mercoledì 30 settembre 2015

Big Hero 6

 
 
Con Big Hero 6, la Disney si ispira per la prima volta a un fumetto Marvel. Una sfida che richiede coraggio e originalità, se solo si considera il precedente Frozen.
Eppure, parliamo di questo 54° lungometraggio firmato Disney, come del "capolavoro dopo il capolavoro".
Qualcosa che nessuno o forse pochi, si sarebbero aspettati.
 
E la risposta è semplice, come lo è perdersi nei colori accoglienti di una città surreale, che fonde i tratti d'Oriente e Occidente, San Fransokyo.
Ci si perde poi nel dolore e nel tentativo di superarlo. Come accadde per Bambi o Il Re Leone (il più grande trauma cinematografico della mia vita!). L'amore fraterno e la forza di una famiglia semplice, e poi un operatore sanitario personale...
 
Disegnato con il solo e unico intento di commuovere chiunque, e vi sfido, uno ad uno, se doveste affermare il contrario. Baymax è la voglia di un abbraccio, la dolcezza che si sposta e si sente talvolta ingombrante, eppure arriva dove vuole. Ti guarda, ti "scannerizza" e ti cura.
Un Bot-Totoro, bianco e morbido, di cui tutti avremmo bisogno.
Ma Baymax non è soltanto l'amico pronto a salvarti, non che questa attitudine sia di poco conto, tutt'altro. Però non possiamo fare a meno di ricordare che, il meglio di noi che facciamo in vita, anche dopo di noi, continuerà ad esserci. Il nostro bene, nel caso ci fossimo riusciti davvero, continuerà a sopravvivere, a trovare una dimora sicura, una strada nuova da prendere.
 

Un gruppo di nerd scatenati, supereroi poco credibili ma... chissenefrega!
Perché alla fine vince il bene, vince quella cosa cicciottosa e morbida, pronta a ricordarti che devi stare bene.
Un altro film destinato a diventare un classico delle nuove generazioni. Mio figlio Luca ad esempio lo ha trovato straordinario, lui che ama i supereroi e i protagonisti che hanno più o meno la sua stessa età. Ora lo adora, e lo vediamo almeno una volta al giorno.
Tant'è...
 
"Luca smettila di fare lo scemo!"
"Mamma... non rientra nel mio database personale".

sabato 26 settembre 2015

Il cavaliere inesistente

 
 
Dinanzi a te mi sento sempre inadeguata, piccola.
Ma se io non ti guardassi, come potrei provarci?
E poi quante cose mi insegni?
Quante che tu sai dire, per le quali io non trovo le parole...
L'inquietudine, la rabbia indeterminata, l'incertezza, l'inadeguatezza.
E la più bella in assoluto, la manchevolezza.
 
Nessun libro mi lascia col fiato corto, tipico delle prime volte, anche quando di tutte quelle prime volte perdo il conto.
Calvino parlava al futuro, del futuro stesso. Metteva in guardia noi e lui, da ciò che ci attendeva. E il futuro era lì, appena dopo l'ultima pagina. Dopo l'ultimo punto che fai fatica ad accettare, perché di romanzi cavallereschi moderni, non ve n'è esistenza al di fuori di questo.
Il cavaliere inesistente. 

Di quale meraviglia è capace la letteratura?
Me lo immagino Algilulfo e la sua armatura bianca, mentre tenta disperatamente di dare ordine al caos, in questi tempi frenetici, in questa civiltà allo sbando. Me lo immagino in tutto il suo splendore, nonostante il suo non essere e starci per davvero. E torno a sperare per l'uomo, un po', non fosse altro che per quel grido disperato e poetico di uno scrittore che lasciava al futuro le sue ultime domande.
La forza di volontà, uomini.
Ché a forza d'essere prima o poi s'impara.
 
 

venerdì 25 settembre 2015

Erri De Luca - cittadino della lingua italiana

 
 
Non voglio parlare del processo, nemmeno dell'utilità o meno di una linea ferroviaria che va da Torino a Lione ad alta velocità.
Ecco detta la TAV.
Non sono un' ambientalista, non so dire quale impatto abbia sull'ambiente un impianto di questo genere.
Non sono una cittadina della Val di Susa, certo se scavando e scavando  mi viene fuori l'amianto, un po' di paura l'avrei. Ma credo sia normale.
Non sono un politico, non sono un magistrato, non sono giudice.
Potrei non essere nulla, potrei non essere in grado di esprimere un giudizio imparziale e onesto, e potrei non avere i mezzi per farlo, se pure io lo volessi.
 
