lunedì 23 gennaio 2017

Quando cercavamo la neve




Questo fine settimana siamo stati in montagna.
A Rocca di Mezzo, nella provincia dell'Aquila.
Siamo partiti con le immagini davanti agli occhi di un albergo travolto dalla neve, con i titoli dei tg e le voci dei parenti - preoccupate, isteriche - che si raccomandavano.

"Non potete partire. Non dovete".

Ma noi questo fine settimana siamo stati in montagna.
Perché lo aspettavamo da una vita, questo week end. Perché i bambini contavano i giorni, e già sentivano la neve. Io che pensavo a bassa voce: "Tre giorni senza fare nulla, servita e riverita. Una signora!"
Finalmente un po' di riposo, meritato. E un po' di buona compagnia, sorrisi, bicchieri di vino in tavola e una comitiva di bambini a riempire la hall dell'albergo.

"Mamma ma l'albergo dove andiamo noi finisce sotto la neve come quello che abbiamo visto in tv?"

Prima dei sorrisi tante domande, e la paura di privare i nostri figli di tutto. 
Perché tu sei responsabile e hai una paura che non puoi nemmeno spiegare, quando si tratta di loro. Dei tuoi figli.
Paura di partire nonostante i tg, nonostante la tragedia e poi il terremoto, e tutta quella neve. 
Troppa.
Mai fatta tutta questa neve. Mai vista tutta questa neve.

Partire e lasciarsi alle spalle l'accusa di essere un genitore incosciente, che se ne frega dei rischi, che dimentica di come la gente muore.
Trenta persone, tanti bambini.
Il sogno di un week end travolto dalla neve.
La morte.
"E voi che fate? Andate incontro all'inferno?"

La verità è che noi non dimentichiamo nulla. Parlo per me, che sono madre di tre figli, ma so che molti genitori oggi vivono così.
Mentre sorridevo a mio figlio, il grande, per dirgli che non sarebbe accaduto nulla al nostro albergo e che con tutta quella neve il divertimento era assicurato, ripensavo ai rimproveri di mia suocera, allo sguardo di mia madre che ci vedeva come bambocci che stavano per essere spediti in trincea.
E ho capito che non era giusto. Che non merito di vivere così.
Che i miei figli nella neve devono vederci la gioia, i loro stessi sorrisi.

Perché il mondo oggi è così, ma non è colpa loro, e nemmeno la mia.
Certe cose non devono cambiare, non devono imbruttirsi di paure e paranoie.
Ci ho pensato molto questo fine settimana, in montagna.
Guardavo i bambini in mezzo a tutto quel bianco, a volte sprofondavano e io mi mettevo in punta di piedi per cercare i loro visi.
Mi basta questo - mi sono detta. Perché un tempo li ho indossati anch'io, quei sorrisi.
Quando partivamo per andare in montagna, quando eravamo un po' più spensierati.
Quando cercavamo la neve, e ci speravamo con tutto il cuore.


lunedì 16 gennaio 2017

Il sapore del successo



Dalla cucina di Cracco e & Co. al grande schermo.
Il passaggio non è poi tanto brusco, ci si abitua ben presto e volentieri, infatti, al volto da bello e dannato di Bradley Cooper, lo chef che ambisce alla terza stella Michelin dopo aver avuto a che fare con un milione di ostriche in Louisiana.

La storia si sposta da Parigi a Londra, quest'ultima, città di riscatto e vecchi rimpianti legati al passato. Adam Jones sembra avere messo davvero la testa a posto. Niente più tenori di vita alla gioventù bruciata, ma solo una grande idea, una grande ambizione. Quella di diventare uno chef ancor più grande, in grado di donare ai clienti dei veri e propri "orgasmi culinari".
Perché la cucina esprime chi siamo, e sbagliare non è permesso.
Nonostante Bradley Cooper, il quale proprio non ne vuole sapere di andarmi a genio, il film si lascia guardare senza particolari sforzi. 



La mia repulsione al bel faccino di Cooper, non doveva e non voleva in alcun modo influenzare la visione. Perché chi mi conosce sa, quanto io ami la cucina, e poi perché non è mai giusto. Nei confronti del cinema, e pure di un attore che nonostante ti stia sulle palle, merita sempre e comunque la tua più sincera opinione. 
Ebbene sì, Il sapore del successo mi è piaciuto.
Senza troppe pretese o aspettative, parliamo di un prodotto commerciale che tratta di cibo e stellette, tra coltelli affilati e cucine piene di uomini arroganti e donne che combattono pur di emergere in un ambiente prettamente maschile. Ancora oggi dopo miliardi di anni.
E se c'è un aspetto che mi ha colpito di Adam Jones, è proprio questo suo essere uno stronzo e arrogante dal cuore tenero. 
Ho trovato credibile il suo personaggio, io che di chef ne vedo e ne seguo a fiotti, tanto che ho pensato persino di curare la mia orticaria da Bradley Cooper, che magari è giunta l'ora, dài.


