domenica 26 ottobre 2014

Quando scrivi



Quando scrivi, vivi il tempo in compagnia della sensazione di non farcela. Di fare male, di non arrivare, di non essere in grado di dire ciò che realmente vorresti dire. Provando a mettere insieme pezzi di vite estranee, parole mai pronunciate, la tua vita vera, le tue cose di tutti i giorni. Quelle di cui ti ricordi, e quelle di cui ti dimentichi. E nonostante tu viva i tuoi giorni in costante conflitto con te stessa, continui a farlo. Un po' alla volta, credendoci sempre di più anche solo per dare il giusto merito a quel fenomeno incredibile che, senza metterci nella condizione di capire come, trasforma una pagina in una moltitudine di pagine. Poche righe diventano storie, e tu non puoi fare a meno di leggerle, un milione di volte.

Chi lo sa se questo rientra nella prassi del "buon scrittore", io non lo so. Ma voglio lasciare che tutto vada come deve, come viene. Nel modo più naturale che esista. Leggo per capire dove sto sbagliando, se e come posso migliorarmi. Leggo e spesso piango per quella storia che dipende solo ed esclusivamente da me, dalla mia volontà. E non capisco come sia possibile. Piango e rido insieme ai sorrisi e alle lacrime dei personaggi che invento.

La paura di sbagliare rimane, ma mai come in questi momenti mi concedo la libertà di credere che, tutto sommato, è proprio così che deve essere.


giovedì 23 ottobre 2014

Repossessed - Quando il Rock vince su tutto



Ne ho parlato martedì in radio. Per chi ancora non lo sapesse, esiste un programmino su www.ryar.net nel quale io mi diverto a dare voce a questa mia passione, che prende da questo blog il nome "CriticissimaMente Parlando". In onda tutti i martedì, dalle 19:00 alle 20:00.
(Autopromo finita!)

Passiamo al film.

Di Riposseduta dovevo/volevo scriverne già da un po', perché per quanto io non ami il genere Horror, esiste quella particolare eccezione, come spesso accade, e questa coincide esattamente con quel sottogenere cinematografico che, in termini spiccioli, prendendo per il culo il cinema di "serie A", si è fatto strada.
E lo fa da sempre, all'inizio puntando su un'operazione di solo ridoppiaggio, dunque sostituendo i dialoghi del film da parodiare/perculare, fino ad arrivare a stravolgere quasi del tutto la pellicola di partenza, tagli e cambiamenti di ogni genere in fase di scrittura, montaggio e così via. 

Per quel che mi riguarda, parlare di quei film/parodia che meglio sposino i parametri sopra elencati, è un po' come raccontare la prima volta che vidi Nancy davanti alla tv, e di come questa sia stata improvvisamente posseduta dal diavolo. Nancy Aglet, la casalinga americana per antonomasia, si distingue però dalle altre per aver avuto a che fare ben due volte, la prima quando ancora era una bambina, con il diavolo.
Ebbene, sì.
Che poi, tra le altre bizzarre coincidenze della vita, e del cinema stesso, Linda Blair è la stessa attrice/bambina che venne posseduta dal demone Pazuzu nel film di William Friedkin, quello "serio", L'Esorcista (1973).


Ma al di là delle coincidenze, e dei paragoni che sarebbero inutili e fuorvianti, tra i due film intendo, a me interessa ricordare la faccia di padre Jebedaiah, di come si allena per affrontare il diavolo, di come sia ancora oggi così viva la sua risata che non era mai solo demenziale. Leslie Nielsen rappresenta per me, un'ironia e una capacità di strappare risate, unica nel genere della parodia, perché è come se lui avesse sempre quella stessa faccia, e che "sempre" risultasse diversa, adatta e complice alle situazioni assurde nelle quali si muovevano i suoi personaggi. 