Potrei condividere le idee di uno scrittore accusato, il primo al mondo, di incitazione a commettere reati. Potrei non condividerle affatto.
Potrei fermarmi un attimo, capire meglio questa storia, anche solo per capire le ragioni e i rischi, che portino poi sul banco degli imputati.
Anche solo per spiegare ai miei figli, cosa si rischia in questo paese, e perché.
 
Perché?
 
Perché la libertà di espressione è la sola arma di cui dispone anche l'uomo misero. La sola che non possono, ancora, negarci. Oppure si?
Le idee politiche non devono essere condivise per forza, e non devono essere negate.
La libertà non può essere reclusa.
Al di là della vicenda sì TAV, no TAV, dalla quale me ne vengo fuori completamente, io mi strazio nel pensare alla storia di un uomo, accusato per aver espresso la propria opinione.
Mi strazio nel pensare che una parola scomoda, un verbo (sabotare), possa risultare tanto inaccettabile da lanciare un'inchiesta. Da costruir su un caso che esige giustizia.
Ma la giustizia come agisce?
Dove, agisce?
 
Io non c'ho mai capito niente di giustizia, né tantomeno di economia e politica ambientale. Ma ho aperto tante volte il dizionario della lingua italiana. Quello che ogni tanto libero dalla polvere. Quello che il giorno della maturità mi ricordava davvero chi fossi, chi sono.
E dinanzi a questa storia, e al di là di un treno che corre ad alta o a modesta velocità, io ringrazio questo scrittore, Erri De Luca. Perché mi ha raccontato la storia più vera di me.
 
Quella di una cittadina della lingua italiana.
 
 
 

E anche solo per questo, #iostoconerri .

giovedì 24 settembre 2015

#CriticissimaMenteParlando - il programma sul cinema come piace a te

 

 Lo so, lo so. Un titolo pieno di ego, se vogliamo essere proprio critici.
Ma alla fine cosa volete che vi dica?
Se non quello che vi ho appena detto...
 
Ok, proviamo a mettere in riga due parole sensate.
Il 28 settembre torna il mio programma web radiofonico, CriticissimaMente Parlando. Per chi non lo sapesse, il programma va in onda tutti i lunedì dalle 19:00 alle 20:00 su www.ryar.net.
Ok, ma di cosa farfugli in questo programma?
Ecco.
CriticissimaMente Parlando è un programma sul cinema di ieri e di oggi, che vuole fare della critica un punto di incontro, anche scontro, perché no. Durante queste stagioni passate, abbiamo cercato di rivivere insieme quei film che ci hanno segnato e, seguendo le preferenze più o meno di tutti gli ascoltatori, reso di conseguenza, gli spettatori che siamo oggi.
Il programma prende il nome dal blog (non lo avreste mai detto, lo so), e accanto a me, da ormai più di tre anni, l'amica e collega Alessia Grasso - Ale la Bionda e l'amico e cugino Andrea Follo - Follo Super Sloooth, senza i quali questa meravigliosa avventura non potrebbe essere.
 
Ho voluto approfittare di queste pagine per ricordare anche a voi, fedelissimi lettori e colleghi, che nella realtà delle web radio, esiste anche il mio programma. E io ci tengo molto, e sarebbe davvero bello avervi tutti sintonizzati.
Io ci conto, ok?
Intanto, giusto per stuzzicarvi un po', vi anticipo che il primo mese sarà dedicato ai capolavori targati Disney/Pixar, e questa, è la bella locandina realizzata dal sopra citato Follo Super Sloooth.
 
 
 
 
CriticissimaMente Parlando, il programma sul cinema come piace a te.
Oh yeah!


mercoledì 23 settembre 2015

Tu le sai le generazioni?

