politico cileno nonché uno degli autori più importanti della letteratura latino americana contemporanea. Neruda in onore del poeta cecoslovacco Jan Neruda, il suo vero nome era  Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, e oggi, mi piaceva scrivere qualcosa di lui, o meglio, ricordare sia a me che a voi una delle sue poesie più belle. Sì, diciamo che oggi mi sento particolarmente romantica, più sensibile alle cose. Sarà per via della "super luna" di questa sera, sarà che CriticissimaMente ha raggiunto la soglia dei cinquemila fan su facebook e niente, pensavo che in fondo è bello avere attorno tanta gente e che nonostante il male ci ruoti intorno, parlare di cinema, di arte e di poesia, non è che l'unico rimedio possibile. A volte serve, a volte guarisce, a volte migliora persino il mondo.
E io, ne approfitto oggi, anche per ringraziare tutti quanti voi, passati di qua solo una volta o chissà quante.
Augurando a me e a voi, un giorno sempre nuovo...

Un giorno

A te, amore, questo giorno
lo consacro a te.
Nacque azzurro, con un’ala
bianca in mezzo al cielo.
Giunse la luce
all’immobilità dei cipressi.
Esseri minuscoli
sbucarono sull’orlo di una foglia
o sulla chiazza del sole su una pietra.
E il giorno rimarrà azzurro
finché entrerà la notte come un fiume
e farà tremare l’ombra con le sue acque azzurre.
A te, amore, questo giorno.

Non appena, da lontano, dal sogno,
l’ho presagito e non appena
mi ha sfiorato il suo tessuto
di rete incalcolabile
ho pensato: è per lei.
Fu un battito d’argento,
fu un pesce azzurro che volava sul mare,
fu un contatto di sabbie abbaglianti,
fu il volo d’una freccia
che tra il cielo e la terra
attraversò il mio sangue
e come un raggio accolsi nel mio corpo
lo straripante splendore del giorno.
E’ per te, amore mio.

Io dissi: è per lei.
Questa veste è sua.
Il lampo azzurro che si fermò
sull’acqua e sulla terra
lo consacro a te.

A te, amore, questo giorno.

Come una coppa elettrica
o una corolla d’acqua tremante,
alzalo nelle tue mani,
bevilo con gli occhi e con la bocca,
riversalo nelle tue vene perché arda
la stessa luce nel tuo sangue e nel mio.

Io ti do questo giorno
con tutto quel che potrà portare:
le uve trasparenti di zaffiro
e la ventata rotta
che porta alla tua finestra
le sofferenze del mondo.
Io ti do tutto il giorno.
Con lo splendore e la sofferenza faremo
il pane della nostra vita,
senza rifiutare quanto porterà il vento
e non coglieremo solo la luce del cielo
ma anche le aspre cifre
dell’ombra sulla terra.

Tutto ti appartiene.
Tutto questo giorno con il suo grappolo azzurro
e la lacrima segreta di sangue
che tu troverai sulla terra.

E non ti accecherà il buio
né la luce abbagliante:
di questo intrigo umano
sono fatte le vite
e di questo pane dell’uomo mangeremo.

E il nostro amore fatto di luce oscura
e d’ombra raggiante
sarà come questo giorno vincitore
che entrerà come un fiume
di splendore nel cuore della notte.

Prendi questo giorno, amata.
Tutto questo giorno è tuo.

Lo do ai tuoi occhi, amore mio,
lo do al tuo petto;
te lo lascio tra le mani e tra i capelli,
come un ramo celeste.
Te lo do perché ti faccia una veste
d’argento azzurro e d’acqua.
Quando arriverà
la notte che questo giorno inonderà
con la sua sete tremante,
stenditi accanto a me,
toccami e coprimi
con tutti i tessuti stellati
della luce e dell’ombra
e chiudi i tuoi occhi allora
perché io dorma.


giovedì 10 luglio 2014

All'Isola del Cinema con Vinicio Marchioni e Tutta colpa di Freud



Se è vero che agli uomini è concessa una seconda possibilità, almeno cinematograficamente parlando, direi anzi dico, che l'estate romana e le proiezioni all'arena, allestita nel bel mezzo di un fascino unico al mondo e più che mai suggestivo, siano la più concreta conferma.

