venerdì 14 settembre 2018

Sulla mia pelle



Ho iniziato a vedere il film con una bomba ad orologeria nello stomaco, pronta ad esplodere.
Nonostante già sapessi l'epilogo, mi sono resa conto dopo pochi minuti che quella storia, vera, brutta, così dannatamente reale, mi avrebbe fatto stare male, malissimo. Mi avrebbe messo in difficoltà, perché prima di un occhio critico, c'è quello di madre, di sorella, di essere umano.
E certe storie ti lasciano addosso solamente un silenzio profondo.

La storia di Stefano Cucchi ha scosso duramente l'opinione pubblica, l'immagine di Ilaria con le foto del fratello ormai privo di vita sono entrate nelle case di tutti gli italiani. Tutti, chi più chi meno, hanno avuto almeno un'occasione per riflettere su quanto accaduto.
Ecco, partirei da questa premessa che è un dato di fatto, il punto nevralgico da cui si snodano milioni di pareri e interpretazioni.

Quella di Stefano è una storia vera. Realmente accaduta.
La responsabilità, nella scelta di portarla sul grande schermo, di farne comunque un prodotto cinematografico, è davvero tanta.
Alessio Cremonini realizza un'opera realmente complessa (e lo fa con rigore di cronaca, in maniera del tutto oggettiva), un travaglio estenuante che lo spettatore è costretto a vivere insieme al protagonista. Il corpo di Stefano, e quella pelle livida che giorno dopo giorno si trasforma, cambia colore, viene sbattuto da una cella all'altra.
La tensione cresce, con fare vorticoso inizia a toccare ogni cosa, e poi la smantella, sradica le coscienze, scompensa gli sguardi e i cuori di chi sta lì, inerme, composto e al tempo stesso smembrato, davanti allo schermo che ti seduce e ti condanna.

Le pareti delle celle, di tutti gli istituti penitenziari che Stefano ha "abitato" prima di morire, riflettono la poca vita rimasta al protagonista.
La bravura sconfinata di Alessandro Borghi è racchiusa in un corpo smagrito e destinato a finire, nel tono di una voce sottile, nel peccato di un giovane che ha fatto tanti errori e vorrebbe redimersi. Ci prova, nell'atto di una preghiera, che non è tanto fede quanto "speranza". Nell'abbraccio di un padre, nella voce che attraversa la cella e diventa compagna, confidente, una presenza comprimaria che potrebbe non esistere, eppure c'è, perché parla, si sente ma non si vede.
La prova fisica di Borghi, che ricorda molto l'uomo senza sonno di Christian Bale, è l'elemento che rompe la schermo, la mano che affonda la lama. La tensione parte dai suoi occhi, da quel corpo adagiato su un letto rigido, dai respiri che cambiano e si spezzano e graffiano le pareti buie.




E ci spezziamo anche noi, insieme a quella schiena livida. Chiediamo perdono e cerchiamo un po' di pace, nelle mani grandi di un padre (notevole e commovente la compostezza e la drammaticità di Max Tortora nei panni del padre di Stefano), nell'amore severo di una sorella maggiore, negli occhi smarriti di una madre.

Sulla mia pelle è un film che annienta la critica, perché non c'entrano gli applausi e le stellette sulle riviste cinematografiche, non c'entra il gusto e nemmeno il giudizio.
Questa storia, che è brutta, e che fa male, è solo un motivo in più per riflettere, per guardare i propri figli negli occhi e dire loro: "Non fate cazzate, non fate cazzate vi prego!"

Alla fine la bomba è esplosa. Mio figlio Luca, dieci anni, durante i titoli di coda mi ha visto piangere. Si è avvicinato come il cavaliere al cospetto della principessa.