 

 
Significato o etimologia?
Io ho sempre pensato le generazioni come un gruppo di sfigati nati all'incirca nello stesso periodo, tipo noi.
Ho sempre immaginato lo scorrere del tempo e con esso, le generazioni che si danno il cambio. Un gesto che lascia ai posteri un po' delle vecchie usanze, moda e costumi, manie e debolezze.
Il fenomeno che ha segnato la mia vita, vorrei che segnasse anche la tua, "oh mia nuova generazione che ti accingi a succedere la mia". Certo devo volerti proprio male... se voglio a tutti i costi lasciarti le mie sventure. Ma non è questo il punto.
 
Il punto è, che io ho iniziato a pormi certe domande in età piuttosto avanzata. Ripeto, la generazione era semplicemente tutto ciò che riguardava me, il tempo presente e le cose comuni. Se un bambino faceva le stesse cose che facevo io, ero certa che quello fosse un sintomo, inequivocabile, della mia stessa e identica generazione. Non le davo un nome proprio, era l'idea. Se mi usciva di dire "generazione" era per sentito dire, nulla più.
 
Mio figlio invece ne parla come se il termine "generazione" lo avesse coniato lui.
Sette anni. Un metro e venti di inspiegabile saggezza.
"Ma è davvero mio figlio?"
Me lo chiedo spesso.
"Ma è davvero figlio di questi tempi? Di questa misera, sfortunata, e coraggiosissima generazione?"
Sì. Lo è.
 
Dal punto di vista sociologico, le generazioni si riallacciano un po' al discorso fatto sopra.
"Il termine generazione identifica un insieme di persone che è vissuto nello stesso periodo ed è stato esposto a degli eventi che l'hanno caratterizzato" (Wikipedia). 
 
Dal punto di vista etimologico invece, "Il termine generazione (dal latino gĕnĕrātĭo, -onis derivato dal verbo gĕnĕro "io genero" a sua volta affine al sostantivo gĕnŭs, gĕnĕris "genere, discendenza, specie, stirpe, nascita, origine, prole, popolo"; cfr. greco γένος, -ους, da una radice γενεσ- da cui, per rotacismo il latino gĕnŭs, gĕnĕris) viene utilizzato per definire tutte le persone dello stesso livello in un albero genealogico. Ad esempio un fratello una sorella e un cugino fanno parte della stessa generazione".
 
Io non pensavo che la mia generazione fosse pure il mio albero genealogico.
Voglio dire, una generazione sfigata, che non ho scelto e mi scorre pure nelle vene...
Al di là del mio ottimismo, vorrei concludere con un pizzico di poesia e saggezza di cui solo i bambini sono capaci. Credete a me, ne ho le prove.
 
"Mamma, io e Alessia mi sa che ci siamo fidanzati".
Faccio la vaga e fingo un sorriso.
"Ma dai? Bene..."
"L'hai vista ma', era quella che ho salutato all'uscita".
"Ah, ecco. Sì... molto carina".
Lui sorride.
"Però ma', mi sono accorto di una cosa..."
Sembra grave, così indago subito.
"Di cosa ti sei accorto?"
"Eh... sulle moltiplicazioni siamo bravi tutti e due. Sul calcio lei è così e così. Italiano è brava e mi sa che è pure un po' ricca".
Muoio.
"E cos'è che hai scoperto di così grave?"
"Ma'... non sa le generazioni!"
Me lo dice con una faccia che non so nemmeno raccontarvi.
"In che senso?"
"Io gliel'ho detto. Ma tu le sai le generazioni?"
"E lei?"
"E lei ha detto di no".
"E tu lo sai cosa sono, le generazioni?"
"Ma'... certo che lo so. Sono le famiglie che passano".
 
Capita di rado, e solo grazie ai miei figli. Ma poi ci penso davvero...
Forse questa nuova generazione sarà migliore.


lunedì 21 settembre 2015

La tua prima volta, il cinema, e un grande ukulele

 
 
Mi sono sempre chiesta: "Da dove vengono i Minion?".
Lo so che può sembrare ridicolo, e non lo è, ma la mia più solida convinzione mi ha portato a credere, almeno fino a ieri,  che i piccoli "pinoli gialli", fossero nati per mano di Gru.
 