Credo che la parodia abbia un senso, nel momento in cui tu capisci che, quel senso, esista davvero. E lo devi cogliere, ti deve arrivare mentre guardi il film e ti scompisci dalle risate. Per questo io credo che Riposseduta si trovi in vetta nella mia personalissima top ancora da definire. 
Perché il diavolo potrebbe essere ovunque, e magari è così che si muove. Ci prende all'improvviso mentre vegetiamo davanti alle nostre tv, imbambolati, passivi, smorti, impauriti. E tu potresti non accorgertene, ma a salvarti quasi sempre sarà una risata vera, l'ironia che ti aiuta a cambiare faccia al mondo o, meglio ancora, un bel pezzo Rock.



Devil with the blue dress.

domenica 19 ottobre 2014

La panchina e l'altalena



Quel che ricordo meglio di quando ero bambina, è quella necessità che avevo di passare inosservata, poter godere del privilegio di ragionare ad alta voce, inventare discorsi elaborati, improvvisarmi in sorrisi, facce tristi.

Ricordo quanto era bello sentirsi "grande", ma non troppo, e ricordo di come si parlava a bassa voce tra noi, i piccoli amici del parco. 
Si stava così bene, e non eravamo mai gli stessi.
Perché non era mai sempre domenica.

C'era il bambino che veniva con la nonna, un altro con la zia, chi con il padre, con la madre. Raramente, madre e padre insieme. Erano i tempi in cui si credeva di avere maggiori difficoltà nel socializzare e abbandonarsi a incontri occasionali, brevi, e invece sono diventati quelli che oggi si ricordano con grande nostalgia. Perché tutto ci veniva più naturale, i nostri genitori o chi per loro, erano lì e avevano occhi solo per noi e per gli altri. 
Figure umane attorno agli scivoli e dietro le altalene. 
No tablet. No smartphone.
Al massimo un quotidiano o la settimana enigmistica.

"Papà mi spingi?"
"Più forte, più suu".

Se c'erano i papà si finiva col parlare di calcio o di macchine. Le mamme invece parlavano dell'ultima ricetta trovata sul Talismano, o di noi che crescevamo troppo in fretta. Se le mamme poi erano amiche, ma anche "quasi", si finiva col parlare di cose più strane, complicate. I soldi, la suocera, i parenti, le bollette. 
E poi l'amore.

E a noi certe cose un po' facevano paura, o semplicemente volevamo evitarle. I discorsi dei grandi erano "cose da grandi". Perché occuparcene? 
Eravamo bambini e basta, tutto quello che riguardava il mondo dei grandi noi lo capivamo, ma credevamo nel nostro diritto di poter aspettare ancora un po', e che tutti quei paroloni ci avrebbero travolto prima o poi. Ma...meglio poi. 

Quelle due ore al parco erano preziose, tutte per noi. Certo anche a noi piaceva fare i grandi, a volte. Ma a salvarci era quel "facciamo finta?". 
"Io la mamma, tu il papà e lui fa il figlio". "Io la moglie, tu il dottore" e così via. Fino a immaginare di avere un cagnolone tutto per noi (perché la mamma non ne vuole), o un fratellino piccolo. E fare la cassiera del supermercato, la maestra, la rockstar. Si passava la maggior parte del nostro tempo a inventare, e nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, riuscivamo ad immaginare tutto del mondo dei grandi e del nostro futuro.

Oggi i bambini non immaginano più certe cose, le sanno. Ed è terribile.

Da ieri mi muovo nel ricordo di quei giorni al parco. Il merito di questo ritorno alle origini è di due bambini.
Non i miei. 
Luca e Francesco, i miei figli, passavano dallo scivolo all'altalena e dall'altalena allo scivolo, e così hanno fatto per circa due ore. Accanto a me invece, su una bella panchina, un bimbo e una bimba. Più o meno otto/lui e dieci/lei anni.

La mia attenzione si è come divisa in due, e gli occhi e le orecchie si davano il cambio. Così, mentre sorvegliavo i miei bimbi, ascoltavo i piccoli interlocutori della panchina accanto.

Prima osservazione: la panchina è riservata ai genitori. I bimbi dovrebbero andare sull'altalena. O no?