L'Isola del Cinema offre agli spettatori un'atmosfera incredibile, capace di mescolare l'amore per il cinema e quello per la bellezza storica e monumentale, nonché il più umile desiderio di respirare l'aria che attornia il fiume capitolino, sulle cui sponde l'arte crea la magia di saper radunare non solo stampa e tv, ma "la gente".

Ed è la gente ad alimentare il motore della città, attraverso l'interesse rivolto alla cultura e la curiosità mai stanca di "vedere", quella stessa curiosità che riempie le serate estive tra amici, a conversare di cinema, perché no. Recuperando un film perso durante l'inverno (la seconda possibilità di cui sopra). Magari parlando d'amore o dei problemi in famiglia, quelli più comuni che somigliano ai miei, ai tuoi. Oppure cercando di capire come stia cambiando il nostro modo di comunicare e di arrivare l'uno all'altro. Messaggini WhatsApp, scambi epistolari via mail, status su Facebook e i 140 caratteri su Twitter...

E io che ancora mi trovo a metà, e credo così sarà sempre, tra la stampa e la gente, ho avuto l'occasione e la fortuna di intervistare Vinicio Marchioni. Ieri sera, poco prima di vedere l'ultimo lavoro di Paolo Genovese (presente anche lui all'Isola del Cinema), Tutta colpa di Freud, ho potuto realizzare questa intervista (la prima, ad un attore di un certo livello), con tanto di i-Phone, tre domande improvvisate e un pizzico di emozione (un pizzico...).


Ciao Vinicio, allora Tutta colpa di Freud, una commedia sui nostri tempi. Che parla d'amore, affronta la diversità e i problemi legati alla comunicazione; avendoti qui davanti mi piacerebbe chiederti: quanto è importante comunicare oggi, nell'era del 2.0,  soprattutto pensando alla storia d'amore che vede coinvolti il tuo personaggio e quello di Vittoria Puccini, in un rapporto silenzioso, che non sfrutta le parole, che è epidermico.

Be' sì, è uno dei temi più importanti del film. Penso che oggi siamo abituati a scrivere messaggi su Twitter di 140 caratteri al massimo e ad essere sempre rapidissimi in qualsiasi cosa e forse non si ha nemmeno la possibilità di assorbire quello che ci arriva, di pensarci su un attimo prima di rispondere, si va sempre a mille su qualsiasi cosa. Paolo ha fatto un grande lavoro, scrivendo la storia d'amore tra un sordo e una ragazza "normale", perché è fatta solamente di sguardi, di silenzi e penso sia la comunicazione migliore. Anche perché, io penso, se riuscissimo a riprenderci un po' di pause di riflessione, migliorerebbe la comunicazione tra gli esseri umani. Se c'è un messaggio in questo film, è proprio questo, se due persone si amano e riescono a comunicare attraverso lo sguardo, già si dicono un miliardo e mezzo di cose.

Per un attore, dal punto di vista strettamente "tecnico", cosa significa recitare e dare il meglio di sé, senza però l'aiuto della parola, puntando solo sul linguaggio del corpo.

Credo sia una delle cose più belle e difficili che mi siano capitate fino ad oggi, perché per un attore, avere la possibilità di esprimersi solo con lo sguardo, è una grande possibilità. Contemporaneamente è stato un bel lavoro, fatto grazie alla preziosa collaborazione dell'Associazione Nazionale dei sordi, e di un"coach", il quale ci ha assistito durante tutte le riprese del film. E' stata per me una delle esperienze più importanti, perché per quattro mesi circa, sono stato immerso finalmente nel silenzio.

Un'ultima domanda poi ti lascio, cosa pensi dell'atmosfera che si trova, venendo qui all'Isola del Cinema.

Penso sia meraviglioso perché è uno dei posti più incredibili di Roma. Lungo il Tevere nel cuore di Roma, l'atmosfera è tanto suggestiva, che dire suggestiva è poco. Unica al mondo, e credo debba essere valorizzata il più possibile perché chiunque arrivi su questa isoletta, ne rimane meravigliato e tutte le attività, che ruotano attorno al cinema, sono fondamentali. Conosco un sacco di persone che durante l'inverno non riescono a vedere alcuni film, e dicono: "va bene, tanto lo recupero a luglio andando all'Isola del Cinema", e questa cosa è bellissima.