E invece no.
La scienza e le teorie dell'evoluzione riguardano anche loro.
I Minion ci sono sempre stati, ancor prima dei dinosauri (ditelo al T-Rex...) e il loro unico scopo era "servire un super cattivo".
Sulla scia dell'entusiasmo per i film precedenti, procede e si evolve, seppure all'indietro (ricordiamo che questo funge da prequel) quell'inspiegabile formula magica per cui, "Sì, sono cattivo. Ma ho il cuore buono e tu mi crederai".
Vero. Stramaledettamente vero.
 
Succede addirittura che, nella fiera dei super cattivi (l'Expo, a proposito, è il top) lo spettatore riesce tranquillamente a scovare il cattivo vero, da quello fasullo.
Scarlett Sterminator è cattiva cattiva, mio figlio ha detto così.
Gru è un cattivo "così-così". Lo ha detto sempre mio figlio.
 
Mi limito a dire che, in questo adorabilissimo prequel, pullulano citazioni e si alternano moti nostalgici e commoventi, ad altri più strettamente... come dire: "tu le bella come la papaya".
Di questi film, di queste esperienze al cinema, poi, mi riservo il gusto di guardare tutto come fosse la prima volta.
Questa, ad esempio, è stata la prima vera volta del nano n°2, Francesco. Dunque il giudizio, comprenderete, è del tutto non imparziale...
 
"Mamma, perché i Minion volevano stare solo con i cattivi?"
Bella domanda...
"Be', perché alla fine si capisce che i cattivi che scelgono, non sono poi così cattivi e..."
Ok, mi sto incartando.
"E poi perché bisogna sempre conoscerle, le persone. Guarda Gru..."
"Però Scarlett era cattiva cattiva..."
"Sì amore. In alcuni casi la cattiveria esiste davvero. E' vera vera, come Scarlett".
"E i Minion... sono veri?"
"No amore. Ma rappresentano qualcosa che esiste davvero. Come tutte le cose che vediamo al cinema".
"E loro che rappresentano?"
 
Sinceramente?
Volete la verità?
Non ho saputo dare una risposta a mio figlio, il grande.
Mi sono limitata a dire questo: "Quello lo decidi tu. Conta quello che rappresentano per te, le cose che vedi. E anche i Minion".
 
Le immagini che diamo alle cose cambiano insieme a noi.
Oggi, guardando mio figlio, ho rivisto la magia della prima volta e quell'irrefrenabile desiderio di dare forma alle cose.
E se mi chiedessero cos'è il cinema, oggi, direi senz'altro...
un grande ukulele.

(P.S. senza la voce di Riccardo Rossi poi, sarebbe meglio, eh?)



giovedì 17 settembre 2015

Gocce d'anacronismo - il peccato della passione

 


Sembrerebbero idee e costumi discordanti, quelle che nel bianco e nero di questo corto, realizzato da Massimo Testa, riportano agli occhi l'immagine di un'epoca andata.
Il vecchio Pigneto con la fontanella, quella che bloccava i passanti non solo per dissetarli, ma perché era lì, ed era così bella che non potevi non restare un po' con lei. I legnetti dei gelati finiti e buttati a terra, e quella Roma non era mai sporca, al massimo disordinata. Destinata a sfumare, e a dannarsi l'anima, come una madre costretta a lasciare ai propri figli, un futuro incerto, che sa di nostalgia.
 
Padri e madri che dal passato ritrovano la voce per dirti continuamente di fare attenzione, di muoverti cauto, di andare piano. Perché "La passione è un peccato che non ti perdoneranno mai", e nella Roma degli umili, queste parole sono destinate a tornare.
 
L'immagine di Pasolini è una costante, che torna come gocce e plasma il presente. I giorni di una ragazza distratta, e il commento musicale che ricopre il muto. Ricercato e voluto a tutti i costi, immagino, dall'autore. Il bianco e nero e l'assenza di voce, qui, sono l'anacronismo per eccellenza. Sono nostalgia e passi lunghi, impossibili, verso un passato che nessuno vorrebbe dimenticare, ma nemmeno riesumarlo a tutti i costi.
Eppure la Roma delle "settanta lire per un caffè" era perfetta, la vita girava e la fontanella stava lì, perché nessuno avrebbe potuto immaginare il contrario. Il caffè e un pezzetto di pace, il sorriso nella sfortuna, perché i cuori miseri e popolari se la ridono, nonostante la disgrazia, nonostante la merda.
 
