sabato 9 dicembre 2017

Non chiedermi mai cosa farò da grande



L'ultimo post scritto risale al 15 settembre.
Il post più letto è, da praticamente una vita, questo: "Tema: Il mio futuro".
L'ultima volta che mi hanno posto questa domanda, non sapevo che dire. 
Nemmeno la prima.
Nemmeno adesso.

"Cosa vuoi fare da grande?"
Della prima volta non ricordo nulla, ma rimpiango senza dubbio la mia leggerezza. Perché davvero una volta planavo sulle cose senza farmi male.
Poi è arrivata la prima botta, poi la seconda e via discorrendo.
A conti fatti, osso più osso meno, oggi sarei una piccola blatta. O una di quelle lumachine zigrinate tanto carine, che le riconosci subito perché si trascinano dietro tutto il loro mondo, e si fanno un culo tantum dalla mattina alla sera. Perché poi vanno piano, ma piano piano arrivano.

Ho trentadue anni, credo di essere arrivata. Nel senso più brutale del termine.
Nel senso che... a un certo punto, in amicizia, con tre cuori e due gattini, fatti i cazzi tuoi!
Non ce l'hai una vita tua? 
Che te ne frega a te di cosa faccio io nella vita? Eh?
O peggio ancora, di cosa vorrei, fare, nella/della - MIA - vita.

Che poi glielo dici, e uno ride.
Muori.
E l'altro balbetta pure: "Scu-scusa, non ho capito. Cosa vuoi fare? Cosa fai? Ma è legale?"
Muori anche tu.
E l'altro l'altro: "Cioè fammi capire, MACHEDAVERO ti vuoi prendere la seconda laurea per insegnare? E nel frattempo scrivi e pubblichi libri sfigati che nessuno legge? No vabbè, il Top".
E allora crepate tutti.

Sì perché adesso va di moda dire "il top", anche qui a Roma. 
Ovviamente non augurerei la morte a nessuno, ma zitti zitti, voi che schiacciate gli altri come lumachine zigrinate, quelle che non rompono i coglioni a nessuno, fondamentalmente, avete molte più vittime sulla coscienza che Dexter Morgan nella collezione di vetrini.
Fatevi un po' un esamino, eh?

A proposito di esami.
Alla fine l'ho fatto. Mi sono iscritta alla magistrale, Filologia Moderna.
Voglio insegnare. 
Italiano. 
Risata tipo Malefica.
Qualcuno mi ha detto che sono una matta, 'na scema, 'na povera illusa che vive nel mondo delle favole.
Tre figli, casa, lavoro. 
EPPOI sei una d-o-n-n-a, oddio, devi cucinare, lavare, stirare, pregare, amare...
Amen. 
Insomma, sto studiando, sto preparando i primi due esami che darò a gennaio.
Iniziare con Leopardi ha il suo macabro perché. E pure il suo fascino.
Con la scusa torno a scrivere sul blog.
Con la scusa sono pure più serena, perché ve l'ho detto.
Ho ricominciato pure a scrivere, una storia triste, tristissima. Ma grande, come una balena...
Enniente, qualcuno lo avrà notato. 
Sono molto suscettibile questo periodo, ma voi potete dirmi tutto.

Oddio, basta che non mi chiedete cosa voglio fare da grande...



venerdì 15 settembre 2017

Quel mostro di me



Certi giorni mi vanno stretti, ci sto dentro a metà.
Altri mi sembrano grandi come l'oceano.
Sguazzo, mi perdo, sto serena.


Scrivere Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte ha significato molto per me. 
Fin dal principio ho capito che quello, era il mio modo di esorcizzare i mostri più radicati nell'anima. Forse scrivere è davvero un atto terapeutico ancor prima che creativo. Ma certi mostri non li puoi cacciare via definitivamente, devi imparare a conviverci. 
Questi racconti hanno avuto la forza di tenerli lontano da me, quei mostri, almeno per un po'. Di guardarli con scherno, prima da dentro e poi a distanza di sicurezza.
Ma quali sono davvero questi mostri? Cos'è che sto allontanando?
Ho paura che si tratti di me. 
Di un ruolo sbagliato (così dicono), che ho rincorso a fatica, che poi ho cambiato, che poi ho abbandonato.
Mi adatto continuamente, e continuamente non mi ritrovo.
Scrivo, metto da parte, allontano i mostri, allontano me stessa.
Ma questi tanto tornano sempre.
E io pure.


giovedì 7 settembre 2017

Beata ignoranza



Beata Ignoranza, quinto film da regista per Massimiliano Bruno, è un po' la grande guerra contemporanea. A guidare i due fronti ci pensano Marco Giallini e Alessandro Gassmann, protagonisti e contrapposti nel senso più letterale del termine.
Il primo, professore di lettere e piuttosto restio a farsi travolgere dalla modernità. Prof. vecchio stampo, che preferisce un bel romanzo e un bel disco ai post condivisi ininterrottamente da Tizio e Sempronio su Facebook. Uno che crede ancora nelle istituzioni, che si chiede cosa sia normale e cosa non lo è più. Il secondo, professore di matematica che insegna con lo smartphone e sfrutta le app., vittima della tecnologia, dei selfie, dei follower, della solitudine, del suo ruolo tanto ridicolo che gli è stato assegnato.

