giovedì 30 aprile 2015

Di due in due

 
 
La libertà di scegliere mi rende una donna libera.
Tutti i giorni autogestisco la mia vita, e posso farlo perché sono una donna libera.
Suona la sveglia e non ho il tempo di chiedermi alcun "perché", nemmeno mi guardo allo specchio mentre lavo i denti.
Accarezzo i capelli giusto per rendermi conto che sono ancora lì.
Annego per poco sotto il getto dell'acqua, rigorosamente gelida.
Apro le persiane e fuori è come era ieri.
Chiamo i bambini ché già si è fatto tardi.
Due cambi, due zaini, due merende, due succhi di frutta.
Procedo di due in due, tentando disperatamente di non infrangere l'ordine di quella sequenza.
 
L'ho fatto ieri, lo farò domani, non vedo perché io non possa riuscirci oggi...
mentre ci penso guardo i calzini, quattro in tutto, due coppie...sì ci sono, ma qualcosa non torna.
Mi vedo in bilico e sola, davanti a due coppie di calzini di cotone leggero.
Un attimo prima mi invade l'istinto di buttarmi a terra e dormire fino a domani, l'attimo dopo rinsavisco e affretto i modi, accelero i pensieri fino a ricongiungermi col mondo reale.
"Forza bimbi, cinque minuti e usciamo!".
 
Cinque minuti magari bastano ad accoppiare i miei, di calzini. La maglia nuova è macchiata, ma chi vuoi che se ne accorga?
Davanti scuola ho la sensazione di essere la madre meno adeguata della terra, mi guardo dall'alto, guardo i miei figli, do loro il compito di camminare mano nella mano, davanti a me.
Almeno guardo loro e mi dimentico della maglia nuova, macchiata.
La rappresentante di classe si lancia con un sorriso che a quell'ora del mattino potrebbe essere l'equivalente del sorriso del diavolo. Paranormale, raccapricciante.
"Perché mi sorride e mi viene incontro?".
Neanche il buongiorno.
Con la delicatezza di un elefante mi dice: "bella questa maglia, è nuova?".
"Avrà visto la macchia" - penso, in preda a un attacco di panico.
"Ehm...sì, sì. Grazie".
 
"Incredibile, non ha visto nulla".
Come se stessi nascondendo il cadavere di un uomo dentro il portabagagli dell'auto - parcheggiata in seconda fila e accerchiata dai vigili.
Bacio Luca augurandogli una buona giornata, alla svelta mi dirigo verso l'auto e saluto il gruppo delle mamme fermo davanti all'ingresso.
Una volta seduta in macchina le guardo, ed è come se le vedessi per la prima volta.
Tutte mamme e donne che di mattina mandano avanti l'universo intero.
Sono come me, le guardo meglio.
Sistemano gli zaini troppo pesanti sulle spalle dei lori figli, e dopo il bacio aspettano un po'.
Li guardano come un pittore guarderebbe un quadro appena terminato.
"Sei un capolavoro, non so se il mondo lo capirà, ma per te ho dato il meglio che potessi".
 
  
Lascio il piccolo all'asilo e di ritorno, mentre guido, penso a tutte le donne che ogni giorno, procedono di due in due. Senza fermarsi, senza aspettare che l'acqua diventi calda per sciacquarsi il viso. Sorrido perché mi sento orgogliosa e fiera.
"Sono una donna emancipata" - penso.
"Sono libera, sono in grado di mandare avanti tutto da sola".
Sono un supereroe, sì.
E la parte più bella di questa storia è quando mi fermo a sognare ad occhi aperti.
E vedo un giorno qualsiasi, non troppo lontano.
Quello in cui un tizio arriva, all'improvviso.
Mi guarda dritta negli occhi e mi dice: "non rompere i coglioni e stai buona lì, oggi ci penso io".
"Ci pensi tu?"
"Ma che ca... ma co... ma..." - ok, se proprio insisti!
 
Improbabile, lo so.
Ma lasciate almeno che una ci speri.
Quel fottutissimo giorno, prima o poi, arriverà.

lunedì 27 aprile 2015

Valerio Millefoglie - L'attimo in cui siamo felici

 
 
Quando si dice che "è il libro a scegliere te" e non il contrario, si proclama la più assoluta delle verità.
Lo so da sempre, lo sappiamo un po' tutti, e ancora una volta torno a parlare di un libro che, evidentemente, mi ha trovato per caso, e io non ho saputo dir di no.
Era un banco di quelli piccolini, situato in un centro commerciale, qui dove vivo. "Libri a due euro", incredibile...mi precipito!
 
Che poi, i libri non arrivano mai per caso. Ci credo davvero.
Qualche settimana prima avevo letto Momenti di trascurabile felicità, di Francesco Piccolo. Era come se in quel periodo avessi un bisogno inspiegabile di saperne di più, sulla tanto ambita e sfuggevole (si può dire?) felicità.
L'attimo in cui siamo felici mi ha rapita a partire dal titolo, visto il momento. E poi a monte c'era un'idea assolutamente geniale, che ora vi racconto...
 
Un giorno un Dottor Medico ha deciso di consegnare alcune schede, attraverso le quali sarebbe stato possibile indagare sulla felicità della gente. Al supermercato, al bar, in chiesa, in carcere, negozi, banche, insomma un po' ovunque, fogli sparsi a mo' di scheda avrebbero reso possibile una vera e propria indagine, o meglio "Terapia della felicità". Una scheda su cui annotare "quanto, e per quanto tempo tu, sei stato davvero felice".
Data, start, stop, tempo di felicità e motivo di felicità.
Il Dottor Medico Valerio Millefoglie conduce l'insolita ricerca per circa tre anni. Attraverso interviste e incontri interessantissimi, senza tuttavia riuscire a tirare le cosiddette somme.
 
Poi..."una mattina di ottobre del 2009, subito dopo la colazione, è morto mio padre".
 
Quando perdi una persona cara, il mondo è come se si fermasse. Succede che a un certo punto, semplicemente, quella persona inizia a "non esserci più". Valerio Millefoglie, scrittore e musicista, ha una dote rara e sottile, che è quella di descrivere gli stati d'animo propri della mancanza improvvisa, della perdita. Rendere l'idea del dolore silenzioso e farne narrativa, non è facile. Non è facile poi trovare nel fondo del buio più nero, una luce accesa dalle felicità altrui. Perché l'autore è questo che fa. Nel momento in cui si ritrova costretto ad elaborare il lutto, si ricorda delle schede e della sua bizzarra indagine. Pensando che magari un Dottor Medico non avrebbe diffuso gioia ai pazienti, piuttosto il contrario.
Superare la perdita attraverso la felicità degli altri, il medico che guarisce per mezzo dei suoi pazienti. Grazie a quegli attimi di felicità vera, quella che poi, col tempo, sei costretto a perdere assieme al ricordo.
 
Racconti brevi diventano indagine vera, al confine tra terapia e semplice umanità. Forse chiunque riuscirebbe a curare il prossimo, se solo avesse anche la minima intenzione di stare lì, ad ascoltare...
Nel corso della sua indagine l'autore e Dottor Medico, ha registrato testimonianze non solo sincere, ma anche commoventi, poetiche.
 
"Anche se il tempo di preparazione e di cottura di una carbonara è di circa mezz'ora, ci impiega due ore e mezza di felicità. L'ha cucinata per tutti i compagni di cella. Cucinano quasi sempre loro".
 
Millefoglie stupisce per la delicatezza con cui racconta e affronta la morte. Disegnando il paradiso come tante case in cui nessuno entra più, incentivando poi gli incontri.
Perché per raggiungere la felicità e scoprire città nuove, non serve andare chissà dove, magari basta cambiare un autobus.
 
