martedì 22 marzo 2016

Economia domestica



La Coldiretti ha stilato una vera e propria guida "salva tasche", grazie alla quale ogni famiglia può arrivare a risparmiare addirittura il 50% sulla spesa.
Spesa intesa come spesa al supermercato, i soldi che spendiamo per mangiare, dunque per vivere.
La spesa ricopre un'altissima percentuale della nostra vita. Un po' come l'acqua fa con il nostro corpo, credo che la spesa faccia con il nostro tempo preso nel senso più letterale e ampio possibile.
Da mamma e lavoratrice occasionale, mi rendo conto che il tempo che passo tra frutta e verdura è pari (se non maggiore) a quello che dedico alla cura del mio corpo.
A dirla tutta, prendermi cura di me diventa sempre più complicato e non è che un ritaglio di tempo nell'arco della settimana.
Al massimo due, ritagli.

Al supermercato ci vado anche tre volte a settimana, e per settimana intendo quella "corta", scolastica.
Perché non capita di rado che io mi ritrovi al supermercato anche di sabato o di domenica.
Ed è un'esperienza terribile, lo si sa.
La verità è che io mi sento molto Julia Child, tolta l'anatra eh?

Di questi tempi, non abbiamo mica timore ad ammetterlo, pensare di fare economia non è del tutto sbagliato. Anzi, si può dire che nel tempo siamo piuttosto migliorati e parlo per me, per quel che vedo nel mio carrello e nel mio portafogli.
Mio grande difetto?
Che butto nel carrello senza ragionare sul prezzo. Non sto lì a confrontare le varie marche, se mi piace un prodotto finisco col prenderlo di nuovo anche se è triplicato il prezzo nel cartellino elettronico.
E non si fa. No!

A me non compete parlare di economia, quasi direi "grazie al cielo", ma non lo dico se no poi un qualche Feltri mi si potrebbe offendere. Io ho studiato Lettere, figuriamoci...
Intendo l'economia come una possibilità concreta di felicità.
Sì, felicità.
Godersi di più e meglio, le cose semplici che non sono proprie dei "ricchi" ma di tutti. Anche di un disgraziato precario che non ha futuro. Di un pensionato che tiene la carta acquisti vuota nel portafogli, e ogni tanto dice alla cassiera di dare un'occhiata. Ma quella non trova nemmeno il coraggio di dirgli "Caro mio vecchietto, la sua carta è andata. Vuota, finita, terminata".

Tornando a me, io ci provo a fare economia domestica. Ecco, chiamiamola così.
Nonna insegna che in cucina "nun se butta via niente!", e io l'ho imparato. Ancora compro il pan grattato però, e se lo scopre per me sono guai. Non lo conservo e non lo butto nel mixer come fa lei. Ancora, nonostante gli anni e la stanchezza.
Ecco, un'altra cosa che a me manca è la pazienza per certe cose.
Tipo il pan grattato.
Però il pane spesso non lo butto perché in forno poi avviene la magia e diventa di un gusto insuperabile e antico. Il pane "abbruscato" con un filo d'olio, quello buono, e un pizzico (tanto tanto) di sale. Mica solo Dio fa i miracoli, anche noi.
E le polpette che piacciono tanto pure ai bimbi.
E le frittate con dentro il mondo.
Avere sempre le patate in casa perché se poi il giovedì è di gnocchi tu non li compri al supermercato, con tutto il rispetto per Giovanni Rana, ma te li fai da sola.
No?

A seguire poi tutta una serie di accortezze che io ho acquisito col tempo, da quando sono diventata madre devo dire. Preferire la frutta e le verdure di stagione. Possibilmente accorciare le distanze e scegliere il contadino che ha il banco al mercato del martedì o del sabato. Quello che ti fa assaggiare il prodotto che compri al momento.
Mi viene in mente il tizio che ogni anno viene col suo carretto ricco di fave appena colte e si mette in strada. Quello che ti dice "Signo', ma nun sente come scrocchieno?"
E c'ha ragione, scrocchiano!
Insomma una storia bellissima, una cosa semplice e che fa pure economia.

Anche se io continuo a dire che l'economia domestica è un po' la nostra formula segreta per la felicità. Per salvare le tasche consiglio la guida citata all'inizio, per salvare noi stessi consiglio poche e piccole accortezze.
Io ad esempio mi prendo cura di me pensando alcune cose a bassa voce, le faccio mie per poi trascriverle. Perché mi sembra che solo così io riesca a capirle davvero.
Economia domestica e felicità.