"A ma', ma che piangi? E' solo un film".


giovedì 13 settembre 2018

Rosella Postorino, Le assaggiatrici



Ho deciso di leggere questo libro non appena mi è giunta la voce di una storia ambientata nella campagna tedesca, più precisamente nel quartier generale di Hitler, durante la Seconda Guerra Mondiale. Una storia molto al femminile, a partire dal titolo e dalla copertina.
Un libro che parla di un gruppo di donne recluse in mezzo alla foresta, in una mensa forzata a mangiare cibo che potrebbe essere avvelenato, e che potrebbe uccidere il Führer.
La sua ossessione, la paura di morire avvelenato, fa da trama narrativa a un romanzo storico del tutto atipico, poiché scardina in un certo senso gli archetipi del genere.

Ispirandosi alla vera storia di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf, l'autrice indaga soprattutto le pulsioni più intime della protagonista e delle altre donne coinvolte in questa parentesi storica che, sempre di più dalla prima all'ultima pagina, diventa emblema della coscienza umana. 
A differenza del classico romanzo storico, infatti, il libro di Rosella Postorino, riesce a trascinare il lettore in un dramma che da intimo e personale finisce col travolgere tutti.
La storia, quella che siamo abituati a studiare sui libri (c'è da dire inoltre che di questa vicenda se ne è parlato pochissimo, almeno per quanto riguarda la mia cultura), ad un certo punto vuole mettersi da parte per dare spazio alla fragilità dell'essere umano, delle difficoltà che travolgono l'anima e la mente in situazioni estreme, tragiche, come lo è appunto quella del libro in questione.

Rosa Sauer, la protagonista, riesce a sopravvivere alle brutture della storia, ma il suo profondo senso di colpa, legato ai suoi tre pasti al giorno mentre il resto del mondo moriva di fame, legato all'amore tradito nei confronti di un uomo disperso in guerra, a un desiderio che nonostante tutto il male e l'orrore intorno, ancora la smuove, la tiene in vita, fanno sì che la sua "fortuna" diventi al contempo condanna.

"Ma chi avrebbe mai preferito la vita eterna alla sua vita qui sulla terra? Io no di certo.
Ingoiavo il boccone che avrebbe potuto uccidermi come fosse un fioretto, tre fioretti al giorno per ogni giorno della novena natalizia. Offri al Signore la fatica dei compiti, la tristezza per il pattino che si è rotto o il tuo raffreddore, diceva mio padre, quando la sera pregava con me.
Guarda quest'offerta, allora, guardala: offro la mia paura di morire, il mio appuntamento con la morte rimandato da mesi e che non posso annullare, li offro in cambio della sua venuta, papà, della venuta di Gregor.
La paura entra tre volte al giorno, sempre senza bussare, si siede accanto a me, e se mi alzo mi segue, ormai mi fa quasi compagnia".

Sono numerosi i momenti in cui Rosa si interroga sul complicato ruolo che la vita le ha riservato, e che la storia ha portato poi allo stremo, a una condizione esistenziale che ha del paradosso.
E nonostante ciò, la vera luce che traspare da queste pagine, da questa miscela perfetta di storia e invenzione, proviene proprio dai momenti più intimi della protagonista, dalla sua autentica bellezza concepita nel desiderio e nella giovinezza, nell'attaccamento alla vita e alle passioni.
Quelle che, ancora oggi, potremmo definire le armi più potenti per vincere la guerra.
Qualunque essa sia.


sabato 17 marzo 2018

Oriana Fallaci, La rabbia e l'orgoglio



"Il massacro e l'orgoglio", le aveva suggerito Ferruccio de Bortoli.
Ma lei non era convinta. Tuttavia rimase in silenzio, per un po'. Poi si accese una delle tante sigarette di quella mattina e, all'improvviso, scattò dalla sedia.
"La rabbia..."
Tutta quella che aveva dentro.
La rabbia e l'orgoglio.