L'anacronismo non è un errore, ma il bisogno imprescindibile di riscoprire la bellezza ovunque, nel tempo che è, adesso, senza mai dimenticare il passato.
Massimo Testa credo volesse dire soprattutto questo.
Guardare in faccia i volti di chi ha fatto la storia, prima di noi, e ambire a qualcosa di meravigliosamente grande.
 
P.S. Caro Massimo, mi hai fatto venire in mente, non a caso, questi indimenticabili versi:

[...] Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

Pier Paolo Pasolini

Il canto popolare, Edizioni della Meridiana, Milano 1954.


mercoledì 16 settembre 2015

Il primo giorno di scuola, e le mamme come me

 


Stamattina, le mamme con i loro bambini
restituivano al mondo l'ordine e il caos.
Nello stesso momento.
Chi lo sa poi come gli riesce, alle mamme, e ai lori bimbi...
Tutta quella bellezza che sa di disordine e profuma l'aria.
Tutto molto poetico, eh?
Poi però ci sei tu che sbagli orario.
Inverti l'ordine degli orari di entrata dei tuoi figli
così porti prima il piccolo, che invece doveva entrare dopo
e porti dopo il grande, che doveva entrare prima.
Le mamme e i loro bambini...
 
E le mamme come me.
Sempre un po' fuori tempo.
Fuori luogo.
O semplicemente fuori.



martedì 15 settembre 2015

Antonio Fusco - La pietà dell'acqua

 
 
 
Ormai mi addentro nelle atmosfere tipiche, e un tempo ostili, del noir e di ogni qualsivoglia "trama poliziesca", con una piacevole naturalezza che mi ha del tutto sorpresa.
 
La pietà dell'acqua di Antonio Fusco, edito da Giunti, ne è l'ennesima conferma.
Il commissario Casabona nasce con Ogni giorno ha il suo male (urge recupero, a questo punto!), romanzo d'esordio per Fusco. Non si fa fatica a simpatizzare per lui, nemmeno ad afferrare quegli stati d'animo più sottili, meno celati per chi conosce già il trascorso del protagonista.
Casabona rispecchia il commissario dedito alla giustizia, quello che si batte per la Legge, non per lo Stato. Matrimonio quasi agli sgoccioli, problemi più o meno tipici per il più o meno tipico dei commissari.
Scusate il gioco di parole.
 
Dalla storia personale però, tutto si stacca per disperdersi tra le pagine di un romanzo che diventa lentamente "di tutti". Monito per i vivi, rispetto e memoria per i morti.
Antonio Fusco trasforma un "cold case", in un composto dal sapore poetico, verosimile e preciso, che fa della Storia il suo più grande mentore.
Sulle colline toscane ai confini di Valdenza, viene trovato il corpo senza vita di un uomo. Tutto fa pensare a una vera e propria esecuzione, l'arma, la dinamica dell'omicidio. Ma qualcosa porta fin da subito a credere che, dietro questa storia, ci sia molto, molto di più.
La lettura procede fluida, nonostante i vari passaggi spazio-temporali, come pure la dose minuta di indizi, per i quali l'autore, con estrema intelligenza, si è concesso riserbo ed "economia", se così si può dire. Perché il lettore procede senza trovarsi mai a un passo dalla verità. E questo, dal punto di vista del coinvolgimento, è davvero un prodigio. Le prove riaffiorano a passi lenti, gli avvenimenti e i protagonisti coinvolti raggiungono quella maturità narrativa poco prima dell'epilogo.
 
