venerdì 12 maggio 2017

Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte



La mia più grande ambizione è imparare a scrivere.
Dunque ci provo.

Dopo Caramelle al gusto arancia, uscito a novembre del 2015, ho quasi creduto di essere stata baciata dalla fortuna, che il fato fosse stato benevolo e proprio per questo, un'esperienza simile sarebbe stata irripetibile.
Poi arriva oggi, il giorno in cui tutto ritorna. 
La mia seconda prima volta.
All'epoca dissi: "Un tuffo a bomba nel cuore. Un'emozione che non so dire".
Ribadisco.

Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte, è stata una bella sfida. 
L'ho scritto durante la gravidanza. Nove mesi più tondi della mia pancia, più tondi del mondo che nel frattempo girava.
L'ho dedicato al mio professore di Lettere, e lo dedico a chi coraggiosamente crede in me, e continua a dirmi: "Scrivi!"
Lo dedico alla mia famiglia, ai miei amici più veri, al mio editore (il più coraggioso di tutti!), e pure un po' a me stessa.


Introduzione
A un certo punto, quasi per caso, ho scoperto un forte ascendente foscoliano. Un fatto incredibile, una sorta di inversione di marcia lungo il percorso del mio cosiddetto gusto letterario. La fretta della mia adolescenza, mi parlava di lui come di un eterno infelice e insoddisfatto del suo tempo. Ugo Foscolo era il classico autore che studiavi perché dovevi e, nel frattempo - seppur nella svogliatezza - gettava in te le basi di ogni ispirazione. Umana e poetica. Non sono mai stata una vera romantica, ma ancora oggi per me l’amore altro non è che un “tintinnio d’arpa”.
“O! io mi sento sorridere l’anima, e scorrere in tutto me quanta mai voluttà allora m’infondeva quel suono. Era Teresa – come poss’io immaginarti, o celeste fanciulla, e chiamarti dinanzi a me in tutta la tua bellezza, senza la disperazione nel cuore!”
(Ultime lettere di Jacopo Ortis, 3 dicembre 1797)

Madrepàtria – Racconti dell’umana sorte nasce da questa sorprendente scoperta giunta all’alba dei miei trent’anni.              
Foscolo rinnovò l’immagine dell’intellettuale, del poeta-scrittore sedotto dall’idea della morte. Quel dettaglio che all’epoca scolare mi tenne sempre distante da lui, dalle lettere, da tutti quei suoi personaggi così autobiografici.
Tuttavia, gli incontri con alcuni autori sono destinati a ripetersi. E tra noi è andata esattamente così. Foscolo aveva radicato in me un’idea piuttosto concreta di amore e passione, complice la sua lungimiranza. Non ci mise molto, infatti, a capire che il suo paese stava cambiando e che i tempi e le decisioni politiche stavano costruendo il futuro di un’Italia intera. Napoleone aveva tradito l’Italia, firmando il trattato di Campoformio che segnò la fine della Repubblica di Venezia, ceduta agli austriaci.

“Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”.
(Ultime lettere di Jacopo Ortis – Da’ colli Euganei, 11 ottobre 1797)

Insomma, alla fine ho iniziato a scrivere, perdonando a Foscolo tutti i suoi pensieri più peccaminosi a proposito della morte. E sapete perché? Perché più lo leggevo e più lo comprendevo, sempre meglio, sempre più a fondo. Tra le righe scorgevo la bellezza e la rassegnazione, la solitudine e l’esilio, la consapevolezza. Quest’ultima, più grande nemica delle nostre mere illusioni. Ho visto l’amore ostinato e un paese a pezzi. Noi che preghiamo sulle tombe di famiglia e poi le profaniamo. Ho capito che i miei racconti avevano subìto una inconsapevole e violenta suggestione letteraria.

E poi, quante cose abbiamo in comune noi e Foscolo?

Queste sono storie inventate ma incredibilmente vere, che ho immaginato e vissuto. Come un’italiana qualunque del nostro tempo; come chi, di vizi ricco e di virtù, ha deciso di scrivere per continuare a credere in qualcosa. Che sia la via possibile che porta al cambiamento, che sia solo un’altra grande illusione.
Valentina Orsini

P.S. il libro è al momento ordinabile su Ibs

Sarà presente al Salone di Torino e, a breve, in libreria.


giovedì 11 maggio 2017

Quando la malinconia è "Sold Out"



Quando vado a un concerto, il giorno seguente mi sento come Cenerentola dopo il ballo.
Vado avanti trasognata, canticchio per casa (letto, divano, bagno, letto) più confusa e felice di Carmen.
Mio fratello mi dice che ha due biglietti, per martedì sera al Palalottomatica.
"Ok, ma chi andiamo a vedere?"
"I Thegiornalisti".