Mi piace il suo Adam Jones quando ammette le sue debolezze, quando spiega le differenze tra l'alta cucina e quella da fast food, mettendo in risalto la costanza, quel dettaglio che annienta un po' tutto, non solo il talento ma anche la vita.
Costanza intesa come routine, come un uomo che volta le spalle alla fantasia e alla voglia di sperimentare.
Vero è, che a me, basta vedere una cucina con dentro un uomo o una donna col grembiule, e tanto mi basta. Per sentirmi appagata, per trovare ispirazione. Non so, e tante altre cose.
La cucina è un luogo strano, non so se dal punto di vista cinematografico funzioni davvero. 
Ma nella peggiore delle ipotesi, che sia un reality o un film, o un libro di ricette, ti lasci alle spalle un tizio col capo chino su un piatto, le mani decise eppure tanto sottili, intente a dirigere tutta l'orchestra. Gli ingredienti, il rumore di tutti gli utensili, gli odori.
Per me, armonia dei sensi.

sabato 14 gennaio 2017

Roberto Teofani - Download



"Se uno esce, uno deve entrare", è questa la regola.
Ma Download non è solo un gioco clandestino, non è nemmeno l'antefatto vero e proprio di questo romanzo. Il primo, dell'autore Roberto Teòfani, che torna a pubblicare per la seconda volta con Efesto Edizioni dopo il suo Schegge d'Italia. Un viaggio, un libro.

In realtà il titolo è abbastanza fuorviante e, non lo nego, ogni due pagine mi immaginavo uno scambio verbale con l'autore - nonché amico e collega carissimo - anche abbastanza acceso: "Ok. Adesso mi dici che ca**o vuol dire Download?"

Il punto forte del romanzo è tutto qui, perché fino alla fine il lettore è come catapultato in una zona d'ombra, rapito da un vortice di domande senza risposta. 
Il libro si apre e si chiude con uno scambio epistolare risalente a circa vent'anni prima rispetto ai fatti narrati, e forse questo può tornare utile a quel lettore che, una volta finito il libro, tiene ancora qualche questione in sospeso.
Quel lettore - tipo me.
E se dico scambio epistolare, si sa, dico un lui e una lei, due amanti. Divisi, separati dal destino, probabilmente. Insomma ci siamo capiti, quella cosa che move il sole e l'altre stelle.
In Download l'amore gioca un ruolo decisivo, e si fa beffa dei protagonisti, ignari fino alla fine di ciò che riserva loro la storia.
"Bisogna credere al destino come si crede a un Dio", e non a torto l'autore cita questa massima. Come a voler preparare chiunque si trovi a un passo da quella prima pagina.
Prima dell'inizio.
Del gioco, della storia.
Parlare di Download mi fa sentire una turista a Roma, con la meraviglia negli occhi davanti a una città che sola, è già protagonista e fondo dipinto di ogni qualsivoglia storia. 
Tra le pagine infatti si snoda un tour d'eccezione, ripercorrendo i luoghi tanto cari alla capitale, e con essi i sapori, gli odori. Mi viene in mente il Pantheon, il quartiere Testaccio. I primi baci, innocenti e caldi, e il sapore di un gelato al pistacchio.
Che l'autore sia un appassionato di musica e cinema, lo si capisce fin dalle prime pagine. La storia di Download è anche un profumatissimo pot purrì  fatto di omaggi e citazioni.
Cambiano le strofe di una canzone, cambiano i tempi, si fanno le rivoluzioni, diventano grandi gli uomini di cui si ricordano le grandi gesta. Ma il paradosso, oppure il fatto più ovvio di tutti, è che basta uno sguardo fatto bene in metropolitana, una scelta sbagliata, un gioco che non avremmo mai voluto iniziare, e il treno per la luna è già partito.
E in mano un solo biglietto.
Scaduto.

venerdì 13 gennaio 2017

Riprendermi me



A intervalli di tempo non regolari, e lo dico come se questo possa escludere una diagnosi inequivocabile, parlo al mio blog e gli chiedo un favore. Quello di diventare carta bianca per me, di non chiedermi quale sia la ragione precisa, di farsi paziente. E lui si piega e si presta alle mie paturnie, con la stessa gentilezza di sempre.

