sabato 17 marzo 2018

Oriana Fallaci, La rabbia e l'orgoglio



"Il massacro e l'orgoglio", le aveva suggerito Ferruccio de Bortoli.
Ma lei non era convinta. Tuttavia rimase in silenzio, per un po'. Poi si accese una delle tante sigarette di quella mattina e, all'improvviso, scattò dalla sedia.
"La rabbia..."
Tutta quella che aveva dentro.
La rabbia e l'orgoglio.

La mattina dell'11 settembre Oriana Fallaci era lì. Nel suo appartamento nel centro di Manhattan, sulla 61esima.
La ragazzina che faceva la staffetta da una sponda all'altra dell'Arno, durante la Resistenza. 
La giovane corrispondente di guerra in Vietnam, la giornalista quasi morta ammazzata a Città del Messico. La "guerrafondaia" di cui molti parlano, a suon di accuse immeritate, spesso meschine.
Era presente nonostante il silenzio di quel periodo, di esilio, lontano dall'Italia, dalle "cicale di lusso", come amava definirle lei.
Gli italiani, sì. Gli uomini che contano e quelli da niente, e poi la gente. Quelli che all'indomani dell'11 settembre gridavano: "Gli sta bene. Agli americani!"
Per questa e tante altre infinite ragioni, Oriana Fallaci decise di allontanarsi da Firenze, dalla sua patria. Era convinta che ormai gli italiani non volessero più ascoltare, né sapere, né vedere. E il principio fondante di quella professione che oggi è morta, insieme a lei, dopo di lei, muore di conseguenza.
A nessuno importa che siano vere, le storie che si leggono sui giornali. 
E poi Oriana aveva questo brutto vizio. Ti obbligava a riflettere...

La rabbia e l'orgoglio, in principio, era una pila di fogli raccolti in una cartella rossa. Erano i pensieri esplosi dopo l'Apocalisse, tutto ciò che Oriana aveva tagliato al fine di rispettare le volontà dell'editore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli.
Lui le chiese un articolo, la sua testimonianza di quella tragedia. 
Lei lo accontentò.

Sai, io credevo d' aver visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi ritenevo vaccinata, e in sostanza lo sono. Niente mi sorprende più. Neanche quando mi arrabbio, neanche quando mi sdegno. Però alle guerre io ho sempre visto la gente che muore ammazzata. Non l' ho mai vista la gente che muore ammazzandosi cioè buttandosi senza paracadute dalle finestre d' un ottantesimo o novantesimo o centesimo piano. Alle guerre, inoltre, ho sempre visto roba che scoppia. Che esplode a ventaglio. E ho sempre udito un gran fracasso. Quelle due torri, invece, non sono esplose. La prima è implosa, ha inghiottito se stessa. La seconda s' è fusa, s' è sciolta. Per il calore s' è sciolta proprio come un panetto di burro messo sul fuoco. E tutto è avvenuto, o m' è parso, in un silenzio di tomba. Possibile? C' era davvero, quel silenzio, o era dentro di me? 

La prima edizione de La rabbia e l'orgoglio arriva nelle librerie italiane il 12 dicembre 2001. Tre mesi dopo l'11 settembre e dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera del 29 settembre.
Tante polemiche, un dibattito che ancora oggi si accende non appena si fa il suo nome: Oriana Fallaci. 
La matta, la fascista, quella che preferisce la rabbia al "volemose bene" sempre e comunque.
Eppure la rabbia ci rende così terribilmente umani, come si può sostenere il contrario?
Tiziano Terzani, in una lettera alla Fallaci, parla del suo articolo come di invettive pregne di rabbia, e di quanto egli sia rimasto sbigottito dinanzi alla evidente perdita della ragione di lei.
Di lei che vedeva la gente ammazzarsi, bruciare viva. Di lei che vedeva le torri fondersi come un panetto di burro. Di lei che la guerra l'ha sempre vissuta in prima linea.
Ma è politicamente scorretto incazzarsi, sputare addosso agli uomini cattivi, alle barbarie. Ed è scorretto dire le cose come stanno, è scorretto lasciarsi divorare dalla rabbia e dall'orgoglio.
Sarebbe meglio lasciare che sia Dio a decidere, a intervenire dinanzi alla violenza, alla morte.
Sarebbe meglio contemplare dalla finestra un filo d'erba e sorridere, "Peace&Love". 

