domenica 31 maggio 2015

Karen Sander - Muori con me

 
 
A fare da premessa, un incendio doloso al riformatorio di Siegburg.
In base alle prime indagini, ad appiccare il fuoco sarebbe stato il diciassettenne Endrick Vermeen, meglio noto come "lo strangolatore di Duisburg".
 
Passano sedici anni, il lettore ha ormai assorbito i primi indizi, i primissimi fatti. Dopo due pagine sa già che:
- Vermeen era un pazzo che strangolava ragazzine, nonché piromane.
- Vermeen è morto. Si è tolto la vita quel giorno, subito dopo l'incendio. 
 
Da queste certezze il lettore ad un tratto inizia a staccarsi, credo che l'agilità dell'autrice tedesca, Karen Sander, stia proprio qui. Fornire informazioni, per poi stravolgerle, manipolarle. Finché la verità non trovi la via di fuga e si manifesti, bella e dannata, come spesso accade.
Muori con me segna l'esordio della Sander, primo capitolo di una serie investigativa che ha come protagonista la coppia commissario - psicologa / Georg Stadler - Liz Montario.
Thriller dal fascino seriale, un unico episodio raccontato nell'arco di un mese, che nella trama narrativa dispiegata dalla Sander sono 397 pagine.
 
Dopo l'incendio, ci si sposta a Düsseldorf. Il primo omicidio fa pensare al ritorno di Jack lo squartatore, la vittima è una donna, Leonore Talmeier. Avvocato, sposata e niente figli.
Si ripetono omicidi quasi identici, il modus operandi del killer fa pensare che ci sia la sua firma, su tutti. E poi quelle donne, tutte, avevano un passato da uomini...
Le indagini partono e vanno avanti sulla scia di un gioco folle avviato dall'assassino stesso. Il suo obiettivo sembra essere la criminologa, Liz, e proprio da questo personaggio la storia si articola e si complica, fino alla terribile verità.
 
Riaffiora il passato della Montario, a discapito della figura del commissario Stadler. L'autrice si dedica molto ai tormenti della psicologa e riesce a non risultare mai pesante, tanto più se si considera il rischio di sminuire gli altri personaggi, primo su tutti appunto il commissario. Tutto scorre senza intoppi, l'attenzione è mantenuta dalla capacità narrativa di catturare il lettore, attraverso flashback e dialoghi serrati. Lo stile rimane semplice, a tratti chirurgico e freddo, ma necessario.
Forse si sente troppo la mancanza di un occhio provato, di una mano che scrive e sente il bisogno di liberare quegli stati d'animo devastati da morte e sangue.
Ecco, manca questo. Perché la Sander sceglie di essere distaccata, porta sulla scena del crimine con fare imparziale e descrittivo. Ma mai emotivamente coinvolto.
 
Non so dire se sia meglio o peggio, io comunque attendo curiosa il secondo capitolo.
E poi...spunta una M sulla primissima pagina del libro. Così come sul retro della copertina.
Forse M sta per morte, per male.
Ma quella M porta pure nella Germania degli anni venti. Sempre Düsseldorf (certo nella versione italiana). M come mostro.
Un film in bianco e nero...
 
« Scappa scappa monellaccio,
se no viene l'uomo nero
col suo lungo coltellaccio,
per tagliare a pezzettini
proprio te!
 »
 
Il libro della Sander, Muori con me, è pubblicato in Italia da Giunti Editore.
Prezzo di copertina € 12,90.
pp. 397.
 

giovedì 28 maggio 2015

The Hours

 
 
No, non sto recensendo The Hours perché passo gran parte delle mie mattine chiusa in casa a scrivere, e sogno di vedere pubblicato il mio racconto. Giuro!
Non ho visto The Hours per immedesimarmi in lei, Virginia Woolf. No.
Non l'ho visto per piangere e sprofondare nell'acqua più torbida, tantomeno l'ho fatto per dimenticare come si respira per bel oltre 100'.
 
E ci scommetto che sia capitato anche a voi, almeno una volta, anzi cento o infinite altre. Perché ci sono storie destinate a manifestarsi in momenti ben precisi della nostra vita, oppure semplicemente, ci sono storie che aspettano te. Che tu le guardi, senza necessariamente giudicare, fare critica. Che tu le guardi e basta.
Che tu possa ricordarti della bellezza devastante della poesia, dell'arte e della vita stessa.
Che tu possa vivere la vita di una donna a te completamente estranea nell'arco di un giorno, e viverla per davvero. Fino a sentire il bisogno di scavare a fondo, ancora di più, con fare spietato verso te stessa, fino a capirti, tra amore e odio, in un susseguirsi di stati d'animo contrastanti, assurdi.
 