Volevo ringraziare di cuore Vinicio Marchioni, l'Isola del Cinema e tutte le persone straordinarie che ogni giorno lavorano, dando il meglio e anche di più, pur di promuovere l'amore per il cinema.
Grazie!


mercoledì 9 luglio 2014

Elogio della rotondità



Ieri riflettevo sulla rotondità. Mi capita spesso di perdermi lungo quelle strade ancora poco battute, magari perché si intravedono appena, oppure, semplicemente perché, a pochi importa di riflettere su tondi et similia. Be', la mia mente è appurato, va controcorrente e non bada a logiche che siano strettamente legate al cosiddetto risparmio energetico di pensieri, campagna volta a sensibilizzare l'essere umano contro lo "strizzamento" violento delle meningi. Una cosa seria insomma.
Nonostante ciò, mi preoccupo di cercare la definizione più letterale del termine rotondità, e questo è quanto:

rotondità (ant. ritondità) s. f. [dal lat. rotundĭtas -atis, der. di rotundus «rotondo»]. 

1. a. Il fatto, la caratteristica di essere rotondo: r. della Terra, di una palla, di una cupola, della volta; dalla r. del suo viso si direbbe che è in buona salute. In senso fig., r. del periodo, la simmetricità e sonorità del periodo rotondo (v. rotondo, n. 1 f).

b. non com. Nella pittura, il rilievo dato col chiaroscuro al volume degli oggetti. 

2. Con valore concr., cosa rotonda; in partic., in usi talvolta anche scherz., spec. al plur., parte rotondeggiante del corpo femminile: un vestito che mette in risalto le r., le r. posteriori; si era messa un costume da bagno … che slanciava e modellava le r. del gran corpo (Soldati).

(Dal vocabolario Treccani)

Sarà che mi piacciono le persone che arrivano dritte al sodo, capite cosa voglio dire no?
Pensavo a questa cosa, e a quanto sappiano urtarmi il sistema nervoso quei vigliacchi tergiversatori i quali, pur di evitare il nocciolo della questione, molto spesso verità, inventano girotondi infiniti e mai arrivano dove dovrebbero.

E dico dovrebbero per amore dell'umanità tutta. Per amore della verità che fa bene a entrambi, a me e a te, a noi e a voi. 
Al Treccani tuttavia sfugge la sfumatura che più mi piace della rotondità. Ovvero l'armoniosità.

A pensarci, di tondi il mondo è pieno. A partire da lui stesso, il mondo è tondo c'è poco da obiettare. Rimane ancora però del mistero sulla presenza dei numerosi angoli remoti e spigoli sparpagliati in ogni dove, quelli che, per intenderci, ti fanno sbattere in pieno contro i muri e così, la storia della rotondità va a farsi benedire chissà dove. Senza contare poi i soggetti sopra citati, i vigliacchi che tergiversano sempre. Ma davvero è così complicato risultare schietti, avere la dote dell'attendibilità?

Penso al letto tondo, che poi in realtà nemmeno mi piace ma avrà la sua utilità. Penso al giro giro tondo e a com'era bello il mondo. Penso che il tempo gira in tondo (ho letto Cent'anni di solitudine da poco, si capisce) e penso pure a come i miei occhi trasformino lo schermo rettangolare in un tondo perfetto. Sempre, ogni volta. Perché il cinema è un varco che abbatte ogni barriera spazio-temporale, dunque è un cerchio perfetto, è l'armonia di un viaggio, è una storia che inizia e finisce, è un nodo che arriva al pettine, un conto mai in sospeso. Chi è tondo srotola i cattivi pensieri e ne trae beneficio. Lo so bene, perché quando so di essere in pace con me stessa io mi sento tonda. Per intero, dalla testa ai piedi. 

Forse è solo l'ennesimo mio ragionamento contorto, si potesse capire sul serio, lo capirei. Davvero.
Per il momento però rimango fedele a questa idea di mondo che non può esser bello se non tondo. 