Mi sono ritrovata nel mezzo delle confessioni di un piccolo uomo e di una piccola donna, ho sentito così distanti gli anni dei miei giorni al parco...ho sofferto per quel diritto violato alla spensieratezza e al rimandare le cose dei grandi a tempo debito. Come facevamo noi, "i bambini di allora". Ho pensato a come saranno i discorsi al parco dei miei figli e ho desiderato con tutta me stessa che quel momento potesse non cambiare mai.

Che tra la panchina e l'altalena, almeno loro, almeno per un altro po', continuino a preferire la seconda.

venerdì 17 ottobre 2014

C'era una volta un'estate



Dopo aver convinto pubblico, critica e i pezzi da novanta degli Academy, Nat Faxon e Jim Rush tornano a scrivere insieme, concedendosi l'opportunità di fare altrettanto bene dietro la macchina da presa.

Così è stato, dico io. Perché C'era una volta un'estate prosegue sulla scia di quell'amarezza, lasciata nel dramma personale di Matt king (alias il più bel Clooney di sempre!). E si ritorna ad assaporare il fascino contraddistinto del film indipendente, disseminato tra le luci di una piccola località balneare del Massachusetts. A suon di strofe che sanno di Sundance, e con le quali bene si sposano i drammi più contemporanei delle famiglie americane, Fixon e Rush rievocano la bellezza e la nostalgia di una stagione/tappa che potremmo definire "obbligatoria", necessaria alla formazione e al passaggio decisivo dall'adolescenza all'età adulta. Ed è per forza di cose in estate, che questo accade.

Duncan/Liam James ha quattordici anni, e la sua estate avrà da insegnargli molto. Timido e introverso, Duncan dovrà accettare la convivenza della madre (una sempre splendida Toni Collette) con il nuovo compagno (un sempre insopportabile Steve Carrel), sorellastra/stronza compresa.

Le famiglie allargate ormai non fanno clamore, anzi, sono all'ordine del giorno e non solo in America. I problemi spesso arrivano quando ad un divorzio segue una convivenza difficile, con tutti gli sforzi quasi mai appagati di ricostruire la famiglia perfetta. Ne è esempio lampante la mamma di Duncan, la grandissima Toni. Mettiamoci pure che accettare un nuovo "padre" in casa, non è cosa da niente, e tutto si complica ulteriormente quando a darti il buongiorno tutte le mattine è la faccia di gomma di un uomo bugiardo e viscido che vorresti solo prendere a calci...lì, esattamente lì


Ma come spesso accade, a bilanciare l'ago e a sistemare gli equilibri nella vita di un adolescente, ci pensa "l'amico giusto". Quello che non tutti hanno avuto la fortuna di avere, perché è lo stesso che ti può cambiare davvero la vita. Perché te lo trovi in un (non)luogo fatto di scivoli e piscine, piene di gente solo in estate. Ed è quello che ti sprona a fare, a buttarti nella vita come fosse quella, una grande, grandissima vasca dove l'acqua non sempre è bella limpida e a temperatura ideale. E la battuta sempre pronta, così come l'indole dell'eterno Peter Pan (grande prova anche quella di Sam Rockwell), ad un tratto sopraffatta dalla delicatezza di un uomo dotato di grande sensibilità. Accorto e spesso al limite della demenza, ma necessario. 

Insomma di questo film si apprezza soprattutto lo studio dei personaggi che lo animano. Le loro sottigliezze, virtù e debolezze comprese, danno alla pellicola la bellezza che è tipica delle immagini quando le vedi scorrere davanti agli occhi, e ti ricordano qualcosa.
E ti riportano in un momento preciso della tua vita.

martedì 14 ottobre 2014

Quando ti fermi, e guardi indietro.




Non sono del tutto certa che esista la concreta possibilità di riflettere, sull'essere madre.
Nel senso che, non credo fino a che punto si possa analizzare questo istinto, questo dono, questa missione per la quale noi donne, siamo giunte qui sulla terra.
A volte mi convinco che non ci è dato concederci più di "troppe" domande al riguardo, altre invece credo che sia impossibile non autolesionarci il cervello. E penso a tutta quella raffica di domande così confuse, così ben precise. 
Forse la vera natura di una madre si trova qui, nel punto in cui certezza e dubbio - non ditemi come, né perché - si incontrano.