Il commissario, la sua vita, il matrimonio difficile e la verità che giace sott'acqua.
La storia che riaffiora, il dolore pure, il desiderio di vendetta e giustizia.
Tutto ciò che il tempo e la corruzione hanno saputo infangare, è custodito dalle braccia materne dell'acqua. E gli uomini onesti, non possono che assecondare quel sempre più raro senso di giustizia e brama di verità. 
L'aria del poliziesco si arricchisce delle descrizioni più intime dell'autore, il quale gioca con i toni e i colori di una stagione rovente, e asseconda la malinconia e la voglia di raccontarsi, nonostante l'indifferenza di tutti. Subentrano storie appartenute al passato, fatti orribili risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, indizi da ricercare un po' ovunque. In Italia, a Parigi, Monaco.
Suggestivo e poetico, infine, il borgo medievale, che nell'acqua vive, e poi scompare.


lunedì 14 settembre 2015

Del dopo e del domani

 
 
Del dopo e del domani si ha sempre un po' timore.
Perché il tempo racchiude in sé l'ignoto, e non puoi nemmeno prepararti.
Nonostante ciò, noi continuiamo a vivere la nostra vita in funzione di tutti i dopo e tutti i domani che ci aspettano.
 
Domani ricomincia la scuola.
Oggi piove, e in casa regna l'odore del bucato del giorno precedente, sullo stendino ciondolano zaini pronti per esser riempiti e portati sulle spalle, insieme alle tovagliette per la merenda. Le divise della scuola che aspettano di essere indossate, e due figli con la testa ancora in vacanza, poco rassegnati all'idea di dover dire basta all'estate.
 
Sul tavolo le ultime pagine del libro delle vacanze, i colori sparsi e tu che corri alla ricerca dell'ennesima gomma che non si trova, il temperino che non tempera più, la matita consumata e la più frequente delle promesse riservate ai tuoi figli: "Domani mamma ne compra una nuova".
Domani mamma compra la matita, il temperino e i colori. Il quaderno a quadretti e quello a righe.
Promesso!
 
Sui letti appena fatti, il tentativo disperato di un cambio di stagione. Via i costumi e i pantaloncini corti, via il sapore dei mesi più caldi e diamo il benvenuto all'autunno.
 
Benvenuto mio amatissimo "tran tran".
Ti amo e ti odio.
Ti odio, perché con te i giorni si fanno complicati e pieni. Perché mi sembra di non farcela ed è come ritrovarsi continuamente a un passo dal tracollo.
Ti amo, perché alla fine me la cavo, e senza di te la vita non avrebbe nemmeno il gusto dolce e salato del dopo, e del domani.
 
 

domenica 13 settembre 2015

I nostri ragazzi

 
 
Ivano De Matteo mi aveva già convinto con il film del 2012, Gli equilibristi. Una convinzione che arriva dal saper sfruttare il mezzo cinematografico e, con esso, il dramma della vita vera.
Con I nostri ragazzi, il regista romano torna a delineare, con mano ferma e spietata, la caduta dell'uomo contemporaneo, sempre più incapace di affrontare le conseguenze dell'inaspettato, eppure reale.
 
Inaspettato per chiunque. Perché chi se lo aspetta, un figlio "normale" e violento?
Un figlio che ti guarda e sorride, e poi la notte diventa rabbioso. 
Quel figlio che hai messo al mondo e per il quale vorresti dire ogni giorno, con orgoglio e pace: "che bravo il mio ragazzo!"
Ma il mio ragazzo è una bestia. Un ragazzino danneggiato, contagiato dal male del mondo. Un assassino.
E io non ho potuto fare niente. Come se lo vedessi ora per la prima volta. Quel figlio che è mio, che ho riconosciuto per caso in un programma che parla di morte e sparizioni.
Il corpo a terra di una donna e due ragazzini travolti dalla loro stessa ferocia.
 
De Matteo dirige un quartetto d'attori più che capaci, per mezzo dei quali la storia si evolve lungo un doppio binario. Due famiglie opposte, due fratelli legati dalla farsa di una fredda e lussuosa cena.
Apparente come la normalità che ci suggerisce la macchina da presa, solo all'inizio.
Perché lo spettatore trova da subito rifugio nella figura di Paolo, interpretato da un sempre grande Luigi Lo Cascio, e poi rantola nel buio del dubbio.
Chi può dire cosa sia giusto o sbagliato fare?
Chi ha la risposta davanti al dolore devastante che sa di consapevolezza inattaccabile e dalla quale ci si vorrebbe solo svegliare?
 
La grandezza del regista, sta nel gioco delle apparenze e delle personalità dei protagonisti.
Tutto ruota attorno alla figura di questi quattro genitori, per i quali a un certo punto non sai più se provare rabbia o compassione.
Soffri per loro, vorresti fare qualcosa, ma è un lusso che non ti puoi permettere, e lo sai.
E non saper che fare, dinanzi alle risposte evidenti, è il dramma più comune dell'uomo. Ed è per questo che il film riesce appieno nell'impresa.
 