Tiziano Terzani, così come molti altri colleghi e non, trascurava però un dettaglio affatto trascurabile. Lui ad esempio esortava la Fallaci a starsene sulla sponda del fiume, a vedere la corrente. Stare buona, non sputare, non incazzarsi, non parlare male.
Ma come si fa, se si conosce davvero questa giornalista scrittrice, a dire alla Fallaci di starsene buona e sulla sponda del fiume?

La sua mano è feroce ma si muove solo dopo aver toccato l'anima. Senza nemmeno chiederti se lo vuoi o meno, lei ti obbliga a ragionare. Sull'Italia, sull'America, sul mondo Islamico.
La bellezza che non trovo altrove è tutta in questo libro, e in tanti altri, che si muove entro i cardini del giornalismo, attaccato alla verità, e poi si stacca e prende il volo. 
Un libro è soprattutto un sentimento che esplode. Non necessariamente "corretto".
Certo, devi saperlo raccontare.
E Oriana sapeva farlo.
Mostruosamente bene.



sabato 9 dicembre 2017

Non chiedermi mai cosa farò da grande



L'ultimo post scritto risale al 15 settembre.
Il post più letto è, da praticamente una vita, questo: "Tema: Il mio futuro".
L'ultima volta che mi hanno posto questa domanda, non sapevo che dire. 
Nemmeno la prima.
Nemmeno adesso.

"Cosa vuoi fare da grande?"
Della prima volta non ricordo nulla, ma rimpiango senza dubbio la mia leggerezza. Perché davvero una volta planavo sulle cose senza farmi male.
Poi è arrivata la prima botta, poi la seconda e via discorrendo.
A conti fatti, osso più osso meno, oggi sarei una piccola blatta. O una di quelle lumachine zigrinate tanto carine, che le riconosci subito perché si trascinano dietro tutto il loro mondo, e si fanno un culo tantum dalla mattina alla sera. Perché poi vanno piano, ma piano piano arrivano.

Ho trentadue anni, credo di essere arrivata. Nel senso più brutale del termine.
Nel senso che... a un certo punto, in amicizia, con tre cuori e due gattini, fatti i cazzi tuoi!
Non ce l'hai una vita tua? 
Che te ne frega a te di cosa faccio io nella vita? Eh?
O peggio ancora, di cosa vorrei, fare, nella/della - MIA - vita.

Che poi glielo dici, e uno ride.
Muori.
E l'altro balbetta pure: "Scu-scusa, non ho capito. Cosa vuoi fare? Cosa fai? Ma è legale?"
Muori anche tu.
E l'altro l'altro: "Cioè fammi capire, MACHEDAVERO ti vuoi prendere la seconda laurea per insegnare? E nel frattempo scrivi e pubblichi libri sfigati che nessuno legge? No vabbè, il Top".
E allora crepate tutti.

Sì perché adesso va di moda dire "il top", anche qui a Roma. 
Ovviamente non augurerei la morte a nessuno, ma zitti zitti, voi che schiacciate gli altri come lumachine zigrinate, quelle che non rompono i coglioni a nessuno, fondamentalmente, avete molte più vittime sulla coscienza che Dexter Morgan nella collezione di vetrini.
Fatevi un po' un esamino, eh?

A proposito di esami.
Alla fine l'ho fatto. Mi sono iscritta alla magistrale, Filologia Moderna.
Voglio insegnare. 
Italiano. 
Risata tipo Malefica.
Qualcuno mi ha detto che sono una matta, 'na scema, 'na povera illusa che vive nel mondo delle favole.
Tre figli, casa, lavoro. 
EPPOI sei una d-o-n-n-a, oddio, devi cucinare, lavare, stirare, pregare, amare...
Amen. 
Insomma, sto studiando, sto preparando i primi due esami che darò a gennaio.
Iniziare con Leopardi ha il suo macabro perché. E pure il suo fascino.
Con la scusa torno a scrivere sul blog.
Con la scusa sono pure più serena, perché ve l'ho detto.
Ho ricominciato pure a scrivere, una storia triste, tristissima. Ma grande, come una balena...
Enniente, qualcuno lo avrà notato. 
Sono molto suscettibile questo periodo, ma voi potete dirmi tutto.