 
 
 
E in quel girone infernale tu ti perdi per poi ritrovarti.
A volte mi chiedo che senso ha la critica, se questa è condannata a girovagare tra le righe standard che parlano di scelte registiche, e degli attori, dei costumi, di una fotografia imponente. Sì per carità, elementi fondamentali, che alla fine riempiono una pagina e soddisfano le esigenze di un SEO fatto "a mestiere". Ma non mi va di dire che gli attori e le attrici, soprattutto, basterebbero da soli/e a fare un film. Perché mentirei, a me stessa ancor prima che a voi.
 
The Hours è un film che merita molto di più della critica, di una recensione, di tre, quattro o cinque stellette. Perché The Hours è il passo più estremo che ti porta a compiere il cinema, così come la letteratura. Quello verso te stesso/a.
Al contrario di quanto molti sostengano, Pino Farinotti in primis, non è vero che qui si parla di un male "riferito a una nicchia umana di cultura esclusiva e aristocratica", non è vero che i comuni mortali non comprendono il male radicato nell'anima di queste donne. Sarà vero per chi - come il Farinotti - è poco avvezzo al male di vivere e non ha la più pallida idea di cosa significhi combattere contro sé stessi. 
 
 
Per capirlo basta sentirsi inadeguati la mattina appena svegli, formulare pensieri inverosimili e sentire il bisogno di trascriverli, magari ovattati e abbelliti con l'ausilio dell'immaginazione. A volte amica, altre più ostile da arrivare a detestarla.
Basta guardare la vita e non capirla.
Basta guardarsi allo specchio e non conoscersi più.
Basta salire in macchina con un piano folle che ti porti lontano, e poi tornare indietro.
Basta piangere senza motivo.
Basta sentirsi indegni e incapaci, insoddisfatti e un attimo dopo felici, come pazzi.
Basta guardare e stare zitti, trattenendo il fiato.
E poi tornare su, silenziosi e stravolti, poco più innamorati o delusi, della nostra esistenza.
 
Perché io volevo fare lo scrittore, io volevo scrivere di tutto, di tutto ciò che può accadere in un momento, di come erano i fiori mentre li portavi tra le braccia, di questo asciugamano, del suo odore, della sensazione che dà la sua trama, di tutte le nostre sensazioni, le tue e le mie, della nostra storia, di chi eravamo una volta, di tutte le cose del mondo, tutto mescolato insieme, come tutto è mescolato adesso...
(Richard)
 
*Di come erano i fiori mentre li portavi tra le braccia...
è qui che l'arte vince contro la critica, ma ancora molti non lo sanno!


lunedì 18 maggio 2015

Post fluttuanti

 
 
Una blogger, non per forza seria e professionale, ma almeno umana, dovrebbe tener presente che la condizione primaria di ogni qualsivoglia blog, è la costanza. Se non è costanza, è l'idea ben radicata di un file rouge che leghi inevitabilmente, la vita medesima - della blogger, dunque i post che scrive, le idee, gli sfoghi personali, i momenti no e così via - alla vita dei lettori.

Ciò vuol dire che, se io scrivo, ho un certo tipo di risposta. Una risposta che sarà del tutto differente nel momento in cui io, per un motivo x o infinitissimi altri, non dovessi farlo.
Capita spesso di imboccare il periodo dei cosiddetti post fluttuanti. Ed è il periodo in cui non riesci ad essere costante. Coerente. Presente come vorresti.
Periodi detestabili, maledetti eppure necessari. Ma come?
Lo so che sembra assurdo, ma in questi periodi che potremmo definire un po' dimmerda, accade sempre qualcosa di significativo.
A volte sono solo periodi BOH, altri invece è colpa del lavoro o impegni vari.

La verità però è che tu (IO), blogger e aspirante scrittrice, ti ritrovi a vivere il fatidico momento di passaggio, quello che ti catapulta nel vorticoso giro infernale fatto di paure, tormenti, e-mail a dritta e a manca, piccoli e grandi editori che con buone probabilità non ti cagheranno di striscio.
Sì insomma io mi trovo qui.
Per meglio dire, mi mancano due capitoli e quella cosa strana fatta di pagine e punti e virgola e virgolette, può dirsi conclusa. Non riesco nemmeno a dire "il mio romanzo" oppure che ne so, "il mio libro d'esordio", mi viene da ridere...