Questi momenti della mia vita vanno e vengono come pianeti sparati in un'altra orbita, che fanno del mio tempo una bolla ad aria compressa. Mi sembra di averne poco, di tempo. Mi sembra di avere poco di tutto, e che tutto a un tratto diventi troppo.
Mi paralizzano le piccole cose, mi ritrovo a desiderare luoghi lontani o chissà quali imprese, e un attimo dopo l'esatto contrario.
Mi basta il mio pc, le dita sulla tastiera, il suono che fa la mia vita quando mi sento davvero me stessa. 
Ma quando l'aria non basta e i pianeti corrono a mille all'ora, non so nemmeno più chi sono.
E questo non saperlo, questo dubbio, mi parla forte.
Mi manca chi ero. Mi manca me.

La maternità è un atto unico in centomila tempi. E a volte ti perdi tra gli eventi, tra le pagine.
Ti perdi a capire chi sei, con le mani mai libere da qualche faccenda, di donna, domestica, moglie, madre, sognatrice e bambina.
E io mi ci perdo, fino a non ritrovarmi più. 

Non chiedermi quale sia la ragione, avevi promesso.
Forse ho solo bisogno di ricominciare da qui, e riprendermi me.

giovedì 12 gennaio 2017

The Lobster - Un'aragosta, un border collie e un tostapane



Premetto che io ho lavorato da McDonald's, dunque The Lobster per me - ancor prima di essere il film di Yorgos Lanthimos - è il panino con l'aragosta.
Detto questo, passiamo alla prima domanda.
Che roba gira a Cannes?
Di sicuro roba buona.

Scherzi a parte, ma anche no, ci tengo a sottolineare che a volte è bello pure dire le cose esattamente come stanno. Senza mezzi termini.
The Lobster è un film terribile. Un film disturbato e disturbante, e una volta per tutte, vi prego, finiamola di dire che se il film disturba allora è un capolavoro.
Sta cippa!
No.

Non dico che il cinema debba fermarsi al ruolo di mero intrattenimento popolare, ma nemmeno turbare la psiche per mezzo di immagini raccapriccianti e fuori di testa.
The Lobster, a suo modo, è anche abbastanza paraculo, oltre che brutto - sì, lasciatemelo dire! 
Perché sfrutta una tematica che fa gola alle grandi giurie e alla critica di nicchia. Lo spettatore medio uscirebbe dalla sala frastornato, mentre i più sensibili andrebbero a prendere di petto il tizio, poverino, che gli ha venduto addirittura il biglietto e non ha avuto nemmeno l'accortezza di dire che quello era il film dell'aragosta, di un border collie e di un tostapane. Una roba orribile.
La scelta di ambientare una storia di e per squilibrati, in un futuro distopico, è una paraculata bella e grossa, un abile raggiro che frega una giuria, no di certo la massa.
E io in questo caso sono la massa, sono l'italiana media che tra l'aragosta e Zalone preferisce Zalone, perché magari in quel film, spicciolo, provincialotto, che parla di italiani e posto fisso, un po' ci si rispecchia, e nonostante tutto sorride.  
Pensate un po'.



Quelli che hanno idolatrato l'aragosta invece, vorrei sapere cosa - esattamente - hanno capito o amato davvero, di questo film. 
Lo vorrei sapere sinceramente, con tutto il cuore disgraziato e ignorante di popolana convinta.

Vorrei sapere, da un punto di vista prettamente cinematografico, cosa si intende per "bello", poi. E se esiste una sorta di form da compilare o una dichiarazione di intenti, ogni qualvolta si arrivi al cinema e ci si sceglie il film. Ché qui oramai abbiamo scombinato tutto, il brutto che diventa bello, il film psicolabile che diventa capolavoro, e se vai al cinema perché vuoi farti due risate - be' - allora muori!
The Lobster può magnificare la giuria molto accorta ed esigente, perché il regista è uno coraggioso, ha fatto un film in cui l'amore diventa il cattivo. Ha raccontato un futuro che terrorizza, in cui nessuno sarà più veramente libero di scegliere. E ok. Ma a me non incanti.
Se resti solo hai 45 giorni di tempo per trovarti una nuova compagna o un nuovo compagno. Se fallisci in questo, inizia pure a pensare a quale animale vorresti essere, oppure puoi sempre decidere di ammazzarti. Mica male come piano per il futuro, no?