Quando diventi madre tutto si intensifica, le cose che vivi, o meglio che hai vissuto, sono destinate a rivivere (reincarnazione degli attimi?). A tornare, insieme a un déjà vu, a un ricordo che sei certa di avere, perché lo senti sulla pelle, oppure insieme a quelle cose che avresti voluto vivere davvero, e non ne hai avuto l'occasione. 

Mi viene in mente una ragazzina che cammina audace, che sembra avere la strada dritta e spianata, solo per lei. La ragazzina a un tratto però tentenna, e pare fermarsi. Si gira da una parte come a cercare qualcosa nell'aria, e perde l'equilibrio. Lo sguardo è rivolto a una sagoma ben ferma, attenta. Una colonna, un occhio vigile che a volte si camuffa e altre si manifesta, perché è così che si muove una madre. Alternando l'inevitabile senso del dovere e l'istinto, e le accortezze di chi non vuole mai essere invadente.

Quella ragazzina ero io, e per guardare mia madre presi in pieno un palo. 

Era talmente forte il mio bisogno di cercare quella figura, nel mondo che mi stava intorno, che non ho nemmeno considerato la possibilità di incontrare un ostacolo lungo il cammino. Camminavo spavalda, un attimo prima mi sentivo padrona del mondo, e un attimo dopo sapevo che non sarei andata più in là di un piccolo passo, se non avessi trovato lei.
Mia madre.

Sono sicura che quella volta, la parte più "mamma" di me che ancora riposava dietro le pagine scarabocchiate di un diario, sperava che un giorno, quella che avrebbe visto "il palo" da una prospettiva diversa, sarebbe stata lei stessa. E non per cattiveria, che potrebbe sembrare. Ma per capire cosa si prova, e cosa significhi davvero, sentirsi un punto fermo, una presenza imprescindibile.

Una madre.

E oggi quel giorno è arrivato.

Tu camminavi davanti a me. E io ti guardavo, studiavo i tuoi piccoli passi e un déjà vu mi ha colto di sorpresa. Mi sono assicurata che davanti a te la strada fosse libera (soprattutto niente pali!). Ho pensato: "chissà se si gira per cercare me". L'ho ripetuto una seconda volta, una terza.
E tu continuavi dritto, spedito, sicuro di te.
Finché un pensiero, un impulso vitale, un attimo che né io né te dimenticheremo mai, ci ha dato prova del nostro essere al mondo.
Ed esserlo insieme.

Ti sei fermato, hai guardato indietro.
E hai trovato me.


venerdì 10 ottobre 2014

"The world is yours" - Scarface dal cinema alla slot machine



«The world is yours ». È il motto di Tony Montana in Scarface, a fare da sfondo alla sua ascesa nel mondo della malavita, con crudeltà e determinazione, nel capolavoro del 1983 diretto da Brian De Palma e sceneggiato da Oliver Stone.

Tony Montana è Al Pacino, in una delle interpretazioni più riuscite della sua meravigliosa carriera. 
Un film campione d’incassi, tra azione, potere, intrighi internazionali. La cornice temporale è quella di un’apertura politica di Fidel Castro, ad inizio anni ’80, quando consentì a circa 125 mila cubani di lasciare Cuba per raggiungere gli Stati Uniti e riabbracciare i propri cari. In realtà l’obiettivo era svuotare le carceri cubane, sovraffollate e in condizioni drammatiche.
Il coraggio di Tony è entrato nella storia del cinema e ha ispirato migliaia di altre pellicole cinematografiche, opere letterarie, persino videogames.
La sua determinazione, i bagni di sangue in pieno stile platform 3D, la bellissima Michele Pfeiffer ad aggiungere l’inevitabile intrigo rosa: è Elvira, la donna impossibile, l’amante di Frank Lopez, il trafficante di stupefacenti a cui Montana inizia a fare da guardaspalle. Solo alcune delle caratteristiche che lo sceneggiatore Oliver Stone ha immaginato con grande intelligenza narrativa e che non potevano che contribuire a creare un Mito del cinema.
Magliette, gadgets, la colonna sonora del film: tutto di Scarface è entrato nella storia.
“The world is yours”, d'altronde. Ed allora chiunque si è trasformato in Tony, giocando al PC, alla PlayStation 2 e alla Xbox.
Oppure sfidando la sorte al casino online. Perché anche le migliori piattaforme di gioco d’azzardo hanno scelto l’azione di questo blockbuster per fare da cornice perfetta alle proprie slot machines.
Un esempio particolarmente ben riuscito è la slot Scarface™ di StarCasinò