P.S. Ho provato a ripensare ai miei momenti di felicità, e molti li ho dimenticati. Ci penso, mi vengono in mente pochi minuti di un sogno bellissimo, gli occhi di mio figlio che mi guarda per la prima volta, io in macchina che canto e guardo il cellulare spento.
 
E voi, ricordate l'ultima volta in cui siete stati davvero felici?
 

giovedì 23 aprile 2015

Aghi di pino e carta straccia

 

Quasi quasi vi propino tutto ciò che mi scartano gli editori...
Che dite?
Aspetta però, Vale...tu ancora non hai scritto a nessuno, lo hai dimenticato?
Fifona!
 
Ok ok, quella è un'altra storia però. Lo farò. Giuro!
Oggi vorrei proporvi il primo racconto del primissimo concorso a cui ho deciso di prender parte.
Non è un racconto vero e proprio, o sì.
In realtà è una lettera.
A parlare è qualcuno, senza specificare chi.
Destinatario...stessa cosa. Non specificato.
Il mio intento era quello di rendere attraverso una lettera - il modo più diretto e sincero di entrare in contatto con l'altro e con sé stessi, a mio avviso - alcuni sentimenti universali.
In particolare qui, si parla di nostalgia.
E della fugacità dei rapporti. Soprattutto.
Perché per quanto un rapporto abbia le migliori premesse e sembra immortale, è destinato comunque a spegnersi o, nella migliore delle ipotesi, a cambiare.
 
*L'immagine che vedete è un olio su tela di Marc Chagall. Sopra la città, 1918
 
Aghi di pino e carta straccia
 
"Nessuno sceglierà per noi", era quello che ci promettevamo sempre. Il nostro grido di battaglia prima di iniziare a combattere, contro le bocche storte degli invidiosi, di chi non ci credeva mai. Contro la vita stessa che ci aveva quasi convinto dell'eterna bellezza di quegli anni, illudendoci che ogni speranza nutrita con tenacia e pazzia, prima o poi, sarebbe diventata bellezza vera.
Vera come lo eravamo noi.

E mentre scrivo torno un po' indietro ad afferrare i ricordi, e mentre li afferro il cuore un po' si affanna. Le sere d'estate a cercare ristoro e a pianificare nuovi progetti, abbellendo quei sogni di cui ci nutrivamo. Il giorno e la notte si incontravano di nascosto come due amanti. Era come se io e te, al contrario del mondo intero, io e te soltanto, lo sapessimo. E godevamo di quel momento, unico, poiché il sole ad un tratto iniziava a muoversi piano, e non faceva né troppa luce né troppa ombra. Non temevamo confronti, ed è lì che ancora oggi rimane, quel pezzo di eterna bellezza per cui tanto abbiamo corso.
"Insieme" era la sola cosa di cui realmente ci importava. La prima sigaretta insieme. La prima sbronza in discoteca insieme. La prima di tutte le prime volte insieme. E se agli altri faceva paura, a noi no, era categoricamente vietato.
Non avevamo regole, nemmeno limiti. Forse per questo camminavamo lungo le strade di un mondo che era di tutti ma nostro soltanto.
Se dovessi spiegare ai miei figli cosa eravamo, io e te, direi una cosa sola fatta di due. Oppure mi affiderei al primo pensiero che renderebbe felice un bambino, come una busta di caramelle ancora piena, un gelato tuttigusti che non cola e non appiccica le dita. Un sapore buono che non cambia mai, un rumore che non riesci a spiegare ma ti piace, ti piace da impazzire.

Di quel rumore oggi non resta che il ricordo, lo stesso in grado ancora di aggrapparsi alle quinte scorrevoli di una vita già passata e presente, dove noi non siamo più.
Mi chiedo quale senso abbia, ora, questa lettera triste, destinata a rimanere tra le mani di chi l'ha scritta. E nel volere a tutti i costi una risposta che abbia un poco di senso, ritorno indietro negli anni. E ancora un ricordo mi abbraccia, affonda la lama, uccide e poi cura.
Forse è qui, la risposta.
Come un fiore che lentamente muore, tutto è cambiato. Lentamente, ma non così tanto da darci la giusta consapevolezza, o il desiderio. Perché se solo avessimo voluto davvero cambiare qualcosa, lo avremmo fatto. Come si fanno tutte le cose. Come si respira per sopravvivere, come si guarda in alto per trovare il cielo, come si sorride nonostante tutto.
Come facevamo noi, ricordi?
Pioveva tanto da bagnare tutto, ma il dolore dentro restava. Quando la madre di Damiano non aveva più nemmeno le lacrime da versare, come grida disperate, sul corpo di un figlio morto a vent'anni. E noi lì ad elemosinare una ragione, anche una soltanto che potesse spiegare la bruttezza della vita. Mai stata  così spietata e infame.
Agosto ad un tratto divenne l'inverno più lungo, buio. Fitto di buchi da riempire, di ammassi spinosi da sfoltire. Pezzi di vite sfasciate da risistemare, ma noi non potevamo. Come avremmo potuto?
E ce ne facevamo una colpa, ci sentivamo responsabili.
Ad un tratto la vita spensierata divenne più complicata. Nonostante trovare il colpevole fosse impossibile, capimmo che la sola alternativa a tutto quel dolore, era trovare un rimedio, una cura. Ma anche lì, nessuno ci avrebbe capito. E così è stato.
Ci ritagliavamo quel pezzo di mondo che più ci appagava, tanto da risultare gli scemi del villaggio.
Damiano non c'era più, e noi lo sapevamo.
Passammo notti terribili, incubi ricorrenti, maledetti. Accanto a lui nella macchina poco prima dello schianto. Damiano che sorrideva per l'ultima volta e continuava a prendersi gioco di noi. Ma col suo fare un po' da bullo, un po' sborone, ti spiegava pure come evitare cazzate. Le stesse che poi, alla fine, hanno fregato lui. In maniera definitiva.
La vita è il boss dei boss, tutti devono rendere conto a lei. Lei si concede agli uomini, lei li perdona, li abbraccia, li ammazza.
La vita è una puttana.
Lo dicevamo spesso.
Così come ci dicevamo che niente, neanche la vita, ci avrebbe mai fregato. E per noi la fregatura non era morire e basta. Era perdere la nostra intesa, il nostro modo di vedere il mondo senza badare troppo al giudizio degli altri. Faciloni e pigri, nessuno aveva mai compreso il nostro stare insieme senza condizione.