Cos'è, vi piace davvero una donna spappolata a terra e alla quale non riesce nemmeno morire?
Vi piace un cane morto ammazzato? Il fermo immagine di tre quarti d'ora su un coniglio squartato?
Vi piacciono i film di propaganda, per caso?
No perché a me The Lobster, sembra molto, un film di propaganda.
Quale messaggio voglia veicolare, poi, ancora non l'ho capito.
Ma si sa, io sono il popolo, e il cinema quello bello bello, non riesco ancora a comprenderlo.


mercoledì 11 gennaio 2017

La felicità è un sistema complesso



Dopo Non pensarci, Gianni Zanasi torna a dirigere Valerio Mastandrea in una commedia che si conferma essere ancora una volta intima e toccante.
La felicità è un sistema complesso è un viaggio drammatico che obbliga l'uomo a capire se stesso, attraverso la memoria affettiva e le responsabilità del mondo adulto.
Enrico, il cui volto impeccabile di Mastandrea si fa carico di ogni metafora del film, è un uomo che si sforza di credere in ciò che fa. Impresa di cui siamo spesso protagonisti, anche inconsapevolmente.

Il suo lavoro consiste nel monetizzare le disgrazie e i fallimenti degli altri, ma per Enrico è solo un bel modo di raccogliere un poveraccio da terra, e dargli un'altra possibilità. Almeno così è, finché nella sua vita così abitudinaria non irrompono delle presenze nuove, inaspettate.
Una ragazza israeliana e due ragazzini rimasti orfani di madre e padre, costretti a mandare avanti la gigantesca azienda di famiglia. 
Nonostante il mondo di Enrico, quello dell'imprenditoria e degli affari, porti l'uomo a diventare un animale cinico, di lui si potrebbe quasi parlare come dell'eccezione che (non) conferma affatto la regola.

Essere umano troppo umano, che si mette in discussione al solo sguardo della ragazza straniera piombatagli in casa. Un grande che ascolta i giovani, che prova disagio e cade nel buio dinanzi a un uomo che si fa di eroina. Che non lo comprende, che poi capisce davvero in che mondo tossico e spietato sia capitato.

La felicità è un sistema complesso mescola la vita e la morte, sfruttando ogni asse temporale che porti poi l'uomo ad interrogarsi. Su dove arrivino le responsabilità, su come sia complicato gestire ciò che lasciano, o prima o poi, un padre e una madre.
E l'aspetto più poetico, quindi autentico, del film di Zanasi, è racchiuso in questo senso di appartenenza dell'uomo alla propria vita, al proprio mondo.
Che somiglia, talvolta, a un dolce fantastico, a una torta di noi.



martedì 10 gennaio 2017

Io, me e Metropolis



Vidi per la prima volta Metropolis, quando ancora non sapevo nulla di cinema espressionista e di cose strane tipo campo e controcampo.
L'Aula Magna della Sapienza era enorme, persino per me, convinta all'epoca che il mondo tutto mi andasse stretto. Il primo corso che iniziai a seguire con costanza, fu proprio Analisi del film, con il caro e tanto insolito Professor Bertetto.

« Più ancora di Murnau, il regista che afferma con decisione totale il ruolo creativo del metteur en scène come coordinatore di tutte le componenti finalizzate alla produzione dell'immagine filmica e come interprete di una specifica volontà di stile è in ogni modo Fritz Lang, che attraversa la storia del cinema muto e poi del sonoro in Europa e in America, con un impegno formale assoluto. »
(Paolo Bertetto, Introduzione alla storia del cinema, p. 38.) 


Il 10 gennaio del 1927 viene proiettato per la prima volta questo film, a Berlino. E mi sembrava carino o quantomeno doveroso scrivere qualcosa. Con la scusa dell'anniversario poi, rivivo con nostalgia i bei tempi andati, il che a volte è terapeutico.
Fritz Lang aprì la strada al cinema di fantascienza, basti pensare a due titoli fortemente ispirati al regista austriaco, quali Blade Runner e Star Wars (Secondo Il Mereghetti, George Lucas per la creazione del droide C-3PO (o anche D-3BO) della trilogia di Guerre stellari si è palesemente ispirato al robot di Maria in Metropolis), diventando pure immagine assoluta dell'espressionismo cinematografico.
Ma a mio umile parere, ricordare Metropolis per la teoria del Capitalismo o perché piaceva tanto a Hitler, sarebbe sbagliato e poco costruttivo.
Al di là del mio bellissimo ricordo, i miei appunti in disordine e il cervello in trip durante le lezioni più affascinanti della mia vita, è giusto parlare di Metropolis come di un film incredibilmente all'avanguardia, pieno di simbolismi e frutto di un lavoro enorme. Registico, architettonico, strutturale.
Scritto insieme a Thea Von Harbou, moglie del regista, Metropolis ha l'aspetto formale di un'opera lirica ed è diviso in tre parti. 
Da un punto di vista strettamente cinematografico, Metropolis introduce nuove e sorprendenti tecniche di ripresa come l'effetto Schufftan - nome del fotografo - di cui si ricordano i fondali dipinti e gli specchi inclinati a 45° per la ricostruzione di veri e propri mondi virtuali. Fondamentalmente, questo, permetteva di curare meglio la cosiddetta profondità di campo. 