Una poesia breve, brevissima.
Che non è nemmeno una poesia, ma vorrebbe esserlo.

Se avessi un orticello pianterei le fragole
per far felici i miei bimbi.
Pianterei i pomodori
e darei forma a tutte le meravigliose insalate che mi vengono in mente.
E la caprese con la fogliolina di basilico,
e le friselle croccanti come piacciono a me.
Pianterei infine tante altre cose,
mi gusterei il sole del primo mattino d'inverno
e i colori del crepuscolo d'estate.
Se avessi un orticello sarei ancora più felice.
Tutto qui.


lunedì 21 marzo 2016

Consapevolezza



Cosa pensa una donna durante i nove mesi di gravidanza?
Cosa pensano le altre donne quando vedono una donna incinta?
Cosa penso io mentre aspetto mia figlia?

Prendetela come una storia di primavera, come una pagina di vita personale o come una riflessione ad alta voce.
Però prendetela...

Si chiama consapevolezza.

Il quinto mese di gravidanza lo considero il migliore.
Perché si trova a metà, non manca troppo al termine e non manca nemmeno poco. E questo stare nel mezzo un po' ti aiuta, ti suggerisce di fare le cose con calma e aumenta in te la consapevolezza. Amica intima e crudele, la consapevolezza, ti ricorda che tanto da lì deve uscire e potrebbe far male, tantissimo o forse molto meno dell'ultima volta. O forse molto di più. Ma tanto a te non importa... (stoca**o!)
Il quinto mese è bello perché la pancia si vede e la gente non pensa più che ti sei scofanata abbestia senza alcuna ripresa dall'abbuffata natalizia. E poi la pancia del quinto mese una donna la conosce bene, e tu capisci che ha capito. Perché il suo sguardo è diverso, non ti guarda come si guarda, ad esempio, una donna all'ottavo mese.
Tu una donna all'ottavo mese la riconosci subito e provi una gran pena per lei. Non pensi più "che bella pancia, che bei momenti... un po' mi mancano".
No no.
Te fa' solo 'na gran pena.
Perché sai che manca poco e non riesci nemmeno a sorriderle.
Ti sforzi, tuttavia. E la guardi mostrandoti solidale. Ma il tuo pensiero lo tieni per te.
"Poraccia!!!"
Ebbene, menti.
Menti spudoratamente.
Ecco perché mi piace il quinto mese.
Perchè le donne mi guardano e non sono costrette a mentire. Ma tra poco lo faranno, come sempre, anche con me.
Tra poco mi guarderanno così.
E io lo so già.
So tutto.
‪#‎consapevolezza‬


giovedì 17 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot



"Cuore e acciaio", sembra la premessa di un bel thriller metropolitano.
Ambientato nelle viscere della capitale, fitta di anime nere che vomitano veleno e corrono affannosamente, per la terra, tra le stelle. Certo mica supereroi qualunque, solo uomini che non hanno più paura perché non hanno niente.
E allora devi essere per forza così, un cuore pieno d'acciao pronto a vincere contro ogni violento urto e pronto ad ammorbidirti, all'occorrenza.

Amico di nessuno, Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) diventa all'improvviso il paladino dei reietti. Invisibile e disgraziato, che tiene in frigo solo la tristezza e la solitudine di una vita vissuta di riflesso. Viscida e sporca. Uno che se cade nemmeno s'ammazza, però si sente il botto.
Il botto di Gabriele Mainetti, qui al suo esordio registico (e che esordio!), riporta alla paura che poi fa l'uomo, nel film di Claudio Fragrasso, Palermo Milano - solo andata. Quando prima di ammazzare qualcuno ci si chiedeva pure "chissà che effetto fa". E le ricordo bene, le parole di Tarcisio (Valerio Mastandrea) a Remo (Ricky Memphis), poco prima di morire.
"Remo, c'avevi ragione. Se sente er botto".


Commovente e spietato, come lo è a tratti Lo chiamavano Jeeg Robot. Un film con gli attributi, coi controcazzi - diciamolo pure!
E oggi poterlo dire ha un sapore del tutto diverso, rispetto agli anni '90. Perché oggi ci sentiamo perennemente obbligati al confronto con l'onnipotente bandiera a stelle e strisce. Perché i supereroi è roba che appartiene a loro, dove andiamo noi italiani provincialotti e morti di fame?
E invece andiamo, pronti a sfidare la sorte, la concorrenza oltreoceano. I miliardi di dollari al botteghino e tutte le grandi mele invase dai Chitauri.
Non abbiamo sbatacchiamenti e nemmeno un miliardario, genio e filantropo (e pure grande gnocco!), ma abbiamo un cinema italiano pronto a rinascere.

