sabato 30 gennaio 2016

Il giorno in cui diventai omofoba

 

Questa è la storia di come diventai omofoba.
Inizia così:

C'era il sole e c'era il pc aperto sul tavolo.
La bacheca di facebook non aveva da raccontare nulla di interessante.
Finché...
Un articolo mi incuriosisce.
Titolo: "Davide e Alessia, la coppia trans che va in Ucraina per affittare l'utero".
Nemmeno una volta, in vita mia, ho storto il naso davanti a un concetto d'amore che non fosse identico al mio. Mai.
Ma questo cos'è?
Amore?
No.

Quando Oriana Fallaci ammetteva di essere "fissata con la maternità", molti le ridevano in faccia.
Io non rido.
Io la capisco.
Questo non è amore.
La maternità è un'altra storia, non mi fa riflettere sulla legittimità di un amore, sull'intimità tra due corpi, su una vita fatta di due. Piuttosto, mi fa riflettere sul corpo che abito, che io amo e maledico spesso.
Il problema, vedete, è che io ho una cosa che molti non hanno. Certo, parlo degli uomini.
Io ho l'utero.

L'articolo racconta di una giovane coppia. Lui era una lei e lei era un lui.
Cosa importa?
Si amano, in fondo.
Eppure qualcosa mi spossa le viscere, fino a disfarmi.

«Andremo in Ucraina e prenderemo un utero in affitto. Abbiamo scelto un pacchetto da poco meno di 30.000 euro che ci sarà regalato dal padre di Davide». Un gesto generoso che permetterà ai due futuri sposi di coronare un sogno.

"Uè papi, me lo compri un utero? Daiiii... ti vi ti bi. Ti ti ti ti bi".

Aspetta aspetta!
Io l'ultimo pacchetto che ho preso era compreso di massaggio di coppia e ingresso alle piscine calde calde e fumanti pure d'inverno. Com'è che si chiama... ah, sì. Centro benessere, SPA!
Era una cosa fighissima, wow!
Ma cosa vuol dire "pacchetto"?
Cazzo, parlano dell'utero. Di quella cosina che ho qui dentro ed è avvolta dal peritoneo. Io ce l'ho pure retroverso, ma i dottori dicono sempre che non è nulla. Però lo dicono.
L'utero... quella cosa che sembra una pera rovesciata, che poi diventa prugna, arancia, pompelmo e melone.

Non è il lieto fine di una serata perfetta che sa di macedonia e si scioglie in bocca.
Si chiama GRAVIDANZA.
E a me l'amore diverso dal mio mi sfiora, delicatamente. Mi fa sentire viva, mi ricorda che è una forza universale, democratica, che vuole tutti e non ti leva prima le mutande e poi ti prende per mano. Il contrario.
Ma questo non è amore, non lo è!
Oggi la gente scende in piazza in difesa della famiglia tradizionale. Io sorrido e nemmeno commento, i diritti civili non si discutono.
La famiglia è dove c'è amore.
Ci credo anch'io.

Ma oggi ho provato a dire qualcosa di diverso, ad esprimermi liberamente come fanno tutti, confidando in quella tanto ambita uguaglianza e parità di diritti.
Perché anche io ho dei diritti, vero?
Li ho?

Che storia sciatta e priva di pathos, direte voi.
Chiedo scusa.
Ma è una storia vera come è vero che respiro in questo momento, come è vera la luce del sole che si smorza e infreddolisce le dita.

Per me nemmeno l'amore si compra, figuriamoci un figlio.
Quando ho provato a dirlo, qualcuno, ha reagito davvero male.

Condivido su facebook il seguente stato:
"Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio. E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria Vergine e San Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda. Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita".
E aggiungo,
Oriana Fallaci, e quel coraggio unico di pensare e dire.

Chiedo umilmente scusa a voi tutti, ma io ho sempre pensato che lei avesse le palle. Ammiro questa donna professionalmente e umanamente. Ammiro la sua verità maledetta. Il suo coraggio.
E infatti quanti la odiavano per questo?
Tanti.
Io invece amo il coraggio.
E il coraggio è in un letto caldo, a prescindere dalle bocche che vi sospirano.