E invece ci siamo fregati da soli.
Bravi fino in fondo, con ostinazione abbiamo costruito e con altrettanta ostinazione abbiamo sfasciato ogni fatica, gioia. Tutto di tutto.
Quel giorno d'agosto trovammo un rimedio, forse fu l'ultima nostra impresa. L'ultima nostra vittoria. L'attimo prima del disfacimento, in un giorno triste, forse tra i più tristi delle nostre vite.
L'ultima estate della nostra giovinezza condivisa, destinata a restare la più lunga, la più bella e tragica al tempo stesso. Il brusìo delle storie appena nate e i silenzi degli amori finiti nella trappola delle bugie innocenti. Ancora un pezzo da mettere nel jukebox, ancora una partita a "stecca", ancora. Sul tappeto verde lo scrocchio di un tiro perfetto, e a fare da eco una gioia che pareva intoccabile. Lo era.
Me ne rendo conto adesso, mentre torno a respirare quegli attimi persi, stantìi. E un po' di quel vento che allora ci accarezzava, nelle lunghe sere d'agosto, torna a soffiare con grazia sui brandelli dell'anima. A noi il vento piaceva, eccome.
Quante volte avremmo voluto essere come lui?
Come il vento.
Che senza dire niente arriva e sposta le cose.
Quel martedì il vento soffiava ma, per la prima volta lo abbiamo visto fallire.
Poteva portarsi via la morte di Damiano - perché non lo fa? - sì, lo abbiamo gridato a noi stessi senza che nessuno potesse ascoltarci.
E senza che nessuno se ne accorgesse, tentammo di mettere in atto il nostro folle piano.
Avevamo deciso di stravolgere la realtà, perché non ci piaceva. E molti parlarono di noi come di due ragazzini stupidi e viziati. Cercammo disperatamente un motivo per non piangere e, semmai lo avessimo trovato, un po' lo avremmo donato a quella donna distrutta.
Sento ancora il freddo della chiesa investito dalle lacrime, dai ricordi di Damiano sopra le teste di tutti i presenti. Nuvole passeggere piene di materia insostenibile.
Era troppo persino per noi, dovevamo fare qualcosa.
E siccome a noi la parola di Dio faceva troppo ridere – che poi tu iniziavi, e io ti seguivo - cercammo solamente di essere noi stessi senza forzature dettate dalla circostanza. Era la morte quella circostanza, ma non bastava a mandare a monte il piano. Non poteva, non doveva.
Quella fu la cosa più assurda che insieme siamo riusciti a fare: ridere come due scemi durante una messa funebre. 
Era un piano folle, ma pieno di ribellione, il nostro atto rivoluzionario. Ridere in faccia alla morte, ridere alla vita che ancora ci rimaneva e farlo senza avere paura delle conseguenze. Damiano avrebbe capito, ne eravamo certi e a noi bastava questo.
Il nostro ultimo "vero" incontro si concluse lungo il viale alberato che portava al cimitero. Il vento tornava e muoveva appena gli alti pini di quel sentiero che mai, era stato così interminabile. Correvano piano gli aghi di pino mischiati a un po' di quella carta gettata senza cura da mani distratte. Carta straccia.
Non ne abbiamo più parlato. Non abbiamo più parlato.
Ma prima che i nostri soli si staccassero per non ricongiungersi più, abbiamo capito – e io lo so, e tu lo sai – che niente di tutto ciò che io e te siamo stati, avrebbe potuto ripetersi. Né in questa vita, né in infinite altre. Che poi avremmo dovuto capirlo fin da subito sai?
Ma non avevamo i mezzi.

Solo oggi mi accorgo della fugacità dei rapporti, di come un legame, per quanto compiuto possa essere, sia destinato a morire. Persino il nostro, sì. Che quando ci fermavano per strada quasi ci invidiavano, tanto era bello e disinteressato quello stare al mondo che ci contraddistingueva.
E oggi, cosa ci contraddistingue?
A guardarci meglio il solo tratto che ci renda riconoscibili, ancora, è l'indifferenza.
Nemmeno mi riesce guardarti, chissà dove sei.
E nemmeno mi importa chiedertelo - guardami.
Nelle mie domande incompiute, e nelle mie risposte impronunciabili, vedo solo me stessa. Cammino senza porgere mano, senza aspettativa che somigli a un cenno del capo, a un sorriso. Mi muovo spostando i ricordi, ma in realtà tutto resta immobile, identico.

La leggerezza è propria del vento, non mi appartiene.

Torna il sapore di ciò che eravamo, amanti, amici, parenti, complici. Lo stesso che poi ci ha portato ad oggi, a un mucchio di bugie, affari che nemmeno dovevano riguardarci.
A una lettera triste.
Non c'è un tempo da coniugare a cose o persone. Della verosimiglianza non resta che un aspro ricordo. Ciò che resta giace invadente sopra parole piene di ipocrisia. Bagnate di lacrime di circostanza, pregne di quell'insolenza tipica degli uomini. E ci siamo cascati anche io e te, nella trappola delle bugie non più innocenti ma letali. Ci siamo guardati senza più capirci, ci siamo dati le spalle per non voltarci più.

Mentre ci penso rallento i passi, cammino guardando ancora una volta i miei figli, e nel loro sorriso perfetto, in quell'attimo, prendo un po' di quel vento che sempre mi sfiora, insolente, amico. Abbasso lo sguardo solo per godere di quello spettacolo, l'unico che ancora oggi conservi di noi un ricordo degno di eterna memoria.
Alzo gli occhi giusto per capire dove si arresti il verde intenso di un arbusto imponente.
Vengo rapita dal sottilissimo sfregolìo fatto di aghi e carta straccia. Sorrido ai miei figli, e alla sola promessa che sia stata mantenuta.

Abbiamo scelto noi.


martedì 21 aprile 2015

M'illumino d'immenso

 
 
Ai tempi della scuola, ricordo bene, capitava spesso di aprire il libro e studiare, solo perché si doveva. Odiavo "imparare a memoria" io, avevo questo problema - se così si può definire - perché per imparare dovevo prima di tutto CAPIRE.
Era più forte di me, infatti abbandonai la matematica, definitivamente, al quarto anno.
Pensai: "Vabbè, una materia in meno può starci. E poi so addizionare, sottrarre, moltiplicare e addirittura dividere..." - Oh, mica è da tutti!
 
Se non è un'opinione, allora non mi piace.
Fine della storia.
 
Capitava di rimanere interdetti anche davanti a una bellissima antologia, diciamolo.
Allora mi vergognavo parecchio, tutte le volte in cui non riuscivo a capire ciò che leggevo. Eppure capitava, anche quando a leggere era la voce del prof. Io mi guardavo intorno pensando se quella difficoltà fosse solo mia oppure di tutti, e mentre mi crucciavo notavo una fastidiosissima indifferenza che era generale. Chi disegnava sul diario, chi guardava per aria, chi ronfava sul banco...
Io stavo così male quando non capivo un poeta, un autore chiunque esso fosse.
E agli altri non fregava nulla?
Bah.
Oggi so cosa vuol dire, ma a sedici/diciassette anni non puoi saperlo.
Tra le pagine e gli evidenziatori di ogni forma e fluorescenza, si dipanava il mio studio e il mio amore fiorente per la letteratura. Positivismo, Romanticismo, Ermetismo, Decadentismo...tutto suonava come musica per le mie orecchie. Mi veniva naturale amare quel mondo scoperto sui libri, ma di tanto in tanto mi bloccavo. Non mi tornava qualcosa.
 
Il giorno in cui leggemmo Mattina, di Giuseppe Ungaretti, fu disastroso.
Nonostante io tendessi a prendere per oro colato tutto ciò che sosteneva il mio carissimo prof, quella mattina - la mia - fui per la prima volta in disaccordo con lui.
"Capolavoro?" - ma dai, sono due righe...
C'era l'inquietudine della guerra allora, chiave di lettura necessaria per comprendere il poeta. Mattina non è proprio Ermetica, ma da Ungaretti l'Ermetismo prende soprattutto questo fatto di vivere il dramma interiore e renderlo universale, come il dolore dell'uomo dinanzi alla guerra.
 
Da una lettera a Giacomo Papini, sappiamo inoltre che Mattina, nella sua prima stesura, s'intitolava Cielo e mare, ed aveva questo aspetto:
 
“M’illumino | d’immenso | con un breve | moto | di sguardo”.
 
Tagliando gli ultimi tre versi, Ungaretti ha incentivato quel senso di pienezza semantica e poetica. Un istante dilatato per descrivere la condizione universale di ogni esistenza. E potrebbe essere legata alla guerra, ma anche ad ogni qualsivoglia male dell'uomo.
Io allora non capivo nemmeno quale infinita gamma di possibilità avevo a disposizione, per interpretare quei versi. Avevo i mezzi necessari ma non sapevo ancora come sfruttarli.
Oggi ho qualche anno in più, e il mio amore per quella grossa antologia - che ancora conservo e custodisco con cura - è maturato insieme alla mia persona.
Soprattutto oggi vivo le mie giornate e la mia stessa vita, assaporando la bellezza e la sacralità delle mie mattine. Perché è di mattina che io riesco a fare le cose migliori.
 