Scarface™ è una slot machine che presenta 3 originali simboli Stacked Wild. Su questi simboli ritroviamo le immagini di tutti i protagonisti del film d’azione di Brian De Palma: dalla bellissima Elvira (Michelle Pfeiffer) a Manolo Ribera (Steven Bauer) a Frank Lopez (Robert Loggia). I compagni di avventura del solitario Tony Montana, alla folle ricerca del successo, frenetico quanto avventuroso.
Nel background della slot ritroviamo il suo motto: “The world is yours” e non poteva esserci frase più azzeccata per chi si immedesima in Tony e vuole catturare il destino.
Dovrà farlo anche vestendo i panni di Al Pacino nello spettacolare Bonus Game. Un simbolo stacked wild, infatti, attiva il gioco in cui bisogna proteggere Tony dagli scagnozzi di Sosa che gli danno la caccia. Ogni nemico ucciso aumenta la quantità di gettoni a disposizione fino al drammatico momento in cui i nemici sopravvissuti avanzano verso Tony e lo raggiungono.

Adrenalina paura e senso di sfida, dal penultimo colpo di granata all’ultima slot.
Il mondo è, per davvero, tuo.

Scritto da Carlo Lenotti

martedì 7 ottobre 2014

Buongiorno papà



Incredibile come ad un tratto un "di tanto in tanto" diventi abitudine...
Forse può sembrare un'introduzione del tutto slegata e priva di senso, ma chi mi legge abitualmente (santi uomini e sante donne) potrebbe intuire a cosa riconduca il tutto.

Al cinema italiano, ebbene. A come io in questi ultimi anni stia a poco a poco riprendendo quella fiducia e, allo stesso tempo, ritrovandola, io cominci a vedere con occhi nuovi il cinema italiano contemporaneo. Quello per il quale si fa prima a dire "vade retro" piuttosto che perderci del tempo. E io ultimamente ci perdo tempo, sì. E tolte quelle crepe e quelli che comunemente chiamiamo incidenti di percorso (vedi il più recente Si può fare l'amore vestiti?) mi sento di dire che, credere ancora nel cinema nostrano e, in quei "pochi ma buoni" autori che abbiamo, provoca un non so che di felicità inaspettata.

Edoardo Leo rientra in questi pochi ma buoni sopra citati. Mi piace come attore, apprezzo davvero ciò che ha da dire e "come", lo dice. Insieme a lui Massimiliano Bruno. Ecco perché di questo ultimo lavoro insieme (in fase di sceneggiatura, con Herbert Simone Paragnani), Buongiorno papà, mi ritrovo ora a scriverne con entusiasmo e piena approvazione.

Anche se l'entusiasmo non è identico a quello meno convinto, del post visione di Diciotto anni dopo, con questa sua seconda prova da regista, Leo mi ha convinta di una cosa. E cioè che se ti imbatti in tematiche che al mondo appaiono come banali e trite e ritrite, non hai molte possibilità di cavartela. Quindi, o lo sai fare, o finisci nel girone dei dannati, dove "bazzicano" quelli che ci hanno provato, ma che poveracci...lì rimangono.


Leo in questo film corre più di un rischio, e secondo me lo fa con disinibita consapevolezza. Il primo è quello che obbliga il pubblico ad accettare Raoul Bova che, per quanto bellino, si sa, è più il contentino che sappia abbindolare la presa di coscienza della morte del lavoro dell'attore in Italia...ahimè, sempre più di dubbia e misteriosa fattezza. Stessa cosa vale per il corrispettivo femminile di Bova, ovvero Nicole Grimaudo.