Gabriele Mainetti è l'ennesima conferma, sia benedetto!
Dopo il tentativo poco riuscito di Salvatores, con il suo Il ragazzo invisibile, Mainetti se ne esce con un film sorprendente con tanto di botto.
Tutto è credibile, parliamo di un film nostro, di un supereroe de noantri.
Che faresti se un giorno ti accorgessi di avere i superpoteri?
Non diciamo cazzate, abbiamo pensato tutti la stessa cosa...


Ed è già cult la scena di Ceccotti che sradica il bancomat e se lo porta a casa. Stendendo banconote sporche di inchiostro.
Lo chiamavano Jeeg Robot ha il pregio unico di mettere in risalto le qualità del nostro cinema. Attori talentuosi, mostri che vendono l'anima pur di entrare nel personaggio. Claudio Santamaria lo definirei un Tom Hardy italiano, che sembra avere solo il fisico per certi ruoli, per certe situazioni. E invece ha tutto, perché mentre finge di essere al mondo tanto per starci, poi si rivela per quello che realmente è. Eroe per caso, ma necessario. Certo Santamaria è pure la voce del Batman di Christopher Nolan. Voglio dire...
E Luca Marinelli è un matto scocciato che ti rimane addosso. Un figlio di una super mignotta, detto Lo Zingaro, pieno di amor proprio, fanatico estremista delle icone pop degli anni '80. Ogni sua performance vocale è un omaggio distorto e allucinato, pregno di violenza e follia.
Un villain che non vuole restare crocifisso al muro, che snobba Tarantino e poi sporca di sangue un telefono bianco. Bianco per sbaglio, eppure così significativo.


Questo Jeeg Robot è un supereroe atipico, forse esclusivamente nostrano. Che ti violenta e ti protegge, mentre la ruota gira e tu sei costretto a vedere tutto. Il mondo com'è, come non vorresti che fosse. E non poteva mancare la sensibilità di un personaggio femminile che smuove la coscienza del supereroe, che lo rimette in vita. La ragazza che vive nel mondo parallelo, sorvegliato dal grande e potente Jeeg - e interpretato da una bravissima Ilenia Pastorelli - smussa l'oscurità degli angoli più neri della notte. Lei è l'innocenza e la verità che fa male, che indossa l'abito di una principessa e vive combattendo come una guerriera.
Quella che ti fa notare che con le scarpe di camoscio non sei per niente credibile, ma al tempo stesso ti sprona e ti convince che puoi davvero salvare il mondo.

Forza Hiro', che se poi viene il giorno delle tenebre... succede un macello!

giovedì 10 marzo 2016

Diciotto anni dopo


Qualche passo indietro, e sulla strada una vecchia Morgan. Come a voler dire che il cinema, come la vita, altro non è che un bel viaggio. A volte incredibile che supera l'oceano, altre invece tanto modesto da restare tra le mura domestiche, sempre lo stesso. Cinque anni dopo, una Giulia, e il terzo passo da regista. Tanto basta a dargli un benvenuto cordiale e soddisfatto, nell'olimpo degli autori nostrani. 

Tra vecchi dolori e mostri del passato, e a partire dal sapore amaro per eccellenza, la morte, Edoardo Leo costruisce un esordio registico che già preannuncia quella sottile accuratezza per un cinema garbato e poetico. Gentile e semplice, dunque necessario. Perché la nostra cultura cinematografica e la nostra stessa esistenza, hanno bisogno ancora di gesti semplici ed emozionali, come le storie.


Da Roma alla Calabria per assecondare le ultime volontà del padre, insieme in una Morgan tenuta da sempre sotto custodia in attesa di chissà quale evento straordinario. La morte forse lo è, tanto straordinaria quanto maledetta, talvolta il miglior inizio. Da un punto di non ritorno cominciano a risorgere i due protagonisti di questo viaggio a ritroso nel tempo e nella coscienza. Due fratelli che a guardarli ingannano, tanto sembrano simili. Poi però li guardi bene e capisci che ognuno procede a senso opposto, come due bulloni che continui a girare, tutta la notte, tutta la vita.
A volte il tempo necessario coincide esattamente con la vita, la vita presa per intero. La macchina da presa si sposta con garbo e occhio paziente, mettendo a fuoco il dettaglio e poi l'immensità del mare.