Amo il coraggio in tutte le sue forme.
Eppure un "amico" ha lasciato il suo commento e poi si è congedato. Da me. Da quella libertà appena assaporata. Dal quel coraggio di cui vado così fiera.

Non sei manco bona, ti levo l'amicizia. Noi siamo qui ad aspettarti, quando decidi di uscire dal Medioevo. Cordialità.

I cavalieri non ci sono più, nemmeno in questo mio Medioevo. Nemmeno mi sono mai sentita tanto BONA da pretendere la tua amicizia, caro amico virtuale...
Però che cazzo!
Come puoi pretendere rispetto con una simile premessa?

Dalla finestra arriva solo il freddo e l'ombra, non mi resta che riflettere su questa storia appena nata e forse già conclusa.
Per un attimo ho pensato al giorno in cui qualcuno, curiosando in rete, potrà addirittura cercare un utero su Google. Che ne so, "utero cercasi", "affittasi utero - offerta sensazionale - entrate e scoprite di più!"

Brividi. Conati di vomito. Sgomento.

Entrate. Accomodatevi pure...
In fondo è solo il mio corpo, il mio utero retroverso. La mia pera che poi diventa melone.
La mia vita.
"Sei solo un'omofoba di merda!"

E dicono che biologicamente quel figlio non sarà mai mio, mio di donna che ha scelto volontariamente di affittarsi al miglior acquirente. Che l'ho voluto io. Che sono felice. Che sto facendo del bene. Che credo nell'amore. Che credo nell'uguaglianza. Che tanto io i figli li posso fare e loro no. Che in fondo che male c'è. Che io c'ho l'utero e loro poracci no. Che io sono donna e non devo essere così egoista da pensare che un figlio possa partorirlo solo e soltanto io.
Che lo spermatozoo nemmeno serve, che basta l'ovulo.
Cerca di comprendere il loro stato d'animo.
Peace & Love e volemose bene.
Ma non ti permettere mai più di dire che non sei favorevole.
Mai più.
Love & fine.
Nel senso che è finita.

Il giorno in cui diventai omofoba.

giovedì 7 gennaio 2016

Cara Galatea, io non ce l'ho con te perché hai il posto fisso.

 
 
 
 
Questa mattina mi imbatto in un articolo molto accattivante, a partire dal titolo. Prendete accattivante con tutte le possibili interpretazioni del caso, e provate a comprendere le mie ragioni.
Ok. Sono curiosa e vado a leggere.
L'autrice è una certa Mariangela Galatea Vaglio. Non la conosco. Il blog si intitola Il mondo di Galatea, e a giudicare dalla home si direbbe che l'autrice è anche una scrittrice.
Bene.
Cara Galatea, ho letto con molta passione il tuo pezzo, ma devo dirti con tutta umiltà che alcuni passaggi, mi hanno lasciata davvero interdetta. E non parlo da critico, parlo da donna italiana precaria. Potrei dire anche disoccupata, ma un po' me ne vergogno.
Anch'io scrivo. Non ti dico che sono una giornalista freelance perché da quel poco che ho intuito, a voi che avete il posto fisso, dà un tantinello fastidio. Vero?
Ecco, partiamo da questo dato di fatto. Tu nell'articolo esordisci così:
 
Ciao a tutti,
voglio confessare un orribile peccato: io sono una statale con il posto fisso. Lo so, me lo ripetete ormai tutti i giorni e da tutti i pulpiti: sono la rovina di questo paese.
 
"Confessare"? E perché mai parliamo di confessione?
Ti senti in colpa? Io non mi ci sentirei. Anzi...
"Me lo ripetete ormai tutti i giorni"?
Me lo ripetete... intendi NOI? Quindi anche me?
Guarda, ti posso garantire che le uniche ripetizioni verbali e quotidiane della mia vita sono ben altre. Tipo queste: "Lucaaa, non dare le botte a tuo fratello". Oppure "Francescooo, non dare i calci a tuo fratello".
Sì, sono sia freelance che mamma.
 