Tant'è che questa cosa mi sta portando via molto tempo, com'è normale che sia. Vivo i giorni alternando la luna. Felice - depressa - felice - depressa.
Non vedo l'ora di dirvi tutto di questa cosa, di questo sogno gigantesco che potrebbe avverarsi.
Anche se oggi sembra normale fare lo scrittore, nel senso che due persone su tre hanno pubblicato qualcosa - santa madre santissima! - a me l'idea suona come un sogno destinato a rimanere tale.

Mi sono data una scadenza: luglio 2015.
Siete tutti testimoni, mi raccomando.
 
Io vi giuro che ce la metterò tutta a non trascurare il blog, però promettetemi che saprete comprendere questo periodo instabile, di post che appaiono un giorno sì, e dieci no. Vorrei essere più presente, ma so che non ci riuscirò. Almeno, non fino all'ultimo punto!
Manca poco, pochissimo.
 
Nel frattempo, io...
 
Scrivo e leggo.
Scrivo e poi rileggo.
Leggo.
Rileggo.
Ri - Rileggo.
Rileggo ancora fino a farmi sanguinare gli occhi.
Sono felice.
Sono depressa.
Voglio morire.
Vedo il mare, ne sento l'odore.
Ma è merda!
Fanculo.
 
I tormenti di una giovane (manco tanto) blogger aspirante scrittrice.

giovedì 14 maggio 2015

The Pretty One

 
 
Il tema dell'identità mi è da sempre molto caro. Nella letteratura, nel cinema, se c'è di mezzo il desiderio dell'uomo o della donna, di essere qualcosa che in realtà non è, oppure di essere semplicemente sé stesso, io mi butto a prescindere. Nonostante sembri facile, e nonostante si tratti di un terreno più che battuto, l'identità rimane tuttora una strada da prendere con le dovute cautele. Che se ne faccia un dramma, una commedia, un thriller psicologico o pura fantascienza, l'importante è mantenere una propria originalità, seppur nel già detto- già visto - già fatto.
 
 
Mi viene in mente un film del 2005, In her shoes, traduzione italiana Se fossi lei. Le protagoniste erano due sorelle, Cameron Diaz e la straordinaria Toni Colette. Be' anche lì in qualche modo era protagonista l'identità. Il desiderio di essere come l'altra, in un vortice di sentimento che racchiude in sé l'amore e l'odio. Tipico dell'amore fraterno.
In un certo senso è ciò che accade nel film diretto da Jenée LaMarque nel 2013, con protagonista la bella e graziosa Zoe Kazan, nel doppio ruolo delle sorelle gemelle Audrey e Laurel. Senza dire cosa accade nello specifico, mi limito a dirvi che queste due sorelle gemelle sono identiche nell'aspetto ma diametralmente opposte nell'anima e nel modo di vivere. Laurel vive ancora col padre, timida e impacciata, vestita dei soli panni della madre defunta. E ha una grande passione, nonché talento: dipingere. L'altra invece, Audrey, è bella, indipendente, spigliata. Il giorno del loro compleanno, Audrey, propone alla sorella di andare in città con lei, per cambiare finalmente vita e staccarsi dal padre. Laurel accetta, ma la morte è destinata a colpire ancora, fino a separare per sempre due corpi fatti l'uno per l'altro. Due corpi identici, "forse troppo".
 
 
Dalla morte si innescano poi una serie di meccanismi tanto cari alla commedia. Il film sprigiona quel fascino tipicamente Indie, dai toni pacati e allegri, nonostante il dramma. Gli attori sono adorabili, non soltanto lei perché il barbuto Jake Johnson mica è da meno...
Si affronta nella morte, il tormento di voler essere a tutti i costi quel che non siamo mai stati in grado di essere. In questo caso guardare l'altro è un po' come guardarsi riflessi allo specchio. Solo che, mentre agli altri sfuggono le sostanziali differenze, tu che ti guardi sei costretto a scoprirti davvero per ciò che sei.
 
Il personaggio di Laurel è adorabile perché goffo, impacciato, "carino" perché non verrebbe in mente altro aggettivo. Una donna che finalmente trova il coraggio di abbandonare il nido e venir fuori per ciò che realmente è. In questo caso, con tutto ciò che ne consegue.
 