Edoardo Leo riesce a brillare di luce propria nel cielo dell'autorialità, non solo italiana. Perché il cinema "tutto" ha bisogno di ritrovare la bellezza di una storia a metà tra la commedia e il dramma. Un road movie dal sapore intimo, che per guardare meglio fuori deve capire prima com'è fatto dentro. Evoluzione dell'essere, umano e artistico. Diciotto anni dopo è la prova vivente che questo cinema italiano, non è solo destinato a rimpiangere il Neoralismo e la Commedia d'altri tempi. Questo cinema è ancora capace, ha ancora qualcosa da dire e ha persino i mezzi per farlo.
Abbiamo bisogno di questo, di un abbraccio fraterno, di una voce che grida e non balbetta, di qualcuno che raccolga i pezzi infranti e tappi i buchi.
Di un "va tutto bene", anche quando non va.


sabato 5 marzo 2016

Scrittori e presentazioni - Quello che gli altri non dicono




Che presentare il proprio libro nelle librerie di catena sia un'impresa (intesa proprio come dizionario vuole, ovvero "azione di ampia portata"), è cosa risaputa.
Scommetto che ne hanno parlato già tutti.
Non è così?

Impresa che, lo sappiamo, sale e scende in maniera del tutto proporzionale allo status dello scrittore. Più egli è disgraziato, più l'impresa cresce, cresce, cresce e così via.
Avranno già detto, senz'altro, delle rocambolesche quanto umilianti entrate in scena dello scrittore emergente, quando, glorioso e ingenuo, scavalca quella soglia e, con fare da vero condottiero pronto a morire, guarda negli occhi il primo tizio che trova nella grande libreria e...
"Salve, sono Topolino Woolf, e questo è il mio primo romanzo!"
Il resto della storia lo conoscete tutti.
Se così non fosse...

"Sì, guardi, signor Woolf. Il suo romanzo sarà senz'altro meritevole. Ma vede, io sono lo stagista in prova e non so davvero come aiutarla. Se vuole le dico quando può trovare il titolare?"
Nel momento in cui lo stagista sorride, il povero Topolino Woolf, esce dalla cosiddetta infanzia dello scrittore.
Cresce.
Capisce.
- E poi muore?
No.
Diciamo che poi diventa grande e, da quel momento in poi, quando entra in libreria sa già a chi deve rivolgersi. E se ne vale davvero la pena.

Insomma, la libreria, per uno scrittore emergente, assume via via delle sembianze piuttosto mistiche e suggestive. Talvolta inquietanti, altre salvifiche.
Ognuno di noi vanta una carrellata di esperienze che possono somigliarsi, più o meno, e ripetersi nel tempo.

Esiste tuttavia qualcosa che nemmeno il successo può scalfire. Qualcosa che non cambia né con la fama né con il tempo.
Le presentazioni.
Mica tutti ti danno la possibilità di presentare il tuo bello, coraggioso e sconosciuto romanzo. Se!
Alcuni ti dicono chiaramente che no, non lo fanno. Né ora né mai.
"Guarda ci dispiace. Ma vedi, se eri famoso o esordivi con un grande editore ti avremmo presentato senza problemi!"
E grazie a Nina!
Oppure ci sono quelli che si prestano volentieri e, altrettanto volentieri, ti propongono accordi quasi imbarazzanti, quelli che, come dire... vabbè meglio non dire.
Tanto lo avranno detto già tutti. No?


E di quel momento lì ne hanno parlato?
Qualcuno lo ha detto, cosa si prova, cosa vuol dire... cercare una sedia per non dare nell'occhio e non sentirsi fuori luogo. La sedia più distante da dove bazzicano microfoni e curiosi, perché vedere fin lì fa quasi paura, lascia sgomenti, increduli.
Sulla locandina c'è il tuo nome e poco più in basso il tuo libro, che pare sentirsi a suo agio mentre tu ti muovi a fatica e prosegui in affanno. Verso gli altri, verso i primi colleghi che vedi arrivare, verso i primi clienti della libreria.
E dopo aver vinto contro la paura e l'imbarazzo, non trema nemmeno più la mano e riesci a trovare persino piacevole il suono della tua voce. Forse perché parla del tuo libro, parla di te.
I presenti ci sono davvero e ti ascoltano, e tu li guardi come se non avessi mai visto un essere umano.
Guardano te, vogliono sapere del tuo libro.
Tu non credi che questo sia possibile, reale. Ma vai avanti per la tua strada e sfrutti quell'attimo, che è tuo soltanto.
Ripensi a come ti sentivi qualche minuto prima, quando per ingannare l'attesa hai curiosato tra gli scaffali della libreria, come se lì ci fossi finito per caso.
Sorridi, ti senti orgoglioso per la prima volta e la tua vita da scrittore emergente non sembra più così scombinata.