Non dire che sei la rovina di questo paese, a meno che tu non ci senta in maniera intima e sincera. Per quel che mi riguarda, la vera rovina risiede altrove. In un paese corrotto, ignorante, morto, malato, retrogrado, maschilista, violento e sudicio, ti pare che io veda la causa e la colpa nella figura di un impiegato statale?
Mi viene da sorridere...
Poi vai avanti lungo questa stessa linea:
 
Ad onta di quello che potete pensare di me, e cioè il peggio, sono una brava persona. Che molto spesso anni fa ha fatto una scelta, sulla base delle circostanze della vita e anche delle inclinazioni personali.
 
Ma guarda, io "ad onta" non penso, a meno che tu non lavori in Parlamento o in Vaticano. Detto ciò, anch'io sono una brava persona, sai?
Anch'io ho fatto delle scelte. Mica sono diventata una scrittrice precaria così, dal niente.
Per non parlare delle mie inclinazioni personali...
Eeeeh, tutta colpa di Virginia Woolf!!!
 
Quando sono al lavoro, vi stupirà scoprirlo, io lavoro.
 
Ci credo e non lo metto in dubbio. Ma anch'io lavoro.
Ti ho stupita, eh?
 
Io forse non sono una persona brillante, e sono molto comune. Ma il mondo, pensate un po’, è fatto per larga parte da persone come me. Che magari non sono incredibili geni, ma fanno decorosamente quello per cui sono pagate e in cambio vogliono poter essere tranquille, impostare la loro vita su qualcosa di certo, uno stipendio a fine mese, che ti permette di comprarti o affittarti casa, avere la macchina, comprare il cibo e ogni tanto concederti una vacanza o un viaggio. Non vogliamo diventare ricchi, e nemmeno rivoluzionare il mondo, perché siamo consci che non fa per noi e non ne saremmo capaci. Ma siamo quelli che poi, quando voi geni avete fondato le imprese, e avuto idee innovative, vi danno una mano a far andare avanti l’ordinario, proprio perché siamo ordinari come lui.
 
Anche io sono una persona comune, credo lo siano tutte le persone che conosco. Amici e colleghi. E non siamo mica incredibili geni... giuro!
Anche noi facciamo decorosamente il nostro lavoro. Io ad esempio, decorosamente scrivo. Decorosamente preparo i miei pezzi. Decorosamente mi documento quando scrivo una news. Decorosamente risalgo alla fonte. Decorosamente rispetto un libro, dalla prima all'ultima pagina. Decorosamente rispetto un autore, a prescindere dal nome.
Decorosamente batto le dita sulla tastiera.
Decorosamente vorrei vivere tranquilla, comprare una macchina nuova, pagare fin da ora una bella vacanza al mare.
Decorosamente se ho bisogno d'aiuto lo chiedo e, ancor più decorosamente, io, se posso ricambio.
Decorosamente... anch'io.
 
Cara Galatea, tu vai avanti nel post e ti lasci andare. E capita spesso anche a me, quindi non è un'accusa la mia. Però mi fa male leggerlo dall'inizio alla fine, perché non mi ritrovo nelle tue convinzioni. Invito i miei lettori a leggere l'articolo completo sul tuo blog, in alto troveranno il link che rimanda alla pagina. Ti lascio con un'ultima riflessione, e ribadisco: io non ce l'ho con te perché hai il posto fisso.
 
Articoli come questo mettono in luce e ribadiscono il vero problema del nostro paese. Siamo tutti piagnoni rimasti al primo anno della scuola dell'infanzia. Siamo invidiosi e abbiamo questa tendenza insopportabile al vittimismo che poi diventa cronico, incurabile. Io il posto fisso non ce l'ho, ma non mi sono mai permessa di accusare uno statale e di addossare a lui la causa di tutti i miei mali di scrittrice e critica che nemmeno è precaria. Dal 2012 ad oggi mi hanno pagato tre articoli, quindi secondo chi scrive io do la colpa a loro, agli impiegati dello stato? Non è giusto competere e fare a gara a chi sta peggio o meglio. Non è giusto giustificare le proprie sconfitte o vittorie e dare sempre a chi sta dall'altra parte tutta la colpa. Se sono felice è merito mio, se sono depressa è colpa degli altri. Se molti mi giudicano è colpa dei giornalisti che scrivono e non vengono pagati. Ma perché si deve dare per scontato questo? Sembra che chi scrive si senta in colpa e debba giustificarsi per quel posto di lavoro. Io mi vivrei semplicemente la mia vita, nell'assurda ipotesi in cui avessi un posto fisso.
 