La cosa che più mi piace ricordare è l'introduzione del passo uno, o stop-motion, le riprese effettuate per singoli fotogrammi - dice wikipedia. 
Tim Burton, dico io.

Più di ogni messaggio politico, io in Metropolis ci ho visto il bene e il male. Ho visto un film che sfrutta appieno la potenza delle immagini per dire quello che ha da dire.
Uomini e non uomini, uomini e macchine, un futuro che non lascia scampo.
Gli occhi di Maria, la bocca spalancata di una macchina che divora gli uomini.
E pensare che oggi, quel lontano 2026, non è più così lontano...


lunedì 9 gennaio 2017

L'Alaska è un posto in cui fa freddo



Sapete che l'Alaska è chiamata anche "L'ultima frontiera" o "Terra del sole di mezzanotte"?
Nel film di Claudio Cupellini, l'Alaska è il posto più bello del mondo. 

Devi crederci se non vuoi sprofondare, perché i tuoi sogni ormai ti hanno spinto a un passo dal vuoto, e buttarti o meno non fa più tanta differenza.
Se penso a questo film, penso al viso di Sandro. Al suo tuffo in piscina, al suo stare sulla scena come buffone di corte, uomo dal volto tragico che indossa la maschera del comico. Valerio Binasco, con la sua prova d'attore, più teatrale che cinematografica, conferisce al film l'aspetto del melodramma. Il che non è da prendere come lamento di una certa goffaggine o poca credibilità, anzi.


Nonostante alcuni critici abbiano messo in risalto, piagnucolando, questo aspetto, io trovo che Alaska sia un film terribilmente autentico. La presenza di Sandro, fondamentale, vuole dirci che qui non è il paradiso (come il film di Gianluca Maria Tavarelli), che il posto in cui viviamo altro non è che un atollo isolato, un posto di merda. Un sentimento che non si può ignorare e che ci rende effimeri. 
Come la tragedia degli amanti per antonomasia, anche Fausto e Nadine dovranno scontrarsi con la vita, con l'inesorabile susseguirsi degli eventi e gli scherzi amari della provvidenza. Dal dramma shakespeariano a quello moderno, infatti, cambia veramente poco.
L'incontro fortuito di due giovani che sono soli al mondo, daranno l'avvio a tutta la struttura narrativa del film. A fare da epilogo c'è la solitudine dei protagonisti, e le loro diversità.
Lui, italiano a Parigi che sogna di diventare maître. Un cameriere dal francese quasi perfetto, quasi, perché si capisce che è italiano, e questo lo rende ancora più affascinante, vero. 
"Sembri un pinguino".
Lei, un'aspirante modella che raggiunge la terrazza dell'Hotel in cui lavora Fausto, mezza nuda e visibilmente scontenta, pensierosa. 
Elio GermanoÀstrid Bergès-Frisbey brillano di luce propria, sono materia plasmabile che qui si presta al dramma, quindi alla vita, così inflessibile. Condannati a sfasciarsi a vicenda, a un amore che forse a distanza fa meno male, Fausto e Nadine sono i volti disgraziati del cinema italiano. Inadeguati eppure pieni di ambizioni, come Silvio ed Elena in Una vita difficile.


Claudio Cupellini si muove tra Parigi e Milano senza trascurare nel dettaglio le differenze. Fausto cambia quando torna in Italia, e Nadine a un certo punto sentirà il bisogno di rientrare in Francia. Perché la terra, il posto in cui sei nato, racconta chi sei meglio di chiunque altro.
E Alaska è un grande film anche per questo. Racconta la solitudine e l'alienazione in carcere, nella terra straniera. Racconta il caos e le scelte più meschine in un locale notturno della bella Milano. Come la Roma di Stefano Sollima (di cui Cupellini è amico e collaboratore in Gomorra - La serie), in Suburra.

Alaska è il posto più bello del mondo. È un uomo con la slitta che a un certo punto decide di salire su una nave. Sembra una storia inventata ma è vera.
Alaska è un posto in cui fa freddo, è neve in Polinesia.


sabato 7 gennaio 2017

Carol


Le storie devi saperle raccontare, punto. Se sei un regista, devi pure avere una certa sensibilità nell'assemblare immagini e suoni, sentimenti e luci soffuse, quelle cose che persino l'aria, il freddo, possono evocare.
Se sei un bravo regista lo sai, e Todd Haynes lo è.
(Punto).