E sapete come vince su questi che, all'apparenza, sembrerebbero macigni ammazza carriera? Lasciando che il film e la storia, vadano oltre le facce degli attori, delle loro capacità. Come se ad un tratto contasse solo ciò che le immagini hanno da dire, e tutto diventa funzionale, come il nome della giovane protagonista (non a caso Layla, canzone dei Derek and the Dominos, composta da Eric Clapton e Jim Gordon) e le molteplici citazioni e i vari omaggi ai grandi maestri. Siano essi musicali o cinematografici (Kubrick su tutti).

Il cliché del padre ragazzino e donnaiolo è roba poco appetitosa, già nota. Ma se riesci a non darlo a vedere, e Leo ci riesce, sei già a metà dell'opera.
Potrebbe bastare un elemento forte nel cast, che sta una bella spanna sopra agli altri. Marco Giallini ad esempio, il nonno ex rockettaro che cita Bukowski e si improvvisa Alice Cooper. Come dire, il  vecchio saggio che non ti aspetti, ma che vorresti avere avuto.
E poi c'è chi si sposta con innata delicatezza e quella piacevole goffaggine, alternando il ruolo di regista a quello di attore, anche questo basta a dare al film la giusta dose di credibilità e bellezza, come la commedia italiana vuole/vorrebbe.


Buongiorno papà non è il solito film che grida e rivendica il ruolo del padre modello. La paternità qui non è solo la responsabilità scritta nel sangue che scorre nelle vene, è anche una firma più sottile che ci mette di fronte a ciò che creiamo, che ci appartiene e che dobbiamo tutelare. 
Un'idea è come un figlio. Ti appartiene in maniera carnale, ti sconvolge la vita, ti dona qualcosa e quasi sempre non si ha il tempo di capirlo.

Forse il film invita a riflettere di più su ciò che stiamo facendo mentre viviamo, senza tralasciare nulla, o quasi. Per far sì che se c'è da muovere il culo e correre dietro a qualcosa o a qualcuno, bisogna farlo e basta.

domenica 5 ottobre 2014

Ma tu di che ti occupi, di sorrisi? - Ciao Lorenzo...



Io c'ho un brutto vizio, quello di aprire bocca e sparare a zero, a volte. Quello che si chiama "impulso", l'istinto primordiale che ci rende ignoranti e privi di controllo di fronte a qualunque cosa.
Se poi fai il critico e col tempo ti abitui a dare giudizi e a scrivere di ciò che vedi, pensi, senti, la situazione si complica e i casi in cui ti ritrovi ad essere stronza, aumentano notevolmente. 

Lo scorso luglio ho dato una delle migliori prove di me, del mio essere stronza per l'appunto, a Lorenzo.

Ricordo che si parlava tra amici e colleghi, di qualcosa a proposito di Tim Burton e della sua recente filmografia. Chi mi conosce sa, immagina. E infatti io sono intervenuta nella discussione con il mio solito fare cafone e pedante, tant'è che un tale mi stuzzica e prova a capire meglio il senso del mio intervento. Io capisco subito che in fondo gli piace il mio essere diretta, seppur in netto contrasto con il suo pensiero. Lo capisco perché vedo che insiste, e fa di tutto per alimentare la discussione. A chi non gliene può fregar di meno invece si sa, tronca di netto e sparisce.

E io Lorenzo l'ho conosciuto così, all'improvviso. E all'improvviso lo vedo dissolversi dietro quegli occhi azzurri, dietro quel suo modo di fare un po' insolente, ma sincero, curioso, attento. 
Sono quelle coincidenze strane che nella vita ti obbligano, vuoi o no, a riflettere, a pensare meglio, a rivedere alcuni dettagli. E io di te non posso certo dire "se ne va un grandissimo amico", così come non posso dire di averti conosciuto di persona, né di averti mai stretto la mano, né che eri una grandissima persona (anche se tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerti dicono esattamente questo) o chissà quante altre amorevoli e commosse esternazioni. 