Magari sono strana io, che vi devo dire, abituata a fare la giornalista FREELANCE...

martedì 5 gennaio 2016

Caro scrittore in erba - Gianluca Mercadante

 
 
Mi siedo davanti al pc e una reazione insolita mi travolge. L'attimo che precede il primo tasto battuto sulla tastiera, vuole che la mia attenzione svolti in basso - che nemmeno si può dire, ma rende l'idea.
C'è un dolore che viene da dove a malapena arrivo con gli occhi, e le ginocchia mi dolgono.
Faranno male tutte le volte, d'ora in poi.
Menomale!
E questo pensiero mette a tacere molte paranoie, riaccende in me la voglia di insistere come quando rileggi le prime due righe e capisci di avercela fatta, ancora una volta.
Cominciare mi dà vita, e mi suggerisce la più essenziale delle verità: "che un libro non si pubblica, ma si scrive".
 
Parte proprio da questa premessa Gianluca Mercadante, e mette in guardia con sfrontatezza e ironia quel povero disgraziato che, da grande, vuole fare lo scrittore.
Vuole farlo a tutti i costi, probabilmente dopo aver tentato tutto o scartato, col senno di poi, la primissima scelta. L'autore di Caro scrittore in erba, edito da Las Vegas Edizioni - ad esempio - voleva fare il sub. Ma non basta stare a galla per poter dire a voce alta che sai nuotare. Così come non basta scrivere per dire a voce alta che sei uno scrittore.
 
Eppure una voce c'è sempre, a farti compagnia, tutto sta nel saperla ascoltare.
Leggere questo libro a due mesi dall'uscita del mio primo romanzo, ha il suo perché.
Già... perché?
Io l'ho sempre sostenuto che "uno su mille ce la fa", ma all'anima del buon Morandi che ogni tanto riciccia e mi canta all'orecchio, vorrei dedicare tutti i miei dolori e le mie gioie. Lo dice pure Gianluca Morozzi nella sua prefazione al libro, quindi non sono l'unica scema a provare pena per i restanti 999 - tra i quali potrei esserci anch'io.
Ma veniamo al libro.
Prendiamolo come un manuale, anzi no.
Un libretto d'istruzioni? Mmm, no.
A me piace chiamarla, semplicemente, una storia vera.
 
Il libro è suddiviso in due tempi, con tanto di intervallo. Quindi prendiamolo come un film tratto da una storia vera. Il biopic dello scrittore, e chissenefrega se generalizzare non si può. Facciamo che qui è lecito. E non avrei potuto dirvelo con più grande sincerità di quella di oggi, perché questo deprimente e al contempo galvanizzante film che parla del più sommario degli scrittori, dice le cose come stanno. E valgono per tutti.
Valgono pure per te che sei riuscito a realizzare il tuo sogno e a toccarlo con mano.
Hai pubblicato?
Non ti hanno chiesto nemmeno una lira? Pardon, un centesimo?
Bravo!
Non c'è che dire, ma il bello viene dopo...
 