Ad esempio è di mattina che io scrivo e penso a un'infinità di cose.
La mattina do l'acqua alle mie piantine aromatiche e apro le finestre.
La mattina metto avanti il sugo e decido cosa preparare.
La mattina penso che non devo lavorare e sono felice.
La mattina penso che devo fare in fretta ché poi lavoro, e sono felice.
Stamattina, giusto per dirne una, mi sono svegliata e ho ricordato quella sensazione che mi metteva a disagio davanti a quei due versi. Sapevo che c'era tanta bellezza, ma forse quello non era il momento giusto.
 
Forse questo è il tempo dell'immenso...
e quella fugacità poetica, quell'attimo tanto caro a Ungaretti, ora lo so, non poteva che essere di mattina.


lunedì 20 aprile 2015

Sotto una buona stella

 
 
Dopo aver raccontato fallimenti e peripezie varie, dei tre coinquilini "per caso" in Posti in piedi in paradiso, Carlo Verdone torna con fare tragicomico, all'interno delle mura domestiche.
Questa però è una famiglia abbiente, Federico Picchioni ha tutto ciò che gli serve. Una bella casa, soldi, una donna affascinante...finché la vita non decide di metterlo duramente alla prova.
 
E per un uomo si sa, la prova più dura è quella della paternità. Così Federico si ritrova i suoi due figli in casa, vent'anni e voglia di fare pari a zero. D'altronde nessuno poteva immaginare un evento tragico, come la morte della madre di Lia e Nicolò, nessuno. Tantomeno Federico...
Fare il padre all'improvviso con l'aggravante di un lavoro perso e una reputazione in pericolo. E la bella donna...be' anche lei, quando le cose si mettono male si fa prima a fare le valigie.
Così è stato.
 
Da solo con due figli che non riesce a comprendere né a domare, una nipotina figlia di un rapporto fugace, oppure semplicemente figlia di un padre vigliacco, Federico racconta in prima persona la sua storia. E il film riesce poiché mantiene un tempo perfettamente allineato con gli stati d'animo del protagonista. Sempre un filo esasperato, ipocondriaco, orgoglioso e diplomatico, Carlo Verdone torna a confrontarsi con l'altra metà della mela. Stavolta a fare da spalla è l'ironia malinconica della bravissima Paola Cortellesi. Una vicina estrosa e tuttofare, la quale però vive nel tormento di un lavoro poco nobile, eppure necessario. Non è il lavoro più antico del mondo eh?
Luisa licenzia la gente, tutto qui. Con calma e rispetto, lentezza e senso di colpa lancinante.
E qui risiede il maggior slancio di un film che avrebbe potuto incepparsi e annoiare a morte lo spettatore. Non è più il duetto alla Bernardo e Camilla (Maledetto il giorno che t'ho incontrato), qui Federico impara a vivere grazie alla forza e all'ironia di Luisa. Impara a gestire i suoi figli, a dare loro un po' di fiducia e a riceverla di rimando. Nonostante il personaggio di Federico si evolve insieme al rapporto con Luisa, sullo sfondo emerge la storia triste di un paese che ha davvero poco o nulla da offrire.
 
 
Un paese che scambia l'anima per depressione, un paese corrotto e criminale. E alla fine anche l'uomo migliore è condannato a restare un po' solo, a guardare i figli volare lontano, via dall'Italia.
Tra siparietti esilaranti e momenti poco più spenti, Verdone torna a fare ciò che gli riesce meglio.
Il papà delle storie semplici e burattinaio di quelle maschere dal volto incerto, alle prese con i drammi quotidiani. I suoi personaggi visti nell'insieme, sono l'Italia. Siamo noi.
Un po' zoppicanti andiamo avanti, molti di noi ci provano e restano, altri emigrano, con la speranza che, una qualche buona stella, sia sempre disposta a brillare.

domenica 19 aprile 2015

CriticissimaMente - Storia di un avverbio ostinato

 
 
Stavo dando un'occhiata ai precedenti post scritti proprio in questo periodo. Per la precisione, quello di due anni fa e quello dello scorso anno. Be', non potrei compiere più di questi due passi indietro, per rivedere la mia storia e quella di CriticissimaMente. Perché esattamente tre anni fa qui, cominciava qualcosa.
 
Un groviglio di idee e battiti accelerati del cuore, una stanza mai vuota e una finestra da cui guardare il mondo. CriticissimaMente è la storia precisa della mia vita, un'ambizione messa in pericolo dall'indifferenza e dalla paura degli altri, dalla rassegnazione generale in cui tutti gli uomini di questo paese, sono sprofondati. Sì che col tempo, poi, quella paura mai condivisa ha iniziato a sgambettare i miei progetti, i miei sogni, la mia convinzione di spaccare. Ma nonostante questo, un giorno non molto lontano, decisi di fare qualcosa...
 
E per la seconda volta dico "qualcosa".
Spiegare a parole CiticissimaMente è complicato. Un po' come quando ti dicono: "dimmi tre aggettivi che ti descrivono".
Ma che cavolo ne so?
A volte non so nemmeno chi sono e cosa vuole la vita da me, soprattutto quando mi guarda e mi mette alla prova.
Forse su queste pagine si spiega e si cura, il male inferto da un'epoca confusa, sbagliata. Dove le cose all'improvviso hanno cominciato a correre all'incontrario.
E mi viene in mente il treno dei desideri...dei miei pensieri. Sì. Perché quando cantavo questa canzone, durante le gite alle elementari, ero talmente ingenua e felice, e inconsapevolmente forte, da rompere persino l'aria, quando si faceva pesante. 
 
Prima di diventare madre, nella mia testa prefiguravo un futuro non troppo lontano, nel quale io con laurea in mano e faccia tosta, sfoggiavo con orgoglio il tesserino da pubblicista. E poi l'iscrizione all'albo. E poi la mia vita.
Bella eh?
Quando nacque Luca avevo sette esami ancora. Ricordo l'esame di etnomusicologia col pancione. Certe botte su quel banco che sembrava da prima elementare...
Poi ad un tratto sono passati due anni, e Luca correva davanti l'aula magna della Sapienza. Aveva due anni e mezzo. Poco più avanti, lungo il corridoio adiacente all'aula grande, c'ero io con una tesi in mano, un sorriso interminabile e una pancia di nuovo sporgente.
Marzo  2011.
 
Poi sapete com'è no?
Mentre il mondo mi diceva: "ma ora sei madre, hai due figli, devi mettere da parte i tuoi sogni", io mi tappavo le orecchie e guardavo oltre. Continuavo a indicare quel punto, che mai avevo perso di vista. Volevo diventare giornalista.
Scrivere.
 
La svolta avvenne al termine di un corso in giornalismo culturale. Questa è una storia che ho già raccontato, ma...vi chiedo: "posso raccontarla ancora?".
Il professore, dopo avermi messo più volte alla prova, mi confidò una cosa. Il mio stile non era proprio quello di una giornalista, piuttosto quello di un critico. Perché la critica è ben diversa, e io lo capii durante quei giorni. Fare la cronaca di un evento, riportare i fatti in maniera obiettiva, vivere per la "notizia" e praticare il principio sacro e inviolabile delle cinque W (what, why, when, who, where), era la noia. Era come morire sulle pagine, spegnere un impulso che invece batteva dentro di me.
 
I pensieri neutrali a me non piacciono. Credo fermamente che un lettore, qualunque esso sia, scelga sempre un confronto in ciò che legge. Conferme e dissensi, purché siano parole vive e non una cronaca anemica.
Il professore capì che la mia scrittura andava in un'altra direzione. La chiamò "scrittura creativa", e io provavo a tirar giù dal soffitto dell'aula una qualche risposta che mi aiutasse a capire cosa diavolo volesse dire...
Poi mi spiegò una cosa, e allora capii.
 