Lungi da me voler imporre un giudizio che non può dirsi mai assoluto, in ogni caso, però mi viene davvero complicato dire o pensare male di un film come Carol.
Ricordo lo sconforto e la rabbia, per La vita di Adele. Un film che si confronta con tematiche simili, ma che si perde nella bruttura e nella violenza delle immagini. Passiamo dalle sequenze sfiancanti fatte di sesso, alla bellezza seducente di un freddo invernale che si scioglie negli occhi abbaglianti delle due protagoniste. Straordinarie Cate Blanchett e Rooney Mara, rispettivamente nei ruoli di Carol e Therese.
Negli anni '50, quando l'America guardava a un amore "diverso" come a un fatto morale imperdonabile, due donne cercano di inseguire la loro passione, l'una per l'altra.
Todd Haynes, il cui nome non mi è nuovo grazie al film Lontano dal paradiso (che parla dei rapporti umani non convenzionali, per dirla così, dove una splendida Julianne Moore scopre l'omosessualità del marito e si innamora di un uomo di colore), porta in superficie le pulsioni più intime e vere dell'animo umano. E sceglie di raccontarle con quella sensibilità che fa del film un dramma profondo, che parla per mezzo degli occhi celestiali di Carol, e si slega fino ad avvolgere lo schermo grazie alla presenza scenica di Therese. Rooney Mara ha una padronanza del corpo tale da sembrare di porcellana, "una creatura venuta dallo spazio", bella di una bellezza aliena, cristallina.


Il film di Haynes si ispira al libro della scrittrice americana Patricia Highsmith, ed è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes a maggio 2015. 
La bravura delle attrici (Rooney Mara vince per la migliore interpretazione femminile) rende quasi tangibile il legame che tiene insieme Carol e Therese. Il loro amore proibito eppure così puro, è cinematograficamente impeccabile. Un placido crescendo che con eleganza e femminilità fa esplodere il cuore, seduce gli occhi.
Se sai raccontare una storia basta poco.
Un volto rigato dalle lacrime e riflesso sul vetro di un treno.
Una mano sulla spalla, uno sguardo. 
*E la mia preferita, la voglia di fare sempre mille domande e la speranza che qualcuno le abbia in serbo per noi.

*Cito la battuta che ho preferito in assoluto, quella che mi ha pizzicato il cuore. 
Therese: "Ho alcune domande ma non so se ti faranno piacere"
Carol: "Dimmi tutto quello che vuoi, ti prego"

Una risposta che mio marito non darebbe mai, per dire...


venerdì 6 gennaio 2017

Deadpool, l'antieroe che non fa per me



Grazie ai film Marvel ho capito due cose: 
Il film è un sacco bello se fedele al fumetto.
Il film è bello se il supereroe è un sacco cazzuto.

Le tette di Scarlett Johansson. Le tette di Scarlett Johansson!
Ok. Facciamo tre.

Sapevo che Deadpool sarebbe stato un personaggio atipico, e che le parolacce e la violenza l'avrebbero fatta da padrone. Ma non sapevo che questa sua cifra stilistica e caratteriale mi avrebbe letteralmente urtato il sistema nervoso e anestetizzato il senso dell'umorismo e del bello.
Guardare questo film è stato complicato, colpa mia o dell'idea di voler fare a tutti i costi un film su Wade Wilson (?) Ché diciamoci la verità, il successo di un film dipende pure dai dettagli che ci fanno stare incollati allo schermo e quelli che ci spingono in sala. 
Nel mio caso né da uno né dall'altro. E poi ho visto Deadpool perché glielo dovevo alla Marvel, tutto qui.
(Anche perché mio marito era una trottola assillante "Hai visto Deadpool? Dai, dai. Lo hai visto? No ti prego, cioè. Lo devi vedere pefforza!")

E pefforza l'ho visto, e per altre forze di cose non mi è piaciuto.
Provo a spiegare questo giudizio freddo come una serpe intirizzita dal freddo.
Provo e non garantisco.