Non nego che a tratti avrei voluto prendere Mercadante a brutto muso per dirgli: "Merda! Allora è tutto vero. Ti odio!"
Non nego che la parte più femmina  - e non femminista - di me , si sia alquanto incazzata durante la "visione" della cagna ignorante al telefono che confida al suo lui di volersela radere. No, non lo nego. Ma non nego neppure che l'ignoranza e la pigrizia denunciate dall'autore, ricoprono una fetta ben più ampia per far sì che l'accusa di maschilista incallito regga. E infatti non regge, ma ci tenevo a confessare il mio pensiero primordiale, le reazioni in diretta durante la lettura.
Mi piace il fatto che qualcuno finalmente si preoccupi della vita di uno scrittore, e non solo ed esclusivamente della scrittura.
Mi piace che si parli del fatto che uno scrittore, o aspirante tale o presunto, debba pur sempre campare. Che le interviste agli autori (più bravi di te) non te le pagano. Le presentazioni degli autori (più famosi di te) non te le pagano. Che le recensioni e gli articoli e le news e il lavoro sui social e... Dio solo sa dove arriveremmo se continuassimo ad elencarle tutte!
Eppure lo scrittore ha fame, sete, ha un mutuo da pagare, le bollette. E nella più surreale delle ipotesi una famiglia, o un lavoro da tenersi per forza, come escamotage.
 
Quella di Caro scrittore in erba è una storia che merita di essere letta e "ascoltata". Ve lo dice una che ci ha riso su e ci si è dannata l'anima. Durante le telefonate ai librai che ti ricordano che non sei nessuno, che il tuo nome è con la n minuscola. Che sei un pesciolino costretto a nuotare per rimanere a galla. Che devi alzare la voce per farti sentire, che devi essere pronto a dire no se necessario, che non ti deve mai mancare la voglia di continuare.
Perché, ricordi? Uno su mille ce la fa, e io so' capocciona, voglio insistere.
Voglio correre, cadere bene e farmi male, e ricordarmelo tutte le volte che mi ritrovo trasognata e un po' ispirata, davanti al pc.
 
Bisognerebbe scrivere una legge, non un libro. Bisognerebbe tutelare il diritto alla passione. Bisognerebbe tutelare la passione quando diventa mestiere - e sostenerla di conseguenza sul piano economico. Bisognerebbe trattare  col dovuto rispetto chi propone il suo lavoro a un qualsiasi pubblico  e bisognerebbe che quel lavoro imparassimo tutti quanti a considerarlo tale. Con la scrittura, con la musica, con le arti non ci si gioca.
 
Gianluca Mercadante, Caro scrittore in erba
 
P.S. A Giallu', ma "erba" con la e maiuscola o minuscola?
 

lunedì 4 gennaio 2016

Paura di essere donna

 
 
 
Mia madre mi ha sempre detto che il rapporto con me, rispetto a quello con mio fratello, è stato vissuto in maniera diversa fin dal principio. Chi la capiva allora... ma oggi mi è tutto più chiaro. La battuta più frequente dei miei amici più cari mi fa tornare a quei discorsi strani di mia madre, a quelle sue prime confessioni ad alta voce, di donna e madre di una figlia.
"Ma insomma quando la facciamo la femminuccia?"
 
Da madre di due figli maschi, non lo nego, il desiderio di una femmina si fa sentire. Ma a conti fatti c'è solo la paura di mettere al mondo una donna.
Perché?
 
Perché se ci penso ho già mille paure per me.
Non si tratta di immaginare una vita simile alla mia, di arrivare già al primo giorno complicato, al primo colloquio di lavoro, alle prime domande che suonano male "Ma lei è sposata? Ha figli?"
Si tratta di guardare come progredisce male il mondo oggi, come si va avanti tornando indietro.
Questa mattina ho letto per caso un articolo, risalente a marzo 2015, nel quale si parlava del Ministro della Salute e della sua posizione rispetto alla questione "consumismo sanitario". In altre parole, secondo la Lorenzin, le spese per la sanità sono troppe e gestite male. Ci sono sprechi e, molti esami clinici, comprese tac, ecografie e determinate analisi del sangue, si potrebbero di gran lunga evitare. Per non parlare degli esami ai quali una donna ricorre durante la gravidanza.
Ora, che noi siamo il paese più sprecone dell'universo è indiscutibile. Ma oggi, leggere queste proposte di legge e queste teorie, fa sicuramente più male e fa riflettere.
Perché oggi, alla luce dei più recenti e tragici fatti, non sta mica bene parlare di consumismo sanitario...
 