Una visione piacevole, che intrattiene e diverte.

martedì 12 maggio 2015

Devil's Knot - Fino a prova contraria

 
 
Fino a prova contraria è la traduzione italiana del film Devil's Knot, diretto da Atom Egoyan e uscito nelle sale nel 2013. Con questo stesso titolo ricordiamo il film diretto da Clint Eastwood, nel 1999, tratto dal romanzo Prima di mezzanotte, di Andrew Clavan. In effetti in quel film, tutta la vicenda correva destinata a concludersi entro quel termine stabilito, il quale combaciava con l'esecuzione di un condannato a morte, Frank Beechum.
 
Non un film memorabile, che io ricordi. Tuttavia migliore, dell'ennesimo tentativo, stavolta non documentaristico, di portare sullo schermo la storia terribile dell'uccisione di tre bambini, raccontata nel libro di Mara Leveritt, Devil's Knot, per l'appunto.
I tre di West Memphis, così vengono chiamati i presunti colpevoli di quel brutale omicidio avvenuto nella cittadina di Arkansas. Tipicamente di stampo religioso, piccola più mentalmente che geograficamente, al punto di non capire un fatto inspiegabile, come tutte le morti avvenute per mano altrui, in circostanze misteriose, brutali. Ecco perché si parla del diavolo, ecco perché la gente di West Memphis, polizia compresa, fa prima a sbrigare la faccenda trovando tre colpevoli abbastanza plausibili. Tre ragazzi fissati con il demonio e le sette, stregoneria e simili. Ragazzi complicati dal passato difficile. Strani, vestiti di nero, autolesionisti. Tre killer perfetti, più che credibili.
 
I genitori dei bambini uccisi, sembrano prendere per buona la versione della polizia. Ma l'investigatore Ron Lax/Colin Firth non è per niente convinto. Tanto da aiutare la difesa nel tentativo di portare in aula prove convincenti. In realtà di prove ce ne sono ben poche, solamente una curiosa e spontanea testimonianza di un bambino, il quale dichiara in un video registrato dalla polizia, di aver assistito con i propri occhi ai terribili fatti.
Strano, moooolto strano.
Almeno, stando alla versione della storia raccontata da Egoyan, lo spettatore non ci mette molto a dubitare della colpevolezza reale dei giovani accusati. Sì, saranno pure tipi strani, ma fin dal principio nessuno crede davvero alle indagini svolte, né tantomeno alle testimonianze di una madre e di un figlio fin troppo improponibili.


Improponibile è, del resto, anche tutta la messa in scena. A partire dall'omicidio, fino ad arrivare alla conclusione del film. Due pezzi da novanta come la Whiterspoon e Colin Firth, condannati a ruoli svuotati e forzati, incapaci di comunicare alcunché, né rabbia, né voglia di giustizia. Nulla.
E io non dubito delle loro capacità, piuttosto dubito del film nell'insieme. Era davvero necessario portare sullo schermo questa storia, dopo i vari documentari, tra i quali West of Memphis, prodotto da Peter Jackson e presentato nel 2012 al Sundance Film Festival?
Secondo me, NO.
 
Il film risente di una ragione d'essere davvero debole, quasi inesistente. Il povero Colin suscita quasi tenerezza, incastrato in un personaggio del tutto fiacco, insipido e trascurabile. E poi basta con la storia del detective/investigatore che va in giro con la pratica del divorzio da firmare. BASTA! Non se ne può davvero più.
Alla fine rimane l'ennesimo thriller giudiziario che si è visto con noia.
Potrei azzardare addirittura la risoluzione dell'enigma, dicendo che lei, la povera Pamela/Whiterspoon altro non è che l'ennesima vittima delle violenze domestiche non denunciate. E che quei due lì, quelle facce da pirla che dovrebbero essere padri...mmm, mica lo so!
 
Ok, posso fare l'investigatrice anch'io. Indovino sempre l'assassino, fino a prova contraria...
 
Tra parentesi, Terry Hobbs, che nel film è il padre di una delle vittime, in realtà è il patrigno e a quanto pare, la moglie (ora ex) ha chiesto di riaprire il caso accusandolo. E sembra ci sia pure una prova data dal DNA. E poi, c'è un momento nel film in cui lui - faccia di merda - dice alla moglie: "il tuo ruolo è quello della madre in lutto", come a dire, questo sei e questo devi essere. Zitta e soffri.
Oppure t'ammazzo(?).
 