"Sai Vale, nel giornalismo è assolutamente vietato usare gli avverbi".
-Assolutissimamente, avrei voluto dire io.
 
"Ho notato che tu ne abusi, e spesso esprimi il tuo punto di vista nell'articolo".
-Infattamente sì. Lo ammetto.
 
Niente avverbi. Niente punti di vista.
Ma cos'è 'sta storia?
 
Per me era un po' la morte. E allo stesso tempo la rivelazione definitiva.
Il professore, mi disse anche che esisteva nel web una strana cosa chiamata "blog", e che tutti quanti potevano averla.
"Mmm, blog. Chissà cos'è" - mi chiedevo.
Lo so, sembra che stia parlando degli anni venti, invece era il 2012.
Praticamente con il blog, ognuno è libero di scrivere ciò che vuole, creando una sorta di diario on line. Lo si può fare a tempo perso, per passione, ma potrebbe diventare persino un lavoro se fatto con costanza...
Lavoro? Scrivere? Ciò che voglio?
 
Era fatta. Nella mia testa iniziarono a sfarfallare le più stravaganti e confuse idee, ma erano così allettanti che nulla interruppe quel fiume in piena.
 
Il giorno in cui ritirai l'attestato, mi avvicinai al professore dicendogli qualcosa a proposito di quella curiosissima cosa chiamata blog.
"Sa professore...ho preso alla lettera i suoi consigli e...ho creato un blog".
Lui sembrò molto contento, io ancor di più.
 
Sono partita da zero, studiando le dinamiche del web, quella roba chiamata SEO, e l'HTML e i feed e gli URL e i tag, le etichette, i bottoni social.
<data:post.body/> e l'animaccia sua!
 
E così, mentre cercavo la riga giusta, nell'infinito mondo alfanumerico che parlava una lingua distante anni luce dalla mia, io ho trovato me stessa.
Era il 17 aprile del 2012.
Guardo i primissimi post e penso: "mammamia, come scrivevo male".
Eppure erano i post migliori, quelli pregni di meraviglia e stupore.
Ma durante questi anni ho scoperto che, il web non vuol dire solo strategia e SEO. Vuol dire anche che tu, attraverso questo schermo indecifrabile, puoi instaurare legami che vanno al di là di tutto.
Qui si cresce, si impara ogni giorno e si continua a sperare che prima o poi, quel treno dei desideri, imbocchi il binario giusto.

Oggi il giornalismo non mi interessa più. E questo l'ho capito sul campo, nel senso più letterale del termine. Ho fatto la giornalista sportiva per otto mesi, per capire poi che tutto era sbagliato. Che approfittare dei sogni è brutto, che sminuire un'ambizione e ridurre un lavoro a opera di volontariato, è il crimine quotidiano di cui è responsabile il nostro paese.
E io non ci sto!
 
"Insomma Vale, hai già trovato un nome per il tuo blog?".
"Oh sì. Pensi che è stata la prima idea, la primissima conferma".
...
"CRITICISSIMAMENTE".

 

venerdì 17 aprile 2015

Stefano Benni - La grammatica di Dio

 
 
"Non si dovrebbe parlare di Dio. Non conosciamo la sua lingua".
 
Con questa premessa Stefano Benni apre il racconto Frate Zitto, uno dei venticinque raccolti nel libro La grammatica di Dio. Scoprire Benni in "non più tenera" età, come ho fatto io, vuol dire reimparare a guardare la vita, con quella smania addosso di prendere storie ovunque si guardi e provare a raccontarle. A chiunque, in ogni modo.
Spiegando la solitudine e l'allegria, senza cambiare mezzo né mano. Il mezzo è la scrittura, la mano è quella sempre ferma, cinica e soffice, che permette agli occhi di vedere altrove, quando ancora incagliati, tentano di liberarsi.
 
Gli occhi di Stefano Benni sono certo più disillusi, e le storie, seppur in maniera diversa, sembrano gridare tutte la stessa verità.
 
"L'universo si manifesta e scompare senza parole, siamo noi a inventare una voce al suo terribile silenzio".
Non vi è verità più vera.
 
Ed è qui che si capisce l'impresa, il miracolo della letteratura. Quando uno scrittore scrive, inventa una voce al silenzio dell'universo.
Che immagine meravigliosa!
I racconti di Benni, la maggior parte dei quali scritti in prima persona, mettono in circolo i pregi e le debolezze degli uomini. Le confessioni più intime, le bugie necessarie, le domande tradite dal silenzio.
L'amore di Remo per il suo cane che a un tratto diventa odio, odio per quell'amore smisurato di cui solo una "bestia" è capace. Il nonnino solo che vuole morire. Un volo tranquillo, ma neanche poi tanto...e l'istante di una mattina "nata col vento".
 
Tutte storie di uomini fondamentalmente soli, a un passo dal baratro. L'uomo, il grande bugiardo che inventa lui stesso un'infinità di storie. La malinconia e la disperazione strizzano gli occhi del lettore, attraverso rimandi, più o meno chiari, al nostro paese. Torna un ricordo nostalgico che abbraccia persino il mondo del calcio, nel racconto Solitudine e rivoluzione del terzino Poldo.
Commovente e spietato, ma anche ironico, Benni sfrutta la complicità di un linguaggio semplice in grado di animare i respiri dei suoi personaggi. E in queste brevi comparse, ognuno di essi, diventa protagonista e al tempo stesso riflesso più vero di ogni qualsivoglia "io".
 
Per ritrovare umanità, seppur nella solitudine e nella disperazione.
Questo è il miracolo che compie un buon libro. Magari nessuna parola sarà quella di Dio, e magari a nessuno importa. Questa è la parola degli uomini - la nostra - la grammatica che rompe il silenzio e manda avanti l'universo. Come un'onda che si rompe a riva, i pensieri prima della fine.
 
"Carmela chiuse gli occhi
Chissà se dopo volo, pensò".
 
Questa è la battuta finale del racconto che ho amato.
Di un amore che va oltre la carta, Carmela.
 

giovedì 16 aprile 2015

Boomstick Award 2015

 

Lo ammetto, ero a un passo dal pensare: "ammazza che infami i miei colleghi blogger!".
(Senza passo, l'ho pensato).
Voglio dire, nell'infinito generato dalle catene di Sant'Antonio - mi son detta - possibile che non ci sia finita anch'io?
E a seguire: "faccio davvero così cagare?".
Poi per fortuna due carissimi amici hanno messo a tacere i miei tormenti da blogger, ebbene sì, mi hanno assegnato un Boomstick.
Dunque ringrazio pubblicamente Alessandra Muroni del blog Director's Cult e il buon Karda autore di Cuore di Celluloide.

Un premio comunque che va motivato, questo. Mica robetta...

La cara Valentina dice di aver smesso con il giornalismo. Beh, meno male che non ha smesso con il suo blog, dove con caparbietà e un amore sconfinato per la scrittura, transla i suoi pensieri in parole. E che parole!
-Alessandra-

Perchè se esiste Cuore di Celluloide un po' è anche merito suo. Perchè è un'amica. E poi perché è grazie a lei se ho conosciuto tutta la gente sopra elencata, e molte altre persone alle quali rivolgo un grande saluto e che vorrei si considerassero insignite anche loro di questo Boomstick, nessuna esclusa. Quindi... Boomstick sia!!!
-Il Karda-

Via le lacrime, via l'autostima e spieghiamo cos'è il Boomstick Award:
E' il premio ideato da Hell del blog Book and Negative, che ha dato il via alla catena. È il bastone di tuono di Ash ne L’Armata delle Tenebre. Una doppietta Remington, canne d’acciaio blu cobalto, grilletto sensibilissimo. Magazzini S-Mart, i migliori d’America.