Non avevo la minima idea di chi fossero. Non me ne voglia Tommaso Paradiso, ma mentre lui passava dalle sedie di paglia nei locali notturni e nascosti di Roma ai primi live con il pubblico che ti frega il cuore, io diventavo mamma. Una volta, due, e persino tre.
Questo non ha tuttavia soffocato il mio amore per la musica, lo ha giusto adattato alla mia vita.
L'ultimo concerto è stato il Vasco Live Kom '014. 
L'esperienza più bella della mia vita. Seconda solamente alla nascita dei miei figli.

Non me ne voglia, dicevo, ma io un po' mi sento in colpa. Mi vedo indietro rispetto a ciò che stava accadendo nella musica italiana. Ho rischiato di perdermi qualcosa, ma ho recuperato giusto in tempo.
Thank you bro'.

Ho letto che la scelta del nome deriva dall'idea di identificare il gruppo come qualcuno che racconta la vita, quella vera, vissuta. Quello che fanno i giornalisti, dice Tommaso.
No, no. Quello che fate voi.
Dico io.
I Thegiornalisti sono stati la più grande scoperta musicale dei miei trentadue anni.
Conoscerli al loro primo live è stato come fare prima l'amore e poi stringersi la mano. Un appuntamento al buio pieno di sorprese, e io ero lì che cantavo un po' per finta un po' per davvero, e quelle canzoni mai ascoltate era come se le conoscessi da sempre.
Forse perché, come dice Tommaso, a lui piace raccontare quello che vive. 
Di notte, la sera in macchina, e poi la malinconia, e tutte le estati che puntualmente finiscono e ti riportano il gelo.
Tommaso Paradiso mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Sono solo un giovane romantico, mi piace la sera, mi piace sbagliare a vivere, e quando muoio vorrei che il mio funerale fosse sold out".
Piacere mio, gli direi.

La band rievoca le atmosfere italiane degli anni '80 e '90. I testi delle loro canzoni ricordano la voce e la poesia di Gaetano Curreri, Lucio Dalla. Non per niente Tommaso sembra Rolando di Acqua e Sapone, più gnocco ma con la stessa aria mite, romantica. 
Che a Roma poi se dice "Bambacione".


Il quarto album "Completamente Sold Out", è stato di buon auspicio per la band romana. Tutto esaurito il 9 maggio al Palalottomatica, prossima tappa: Mediolanum Forum di Assago.
E mentre la gloria abbraccia Tommaso e i suoi compagni di viaggio, io attendo fiduciosa...
perché ci credo anch'io che la malinconia smuove l'anima dei veri poeti, e fa le storie più belle, le canzoni che scrivi, magari di sera.


lunedì 13 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass



Ci voleva Smetto quando voglio per dire che "Sì, anche noi italiani facciamo sequel e trequel", e li facciamo bene.
Con occhio guardingo e pure un po' sborone, col dito rivolto alle americanate che hanno fatto la storia di Hollywood e della grande industria cinematografica.
Dal treno a vapore che alludeva al destino nell'ultimo capitolo di Ritorno al futuro, agli schiaffi alla stazione di Amici miei.
Il progetto, di cui parliamo con una punta di orgoglio, è stato lanciato nel 2014 dal regista Sydney Sibilia, al suo esordio nel lungometraggio.
Il primo di una trilogia, che vede una banda di ricercatori universitari alle prese con le smart drugs e una serie di sfortunati, nonché bizzarri, eventi.


Ciò che ha contraddistinto quest'idea, è l'aver realizzato una commedia che fosse allo stesso tempo un po' cafona e un po' signora. Disgraziata come l'italiano che resta e non sa più quale storia inventare, per campare. Cafona per finta e per davvero, come l'antropologo che conosce la sua gente, quel campione sondato e vissuto, di popolo rozzo, animali "de strada".
E l'Italia di oggi funziona solo così, farcita di storie surreali ma vere, che sullo schermo fanno ridere, fanno riflettere. Ti fanno sbandare fino alla disperazione, ti condannano all'esilio, a una vita intera legata al tentativo di spiegare agli altri ciò che realmente sei. 
Le formule del chimico, i discorsi in codice dei latinisti e l'analisi di mercato del povero Bartolomeo. 




