sabato 1 ottobre 2016

Tre per me



Facciamo finta che tu sia il mio lettore ideale. O la mia lettrice più affezionata.
Facciamo finta che tu in questi mesi ti sia chiesto dove diavolo sia finita l'autrice di questo blog. Disperandoti, davanti al pc, senza risposte, senza più uno straccio di post, articolo, pagina. 
Facciamo finta, anzi no, facciamo poi che a un certo punto io torni, e riprenda la storia esattamente da qui. E facciamo pure che questo fantomatico qui non voglia dire proprio niente di preciso, ma che voglia dire e basta.
Si può fare?

Apro il mio blog dopo due mesi di assenza. Due mesi di pagine vuote, eppure tanto pieni che potrei stare qui a parlarvi per ore. Ho talmente tanto da raccontare, che poi suona banalissima come premessa, ma è tutto così dannatamente vero!
Da dove comincio?
Ah, sì...
Il 29 agosto è nata Martina, e mi ha reso mamma per la terza volta. Quando nel 2012 decisi di aprire un blog, giurai a me stessa che non lo avrei trasformato nel più sputtanato dei cari diari dell'era del 2.0. Una sfida, portata avanti a suon di recensioni, critica strampalata e poi poco più seria, riflessioni sul tempo che corre e tutto ciò che basta a far discutere, a smuovere qualcosa.
In me, in voi.
Ma alla fine la mia vita doveva finirci per forza su queste pagine, e la sfida, seppur persa, senza nemmeno provare a barare, mi ha reso quella che sono oggi.
Autrice e blogger, ma soprattutto mamma. Di me dico questo, già.
La mia nota biografica, la parte di me che preferisco.

CriticissimaMente ne è parte integrante, come tutti voi.
In questo momento mi sento come qualcuno che torna dopo tanto tempo e non sa che dire. Come l'estate appena iniziata e gli amici sul muretto che vedi solo quei tre mesi e poi dolcemente svaniscono. Provo quella sensazione che un po' gela il cuore, perché ho riaperto una stanza che è rimasta chiusa per molto tempo e ci si sente così.
Allora riparto da qui, dalla mia nuova vita.

Dalle mie nottate a testare ninne nanne in ogni lingua e dialetto.
Dalle tarantelle lungo il corridoio, dal braccio intorpidito.
Dal seno che fa male, dalla pancia ormai sgonfia e dai jeans che non entrano più.
Dalle coperte da rimboccare ogni sera.
Dalla casa incasinata e dal tempo che mi rincorre senza darmi tregua.
Dalle mattine in cui si corre per non fare tardi a scuola, ché la piccola vuole ancora latte, ché ha fatto cacca e devo cambiarla, ché il grande aveva un avviso importante e non l'ho firmato, ché l'altro poi aveva dimenticato lo zainetto in casa e sono dovuta tornare indietro.
Dall'orologio che segna le otto, e un attimo dopo già mezzogiorno.
Dalla stanchezza che a volte mi prende allo stomaco, e dalla gioia che cancella ogni malessere.
Dai primi sorrisi di mia figlia, quegli occhioni grandi e neri che mi hanno fatto rincoglionire bene bene.
Da me che sola ormai non sono niente e faccio tutto per tre.

Dalla, dalle, da me, da te, da noi... abbiamo capito ma si è fatta una certa.
Non credi?
"Mammaaaaaaaaa!"
- Be', in effetti...


giovedì 21 luglio 2016

Oriana Fallaci, Il sesso inutile


Com'è difficile fare i conti con Oriana Fallaci...
Difficile rapportarsi a lei, come donna e scrittrice, ex aspirante giornalista - nel mio caso specifico.
Perché di lei l'immagine resta, al di là del sentimento che poi ne scaturiva, ferma in quel volto di donna ostinato, pronto a tutto e sfrontato.
Questa difficoltà non fatica a palesarsi, ed è quel che accade persino nella prefazione di Giovanna Botteri, la quale introduce con sincerità e parole piene di ammirazione e sogno, questo incredibile viaggio attorno alla donna, Il sesso inutile.
 
1960 - Il direttore dell'Europeo chiede alla Fallaci un'inchiesta sulla condizione della donna, ma a lei, d'impatto, sembra una cosa ridicola.
 
"Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico".
 