Eppure mi ritrovo qui a scrivere due righe su quello strano e fugace incontro. A metà tra il virtuale e il reale. Proprio sulla linea di confine che separa lo schermo dalla vita vera. E io non credo sia stato un caso.
Perché appena ho saputo che avevi lasciato questo mondo per volare via, chissà dove, lo stomaco ha cominciato a contorcersi. Non so come spiegarti, in fondo "non ti conoscevo", ma  nella nostra piccola conversazione di qualche mese fa, tu mi hai lasciato qualcosa. E per questo io oggi sento il bisogno di dirtelo, di scriverlo, di raccontarlo.

"Famo pace?"
Certo sapevi come rompere il ghiaccio e sbollentare gli animi. Un secondo prima ti "odiavo" per come ti prendevi gioco del mio regista preferito, e un attimo dopo ero lì, ad ascoltare con interesse tutto ciò che avevi da dire. Il mio ricordo di te è circoscritto in quelle poche righe che ci hanno fatto conoscere, in quel casuale ma divertente, scambio di battute tra uno scrittore e una critica rompi balle e su di giri. 

Io non sapevo nemmeno chi fossi. Be' Lorenzo Bartoli era tante cose. Sceneggiatore, scrittore, fumettista romano classe 1966. A ventidue anni esordisce su L'eternauta, rivista a fumetti della Comic Art. Papà di Arthur King (Macchia Nera Editore). Nel 2001 realizza insieme a Massimo Carnevale, Uomini e topi e Il dono di Eric, quest'ultimo Miglior volume a fumetti d'autore al Lucca Comics. 
Con Roberto Recchioni dà vita a John Doe, con il quale vince il premio Attilio Micheluzzi e il Gran Guinigi, e Detective Dante. Ha collaborato per diverse pubblicazioni della Disney, ha sceneggiato alcune storie di Martin Mystere, creato e sceneggiato Alice Dark. Si firma Akira Mishima per i romanzi Bambole e Overminder - Il sognatore.

Io di lui ho letto solo qualche racconto preso dal suo blog, Cuori da bar, dal quale poi è stata realizzata e pubblicata una sorta di antologia, nel 2007 (la comprerò presto Lorè!).

"Ma tu di che ti occupi, di sorrisi?"
Non so perché tu mi abbia fatto questa domanda, che racchiude in sé una bellezza unica, forse una delle più belle che mi siano mai state poste. Soprattutto, me lo chiedo, dopo essere stata così poco simpatica...
Ricordo che si provava a capire di più l'uno dell'altra, così io ti ho detto che sono un critico, specificando che in realtà "ci provo" e basta, e che mi sarebbe piaciuto sentire da te cosa ne pensavi, del blog, del mio modo di scrivere. Ci siamo conosciuti così, leggendoci quel poco, a vicenda.

E mi rimane davanti agli occhi quella tua voglia di stroncare la malattia e la morte, quel racconto che mi ha lasciato un'idea precisa di te, la stessa che ho oggi. "Troppo veloce, troppo furioso". 

Poi mi rimane l'immagine di me che rido come una scema davanti al pc, grazie a te che mi racconti della tua carriera semisconosciuta da titolista di film hard...ancora rido se ci penso.
Un'altra cosa bella che mi tengo stretta, è quanto hai espresso a proposito del mio blog e della mia scrittura: "non male, sei sospesa tra critica vera e considerazioni personali, ma è piacevole".

Insomma la vita è proprio strana, ti presenta una persona, ti dà modo di apprezzarla, e subito dopo ti costringe a dirle CIAO.

Ciao Lorenzo, e nun me toccà più Tim, intesi?

venerdì 3 ottobre 2014

Fantasmi a Roma - Fiaba surreale degli anni '60



Vorrei scrivere sempre così, con questa voglia di farlo che mi direbbe di non pormi un limite, di evitare punti. Vorrei scrivere sempre con questo stesso entusiasmo, con questo orgoglio dentro che mi fa innamorare come la prima volta, del Cinema Italiano.