Smetto quando voglio - Masterclass è un ulteriore passo in avanti del cinema italiano, che matura l'idea di un film che possa funzionare dal punto di vista commerciale e, perché no, anche autoriale. Duelli in sella a un treno che va, e divide in due la strada. Un vagone merci pieno di pillole e site car del terzo reich. Originali, mi raccomando.
Perché un professore ci tiene, a certe cose. E la sua follia diventa la nostra, di tutti. Un cannone che uccide la grandine e ignora i cattivi, supereroi improbabili che vorrebbero vincere contro il fardello che si portano addosso, e ricordare a questo paese le ragioni per le quali lui continua ad ignorarli, peggio ancora, a deriderli.
Quella laurea, maledetta.
Quei tentativi assurdi di realizzarsi, e io che ringrazio il cinema e lo maledico, perché al di qua dello schermo poi, mi aspetta la storia più folle che si possa raccontare.
La vita vera.
Finita l'impresa di questi sgangherati si torna indietro.
E cosa mi aspetta?
Un cammello. 
Una marea di gente che continua a non capire nulla di me.


venerdì 10 febbraio 2017

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato



Diciamo che il titolo inganna, lo dico per esperienza personale.
"Questo Missiroli avrà romanzato gli impulsi primordiali e le porcate tipiche degli uomini", ho pensato. "Sai che palle!" - ho ribadito.
Sì, da vera stronza femminista quale sono.
Tuttavia, di quell'osceno dichiarato a partire dal titolo e da una copertina per niente equivocabile, un dettaglio mi rassicurava e, al contempo, mi seduceva.
Il luogo privato.
Ho deciso di leggere il libro di Marco Missiroli perché volevo delle risposte: "Cosa intende l'autore per luogo privato?"

La paura iniziale, ovvero che il tutto riconducesse a una serie infinita di pompini e imprese onanistiche da urlo, l'ho superata dopo circa cinque secondi che ho iniziato a leggere.
Missiroli, inizia con la storia dei pompini, vero. Ma nella stessa pagina ci sono i cappelletti in brodo.
Non è mica un caso. L'ho capito subito.
Atti osceni in luogo privato è un romanzo intimo e per niente osceno. Bisogna uscire dal quadrilatero dei termini convenzionali, per capirlo.
La storia di Libero esplode dal trauma infantile che vede una madre adultera, e procede sotto il segno del sesso e dell'autoerotismo come cura ineluttabile contro il male di vivere, per superare l'invisibilità dell'adolescenza, fino ai tradimenti dell'età adulta.
Libero è un ragazzino dalle guance paonazze e dal cuore in fermento, che sta lasciando l'infanzia per addentrarsi nei primi tumulti dell'adolescenza. Il trasferimento a Parigi, il liceo, quel sentirsi incompleti, le prime amicizie.

"Andai in bagno e trattenni il pianto, quando uscii mi trovai di fronte Antoine Lorraine. Mi fissò. - Ci abitueremo, non ti preoccupare - mi appoggiò una delle sue manone sulla spalla, - Sei italiano?
- Per metà francese.
Anche lui era a metà. Congolese e parigino. Un nero con la erre moscia e una sana concretezza, - Le ragazze buone sono nelle classi avanti. Occhi aperti.
Trovai così un amico. Eravamo due metà che avrebbero fatto un intero".

Di quei cappelletti in brodo, ho preso il profumo di madre e la nostalgia dei tempi andati. L'impotenza dinanzi agli eventi che fanno una vita, un padre strambo e la sua solitudine, e la voglia di proteggere l'uno e punire l'altra. La madre che ha sfasciato una famiglia, l'utero che fa più danni di Dio, della sua poca pazienza, dei suoi castighi.
A un certo punto Libero capisce che della vita, bisogna mantenere intatta la purezza, quel candore che fa rosso il viso di imbarazzo, un colore legato alla paura della prima volta. Ma è altrettanto importante mantenere l'indecenza. 
Il Libero bambino poi diventa ragazzo, poco più maturo, e scopre che dal candore si passa ad ammettere il lato insospettabile di ognuno. Il sesso che prima era solo un vanto da osteria, un bisogno, uno sfogo che ci fa bestie e fin troppo umani, diventa ora bellezza condivisa, che lega un uomo e una donna.
E se l'amore vuole l'osceno, che chiama le storie della letteratura, del cinema e le righe di un poeta, allora è giusto il compromesso.
Siamo essere umani, siamo isole senza mare.
E Missiroli è fin troppo bravo a rendere questo stato d'animo. La sua scrittura scorre fluida e senza freno, ed è bella per questo. Perché non si ferma davanti a niente, è indecente, ti fa rabbia e ti fa tenerezza. Ti spoglia e ti rimette al mondo, come i libri con Libero e tutte quelle storie che a un certo punto diventano trama del romanzo. 
L'autore arricchisce il suo stile con citazioni che portano il lettore ad amare il suo protagonista, la sua vita, la sua oscenità. Ed è una bella trovata, di uno scrittore paraculo, certo, ma se non altro autentico.


Il luogo privato è l'utero, e pure l'odore del forno acceso. 
I cappelletti.
La ricotta e il limone. La noce moscata.
E l'osceno è la vita.

Mi sono data queste risposte.


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