 
 
 
Alessandro Gassman, che nel film è Massimo, lo guardi una volta e già ti sta sulle palle. Quel fare arrogante e opportunista, tuttavia, diventa poi la sola speranza di salvezza per un mondo logorato dal pregiudizio e dalla bruttezza. Perché non è arroganza, e quell'avvocato non è nemmeno tanto stronzo come sembrava. Quel viso duro e disinteressato, se lo guardi bene, è il dolore che ti porta a fare il "giusto" per antonomasia, e poi ti uccide.
In tutti i sensi.



mercoledì 9 settembre 2015

Penombra, di Gian Luca A. Lamborizio

 
 
Una piccola antologia di racconti che esplora la psiche e rispetta le più tipiche dinamiche del Thriller. Penombra, di Gian Luca A. Lamborizio, non ha la pretesa di stravolgere o rinnovare un genere, ma offre al lettore un concentrato di follia e dolore da metabolizzare in fretta. La rapidità con cui si succedono i cinque racconti, è tale da ingannare gli occhi e l'immaginazione. Quella reazione quasi fisiologica, tipica dinanzi a un noir, che induce a chiedersi di tutto a proposito del "chi", del "come" e del "perché", viene qui minimizzata a favore di un più meticoloso studio dei colori, dei sapori del male e della follia.
 
"Puzza di muffa, abbandono e sporco.
I tre odori si mescolavano e rendevano l'aria pesante, a tratti nauseabonda".
 
L'autore, alessandrino di nascita e milanese di adozione, si muove in un'alternanza continua di ordine e caos, luce e buio, passato e presente. Vuole che questi racconti, i primi più slegati, gli ultimi accomunati dalla presenza del commissario Molteni, si perdano tra le righe fino a ricongiungersi, tutti, nel luogo più nero della notte. Dove la mente nemmeno arriva, eppure è costretta a guardare.
 
Fatti orribili e storie dal passato tragico. Violenze domestiche e la paura che poi quell'orrore si possa ripetere. Uomini e donne condannati agli angoli delle stanze, obbligati a vedere il sangue, a reagire senza battere ciglio.
Ma le conseguenze del male prima o poi riaffiorano, al di là della colpa e della giustizia.
 
Il male, quel parassita che vive dove c'è poca luce, e condanna chiunque sfiori, alla penombra.
 
 

martedì 1 settembre 2015

Ti chiedi mai perché?

 
 


Ti chiedi mai perché?
Quando non sai se è paura o coraggio, e le gambe si arrendono.
Quando non sai se è meraviglia o solo un'altra illusione.

Ti chiedi mai perché?
Quando guardi il cielo e sembra pieno, e ti ruba persino l'aria.
Quando sai che dovresti abituarti a tutto, e niente ti viene incontro.
Quando niente concilia con ciò che porti dentro.

Ti chiedi mai perché?
Quando mi guardi e non riesci a capire.
Quando pensi di avermi con te, e invece sei distante.
Quando nel mezzo si forma un buco nero, un risucchio che strappa la voglia e lascia la noia.
Quando lo spazio è sempre poco o sempre troppo, e pure il tempo, e pure io e te.

Ti chiedi mai perché?
Quando mi rimproveri e poi mi supplichi.
Quando ti volti e aspetti la mia resa.
Quando ormai è tardi ma va bene così.

Ti chiedi mai perché?
Quando vorresti cambiare, cambiarmi.
Quando il dovere ti schiaccia e non si scorda di me, ma tu non lo sai.
Quando non basta fare un passo indietro, ma lo si fa comunque.
Quando i giorni diventano competizioni, un gran premio che sa di farsa.
Quando capiamo e poi scappiamo, via da noi, da tutto.

Ti chiedi mai perché?
Quando fai fatica a trainare te stesso.
Quando guardi un punto a caso e poi ti fermi, prendi una pausa.
Quando poi tutto sfugge e devi ricominciare.

"Ti chiedi mai perché?"
- No.
"Allora dimmi come fai".

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