 
Quelle stesse incertezze a proposito dell'inchiesta, diventano poi uno splendido reportage realizzato insieme al fotografo Duilio Pallottelli. Dal Pakistan all'India, passando per l'Indonesia e la giungla della Malesia. Fino ad Hong Kong e in Giappone, per concludersi come un avvincente romanzo d'avventura in stile francese, nella più moderna New York.
Lei con la sua Olivetti che bastava a riempire qualunque bagaglio, e lui, il fotografo romano, con la sua Laika e la sua euforia tutta italiana dinanzi all'idea di incontrare tutte quelle donne.
Da Karachi a Manhattan, le pagine scritte dalla Fallaci, fanno del giornalismo un'opera letteraria di rara bellezza. Tutti gli interrogativi e le curiosità circa la donna e la sua condizione, sociale e umana, vengono arricchiti ed appagati, e fanno del lettore un bambino che non la smette più di dire basta davanti a un pacchetto di caramelle gommose.
Quello che ci lascia la Fallaci infatti, deve essere letto a partire dall'inestimabile valore antropologico e culturale, non solo legato al "sesso inutile", che esso racchiude in sé.
 
Nonostante alla Fallaci venga accostata di frequente anche la più bizzarra delle accuse e delle etichette - che tanto vanno di moda oggigiorno e di cui tutti abusiamo, perché siamo social, siamo moderni al punto giusto - vi è una sottile umiltà nelle parole che introducono il libro, dote sempre più rara, guardatuilcasoavolte, nei testi contemporanei.
 
"Ciò che segue è il racconto di quello che accadde dal momento in cui scendemmo a Karachi al momento in cui lasciammo New York: di quello che vidi, di quello che udii, e di quello che credo di aver capito".
 
Con quella stessa umiltà, Oriana Fallaci realizza un reportage ricco di testimonianze e colori. Dove la determinazione non viene meno, dove non manca la malinconia e il terrore, talvolta. Perché le storie delle donne che incontra la Fallaci sono incredibilmente vere e, molte, incredibilmente drammatiche. Assurde.
Mi torna in mente il pianto della sposa bambina in Pakistan, le spose infelici, si usa dire da quelle parti. Come se fosse la più banale delle normalità.
"Perché non piangono, le spose, in Occidente?"
Piangono, eccome. Di gioia, di dolore, di sentimenti feriti e storie orribili. Ma non stanno al mondo come "pacchi".
 
"Cos'è?"
"Niente" rispose. "Una donna".
"Cosa Fa?"
"Niente" rispose. "Si sposa".
"Dove va?"
"A casa" rispose.
"Mi faccia venire, la prego".
"Perché? Il matrimonio mussulmano è una faccenda privata".
Gli dissi perché. Sorrise e promise di fare qualcosa ma ad un patto: che non dicessimo agli altri la verità su quella intrusione e che non chiedessi il nome dello sposo, né tantomeno lo pubblicassi.
"Nemmeno quello della sposa" promisi.
"Oh, quello non conta. La sposa non conta".
 
Dietro la storia di ognuna di queste donne, si celano anni di rivoluzioni e sangue, di lotte all'insegna di un riscatto, culturale, sociale. E che sia dietro un volto coperto da un Burqa, o di un corpo avvolto in un Sari, o nascosto dietro sette chimoni, che sia dietro il dolore di un paio di piedi piccolissimi e deformati da un'assurda imposizione, la verità più credibile risulta essere la cosa più sconcertante del mondo.
Che le donne sono uguali dappertutto, che in fondo vogliono tutte le stesse cose. Lo dice la donna più importante dell'India, lo dice la storia di questo paese, profondamente nuovo, dopo la rivoluzione di Gandhi.
Lo dicono le storie che seguono, delle Gheisce e delle matriarche, e lo dicono pure le storie delle donne più libere ed emancipate del mondo. Quelle inghiottite tutti i giorni dalla subway, spolpate dallo smog e dal caos di New York. Quelle che convivono tutti i santi giorni con la propria libertà, che ha il sapore e lo sguardo di un uomo debole, spaventato dal suo stesso ruolo nel mondo, tanto incerto, messo in pericolo da cotanta "parità di diritti".
 
Forse alle donne spetta lo stesso destino. Tutte girano attorno alla medesima luna, tutte si soffiano stupidamente il naso e piangono gli uomini per ciò che sono o non saranno mai. E perché nonostante tutto, farfalle di ferro o farfalle morte che non sanno di stare al mondo, noi donne, d'Oriente e d'Occidente, vestiamo con abiti diversi, la stessa identica infelicità.
 
Grazie, Oriana.

sabato 16 luglio 2016

Saxophone Street Blues, di Hector Luis Belial

 
 
A me quelli che si nascondono dietro a innumerevoli biografie fittizie, stanno un po' sulle balle. Ma queste premesse, come dire, contano poco in letteratura. Contano poco pure nella vita, a dire il vero. Ma ora parliamo di libri, di un mezzo noir inzuppato nel pulp.
 