La mattina dell'11 settembre Oriana Fallaci era lì. Nel suo appartamento nel centro di Manhattan, sulla 61esima.
La ragazzina che faceva la staffetta da una sponda all'altra dell'Arno, durante la Resistenza. 
La giovane corrispondente di guerra in Vietnam, la giornalista quasi morta ammazzata a Città del Messico. La "guerrafondaia" di cui molti parlano, a suon di accuse immeritate, spesso meschine.
Era presente nonostante il silenzio di quel periodo, di esilio, lontano dall'Italia, dalle "cicale di lusso", come amava definirle lei.
Gli italiani, sì. Gli uomini che contano e quelli da niente, e poi la gente. Quelli che all'indomani dell'11 settembre gridavano: "Gli sta bene. Agli americani!"
Per questa e tante altre infinite ragioni, Oriana Fallaci decise di allontanarsi da Firenze, dalla sua patria. Era convinta che ormai gli italiani non volessero più ascoltare, né sapere, né vedere. E il principio fondante di quella professione che oggi è morta, insieme a lei, dopo di lei, muore di conseguenza.
A nessuno importa che siano vere, le storie che si leggono sui giornali. 
E poi Oriana aveva questo brutto vizio. Ti obbligava a riflettere...

La rabbia e l'orgoglio, in principio, era una pila di fogli raccolti in una cartella rossa. Erano i pensieri esplosi dopo l'Apocalisse, tutto ciò che Oriana aveva tagliato al fine di rispettare le volontà dell'editore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli.
Lui le chiese un articolo, la sua testimonianza di quella tragedia. 
Lei lo accontentò.

Sai, io credevo d' aver visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi ritenevo vaccinata, e in sostanza lo sono. Niente mi sorprende più. Neanche quando mi arrabbio, neanche quando mi sdegno. Però alle guerre io ho sempre visto la gente che muore ammazzata. Non l' ho mai vista la gente che muore ammazzandosi cioè buttandosi senza paracadute dalle finestre d' un ottantesimo o novantesimo o centesimo piano. Alle guerre, inoltre, ho sempre visto roba che scoppia. Che esplode a ventaglio. E ho sempre udito un gran fracasso. Quelle due torri, invece, non sono esplose. La prima è implosa, ha inghiottito se stessa. La seconda s' è fusa, s' è sciolta. Per il calore s' è sciolta proprio come un panetto di burro messo sul fuoco. E tutto è avvenuto, o m' è parso, in un silenzio di tomba. Possibile? C' era davvero, quel silenzio, o era dentro di me? 

La prima edizione de La rabbia e l'orgoglio arriva nelle librerie italiane il 12 dicembre 2001. Tre mesi dopo l'11 settembre e dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera del 29 settembre.
Tante polemiche, un dibattito che ancora oggi si accende non appena si fa il suo nome: Oriana Fallaci. 
La matta, la fascista, quella che preferisce la rabbia al "volemose bene" sempre e comunque.
Eppure la rabbia ci rende così terribilmente umani, come si può sostenere il contrario?
Tiziano Terzani, in una lettera alla Fallaci, parla del suo articolo come di invettive pregne di rabbia, e di quanto egli sia rimasto sbigottito dinanzi alla evidente perdita della ragione di lei.
Di lei che vedeva la gente ammazzarsi, bruciare viva. Di lei che vedeva le torri fondersi come un panetto di burro. Di lei che la guerra l'ha sempre vissuta in prima linea.
Ma è politicamente scorretto incazzarsi, sputare addosso agli uomini cattivi, alle barbarie. Ed è scorretto dire le cose come stanno, è scorretto lasciarsi divorare dalla rabbia e dall'orgoglio.
Sarebbe meglio lasciare che sia Dio a decidere, a intervenire dinanzi alla violenza, alla morte.
Sarebbe meglio contemplare dalla finestra un filo d'erba e sorridere, "Peace&Love". 

Tiziano Terzani, così come molti altri colleghi e non, trascurava però un dettaglio affatto trascurabile. Lui ad esempio esortava la Fallaci a starsene sulla sponda del fiume, a vedere la corrente. Stare buona, non sputare, non incazzarsi, non parlare male.
Ma come si fa, se si conosce davvero questa giornalista scrittrice, a dire alla Fallaci di starsene buona e sulla sponda del fiume?