*L'immagine che vedete rappresenta l'Enso, ovvero un simbolo molto importante nella calligrafia giapponese. La pennellata senza interruzioni è il puro movimento dello spirito. Enso in giapponese significa cerchio, ed è metafora dello Zen assoluto.

"Lo spirito deve essere tondo e il principio con cui si scrive è il cerchio".

(Detto di un grande calligrafo giapponese)

Sì insomma, se potete, se vi capita...
siate tondi!

lunedì 7 luglio 2014

Cent'anni di solitudine - Dove il tempo passa, "ma non tanto"



Se qualcuno dovesse chiedermi della magia di un libro, e dell'arte di afferrarne l'odore come il fiuto di un segugio, probabilmente parlerei di una voce sottesa di partecipazione, tipica delle grandi storie narranti le imprese più straordinarie o più umili. Quelle delle quali difficilmente ci si dimentica, seppur tra i mille ostacoli da saltare, gettati a terra dalla pigrizia e da una concezione di Letteratura ormai in disuso.

Superare l'apparenza di un libro che pare più un piccolo manuale insormontabile, cominciare a capire fin dalle prime pagine che, il buon motivo per cui possa valere la pena continuare, è identico alla nostra possibilità di viaggiare presso mondi lontani e inverosimili. Avere a portata di mano un biglietto valido per andare in un modo, e tornare completamente rinnovati, mai uguali a prima.
Non credo possa servire, per amor dei libri e della Letteratura, ribadire ancora una volta quanto influente sia stato il romanzo più noto di Gabriel García Márquez. Dire che in fondo, si sta parlando di una lettura obbligatoria, della quale ogni buon lettore non dovrebbe fare a meno. Sì, mai si sbaglia nel raccomandare un libro, e a motivarne la scelta; ma vuoi mettere quando provi a spiegare i tuoi perché, e le parole si affastellano e le ragioni si confondono fino a perdersi?
Scrivere sperando di fare della buona critica, è per me quasi sempre un'impresa che sfiora le sponde dell'utopia. In fondo, la critica dei miei sogni, è tutt'altro che perfetta e spocchiosa. Quando mi imbatto in simili avventure poi me ne rendo conto. Ad esempio ora, mi viene da chiedermi: "come racconteresti Cent'anni di solitudine ad un amico che vorrebbe leggerlo?".
Eh...

Innanzitutto direi che Cent'anni di solitudine è un viaggio assurdo che ti porta avanti e indietro nel tempo. Perché tra predizioni guardando le carte e annusando il vento, e flashback guidati dai ricordi che fanno più male, anche la tua pelle e tuoi occhi, sono passati per Macondo, e lì, per un tempo più o meno sospeso, vi sono rimasti. Un viaggio dalle dimensioni bibliche, dall'eco lungimirante e sognante, che a volte perdona altre condanna. Il centro del mondo è un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, per capirlo devi seguire la voce fuori campo di un uomo che ti guida e insieme a te vive e muore, un po' alla volta. 
Se dovessi spiegarlo in termini tecnici, accennerei alla cosiddetta "narrazione orale", una delle doti di cui abbonda la scrittura di Gabriel García Márquez. 

Leggere e avere la sensazione di udire una voce appena accennata ma così penetrante da farti sentire sotto i piedi come si scivola nella palude. Da farti provare lo stupore legato alla visione dei giochi e degli effetti del ghiaccio. Da farti impazzire gli occhi al di là di un milione di finestre aperte, con quella curiosità di chi riesce addirittura a tagliare la nebbia, pur di "vedere". Dietro un cartello a un passo dalla palude vive Macondo e con lei, la sua storia lunga più di cent'anni.
La storia dei Buendía e dei loro figli e nipoti, contraddistinti dall'identico suono di un nome e di un destino pronto a ripetersi. La paura di una condanna per via di un amore illecito, un figlio mezzo animale e mezzo uomo. La morte che vincola la scoperta, il progresso che annienta l'uomo e lo addomestica nella sua stessa solitudine. A Macondo vivono uomini e donne incapaci di abbattere le distanze con il mondo intero, la paura di non sconfiggere la nostalgia di un passato lasciato sotto a un castagno e infiniti pesciolini d'oro con i quali sperare di sopravvivere. Forse è questa la solitudine?