Se così si può.
Saxophone Street Blues viene pubblicato da una allora giovanissima Las Vegas Edizioni, nel 2008, e scritto da un altrettanto giovanissimo autore, tal dei tali Hector Luis Belial. Almeno, così dice.
Lui. L'autore.
Di norma prima leggo e poi pretendo di sapere qualcosa sull'autore. Ho come l'esigenza di sapere con chi ho avuto a che fare, tutto qui. Altrimenti non mi do pace.
Sono fatta così.
Quindi con il signor chenonsisachicavolosia ho avuto subito un impatto violento. Ma le sorti della prima impressione girano come la premessa di cui sopra.
Alla fine parliamo di letteratura, di storie. E chissenefrega se questo non vuole dirmi chi diavolo sia.
Ti è piaciuto il libro?
Sì.
Scrive bene 'sto tizio?
Sì.
Fine dei giochi.
 
L'autore rompe il ghiaccio subito. Partendo dalla fine, in qualche modo. Sappiamo infatti che morirà una donna, di una morte orribile. E che ad essa ne seguiranno delle altre.
Tutte ovviamente legate dallo stesso palcoscenico lurido e insanguinato, che è Saxophone Street.
Una metropoli immaginata dall'autore, che porta però la memoria cinematografica e letteraria ai bassifondi di una New York fin troppo stereotipata. Il che non è nemmeno un male, dal punto di vista narrativo. Perché tutto funziona, a partire dagli odori e dai colori che l'autore riesce a seminare nella testa del lettore.
La pioggia, lo smog e il nulla suburbano, conferiscono al romanzo quel carattere tipicamente noir e portano inevitabilmente alla definizione di pulp, termine abusato - è vero - sia nel cinema che nella letteratura.
Oltre al rosso della copertina, però, che è davvero accattivante (e che più pulp non si può), Saxophone Street Blues ha il pregio di correre lungo le pagine senza mai perdere colpi. Un romanzo breve che si lascia scoprire, una moltitudine di storie e personaggi che ricorda molto il cinema di Michael Mann, e ha i volti di De niro e Al Pacino. Come pure il volto stanco e disilluso del detective William Somerset (Morgan Freeman in Seven, di David Fincher).
 
Citazioni a parte, Tarantino pure, c'è da dire che il giovane scrittore abbia esordito senza passare inosservato. Non è un libro ricco di colpi di scena, anzi. Funziona come quei film in cui l'attore rompe la quarta parete e parla allo spettatore. Alla fine questo fantomatico Hector è pure tanto presuntuoso e arrogante da dirti che lui è Dio Onnipotente che decide come far andare le cose...
Be' - ragiona - mica ha tutti i torti!
Nei suoi monologhi interiori e mai confessi, magari, e nel suo nome fittizio, c'è più verità che altrove.
Caro Hector, ti perdono per non avermi ancora detto chi sei, ma giusto perché il tuo libro mi piace, a partire dal titolo.
 
Quel "Blues", detto tra noi, credo faccia la differenza.
Perché è vero, il blues è come la vita.
È facile da suonare ma è difficile da sentire.
 
Consigliato?
Assolutamente sì.

giovedì 14 luglio 2016

L'uomo che non esiste, di Gianluca Mercadante



Conscio di un certo ascendente pirandelliano, Gianluca Mercadante si fa narratore delle giornate di Valerio Reale, protagonista inconsapevole di una storia che potrebbe dirsi circolare e fin troppo verosimile.
A dispetto del titolo, L'uomo che non esiste (Intermezzi Editore), quella di Valerio è un po' la giornata tipo di ognuno di noi. Noi che anticipiamo la sveglia di qualche minuto, e ci detestiamo per questo. Noi che ci guardiamo allo specchio e facciamo le smorfie.
E poi la gente che all'improvviso ci ignora.
Tipo che non contano più le cose che hai fatto, la tua vita sociale, quella sentimentale... le idee buone, l'ispirazione - quella stronza! No. Nada de nada!
Se poi per puro caso fai pure il giornalista e sei talmente cretino e pigro (tipo me) da non aver mai pensato di iscriverti all'Albo o come minimo di prenderti quel dannato tesserino da pubblicista, be'. Fatti il segno della croce! L'oblìo è lì dietro l'angolo che ti aspetta.

Il nome del protagonista gioca sull'equivoco, a partire da un cognome che per primo scardina i canoni dell'apparente normalità. Perché Valerio a un certo punto non esiste, e lo conferma l'ultima bolletta, lo conferma la nuova vita della sua ex, Ileana, con tanto di figlia e pure nipote acquisita del povero protagonista, ormai troppo deluso e confuso per tentare un qualche logico ragionamento.

Il racconto è breve e scorrevole, il linguaggio dell'autore tende a confondere il lettore, senza tuttavia metterlo a disagio. Giocare sui tempi e sfruttare gli specchi come trampolino di lancio verso l'ignoto e il dubbio, funziona sia dal punto di vista narrativo che interpretativo.
Anche perché, per dirla alla Mercadante, "alzi la mano chi" non si è mai fermato davanti allo specchio e c'ha visto dentro la solita faccia, la solita giornata...

Consigliato?
Più che sì.


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