Il Pd dice che "è meglio togliere gli esami alle donne incinte che ai clandestini".
(Spero non sia vero e confido nella bufala mediatica)
Le donne muoiono e il rischio zero in sala parto non è più garantito. Addirittura molti esperti sostengono che alcuni esami in più, potrebbero evitare il ripetersi di casi tragici come i più recenti. Certo costano troppo, e la nostra sanità - ministra compresa - mica può togliersi da sotto il culo i suoi bei soldini. Tanto nel 2050 non nasceranno più figli - dice la Lorenzin, e questo è il più grande auspicio di chi ci governa, di chi dovrebbe tutelarci.
Grazie! 
Come dire, intanto morite di parto, e vedrete che col tempo non accadrà più, perché fare figli diventerà più rischioso di un'allegra corsetta su un campo minato.
 
Da madre, da donna, vorrei solamente capire dove realmente la medicina possa arrivare. Vorrei capire fin dove arriva la prevenzione, vorrei poter credere che in Italia esista davvero. Vorrei poter credere che tutti gli esami che faccio durante la gravidanza, siano necessari e non uno spreco. Soprattutto vorrei, che una donna incinta con una situazione clinica complicata, non debba sentirsi in colpa perché complice del consumismo sanitario, bensì tutelata e nella condizione di sottoporsi a quanti più esami possibili, se ritenuti necessari. 
Perché nel 2016 non si può ancora morire di parto, e io ho paura di essere donna.
 

domenica 3 gennaio 2016

Scusate se esisto!

 
 
Di recente il cinema italiano si fa guardare molto volentieri. Una premessa del tutto personale, ovvio, ma anche ad essere pignoli, rischieremmo un cartellino rosso per questo? Per aver pensato e detto che, degli ultimi cinquanta film italiani visti, forse tre o quattro ci hanno davvero delusi?
Io dico di no, e mi bastano pochi nomi per avvalorare quanto detto. Be' non li dico perché detesto le classifiche e le liste in generale. Tanto lo sappiamo tutti, quali sono i nostri migliori registi. No?
 
Ad esempio a me Riccardo Milani non fa impazzire. Tutte le sue fiction non le ho mai guardate, al contrario, qualche film sì, e il solo che ricordi con vero piacere è Il posto dell'anima. Un dramma tutto italiano ambientato a Vasto, dedicato agli operai precari degli inizi del XXI secolo. Anche lì c'era una maestosa Paola Cortellesi, in un ruolo niente affatto comico. In Scusate se esisto! Paola Cortellesi si esibisce invece in una delle sue mai banali performance comiche, e torna ad avvalorare la sua presenza scenica dopo aver affiancato Carlo Verdone nel suo Sotto una buona stella. Lei è una che dove la metti sta, si può dire?
Attrice versatile e malleabile, protagonista e spalla, che prende i tempi comici e drammatici con assoluta naturalezza e li fa suoi.
 
Nel film lei è Serena Bruno (che poi quella donna esiste davvero e si chiama Guendalina Salimei), un architetto brillante, con tanto di laurea e master. Conosce tante lingue e tenta la fortuna all'Estero, ma la nostalgia e il male della solitudine si fanno sentire, così decide di tornare. Dall'Abruzzo si sposta a Roma, e la speranza di trovare un lavoro "all'altezza" delle sue competenza inizia a scemare. Ormai la crisi si fa sentire, e pure se l'Italia ti manca, quando vai all'Estero, sai che non può bastarti la bellezza artistica ed enogastronomica per farti vivere dignitosamente. Lo sa pure Serena, tanto che per un posto di lavoro, che vede la riqualificazione del quartiere Corviale, si spaccia per l'assistente di se stessa, inventando un Bruno Serena che se ne sta in Giappone e improvvisa video conferenze per niente credibili. Un architetto donna quel posto non lo avrebbe mai avuto. Così è.
 