Quando Melquìades mostrò agli abitanti di Macondo il cannocchiale e la lente d'ingrandimento, disse che la scienza aveva eliminato le distanze. L'uomo poteva vedere ciò che accadeva dall'altra parte del mondo, incredibile. Ma José Arcadio Buendía, pensò subito a come poter fare di quella lente così grande, un'arma da guerra, e tra la costernazione di Ursula e i tentativi di dissuaderlo, da parte di Melquìades, l'uomo iniziava a disegnare le proprie colpe. 

Storie di amori bollenti e condannati sul nascere. Donne padrone e schiave di un corpo seducente e di una storia già scritta sotto il loro nome. Uomini bramosi di quei corpi e di quelle passioni indicibili. Nel lento scorrere del tempo, verranno tanti José Arcadio e altrettanti Aureliano. Ci saranno donne belle e donne ormai vecchie decrepite, decise a morire insieme alla muffa dei ricordi, e donne la cui casa sarà sempre aperta, altre in cui vedere la luce è addirittura impossibile. Corpi corrotti e disfatti, uomini con le spalle al muro, donne divoratrici di terra e calcinacci, donne belle come gli angeli. 

Cent'anni di solitudine è la storia dell'umanità che vive e muore delle sue stesse guerre, vinte o perse poco importa. Piccole o grandi battaglie, con o senza una giusta causa per la quale combattere e morire. Il mondo è un luogo strano e, seppur tu non te ne renda conto, è qui che la solitudine seleziona i ricordi, è qui che è più facile cominciare una guerra piuttosto che finirla. È qui che si vince e si perde per lo stesso motivo, è qui che il passato continua a vivere, "senza terminare di terminarsi mai". 
È qui che il tempo gira in tondo, che passa ma non tanto.
È qui che le storie di farfalle gialle e uomini pazzi fin dalla nascita, prendono vita.
È qui che il vento soffia.

domenica 6 luglio 2014

Franz Kafka - Lettera al padre



Un bambino che di notte si lagna pur di richiamare l'attenzione dei suoi, un ballatoio davanti a una porta chiusa come luogo punitivo per antonomasia. Un bambino che già allora, investito dall'ombra ingombrante e autoritaria di un padre, si sforzava di comprendere il mondo, di decifrare il senso di un disagio tanto grande da non ammettere risposte. Solo domande.

Un bambino destinato a diventare uno degli autori più importanti del XX secolo. E ci riuscì attraverso l'amore e l'odio nei confronti di quel disagio che il mondo gli imponeva. Imparando a conviverci, seppur nel pieno turbamento, nell'angoscia di un'esistenza sfuggevole ma strettamente connessa a un'esigenza di comprensione.

Fosse stato per lui, per Franz Kafka, di tutto ciò che egli scrisse, oggi non avremmo nulla. Nei racconti, nei romanzi e nelle sue numerose lettere, torna l'angoscia legata alla propria esistenza e, nel caso specifico di Lettera al padre, quella che meglio di ogni altra rappresenti il disagio nel rapporto padre-figlio. Eppure Kafka commissionò al suo amico Max Brod, di bruciare tutti i suoi manoscritti, tutto ciò che avesse scritto. Morto prematuramente a causa della tubercolosi (1883-1924), Kafka, all'età di trentasei anni sente il bisogno di affrontare la sua frustrazione e il suo senso di inferiorità, dalle quali seguirono poi tutte le insicurezze di un uomo ancora così legato al passato. 

Nel 1919, una lettera si rivolge con pacata disperazione e franchezza, alle spalle "grandi" di un uomo, Hermann Kafka. Da dentro fuoriesce l'inconfessato dolore di un piccolo uomo turbato e dilaniato da un senso di colpa, che avrebbe dovuto essere unicamente del padre; di colui per il quale, distrattamente o per scelta, educare significava per forza di cose incutere terrore.