Perché un Boomstick?
Perché il blog è il nostro Bastone di Tuono!
Come si assegna il Boomstick?
Niente di più facile: dal momento che in giro è un florilegio di premi zuccherosi per finti buoni (o buonisti) & diplomatici, il Boomstick Award viene assegnato non per meriti, ma per pretesti.
O scuse, se preferite.
Nessuna ipocrisia, dunque.

E ricordate, il Boomstick non ha alcun valore, eccetto quello che voi attribuite a esso.
Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:
 
– i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto
- è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come Hell le ha concepite.
 
Farò i miei nomi con un criterio del tutto diverso da quello attuato ogni anno. Anche perché i miei amici di vecchia data sono diventati star (no il dado eh?), e del mio voto - mi dico - cosa se ne fanno?
Quindi vorrei fare i nomi di quei blog scoperti da poco e con grande piacere, e di quelli che vorrei seguire di più e che, per un motivo o per l'altro poi, finisco col trascurare. Alcuni di loro soprattutto passano di qua spesso e lasciano i loro pensieri, questo per me è un modo di dire loro: GRAZIE.

Il primo è Marco, del blog Gioco Magazzino. E qui torna più che mai il concetto prima espresso. Marco è un lettore importante, e il suo blog manda in estasi gli appassionati di cinema, videogames, fumetti e...soprattutto: I Simpson. Se amate i Simpson e tutto il mondo del "ludo", dovete passare a trovarlo. Absolutely!
 
Poi nomino Ispy e il suo Oggi sono aperto. Scoperto da pochissimo, dunque mi riallaccio alla premessa e sono sicura che tra le sue pagine troverete sempre qualcosa di interessante.
 
La nostra libreria è il blog di Michele e Giò dedicato ai libri, appena scovato nella blogosfera. Che dire, basta già il titolo a far perdere la testa...
 
Poi c'è il blog della Giulia, anche questo scoperto da poco. Un blog di cinema...come fai a non seguirlo? La collezionista di biglietti.
 
Avete mai provato la sensazione di combattere contro voi stessi come ci fosse un altro io, un altro punto di vista che vi abita dentro? Be', nel caso di Davide e Valentina, tutto ciò vien da sé, senza lotte interiori o conseguenza. Solo la voglia di fare un po' di sana critica e condividere - in due. Seguite il loro blog, Cinema condiviso, vedere per credere!
 
Te lo dice Patalice è un blog che conosco da molto tempo, ma la verità è che lo sto scoprendo davvero solo ora. Nomino Patalice perché abbiamo molte cose in comune, sogni, pensieri...e guardiamo un po' nella stessa direzione.
E poi è brava, dotata di autoironia e poesia.
 
L'ultimo - ma non ultimo - voto, va a Cristina del blog Athenae Noctua. Ho pensato a lei perché oltre ad essere bravissima e competente, in materia di libri, critica, e pensieri stimolanti e necessari, il suo blog, è uno di quelli che vorrei leggere più spesso. Maledetto tempo e maledetta pigrizia, ma questo blog voi non perdetelo. Parola mia!
 
E questo è quanto. Arrivederci al prossimo anno, al prossimo Booomstick!
 
 

mercoledì 15 aprile 2015

1992, la serie - Sogni sporchi e falsi miti

 
 
1992 mette in scena un pezzo di storia letta e vissuta. Oltre i libri di scuola intendo, quindi per le strade, in casa davanti alla tv durante l'ora di cena. La serie creata da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e partorita dalla mente di Stefano Accorsi, racconta il nostro Bel Paese proprio nel momento in cui si gettavano le basi - traballanti, corrotte, sporche, infette, sbagliate - del nostro futuro. Perché in fondo riguarda un po' tutti noi, generazione esplosa negli anni '90.
Mentre noi esplodevamo infatti, l'Italia iniziava a perdere colpi, disseminando merda ovunque e mozzando di netto le nostre gambe.
 
Il pubblico più critico e accorto, certo non partiva con troppe pretese, visti i precedenti più che felici di Romanzo Criminale e Gomorra. Nell'accortezza e nel senso critico però, vi è sempre una vena meno lucida che porta gli occhi a guardare le cose in maniera meno distaccata e, di conseguenza, meno critica. Ciò che abbiamo visto nelle serie tv sopra citate, è stato uno spettacolo di violenza e morte, tra storie di borgata e guerre tra clan. Morte e sangue assicurati, potremmo dire.
 
In 1992 accade qualcosa di completamente diverso, il sangue e la morte infatti non si manifestano nella loro interezza, ma ne viene estrapolato ciò che resta in superficie, il substrato delle conseguenze e delle colpe senza colpevoli.
Che è un po' il prologo del nostro presente...
 
 
La serie romanza la storia, inventa personaggi, altri li racconta e a questi si ispira, tra mito e coerenza.
A livello narrativo secondo me funziona, più nella messa in scena che nella struttura dei dialoghi. Però anche qui, credo sia tutto molto funzionale al periodo storico.
Partiamo dall'esempio più lampante, da colei che da pubblico e critica è stata (lo è tutt'ora) massacrata. Tea Falco alias Bibi Mainaghi. All'inizio, non lo nego, ho avuto il forte desiderio di passare a miglior vita. E vabbè. Poi però ho capito che quel suo svociato e lento modo di essere e di fare, ti fa comprendere meglio il personaggio. Assistiamo infatti al suo cambiamento, alla sua evoluzione della quale ancora (arrivati all'episodio n° 8), non possiamo carpirne l'aspetto ultimo. Chiudo parentesi Falco dicendo che a me, lei, non dispiace affatto.
 
"Da un'idea di Stefano Accorsi", e a me questo basta. Mi innamorai di lui quando era solo un adolescente e frequentava il Liceo Caimani...
Da allora devo ammettere, subisco tremendamente il fascino del suo aspetto e muoio al suono della sua voce. Mi fa questo effetto, che vi devo dire?
Il personaggio di Leonardo Notte è seducente e funziona, anche se a volte risulta essere inverosimile. Il pubblicitario che la sa lunga su tutto, il filosofo che ammalia quindicenni sfacciate ed eleganti/piene di grana attempate. Il suo passato ogni tanto riaffiora, questa Bianca di cui si sa ancora troppo poco altro non è che un doloroso flashback...attendiamo di sapere di più e non dico altro per evitare di rovinare la visione a quanti ancora non avessero seguito la serie.
 
Illustrando in linea generale 1992, diciamo che quelli erano gli anni dei sogni sporchi e dei falsi miti. Perché esplode Tangentopoli, perché i reduci tornano dalla guerra con storie terribili condannate al silenzio. Perché una Veronica Castello ha un sogno, che non sarebbe sporco, ma ha capito che fa prima a fare la puttana per arrivare dove vuole...
Perché un padre abituato alla solitudine e consapevole che "invecchiare fa schifo", sceglie di scendere all'inferno per trovare sé stesso e non ha alternativa.
Quando la politica stava diventando ciò che è oggi, ovvero la più grossa e infima promessa non mantenuta, quando noi ci sforzavamo di capire come sarebbe stato il nostro futuro, cosa avremmo dovuto e potuto fare. Beh mentre noi ancora speravamo di cambiarlo, questo mondo, c'era chi ce lo stava già impedendo.
 