P.S. Johnny Depp è diventato amico intimo di Damien Echols, uno dei tre accusati. Hanno anche lo stesso tatuaggio.
Dooolci.
Ok, basta.
Non sto bene.
Il caso è chiuso.
 

mercoledì 6 maggio 2015

Va bene anche "Signora"

 
 
La verità è che una ci prova sempre, disperatamente e contro ogni evidenza, a ingannare il tempo.
E non parlo del tempo da ingannare quando si hanno minuti a disposizione tra un impegno e l'altro, no. Parlo del "tuo" tempo, quello che la gente ti legge in faccia e, a volte sbaglia, altre ci prende in pieno.
 
Però fa sempre male, anche quando ti guardano e con assoluto garbo ti dicono:" Scusi...SIGNORA?".
Tu ti guardi intorno, e sei convinta di vivere quel momento come se avessi ancora vent'anni, e ti si monta dentro la rabbia, il rifiuto, le budella che s'inturcinano isteriche...brutta sensazione!
Il fatto è che raggiunti i trenta, si fa più fatica ad accettarsi. Fatica nel senso che proprio non ci arrivi a capire cosa sei e come, sei. Non significa non piacersi, non significa voler cambiare.
Significa semplicemente che tu, volente o nolente (volente volente!) sei rimasto almeno dieci anni indietro. Io ci faccio caso soprattutto quando lavoro, oppure quando sono in fila, alla posta o al supermercato. A volte mi guardo intorno e provo a fare una media anagrafica dei presenti. Vecchiette e vecchietti, donne e uomini di mezza età, bambini in carrozzina altri mano nella mano con la mamma, o il papà. E poi...be', poi io. Quelli come me, voglio dire..."giovani".
Già con una ventina di "over sessanta" presenti, posso permettermi il lusso di definirmi giovane, o no? A me basterebbe, o meglio bastava.
Ora non più.
Ho capito.
Mi sono capita davvero.
Mi sono guardata meglio, riflessa sul vetro dello sportello delle raccomandate.
Mentre attendevo il mio turno, alle mie spalle vecchietti e bambini mi hanno come accerchiata. "Signora, signora!!! Scusi lei...sì, sì - tu - SSSIGNORA?".
- Oddio, Gollum...
 
Surreale lo so, magari allucinazioni.
Ho pensato che il primo caldo a me fa sempre tanto male, e mi gioca questi scherzi. Lo so.
L'impiegato avrà avuto le allucinazioni proprio come me, mi ha dato del "tu". Incredibile!
Sono andata via e lui addirittura: "Ciao Valentina!".
 
I bambini però sono adorabili, anche quando mi danno del lei. Anche quando mi chiamano "signora".
Che poi non mi fa sentire vecchia eh?
"Signora" è molto elegante, lusinghiero a volte...però non saprei. Forse devo imparare ad accettare il fatto che i clienti spesso hanno l'abitudine e l'educazione di dare del "lei" a prescindere, dunque non è una questione personale, mia - di me.
E forse devo imparare a fare come loro. Io che, per abitudine, quando sono a lavoro, alterno il tu e il lei a seconda di chi ho davanti. Che ci posso fare?
Se viene in cassa un ragazzino di quindici anni non posso dire "prego, vuole ordinare?".
Suona male, fa schifo!
"Ciao - in primis! - vuoi ordinare?". Giusto per fare un esempio.
E invece il cliente che ha più o meno la mia età arriva e mi dà del lei.
Ok, mi arrendo. Non mi pongo nemmeno più la domanda.
 
Ho trent'anni, non sono più una ragazza, una pischella. Sono una Signora.
Quando sento dire "signora!", mi volto anch'io, pensando chissà, magari mi è caduto qualcosa dalla borsa o...qualsiasi altra cosa.
Quella Signora potrei essere io, non fa nemmeno più tanto "strano", non fa paura.
Credo di aver accettato questa cosa, e poi "signorina" mi ha sempre suonato come "zitella attempata", quindi meglio evitare. 
Però il vecchietto col bastone seduto alla posta...che fa per cedermi il suo posto be', quello è troppo. Mi spiace ma, no, non lo accetto.
Non erano allucinazioni queste, giuro, è successo davvero.




Per concludere, va bene anche Signora, ma con le dovute accortezze!

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