Quel Bruno Serena è Raoul Bova, amico e basta, purtroppo. O meglio, l'amico gay che tutte vorremmo. Immaginate le conseguenze di una situazione simile, intendo a livello comico e cinematografico. Tutto funziona infatti, da questo punto di vista. Perché gli attori sono nel ruolo e rispettano i loro tempi, la comicità non è mai volgare o banale, a volte sembra di stare sul set di Ozpetek, e non perché si parla di omosessualità (anche se io nei suoi film non riesco a vedere altro, ma questa è un'altra storia...), bensì per quel candore che filtra situazioni drammatiche, come pure il disagio dell'essere umano. Ne è esempio lampante la battuta di Marco Bocci che riprende le parole di Tolstoj nell'incipit di Anna Karenina:"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo".
 
 
A me bastava pure la storia di Serena Bruno, perché c'è dietro il coraggio di chi è veramente disposto a cambiare le cose. Di chi è disposto persino a tornare in Italia a fare la cameriera... alla faccia della meritocrazia!
Poi Milani vuole metterci la storia del padre omosessuale che deve trovare il coraggio di dichiararsi al figlio, anche se i figli si sa, mica sono scemi. Capiscono molto prima quello che vogliamo dirgli.
In conclusione, Scusate se esisto! è un'ulteriore buona prova del cinema italiano, trovo la Cortellesi una delle poche autentiche attrici italiane, e rispetto queste storie, perché sono vere, semplici, e si battono ancora per qualcosa. 

sabato 2 gennaio 2016

Big eyes - Visioni oltre lo schermo

 
 
A distanza di vent'anni esatti, Tim Burton torna dietro la macchina da presa per dirigere un film biografico. Big Eyes narra la vera storia di Margaret Keane, pittrice degli anni '50-'60 e vittima di una delle più note frodi artistiche in campo pittorico.
 
Come nel 1994, anno di Ed Wood, la stesura del soggetto viene affidata alla coppia Scott Alexander e Lerry Karaszewsky. Dalle sfumature di un bianco e nero grottesco e nostalgico, Tim Burton sembra essersi molto allontanato, si dissolve dietro la macchina, con il solo e unico scopo di raccontare. Senza metterci del suo, forse non troppo, tanto che nessuno se ne accorge e a stento si direbbe che è un vero e proprio film del regista di Burbank.
Dicono...
Questo distacco, tuttavia, è necessario. Come spesso accade nel percorso di un artista, la visione del mondo che si vuole raccontare cambia, insieme a lui. E Burton è cambiato, lo hanno detto in tutte le salse, con fin troppa arroganza e saccenza. Io trovo il cambiamento naturale e necessario, ma i criticon de criticonis dicono che io sia poco equanime.
Stavolta però non dobbiamo mica giustificare una deliranza inammissibile. Nemmeno un vampiro che pare essere poco credibile, o un corto degli anni '80 che diventa film e non vuol dire altro che "mancanza di idee". Sì... stavolta è diverso.
Che poi, se uno spettatore accorto avesse la voglia di guardare davvero, troverebbe Tim Burton in diverse inquadrature, perché non sono mai un mero mezzo tecnico dell'arte audiovisiva e basta. Sono molto di più.
Lo spettatore accorto, e non per forza burtoniano incallito (come me), vedrebbe la commozione negli occhi senza trucco e i colori pastello di una storia vera che non richiede espedienti particolari. Alcuni trailer parlavano di "una vera storia incredibile", e io c'ho pensato alle storie incredibili di Edward Bloom. Ho pensato a quel film atipico, per niente in stile visionario e grottesco, eppure il più burtoniano, il più bello.
 
Hai sentito il critico che ha detto?
Ha detto bello!!!
Iiiiiih.
 
Ho capito una volta per tutte che, alcune storie, diventano incredibili a partire dalla loro credibilità. Ogni storia che si rispetti deve dare a chi la incontra una possibilità di riconoscimento, di empatia. Burton racconta la storia di Margaret, nonché amica del regista, e sa che deve mettersi da parte, perché la sua intenzione è di renderle un omaggio sincero. In quegli anni l'arte di una donna era presa poco in considerazione. Era difficile affermarsi, soprattutto in campo artistico, dunque lo spettatore non ha particolari pretese se non quella di una rivalsa personale. La vittoria di Margaret e la fine della grande menzogna tirata su dal suo secondo marito Walter, diventano il solo epilogo plausibile.
 