Quando tutto è finito, in realtà il bello deve ancora arrivare, ti alzi e ringrazi i presenti. Nella confusione e nella gioia generale, ti fermi sui passi e sui gesti di una signora bassina, seduta in seconda fila. Sapevi che era lì, perché mentre parlavi riservavi lo sguardo a tutti, un po' alla volta. E lei era lì, lo sapevi. Quel che non sapevi, è che lei a un certo punto si sarebbe alzata da quella sediolina di legno chiaro, e si sarebbe fiondata sul tuo libro.
No, questo non potevi saperlo.
La signora bassina è stata lì tutto il tempo, ha ascoltato tutti gli autori, te compreso.
Poi ha deciso che quello era il libro.
Il tuo, libro.

Ecco. La signora bassina e quel momento, quello che gli altri non dicono, ma esiste davvero.


giovedì 3 marzo 2016

In libreria - prima e dopo

 
 
Prendo spunto dalla riflessione di un amico e collega della blogosfera, Michele, uno degli autori del blog La nostra libreria (tra i più seguiti da queste parti!) e decido di raccontare come e quanto sia cambiata, oggi, la mia esperienza in libreria.
Michele parla di avventure e disavventure, riflette sulle differenze sostanziali tra la libreria di catena e la libreria indipendente. Ed è vero, la maggior parte dei casi evidenzia che cambiano molte cose. A partire dal rapporto che hanno i titolari con i clienti e, ahimè, con i libri stessi.
 
La mia esperienza in libreria, da quando ho pubblicato il mio primo romanzo, è molto cambiata.
Ad esempio prima mi bastava trovare quello che cercavo, nella grande o nella piccola libreria, e nella peggiore delle ipotesi mi accontentavo di quei meravigliosi incontri casuali. Di autori magari sconosciuti o ancora poco noti. Oppure mi divertivo a spulciare sullo scaffale delle grandi novità, o dei più venduti.
Poche pretese, poche pippe mentali, ecco....
 
Adesso invece entro in libreria e me ne sbatto riccamente dei nuovi titoli. I più venduti li guardo sempre, ma nella maggior parte dei casi smadonno e mi agito come una scema. Picchietto con la mano su una pila di libri a caso, magari quelli fluo di Fabio Volo. Per dirne uno.
Guardo più le case editrici che gli autori.
E poi osservo con cura la gente. Mi piace capire dove va a finire... cosa cerca.
Mi immagino la vetrina piena delle copie del mio libro, oppure me lo immagino in vetta alla top ten dei più venduti.
Allucinazioni tipo oasi nel deserto. Lo so.
Mi diverto lo stesso, sia chiaro.
Ad esempio quando grido a mio marito, o a voce alta attirando il sospetto di tutti, titolari compresi: "Iiiiiih, guarda guarda. Amo'. Questo autore lo conosco, è mio amico su facebook!"
 
 

martedì 1 marzo 2016

Essere umani. Umani e basta.



Questa mattina mi sono svegliata ripensando ai numerosi commenti letti ieri in ogni dove.
Ho ripensato al mio stato, condiviso forse d'impulso e, proprio per questo, facilmente equivocabile. Mi rendo conto che la questione scaldi gli animi di molti, uomini e donne, genitori e non.
 
Dunque capisco che, alla luce di certe spiacevoli situazioni, la cosa migliore sarebbe non parlarne apertamente e con tanta leggerezza. Almeno, non qui sulle bacheche di tutti. Perché finisce che si... viene fraintesi, finisce che ci scanniamo come bestie gli uni contro gli altri e nemmeno ci ascoltiamo. Finisce che tutta la merda politica e tutti i fautori degli indottrinamenti mediatici e ideologici si alzeranno dalle loro poltrone a panza piena, ubriachi e soddisfatti. E al di là delle nostre scelte personali, al di là delle nostre vite, se c'è una cosa che non dovremmo mai permettere, mai, è proprio quella di farci la guerra a vicenda e ammazzarci in un "tutti contro tutti" che non lascerebbe scampo.
Non sappiamo ancora come e per merito di chi, un po' dei nostri genitori un po' delle nostre scelte personali - immagino - ma ognuno di noi ha capito cosa sia bene e cosa sia male. A grandi linee. Quelle linee che poi ci rendono tutti uguali. Esseri umani.
Umani e basta.


 
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