Ci stava che Wilson fosse il mercenario stronzo e cinico e che tutto sembrasse, fuorché un supereroe.
Ci stava e lo sapevo.
Ci stava che un tizio sbucasse all'improvviso e... "Ehi, tu? Se ti dicessi che posso guarirti e renderti immortale come quel figo di Wolverine?"
E io non mi aspettavo che lui fosse figo quanto Hugh Jackman, per carità. Però non mi aspettavo nemmeno una violenza fine a se stessa e dialoghi al limite del ridicolo. Anche Tony Stark fa il cazzone e non si prende mai sul serio, ma lui può permetterselo. No?
E poi se lui è Iron Man lo deve solo ed esclusivamente alla sua testa di genio.
Deadpool è il tizio sfigato che scopre di avere poco tempo. Un male incurabile e all'ultimo stadio infatti lo porteranno ad una scelta fin troppo facile.
"Ma se poi non muori più, mi diventi un coglione immortale e auto rigenerante?"
Affare fatto.
Wade Wilson diventa Deadpool e a detta di molti lo fa per amore, a detta mia per niente. Lo fa perché non vuole crepare, come è pure normale che sia.
Io ho capito che questo Deadpool è nato apposta per parodiare tutti, persino se stesso, ma a me non piace. Semplicemente.


Mi pongo alcune domande.
Era davvero necessario far vedere lui e lei che trombano ad ogni ricorrenza?
Era necessario insistere sul fatto che Deadpool sia un coglione con il senso dell'umorismo di un quindicenne?
Era necessario evidenziare ogni mezzo fotogramma che il protagonista sta violando la regola della quarta parete e che sì, ammazza com'è simpatico lui che parla allo spettatore?
Era necessario dire che la mia tuta rossa camuffa il sangue e che i pantaloni marroni... ?
Era necessario doppiare il film in italiano?
Era necessario colosso che parla come Ivan Drago?
Insomma, era necessario Deadpool?

Io comprendo pure che Ryan Reynolds ci stava dietro da una vita, a questa cosa di Deadpool, ma se con la tutina verde non gli è andata bene, perché, capoccione, ha voluto replicare a tutti i costi con il rosso?
Che vi devo dire, prendetela come una non recensione questa. E cercate di capire.
Ma questo è proprio l'antieroe che non fa per me.


martedì 3 gennaio 2017

Come marziani che guardano il mare (Non essere cattivo)



Ostia, 1995.
Il non luogo per antonomasia, dove non è ancora estate, eppure si intravede il mare.
Mare tossico, inquinato, messo lì per inghiottire tutti. Buoni e cattivi senza eccezioni di sorta.
Sembra un film straniero, ma quella è Ostia, me la ricordo bene.
Gli anni '90 e le passeggiate fino alla rotonda e quel vestito da principessa che tanto voleva mia madre, io per niente.

Mi hanno detto che questo è un film che parla di droga e del dramma che ne consegue. Mi hanno detto che Claudio Caligari ci ha messo dentro qualcosa come a voler chiudere un cerchio, la sua vita di regista lasciato sempre un po' ai margini, mai al centro dell'olimpo. 
Mi hanno detto...
E i miei occhi sono arrivati un po' tardi, rispetto al vociferare di premi mancati e critiche entusiastiche. 
Adesso che tutti hanno già detto tutto, che la critica ha fatto, scritto, sottolineato, me ne vengo fuori io dal nulla mandando all'aria ogni logica proverbiale.
"Batti il ferro finché è caldo", dicono.

Scrivere oggi di Non essere cattivo implica una serie di fortune e sfortune, il che non mi frena, anzi, mi spinge a sfruttare quest'onda emotiva che è mia soltanto. 
Nemmeno a voler fare la critica a tutti i costi poi, ciò che realmente mi importa è meravigliarmi della bellezza che ancora riguarda il nostro cinema. Bellezza che annienta, che si fa poesia e poi allucinazione, che ti prende a pugni in faccia e che ti fa morire come un cane randagio.
Non essere cattivo indaga i luoghi oscuri dell'anima, che qui ha il sapore dell'asfalto e suona come le strade di borgata.
Roma è una diapositiva nemmeno troppo lontana, Vittorio e Cesare raccontano un legame, amore tossico destinato a tornare, che si consuma negli abbracci e nelle botte. 
E se pure il mondo è il peggior pianeta che potesse capitarci, dove i bambini muoiono e le mamme invecchiano troppo presto, noi continuiamo a parlare con lui, ad amarlo nonostante tutto. Ce lo insegna Vittorio, davanti allo specchio, davanti a un corteo circense che ricorda Fellini.
Ce lo insegna Cesare, a partire dalla sua corsa lungo la rotonda a cercare Vittorio. Quella battuta che poi ci dice già tutto.

"Aoh, io sto incazzato fracico e te, te stai a magnà er gelato?"


Mi viene in mente Alberto Sordi nei panni di Silvio Magnozzi durante le sommosse dei giorni in cui avvenne l'attentato a Togliatti. Non ricordo benissimo, ma ho l'immagine davanti agli occhi di Sordi e Franco Fabrizi, il primo preso dalle vicende politiche, il secondo da un cornetto e cappuccino. E una battuta più o meno simile: "Ma io sto a fa la rivoluzione e tu mangi il cornetto?"
Una vita difficile
E poi il naturale richiamo al primo lungometraggio dello stesso, Amore tossico.