 
Il mio giudizio nell'insieme è più che positivo. La serie è partita con poche aspettative e si è evoluta insieme ai suoi personaggi. Attendo curiosa e prevedo il peggio, anche perché è la storia del mio paese, quello in cui vivo, quello in cui nonostante tutto, "me la cavo".
E poi a ben vedere, cosa è cambiato dagli anni delle mazzette e dei sogni sporchi ad oggi?
Nel 1992 si parlava di crisi, oggi si parla di crisi e mio nonno continua a dire: "Eeeh, se c'era er Duce". Io continuo a non capirlo, sorrido nonostante tutto.
Penso a tutte le donne che hanno ballato sotto le scrivanie dei produttori e mi viene quasi da vomitare e mi si spezza il cuore.
Penso alle colpe dei padri, al mito di Orfeo, a un paese pallido e senza futuro.
 

martedì 14 aprile 2015

La storia delle cose

 
 
 
Premessa
 
Molti di voi mi conoscono come blogger, mamma, un po' cuoca e pure speaker radiofonica. Sì, sono tutte queste cose insieme ma...il mio più grande sogno è imparare a scrivere.
Per questo, mi sono messa a studiare un po' di più. Sto sperimentando alcune cose, sto facendo palestra - si può dire? - ormai l'ho detto. Sapete come funziona no? In Italia intendo...se non hai conoscenze specifiche devi avere davvero talento e forse anche un pizzico di fortuna. Be', io la prima non ce l'ho, per la seconda mi sto impegnando e la terza vien da sé. Dunque mi sto buttando nell'arena, ma il mio desiderio più grande è quello di scrivere qui, e farmi leggere da voi. Voi vecchi e fedeli compagni d'avventura e voi appena giunti.
Nella mia testa sognante e ingenua, c'è l'idea di raccogliere questi racconti e vederli pubblicati. Sì lo so, "me piacerebbe". Be' ho detto fin troppo, questo racconto l'ho scritto per me e per voi. Per me, perché non ho più paura di mettermi in gioco. Per voi, perché passando di qua ci lasciate gli occhi e, chi lo sa, magari pure un pezzo di cuore.
 
 
La storia delle cose 
 
La storia delle cose è la più antica delle storie.
 
C'è chi sostiene che non sia mai iniziata, e che un tempo lontano un vecchio stregone, si sia improvvisato narratore. Tra la folla attenta e desiderosa di sapere, un piccolo uomo vestito di rosso allungò la mano verso il cielo.
Quasi lo sfiorò.
Era il cielo dei tempi passati e dimenticati, e l'orizzonte correva libero davanti agli occhi di tutti.
A quei tempi però, nessuno degli uomini, era in grado di dare un nome al cielo. Nessuno sapeva davvero cos'era, quel manto disteso di un azzurro abbagliante.
Eppure, lungo quella scia luminosa e inafferrabile i sognatori si rifugiavano, i piccoli e i grandi condividevano lo stesso posto nel mondo, ma non vi erano regole dedite all'ingiustizia, né privilegi senza meriti, o condanne senza colpe.
Ognuno coltivava quel pezzetto di scia luminosa che separava la terra dal cielo. Ognuno lì, nutriva le cose, dalle più piccole alle più misteriose. Così facendo, curavano l'anima e alimentavano sorrisi, assicurando ai posteri una buona storia da custodire e tramandare a loro volta.
 
Quei tempi lontanissimi gli uomini parlavano poco e ascoltavano tanto. Infatti avevano bocche piccole e orecchie grandi, e nessuno possedeva, nelle tasche o nelle proprie case, i frutti del progresso. Poiché il progresso, semplicemente, non esisteva.
Quegli strani ominidi passavano i giorni a guardarsi negli occhi, a seguire le labbra appena pronunciate dei vicini. Condividendo storie e lacrime, sconfitte e vittorie.
Sotto i primi portici delle case, ai bordi delle strade e sulla porta del lattaio.
Sì, in quei tempi lontanissimi esisteva il lattaio.
Si dice che, molti di quegli uomini se ne stavano seduti tutto il giorno a guardare il cielo. Con la testa all'insù, le braccia mezze morte a dondolare e gli occhi grandi, grandissimi. Era bello, perché in quegli occhi si vedeva il cielo in miniatura.
Erano grandi e curiosi, gli occhi di tutti. Ma nessuno di quei numerosi occhi, somigliava a quelli dello strano e piccolo uomo vestito di rosso.
Mentre lo stregone articolava le mani come a muovere pensieri e riordinare parole, il piccolo uomo spuntò dalla folla interrompendo il rito. Il silenzio copriva persino i respiri dei presenti, tutto si fermò in quell'istante unico, e una voce mai udita arrivò da sotto il tabarro del piccolo uomo.
 
"Non puoi raccontare alcuna storia, vecchio stregone!".
 
Il silenzio divenne un fitto brusìo, tutti puntarono i grandi occhi sullo sconosciuto attendendo dell'altro. Impazienti, bramosi di sapere.
"Ne ho infinite, di storie da raccontare".
Rispose il vecchio stregone.
"Non è vero. Avete le storie ma non sapete dare un nome alle cose che custodite. Passate gran parte del vostro tempo a guardare lassù, meravigliati e ignoranti. Questa tavola dipinta d'azzurro abbraccia tutto il mondo. Cambia colore, muta aspetto e carattere. Proprio come noi tutti.
Si chiama cielo".
 
C - I - E - L - O.
Cielo, cielo e altre mille volte cielo.
 
Tutti i presenti muovevano le piccole labbra provando meraviglia di quell'incredibile suono.
Una parola piccola bastava davvero a dire il cielo?
Lo stregone restò ammutolito. Guardò il cielo come lo avesse appena scoperto e muovendo il labiale si sfiorò le labbra con mani tremanti. Cresceva lo stupore ma al contempo la vergogna.
Così, approfittando della folla distratta, uscì di scena, silenziosamente.
Il piccolo uomo col vestito rosso conquistò l'attenzione di tutti, e continuò.
 
"Le cose per cui vivete e combattete, tutti i giorni, hanno un nome, una storia. Come ognuno di noi, le cose, meritano una loro identità.
Se così non fosse, come potremmo raccontare di esse ai nostri figli?". Lo stupore divenne approvazione. La folla sollevò un coro rivolto al cielo, a seguire un caloroso applauso e un appello a quell'uomo curioso.
 
"Rivelati a noi, qual è il tuo nome, chi sei?".
 
"Mi chiamo conoscenza, e d'ora in avanti - giuro - vivrò con voi e per voi".
 
P.S. Nessuno seppe più nulla del vecchio stregone...
 
 

domenica 12 aprile 2015

Masha vs Peppa

 
 
Io che dedico anema e core alle avventure della maialina più amata e detestata del mondo, non potevo non parlare di lei, Masha, l'acerrima nemica che minaccia la carriera rosa della piccola Peppa.
Ammetto di essere non poco preoccupata, poiché in casa ho la fortuna di sondare dal vivo, l'indice di gradimento del piccolo pubblico.
 
I miei nani ultimamente sbuffano e vagano per la casa quando in tv passa Peppa.
Vorrei dire loro: "bimbi, ma...come?", poi però capisco che è giusto così. Forse l'era Peppa è finita, passata, ma io cara la mia maialina ti giuro, continuerò a dedicare un po' di umili e divertenti pensieri a te, qui, su queste pagine. I miei figli crescono, è chiaro. Ma io non devo mica crescere ancora...da qui in poi la vita va avanti per finta, magari è un trucco, un'illusione. E mi ritrovo a dedicare del tempo a piccole cose, cercando storie semplici, di quelle che trovi ovunque ma solo se "vuoi".
 
Sì è vero, Peppa a volte è un po' stronzetta (mai come Susy pecora però, dobbiamo dirlo!), ma alla fine si dimostra buona d'animo, nel senso che, non arriverebbe mai a fare del male fisico al prossimo.
"Male fisico", per l'appunto. Mi piacerebbe introdurre Masha proprio a partire da questo concetto.
Da Rai Yo Yo arriva la nuova serie animata rivolta ai bambini dai tre anni in su, Masha e Orso. Non è che sia arrivata oggi eh? Solo che avevo bisogno di tempo, elaborare certe cose mica è semplice...
 