Oddio, basta che non mi chiedete cosa voglio fare da grande...



venerdì 15 settembre 2017

Quel mostro di me



Certi giorni mi vanno stretti, ci sto dentro a metà.
Altri mi sembrano grandi come l'oceano.
Sguazzo, mi perdo, sto serena.


Scrivere Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte ha significato molto per me. 
Fin dal principio ho capito che quello, era il mio modo di esorcizzare i mostri più radicati nell'anima. Forse scrivere è davvero un atto terapeutico ancor prima che creativo. Ma certi mostri non li puoi cacciare via definitivamente, devi imparare a conviverci. 
Questi racconti hanno avuto la forza di tenerli lontano da me, quei mostri, almeno per un po'. Di guardarli con scherno, prima da dentro e poi a distanza di sicurezza.
Ma quali sono davvero questi mostri? Cos'è che sto allontanando?
Ho paura che si tratti di me. 
Di un ruolo sbagliato (così dicono), che ho rincorso a fatica, che poi ho cambiato, che poi ho abbandonato.
Mi adatto continuamente, e continuamente non mi ritrovo.
Scrivo, metto da parte, allontano i mostri, allontano me stessa.
Ma questi tanto tornano sempre.
E io pure.


giovedì 7 settembre 2017

Beata ignoranza



Beata Ignoranza, quinto film da regista per Massimiliano Bruno, è un po' la grande guerra contemporanea. A guidare i due fronti ci pensano Marco Giallini e Alessandro Gassmann, protagonisti e contrapposti nel senso più letterale del termine.
Il primo, professore di lettere e piuttosto restio a farsi travolgere dalla modernità. Prof. vecchio stampo, che preferisce un bel romanzo e un bel disco ai post condivisi ininterrottamente da Tizio e Sempronio su Facebook. Uno che crede ancora nelle istituzioni, che si chiede cosa sia normale e cosa non lo è più. Il secondo, professore di matematica che insegna con lo smartphone e sfrutta le app., vittima della tecnologia, dei selfie, dei follower, della solitudine, del suo ruolo tanto ridicolo che gli è stato assegnato.

Perché Beata ignoranza è un film nel film, o meglio, un documentario nel film. Gli attori parlano alla macchina e infrangono la quarta parete. All'inizio si soffre, nel senso che lo spettatore non fa che chiedersi: "Ma Giallini e Gassmann si sono rincoglioniti?"
Si ha la sensazione, disturbante, che i due protagonisti abbiano seri problemi ad adeguarsi al copione. Imprevisti del mestiere, si direbbe, soprattutto se si è un attore con la A maiuscola. E gli attori scelti da Massimiliano Bruno lo sono, eccome!
Alla fine si capisce, cioè, un po' prima della fine.
A muovere tutto, infatti, in questo docu-film improvvisato e realizzato in poco tempo, con pochi mezzi e due nemici per la pelle per niente addomesticabili, è la dipendenza dai social. 
La malattia odierna, chiamiamola così.
Per quanto mi riguarda, il documentario non gode del fascino che può avere un film hollywoodiano, per dire.
Massimiliano Bruno, dopo il drammatico Gli ultimi saranno gli ultimi (ingiustamente male criticato a mio avviso) torna dietro la macchina per documentare la realtà. Senza ricorrere alla bellezza e ai trucchi della narrazione, che è fantasia, immaginazione, una sceneggiatura da infiocchettare, sistemare, abbellire.

Beata ignoranza è un documentario, che noi lo vogliamo o meno. 
Non è la commedia che ci aspettavamo da Bruno, vero. 
Capirai, con quei due mostri di Gassmann e Giallini come minimo avrei voluto sbellicarmi o piangere fino allo sfinimento. E invece no.
E invece qualcuno ha voluto semplicemente riportare, non raccontare, ciò che siamo diventati.
Incapaci di vivere e stare al mondo senza il supporto di una applicazione che ti dice come fare, come amare, dove andare.
Disabituati alla bellezza delle cose semplici, come una poltrona in casa e un bel romanzo da leggere, come un bel pomeriggio all'aria aperta, come il colore del cielo.
Beata ignoranza non è un bel film, perché ci sono padri che non sanno comunicare con la propria figlia, che non sanno amare, perdonare.
Beata ignoranza non è un bel film, perché ci siamo noi.

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