Caligari sfrutta la macchina da presa per ciò che è, alimentando la finzione narrativa con la realtà tanto cara al nostro compianto cinema. E ci riesce con quel modo di fare che è tipico di chi sa raccontare una storia da vicino. Perché i personaggi diventino credibili, perché un film funzioni, bisogna aver assaggiato la stessa vita, la stessa merda, la stessa poesia.
E il cinema autentico, l'arte più pura, credo parta da qui.
Da una casa sfasciata che non ce la fa a sostenere il futuro. 
Da noi stessi e tutti quei pensieri.
Noi, come marziani che guardano il mare.


lunedì 2 gennaio 2017

Perfetti sconosciuti



Quando non c'era WhatsApp e Facebook avevamo solo un modo per custodire i nostri segreti. Infallibile, tra l'altro.
Noi stessi.
La nostra scatola nera era la nostra testa, e lì davvero era impossibile accedere.
Non serviva password o parola d'ordine.
Una volta o ci si capiva, oppure nada.
Parlare faceva la differenza, le amicizie storiche si fondavano su questo e nemmeno il tempo le scalfiva.
Lo sappiamo bene tutti, ma trascuriamo questo aspetto, anche solo per andare avanti e dire che in fondo, "va tutto bene".
Ma se dimentichi di guardarti allo specchio troppo a lungo, a un certo punto sei costretto a farlo. Lo capisci quando intorno è buio, e la poltrona che ti fa stare comodo ti prende allo stomaco e un po' ti divora.
Il cinema, sì.
Sono le controindicazioni dette a bassa voce, quelle scritte a caratteri minuscoli.
Però qualcuno le ha dette, qualcuno le ha scritte...
Da qualche parte.

Paolo Genovese parte da qui, e ricrea un palcoscenico tra i più familiari dell'era moderna.
Una cena a casa di amici, tra amici, che per gioco si trasforma in un vero e proprio dramma. L'epilogo è tragico, ma anche no. Tutto dipende dalle scelte che facciamo, se decidiamo di stare al gioco e accettare il rischio, oppure no.
Perfetti sconosciuti riprende le atmosfere già testate dal "Dio del massacro" per eccellenza alias Roman Polanski (si pensi a Carnage) e propone una sceneggiatura concisa e impeccabile, dal ritmo serrato e violento, proprio come il francese Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte.


Ciò che contraddistingue il film di Genovese, è tuttavia quel sapore nostrano. Le battute tipiche dell'italiano medio, che qui indossa le vesti drammatiche e comiche della romanità, maschera sempre impeccabile. Brutta, talvolta. Sporca, fannullona, meschina. Ma sempre autentica.
E il film ha il grande pregio di assecondare con grazia e sfrontatezza le vite dei suoi protagonisti.
La veridicità di ognuno di loro li rende amabili e detestabili, uomini e donne che vivono oltre quel ruolo e rompono gli schemi. Come marionette senza fili, i personaggi voluti da Genovese - e dagli altri quattro sceneggiatori del film Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello - si presentano per ciò che sono. I loro dialoghi suonano come battute di un copione ma tagliano come lame. 
Cosimo (Edoardo Leo) ce l'ha scritto in faccia che è uno stronzo bugiardo, e lo spettatore capisce subito che la prima vittima del gioco è proprio lui. Caro Leo, non lo avrei mai detto ma ti ho odiato davvero!
E poi ci sono Carlotta e Lele, straordinari Anna Foglietta e Valerio Mastandrea nei panni di una coppia stanca e divorata dal senso di colpa, sfasciata dalla noia e da piccole trasgressioni. I proprietari di casa, Rocco (Marco Giallini) e Eva (Kasia Smutniak), due che tentano disperatamente di restare ancorati l'uno all'altra, senza tuttavia riuscirci. 
Bianca e Peppe, rispettivamente Alba Rohrwacher e Giuseppe Battiston, chiudono il cerchio della solitudine segnando il paradosso dei nostri giorni. Volersi omologare a tutti i costi per non sentirsi "diversi da" e poi ringraziare il cielo per non essere come loro. 


Gli amici seduti al tavolo dell'ipocrisia, quelli a cui la verità non conviene mai, nemmeno per finta o per gioco. E la bellezza è una dea spietata che spesso trascura chi ha di fronte.
Mi viene in mente Rocco, il personaggio che ho amato di più, un uomo che sta per cadere a terra ma non lo dà a vedere. 
Che non ha grandi segreti, eccetto uno.
Quel suo non essere infrangibile.


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