 
In effetti quando seppi dell'uscita del film, mi domandai nell'immediato come potesse metterci del suo, un regista come Burton, in questa storia. Poi mi ricordai di Big Fish, di quella storia meravigliosa e di cattivo gusto del '94, e diedi a me stessa la possibilità di una buona aspettativa. Guardai meglio quei dipinti e, in quegli occhi tanto grandi, vidi per la prima volta la malinconia e la voglia di guardare.
Una visione oltre lo schermo.
In altre parole, Tim Burton.


venerdì 1 gennaio 2016

Banana Yoshimoto, Sonno Profondo

 
 
 
Quando ti abbandoni allo scorrere del tempo non ti importa di nulla. Lo capisci quando nemmeno i rumori più assordanti ti arrivano all'orecchio, quando l'apatia e il malessere ti bloccano, definitivamente. E ti blocca l'orrore lasciandoti inerme, finché la meraviglia che ti circonda ad un tratto non ti rimette in moto. Non puoi opporti al sonno, nemmeno alla morte, alla solitudine. Ma puoi ricominciare a vivere e a stupirti della bellezza, di quanta ancora ne abbiamo a disposizione. In un tramonto, davanti al mare, nella notte in festa, nella notte brilla senza alcol, perché ti cura e respira, proprio come te.
 
Con Sonno profondo, Banana Yoshimoto indaga nell'anima di tre giovani donne, a ciascuna delle quali riserva una storia, un racconto. Sonno profondo, Viaggiatori nella notte e Un'esperienza.
La Yoshimoto torna a stupirmi e a ribadire quel suo talento innato nel prendere la morte e l'orrore degli stati d'animo più oscuri, e farne poesia. Poesia meravigliosa e semplice.
Parte dallo stallo dell'anima, e di una donna innamorata di un uomo sposato costretta a fare l'amante e inerme dinanzi al tempo. La notte concilia la sua solitudine e definisce al contempo il suo male di vivere, quella incapacità di reagire.
 
"Il sonno viene come l'avanzare della marea. Opporsi è impossibile".
 
Passando per la morte poi e nel vivo di un amore segreto, e ancora torna la bellezza della notte, stavolta dinamica, vitale. Il ricordo di una persona cara e ormai perduta, e le immagini surreali e vere pregne di nostalgia e crampi al cuore.
 
"Era una notte luminosissima. Pareva durare quanto l'eternità. Alle spalle di Yoshihiro, sempre con i suoi occhi da dispettoso, si vedeva qualcosa, un panorama lontano. Come un fondale di scena. Quello era forse il futuro verso cui guardava con animo da bambino".
 
L'ultimo racconto affronta la resa di una donna che soccombe all'alcol. Alcolizzata o addormentata, eppure piena di nostalgia del tempo in cui sapeva amare, e odiare. Un incontro improbabile e l'odio che si trasforma in commozione senza lacrime, ma vero e sincero.
 
 "Chissà perché la notte, come la gomma, è di un'infinita elasticità e morbidezza, mentre il mattino è così spietatamente affilato. La sua luce sembra puntata contro di me. Dura, trasparente, inesorabile. La odio".
 
Banana Yoshimoto resta per me un mistero. Affrontare i mostri del nostro passato e del nostro presente significa accettarli e ricominciare a vivere, e non è per niente scontato. Se viverlo sulla propria pelle sembra impossibile e letale, raccontarlo con grazia e poesia diventa una vera e propria impresa. Ma il dono della Yoshimoto sta esattamente qui, nel confine che separa l'orrore dalla bellezza, la resa dalla rinascita.
Lei ti guarda dentro, ti apre lo stomaco per salvarti la vita. Ti insegna a convivere con quei mostri, a guardare le meraviglie che, nonostante la morte, restano lì, intatte. Un tramonto, il rumore del mare, la notte che avvolge, nella luce e nell'oscurità.
Credo semplicemente che lei sia unica.


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