Una sorta di sitcom ricca di gag, sì, si potrebbe quasi definire in questi termini. Oppure, se vogliamo essere più poetici, potremmo quasi parlare di una graziosa metafora sul legame tra i bimbi e il mondo che li circonda. Sì...ma vogliamo essere pure un filino ino sinceri?
Io dico sì! E dico che la verità è un attimino diversa.
Non ho ancora una visione completa della serie, ho avuto modo di vederla in poche occasioni. Ma la prima idea è che qui si sfiori la violenza psico-fisica ai danni di un povero Cristo di orso che davvero, neanche il più fitto dei boschi può salvare dalle grinfie di una nana malefica.
 
Roba da rimpiangersi Chucky...
 

 
Ma ai bambini piace, è vero. Forse ad attirare la loro sincera attenzione, è la pazienza dell'Orso, oppure la faccia tosta e il coraggio di una bimba pronta a tutto, pur di richiamare le cure di quel gigante buono. Magari i bambini vedono il mondo esattamente così, ma siamo sicuri che tutti i bambini siano così scassa maroni? Io ricordo l'episodio in cui il povero Orso cercava di togliersi dai piedi la nana malefica, senza tuttavia riuscirci. Ricordo anche il senso di colpa però, quando questa era lontana e sola, nel bosco.
 
Be', che piaccia o meno (e a me non piace), Masha e Orso parla ai bambini e racconta un po' del loro mondo. Con tutte le sue improbabili storie, amicizie assurde, come quella tra una bambina e un grande orso.
 
Peppa non temere, resterai comunque la mia maialina animata preferita...
 
P.S. Per gli appassionati di Masha e Orso, dal 23 aprile sarà disponibile in DVD.

 

sabato 11 aprile 2015

Maleficent - Buonanotte bestiolina

 
 
 
Ho un debole per le premesse, io. Sono quasi convinta che, anticipando il mio ultimo pensiero, io possa dare l'immagine più sincera di me. Che lo voglia o no, alla fine il lettore torna su, a queste prime righe, e nonostante il mappazzone di pensieri e critica appena digeriti, è esattamente qui che capisce il senso di tante righe.
 
Ci voleva Malefica per farmi amare la Jolie.
Eccola qui, la premessa.
Ma la critica poi è altra cosa, perché se sei onesta devi pure ammettere le imperfezioni. Quelle che, alla fine dei giochi e per un'assurda fatalità, ti faranno amare il film.
 
E con Maleficent accade questo. Al di là del fatto che io ami da sempre i cattivi, poiché "cattivo" porta con sé un margine di errore troppo grande, ma ragione più vera credo stia nella messa in scena un po' dark e malinconica del rapporto madre-figlio, il quale - credete a me - gioca in maniera del tutto similare al di qua dello schermo.
Ho sempre creduto che l'esser cattivi sia una conseguenza, non una scelta libera e incondizionata. La fata alata che vive nella brughiera incantata diventa Malefica perché tradita. Il piccolo uomo e un grande amore con gli anni portano avanti soltanto cattiveria e brama di potere, la stessa che, ti spezza le ali e interrompe il volo.
 
La favola de La bella addormentata nel bosco diventa qui, nel film di Robert Stromberg, la storia di Malefica, la strega cattiva. Quella che si imbuca al battesimo senza invito e dona alla appena nata Aurora un maleficio inattaccabile. Condannata al sonno eterno, con l'unica possibilità di tornare in vita grazie al più grande inganno cui sono vittime gli uomini: il vero amore.
 
Ma il vero amore non esiste, parola di Malefica.
 
Il tocco di Linda Woolverton si sente, e inserisce il film lungo la scia di delusione e bombardamenti da parte di critica e pubblico cui giace ancora, l'Alice di Tim Burton. Inutile ricordare che lungo quella scia, io, non mi sia mai trovata. Né allora, né ora.
La resa della brughiera rende la visione molto piacevole, il corpo di Aurora sospeso a mezz'aria (per usare un termine caro alla Rowling - e a me) è incantevole.
 
 
Ultimamente mi interrogo sul mio essere critica, torno a farlo adesso, mentre rivedo sullo schermo gli occhi gonfi di lacrime di Malefica, la strega cattiva che dal maleficio riscopre l'amore, il bene, il senso di colpa. Capisco che, all'alba dei miei trent'anni, ho il cuore molto più fiacco, gli basta poco...
Certo il principe Filippo, diciamolo, "nun se po' guardà", ma quant'è bella Malefica che guarda la piccola Aurora augurandole la buonanotte come la più premurosa delle mamme?
Inverosimile, ok.
Ma chissenefrega.
Le principesse oggi non passano più mezza vita ad attendere il bacio del primo str...ehm - scusate - cavaliere. Forse oggi, le vere principesse, imparano l'amore da chi ha vinto contro l'odio.
 
E a me, questa favola, imperfetta e assurda...piace!

mercoledì 8 aprile 2015

La mossa del pinguino

 
 
Il cinema italiano ultimamente sta regalando piacevoli sorprese. Almeno, per chi scrive su queste pagine, di esempi felici a confermare quanto appena detto, ce ne sono.
A partire dal giovane Edoardo Leo, di cui ho sempre parlato con lo stesso entusiasmo (vedi Buongiorno papà e l'ultimo Noi e la Giulia), fino ad arrivare al nome di colui che non è più un Cesarone da fiction all'italiana.
Fiction con poche pretese, se non quella di intrattenere la famiglia tipo, quattro risate con tanto di intoppi propri della routine domestica.
 
Dal piccolo schermo e dalla famiglia allargata, Claudio Amendola debutta e compie un passo decisivo. La regia di una commedia piuttosto amara, disegnata su un foglio ruvido che emana ironia, coraggio e speranza in tempo di crisi.
 
La crisi di un paese intero, e di uomini semplici. Sognatori ostinati, magari un po' scemi, ma di sicuro necessari. Perché se dobbiamo mantenere quel tanto di sale in zucca che sappia farci evitare pesantissime "sòle", allora è altrettanto necessario continuare a sperare.
La mossa del pinguino è un dramma sportivo vestito da commedia. E Bruno/Edoardo Leo, colui che ha avuto la brillante idea di partecipare alle Olimpiadi di Torino, sfidando i ghiacci del Curling, ne è l'emblema. 
L'armata Brancaleone dei ghiacci racchiude in sé il bisogno di riscatto di un paese, a suon di scivoloni e gambe all'aria. Una squadra impensabile alle prese con una disciplina che è tutto fuorché per principianti. Pentole a pressione tirate lungo il corridoio di un appartamento modesto, sono l'immagine riflessa dell'uomo più umile, scapestrato e un po' guascone.
 
Riflette l'immagine di un ex vigile, campione di bocce e poco socievole. Così come quella di un fenomeno da stecca, mai pronto a manifestarsi per ciò che è realmente. Mai banali, mai macchiette, i personaggi diretti da Amendola incarnano con equilibrio e gradevolezza, il ruolo della solitudine cui è condannato un sognatore. E tra la vasta gamma dei mali dell'anima, spicca la figura impacciata e sincera di Salvatore/Ricky Memphis.
A rendere tutto più drammatico e aspro, è la parte affidata al grandissimo Sergio Fiorentini, scomparso nel 2014. Di lui ricordo le sue parti in molte fiction italiane, ma soprattutto l'indimenticabile voce - Gene Hackman, Tony Burton, Mel Brooks.
 
 


La mossa del pinguino ha il pregio di essere una commedia che non fa "ridere e basta". Fa guardarsi allo specchio, tira fuori la riconoscenza e la consapevolezza. Gioco di squadra, obiettivi da raggiungere nonostante l'impossibilità di farcela è costantemente alle calcagna.
Capire che è difficile, impensabile, come un vecchio che aspetta che qualcosa abbocchi. Senza una canna vera, senza amo, né acqua dolce o salata.
Capirlo e continuare, restando lì.
Anche perché, com'è che si dice, alla fine qualcosa accade.
 
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