Perché Beata ignoranza è un film nel film, o meglio, un documentario nel film. Gli attori parlano alla macchina e infrangono la quarta parete. All'inizio si soffre, nel senso che lo spettatore non fa che chiedersi: "Ma Giallini e Gassmann si sono rincoglioniti?"
Si ha la sensazione, disturbante, che i due protagonisti abbiano seri problemi ad adeguarsi al copione. Imprevisti del mestiere, si direbbe, soprattutto se si è un attore con la A maiuscola. E gli attori scelti da Massimiliano Bruno lo sono, eccome!
Alla fine si capisce, cioè, un po' prima della fine.
A muovere tutto, infatti, in questo docu-film improvvisato e realizzato in poco tempo, con pochi mezzi e due nemici per la pelle per niente addomesticabili, è la dipendenza dai social. 
La malattia odierna, chiamiamola così.
Per quanto mi riguarda, il documentario non gode del fascino che può avere un film hollywoodiano, per dire.
Massimiliano Bruno, dopo il drammatico Gli ultimi saranno gli ultimi (ingiustamente male criticato a mio avviso) torna dietro la macchina per documentare la realtà. Senza ricorrere alla bellezza e ai trucchi della narrazione, che è fantasia, immaginazione, una sceneggiatura da infiocchettare, sistemare, abbellire.

Beata ignoranza è un documentario, che noi lo vogliamo o meno. 
Non è la commedia che ci aspettavamo da Bruno, vero. 
Capirai, con quei due mostri di Gassmann e Giallini come minimo avrei voluto sbellicarmi o piangere fino allo sfinimento. E invece no.
E invece qualcuno ha voluto semplicemente riportare, non raccontare, ciò che siamo diventati.
Incapaci di vivere e stare al mondo senza il supporto di una applicazione che ti dice come fare, come amare, dove andare.
Disabituati alla bellezza delle cose semplici, come una poltrona in casa e un bel romanzo da leggere, come un bel pomeriggio all'aria aperta, come il colore del cielo.
Beata ignoranza non è un bel film, perché ci sono padri che non sanno comunicare con la propria figlia, che non sanno amare, perdonare.
Beata ignoranza non è un bel film, perché ci siamo noi.

lunedì 10 luglio 2017

Joshua, di Massimiliano Riccardi



"Non c'è proprio un cazzo di epico o di bello nella morte. Solo dolore, paura. Talvolta egoistico sollievo, se sei sopravvissuto".

Nella letteratura, nel cinema, l'immagine della morte scorre davanti ai nostri occhi cambiando volto e abitudini, talvolta impudente, altre poco più accorta e silenziosa. Ma le conseguenze spesso si somigliano, i morti pure, il dolore, la fine.
Se c'è una cosa che invidio a certi scrittori, è la capacità di planare sulla violenza, sul male della vita, e raccontarlo senza uscirne a brandelli.
Non so come ne sia uscito Massimiliano Riccardi, io però se scrivo due volte di fila morte e sangue, mi si comincia ad arrovellare lo stomaco, vado nel panico, mi immobilizzo.

La storia più difficile da raccontare, è quella che porta nel buio dell'anima.
E qui ci si perde, fino a non trovarsi più.

Il protagonista, Joshua, è un uomo vinto dal male, dalla vita stessa che lo ha privato di tutto. Un animale solitario, capace di mimetizzarsi ovunque, meglio ancora se tra la bella gente, insospettabile, a prima vista amabile, composta. Eppure il male ha questa abitudine di instaurarsi lì, nella normalità apparente, sotto la camicia stirata a puntino.
Dove non si sente nemmeno la puzza e il vuoto che hai dentro è introvabile, troppo radicato.
Sullo sfondo di un romanzo dalle tinte noir, ambientato nella provincia americana, si respira l'idea di fondo che il male è fin troppo democratico. Arriva dove vuole.
L'autore gioca con la sua abilità di narrare senza fronzoli, con la mano leggera ma sapiente, e con quella maturità di stile che è molto rara per un esordiente.
Joshua è un libro oscuro, il personaggio ha un non so che di Dexter Morgan. Chi lo sa se certi parallelismi sono voluti oppure no... 
Tuttavia quel che resta è esattamente un vuoto, incolmabile, o peggio, di quelli che puoi riempire solo vivendo al limite della follia e della solitudine.
Ma un buon libro ti salva.
Ti salva sempre.

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