La sua mano è feroce ma si muove solo dopo aver toccato l'anima. Senza nemmeno chiederti se lo vuoi o meno, lei ti obbliga a ragionare. Sull'Italia, sull'America, sul mondo Islamico.
La bellezza che non trovo altrove è tutta in questo libro, e in tanti altri, che si muove entro i cardini del giornalismo, attaccato alla verità, e poi si stacca e prende il volo. 
Un libro è soprattutto un sentimento che esplode. Non necessariamente "corretto".
Certo, devi saperlo raccontare.
E Oriana sapeva farlo.
Mostruosamente bene.



sabato 9 dicembre 2017

Non chiedermi mai cosa farò da grande



L'ultimo post scritto risale al 15 settembre.
Il post più letto è, da praticamente una vita, questo: "Tema: Il mio futuro".
L'ultima volta che mi hanno posto questa domanda, non sapevo che dire. 
Nemmeno la prima.
Nemmeno adesso.

"Cosa vuoi fare da grande?"
Della prima volta non ricordo nulla, ma rimpiango senza dubbio la mia leggerezza. Perché davvero una volta planavo sulle cose senza farmi male.
Poi è arrivata la prima botta, poi la seconda e via discorrendo.
A conti fatti, osso più osso meno, oggi sarei una piccola blatta. O una di quelle lumachine zigrinate tanto carine, che le riconosci subito perché si trascinano dietro tutto il loro mondo, e si fanno un culo tantum dalla mattina alla sera. Perché poi vanno piano, ma piano piano arrivano.

Ho trentadue anni, credo di essere arrivata. Nel senso più brutale del termine.
Nel senso che... a un certo punto, in amicizia, con tre cuori e due gattini, fatti i cazzi tuoi!
Non ce l'hai una vita tua? 
Che te ne frega a te di cosa faccio io nella vita? Eh?
O peggio ancora, di cosa vorrei, fare, nella/della - MIA - vita.

Che poi glielo dici, e uno ride.
Muori.
E l'altro balbetta pure: "Scu-scusa, non ho capito. Cosa vuoi fare? Cosa fai? Ma è legale?"
Muori anche tu.
E l'altro l'altro: "Cioè fammi capire, MACHEDAVERO ti vuoi prendere la seconda laurea per insegnare? E nel frattempo scrivi e pubblichi libri sfigati che nessuno legge? No vabbè, il Top".
E allora crepate tutti.

Sì perché adesso va di moda dire "il top", anche qui a Roma. 
Ovviamente non augurerei la morte a nessuno, ma zitti zitti, voi che schiacciate gli altri come lumachine zigrinate, quelle che non rompono i coglioni a nessuno, fondamentalmente, avete molte più vittime sulla coscienza che Dexter Morgan nella collezione di vetrini.
Fatevi un po' un esamino, eh?

A proposito di esami.
Alla fine l'ho fatto. Mi sono iscritta alla magistrale, Filologia Moderna.
Voglio insegnare. 
Italiano. 
Risata tipo Malefica.
Qualcuno mi ha detto che sono una matta, 'na scema, 'na povera illusa che vive nel mondo delle favole.
Tre figli, casa, lavoro. 
EPPOI sei una d-o-n-n-a, oddio, devi cucinare, lavare, stirare, pregare, amare...
Amen. 
Insomma, sto studiando, sto preparando i primi due esami che darò a gennaio.
Iniziare con Leopardi ha il suo macabro perché. E pure il suo fascino.
Con la scusa torno a scrivere sul blog.
Con la scusa sono pure più serena, perché ve l'ho detto.
Ho ricominciato pure a scrivere, una storia triste, tristissima. Ma grande, come una balena...
Enniente, qualcuno lo avrà notato. 
Sono molto suscettibile questo periodo, ma voi potete dirmi tutto.

Oddio, basta che non mi chiedete cosa voglio fare da grande...



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