"Dei primi anni ricordo bene solo un episodio. Forse anche tu lo ricordi. Una notte piagnucolavo incessantemente per avere dell’acqua, certo non a causa della sete, ma in parte probabilmente per infastidire, in parte per divertirmi. Visto che alcune pesanti minacce non erano servite, mi sollevasti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi lasciasti là per un poco da solo, davanti alla porta chiusa, in camiciola. Non voglio dire che non fosse giusto, forse quella volta non c’era davvero altro mezzo per ristabilire la pace notturna, voglio soltanto descrivere i tuoi metodi educativi e l’effetto che ebbero su di me".

L'incredibile sta nel riuscire a narrare sensazioni veramente sottili, farlo come se fosse del tutto naturale. La letteratura, dai tempi dei tempi fino ad oggi, può vantare un ricco bagaglio epistolario, un po' tutti i grandi scrittori si sono cimentati nelle, più o meno lunghe, corrispondenze di svariato genere. Da Foscolo a Goethe, non si può negare che la scrittura epistolare abbia un certo fascino. La caratteristica regina della lettera, credo risieda nella possibilità più intima che si offre a chi scrive, di poter riflettere a voce bassa e con sé stessi. C'è chi vorrebbe e non può, perché la scrittura di cui dispone non glielo permette. C'è chi ci prova tutti i giorni, con esiti a volte fortunati, a volte no.

E c'è una strada che porta dritta dritta alla perfezione più letterale e letteraria possibile. C'è il cuore pulsante di un'intera poetica e visione del mondo, un grido strozzato dall'insicurezza che trova come unica via d'uscita la Letteratura. 
La vita e la Letteratura, un connubio destinato a giocare non pochi scherzi alle spalle dell'uomo. 
Una lettera mai arrivata a destinazione, tutte quelle domande rimaste chiuse in un cassetto...

"[...] la vita è più che un gioco di pazienza; ma con la correzione che deriva da questa impostazione, correzione che né posso né voglio sviluppare ancora nei dettagli, si è secondo me raggiunto un qualcosa di così vicino alla verità che un pochettino può tranquillizzarci entrambi e renderci più facile il vivere e il morire".

La lettera al padre di Franz Kafka fu scritta nel 1919 e pubblicata postuma nel 1952. 
Non venne mai consegnata al destinatario.

venerdì 4 luglio 2014

Precious



A volte la determinazione arriva da un male instaurato, troppo grande, poco governabile.
A volte è vero, come direbbe Leopardi, che alla tempesta segue inevitabilmente il sole.
Ma per riemergere dall'oscurità, ci vuole un gran fisico, e non è un gioco di parole stupido. Perché per affrontare la vita è necessario sapersi tenere in piedi, ci vuole quel coraggio che cammina sotto braccio all'ignoranza, forzata dalle circostanze non volute. 

Così una ragazzina di sedici anni spacca la vita e le sue maledette prove da superare. Così una ragazzina obesa e mezza analfabeta, trova la forza di ricominciare, partendo dalla sola ed unica buona "alternativa" che la vita le abbia mai offerto. Una scuola diversa, che l'avrebbe accettata, voluta, guardata, considerata anche se quella sua seconda gravidanza risultasse ingombrante al mondo intero.


              Mo'Nique, Premio Oscar nel 2010, come Migliore attrice non protagonista, nel ruolo della madre di Precious

L'alternativa per Clareece Precious Jones/Gabourey Sidibe, è nella luce di quelle persone che ovunque vadano, illuminano a profusione. Come la signorina Rain. Perché è nella loro natura, lo fanno senza pensarci e, senza pensarci cambiano il mondo e l'umanità. Grossa nell'aspetto e grezza nei modi, violenta con gli altri se questi non la lasciano in pace, Precious non conosce alternativa alle botte, è cresciuta così. Tra le mura di una casa più melmosa dell'inferno, accanto a una donna che maledice ogni giorno l'averla messa al mondo. La donna dell'uomo che aveva l'abitudine di violentarla, incrementando così l'odio di quella madre ormai fuori di se, vittima del male e della violenza.