Dovrei aver vissuto questi miei trent'anni negli '60, oppure dovrei avere a portata di mano una sfilza di titoli che riportino esattamente lì. In un periodo storico e artistico che, cinematograficamente parlando, ha davvero reso memorabile il nostro cinema. E la prima cosa che mi viene in mente, sono le sceneggiature scritte a più mani, quelle che mettevano insieme le menti e le penne di grandissimi autori italiani. Ennio Flaiano, Ettore Scola, Age & Scarpelli, Monicelli, Rodolfo Sonego, Pietro Germi e tanti altri davvero.

Oggi mi vorrei fermare due minuti, su una commedia unica nel suo genere, perché di tutte quelle viste fino ad oggi, mai nessuna era stata in grado di somigliare a un'opera comica e surreale al tempo stesso, che tocca le corde del dramma e della fantascienza, della satira e del male di vivere degli uomini.

Fantasmi a Roma è un film di Antonio Pietrangeli, del 1961, sceneggiato da Sergio Amidei, Ettore Scola e Ennio Flaiano (per dire). Nonostante gli anni, la commedia è pregna di una vivissima attualità, che bene si sposa con i problemi legati a "noi" uomini contemporanei. La solitudine, la menzogna, le verità di comodo, la corruzione, la speculazione edilizia, la vita e la morte.

In questa palazzina della vecchia Roma, vive Annibale di Roviano, un vecchio principe rimasto solo (Eduardo De Filippo), tanto a lungo da imparare a convivere con un gruppo di fantasmi. Questi, si muovono all'interno del palazzo con fare un po' settecentesco, indossando gli abiti al passo con i loro tempi ormai andati e con i volti ricoperti di bianco. Sono fantasmi mica qualunque. Marcello Mastroianni è il libertino del 700, Sandra Milo una donna morta suicida a causa di pene d'amore, Tino Buazzelli è invece Fra Bartolomeo, un povero frate morto avvelenato. Poi c'è il piccolo Poldino, e ad arricchire la combriccola "un tale" Vittorio Gassman nei panni del pittore Giovan Battista Villari in arte "il Caparra". 

I fantasmi si batteranno affinché la palazzina, quindi la loro casa, non venga demolita per essere sostituita da un supermercato. Nel frattempo anche il povero Annibale raggiungerà i suoi amici fantasmi, lasciando il posto e la decisione ultima e definitiva sulle sorti della casa, al nipote Federico (interpretato dallo stesso Mastroianni, il quale nel film ricopre tre ruoli).


Il fascino del film sta nella semplicità e nella bravura magistrale di attori i quali, con un po' di bianco in faccia, potevano permettersi di muoversi davanti alla macchina fingendo di essere fantasmi, e risultare credibili. Nel 1961 pensare a una commedia del genere era davvero difficile, così come sarà stato complicato farsi capire dal pubblico di allora, disabituato al fantasy, al grottesco portato nella commedia. Il soggetto è divertente, brillante e pieno di situazioni originali. Lo sono ancora oggi a distanza di più di cinquant'anni. 

Guardi questi film e ritrovi un cinema che a volte si nasconde dietro la polvere, come le vecchie cose in soffitta, che ti devi trovare da solo perché nessuno più te ne parla o si preoccupa di rammentarti la loro esistenza. Anche se così preziosa.

E la magia, il dono più grande è ritrovare un Gassman nel suo pieno splendore intento a fare il pittore un po' ribelle, un po' sopra le righe. E si ama di lui ogni piccola smorfia, ogni piccolo o eclatante gesto da attore teatrale e le sue memorabili battute: "Caravaggio l'animaccia sua!".
(Il Caparra non si può non amarlo, tra l'altro nel film si affronta pure la questione del critico, d'arte in questo caso, "o fasullo o corrotto", tipo quello che prenderebbe facilmente un Caparra per un Caravaggio...).

Tutto ci porta a credere che, Ferzan Özpetek con il suo penultimo film, abbia voluto rievocare tutta questa meraviglia e, nonostante io non abbia apprezzato il risultato finale, ne ammiro il gesto. Perché così dovremmo fare un po' tutti, ispirarci alle grandi cose che il tempo tende per sua natura a nascondere. Trovare la bellezza, soffiare via la polvere, convivere tutti i giorni con una magnifica presenza.

P.S. musiche di Nino Rota.

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