Quando racconti il male, corri il rischio di inciampare nell'accusa di speculazione del dolore (ne parlammo a proposito di Alabama Monroe), ma un bravo regista sa come evitare ogni rimprovero. Ad esempio Lee Daniels (che con questo film, si aggiudica numerosissimi premi, tra i quali due Oscar) trova un canale di comunicazione del tutto delicato, seppur nella sua cruda bruttezza. La violenza viene sconfitta nel momento in cui il dolore di un essere umano, trova la forza di crearsi da se un mondo parallelo e alternativo. Un nuovo modo di vivere una vita ormai messa all'angolo. Nonostante tutto, nonostante il banco sia troppo piccolo, nonostante un uomo bianco e bellissimo non mi guarderà mai con desiderio. Nonostante i miei figli siano il segno lasciato sulla pelle, di un incesto che fa male. Nonostante la mia fantasia sia più forte della realtà, ed è con lei che vinco tutto lo schifo e il male che la vita mi ha dato; è grazie a lei che il mio corpo di disadattata di tanto in tanto, veste i panni di una regina, di una star, di una donna amata.


Le lezioni più importanti a volte, vengono dalle pagine scritte senza rigore, pessima calligrafia, ortografia primitiva. Ma una vita così logorata, sostenuta da un corpo troppo grande e troppo giovane, è un delitto di cui il mondo è colpevole. E fa male.
Ma Precious ce la farà. Ritroverà la sua strada. Starà bene e si sentirà finalmente parte di quel mondo che fino a ieri non capiva. 

E poi, è così bello sentirsi "qui".


giovedì 3 luglio 2014

Sogni ricorrenti - l'esame di maturità



Pensare che quando andavo a scuola, elementari, medie e superiori, mai una volta che sia una, mi è capitato di sognare la più comune delle mie attività: i libri, i compiti, la fifa che mi attanagliava e le preghiere in ogni lingua affinché la prof non facesse il mio nome, e poi..."Orsini?".

Quello che non ho mai capito è perché, dei miliardi di sogni fatti dal diploma in su, un buon 70% sia rappresentato proprio dalla scuola. Da quel tipo di vita che si faceva, con le stesse ansie addosso, la stessa paura di non aver studiato abbastanza, la paura di arrivare in ritardo e così via. Insomma, da quando la scuola è finita, ne è magicamente iniziata un'altra, destinata a non finire (a quanto pare). E io credo di averlo accettato, tanto che per non avere troppa nostalgia e magari evitare l'incubo ricorrente di quel maledetto diploma che porcavaccaiocel'hogià, mi sono iscritta all'Università. Mi sono laureata e, non contento il mio subconscio, ha continuato a bombardarmi l'esistenza insistendo sul diploma, sul fatto che io spesso non capivo cosa mi stesse accadendo. Guardavo i miei compagni e non li capivo, non li conoscevo affatto. Guardavo i miei prof e loro nemmeno mi consideravano, avrei voluto dire loro un miliardo di cose e spesso, "il male più male di tutti i mali", gridavo e non mi usciva la voce. Muta. 
Muta e trasparente.
Ma perché?

Ancora oggi questo sogno torna a tormentarmi, a volte mi ritrovo nei pressi della scuola, parliamo sempre delle superiori, e mi perdo senza sapere più da che parte andare. Perdo la macchina, perdo la borsa oppure le chiavi. Arrivo tardi e devo affrontare l'ira di un professore che non ammette "infrazioni".
Che poi io non faccio mai tardi...che cosa assurda!
Pare che questi sogni però, fossero ricorrenti persino ai tempi di Freud, e lui li chiama i "sogni tipici". 
Freud docet, questi sogni arrivano nei momenti in cui si è particolarmente stressati (bene, io lo sono sempre), quando si sente troppo il peso del dovere, delle responsabilità. Quando si ha paura di fallire, di deludere gli altri e sé stessi. I motivi per cui il sogno si presenta con tale costanza sarebbero due:
-Consolazione, nel senso che questo sogno ti vuole dire:"ti ricordi quanto eri bella e brava quando studiavi e tutto ti sembrava difficile e tu, TU invece ce l'hai fatta?".
-Spinta all'azione, che per come la interpreto io vuole dire:"visto mai che studià t'aiuta?".

Be', c'è poco da fare...
gli esami non finiscono mai!


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