lunedì 24 settembre 2018

Dino Buzzati, Il segreto del Bosco Vecchio



È il 1935 quando Dino Buzzati pubblica il suo secondo romanzo, dopo un esordio poco apprezzato dalla critica del tempo con Bàrnabo delle montagne, 1933.
Un momento difficile per l'Italia, in guerra con l'Etiopia e isolata dal contesto mondiale, Hitler inaugura le Leggi Razziali, Mussolini accresce il suo consenso, la censura è ovunque.

Il Bosco Vecchio appare dunque un luogo necessario, rifugio dalle barbarie, uno slancio salvifico nel mondo immaginifico disegnato dall'infanzia.
Dino Buzzati muove la penna fino a rinvenire le viscere più profonde della letteratura fantastica, di una poesia ancora fanciulla, di una prosa semplice ma appassionante, perché viva.

Una trama per niente articolata, quella di un uomo ormai rimasto solo, tale Sebastiano Procolo, stretto nella morsa della vecchiaia, la cui unica fortuna sembra essere un'immensa tenuta boschiva, lasciata in eredità dallo zio. Il Procolo, a sua volta, avrebbe lasciato il Bosco Vecchio al giovane Benvenuto, un ragazzino distratto e gracilino, pieno di incubi e paure, ancora tanto ingenuo, ancora tanto autentico e puro come tutti i bambini.
L'avidità e la brama di potere, il voler possedere l'intera tenuta senza doverla spartire con alcuno, travolgono Sebastiano, lo obbligano a guardarsi davvero, a fare i conti con la propria coscienza, con quel male di uomo che lo stava divorando da dentro e lo condannava lentamente a un vita da eremita.
(Memorabile il volto di Paolo Villaggio nel film omonimo di Ermanno Olmi).

Il segreto del Bosco Vecchio è il luogo incontaminato per eccellenza, il mito dell'infanzia, le pagine più belle della nostra vita che avremmo voluto leggere ancora, e scrivere, ancora.
Dino Buzzati si dimostra subito maestro indiscusso nell'arte di fondere due mondi per loro natura diametralmente opposti, realtà e fantasia.
Il Bosco è animato e custodito da creature fantastiche, geni e gazze guardiane, scoiattoli e gufi, i venti soffiano e parlano agli uomini (solo a pochi, sia chiaro) diventano loro complici, talvolta nemici.
Ed è sorprendente come l'autore sia riuscito a inventare una struttura narrativa che vive di elementi surreali, i cui protagonisti più veri sono non-uomini.
Commoventi i momenti in cui Sebastiano parla con il vento Matteo, suo confidente, nonché alter ego in un mondo parallelo che probabilmente non c'è, perché non è reale, non è vero, ma che un tempo è esistito.
Tutti lo sanno.

Non si può spiegare la magia del Bosco Vecchio, di come il tempo si arresti dinanzi alla bellezza, alla felicità che non ha ragioni. Nel Bosco Vecchio i topi disturbano il sonno, il vento ci salva e poi ci condanna, si prende gioco di noi.
Nel Bosco gli uomini abbandonano per sempre la loro innocenza, la lasciano lì, come un'ombra ormai stanca e disillusa, come un vecchio burbero disabituato all'amore, al bene, alla possibilità di un'anima buona.
Nel Bosco Vecchio un carrettiere arriva e si trascina dentro una bara le anime ormai perse, farfalle bianche invadono gli alberi, cinque incubi terrificanti bussano alla porta.

Nel Bosco Vecchio si susseguono le stagioni, i venti cambiano, gli uomini pure.

"E' inutile", disse il vento, "devo andare sul serio. Del resto, questa forse è la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l'ha detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che esista, eppure è una netta barriera che si chiude d'improvviso. 
Capita di solito nel sonno. Sì, può darsi che sia la tua volta.
Tu domani sarai molto più forte, domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti. Anche se io rimanessi, non potresti, in quello che dico, intendere più una parola. Udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscìo, rideresti anzi di queste cose. 
No, forse è meglio così, che ci separiamo al punto giusto".

Esiste un momento, nella vita di ogni lettore, in cui si avverte qualcosa.
Uno strappo nel cuore, nella carta.
Credo voglia dire semplicemente una cosa.

Che quel libro, resterà aperto dentro di te, per un tempo infinito. 


venerdì 14 settembre 2018

Sulla mia pelle



Ho iniziato a vedere il film con una bomba ad orologeria nello stomaco, pronta ad esplodere.
Nonostante già sapessi l'epilogo, mi sono resa conto dopo pochi minuti che quella storia, vera, brutta, così dannatamente reale, mi avrebbe fatto stare male, malissimo. Mi avrebbe messo in difficoltà, perché prima di un occhio critico, c'è quello di madre, di sorella, di essere umano.
E certe storie ti lasciano addosso solamente un silenzio profondo.

La storia di Stefano Cucchi ha scosso duramente l'opinione pubblica, l'immagine di Ilaria con le foto del fratello ormai privo di vita sono entrate nelle case di tutti gli italiani. Tutti, chi più chi meno, hanno avuto almeno un'occasione per riflettere su quanto accaduto.
Ecco, partirei da questa premessa che è un dato di fatto, il punto nevralgico da cui si snodano milioni di pareri e interpretazioni.

Quella di Stefano è una storia vera. Realmente accaduta.
La responsabilità, nella scelta di portarla sul grande schermo, di farne comunque un prodotto cinematografico, è davvero tanta.
Alessio Cremonini realizza un'opera realmente complessa (e lo fa con rigore di cronaca, in maniera del tutto oggettiva), un travaglio estenuante che lo spettatore è costretto a vivere insieme al protagonista. Il corpo di Stefano, e quella pelle livida che giorno dopo giorno si trasforma, cambia colore, viene sbattuto da una cella all'altra.
La tensione cresce, con fare vorticoso inizia a toccare ogni cosa, e poi la smantella, sradica le coscienze, scompensa gli sguardi e i cuori di chi sta lì, inerme, composto e al tempo stesso smembrato, davanti allo schermo che ti seduce e ti condanna.

Le pareti delle celle, di tutti gli istituti penitenziari che Stefano ha "abitato" prima di morire, riflettono la poca vita rimasta al protagonista.
La bravura sconfinata di Alessandro Borghi è racchiusa in un corpo smagrito e destinato a finire, nel tono di una voce sottile, nel peccato di un giovane che ha fatto tanti errori e vorrebbe redimersi. Ci prova, nell'atto di una preghiera, che non è tanto fede quanto "speranza". Nell'abbraccio di un padre, nella voce che attraversa la cella e diventa compagna, confidente, una presenza comprimaria che potrebbe non esistere, eppure c'è, perché parla, si sente ma non si vede.
La prova fisica di Borghi, che ricorda molto l'uomo senza sonno di Christian Bale, è l'elemento che rompe lo schermo, la mano che affonda la lama. La tensione parte dai suoi occhi, da quel corpo adagiato su un letto rigido, dai respiri che cambiano e si spezzano e graffiano le pareti buie.




E ci spezziamo anche noi, insieme a quella schiena livida. Chiediamo perdono e cerchiamo un po' di pace, nelle mani grandi di un padre (notevole e commovente la compostezza e la drammaticità di Max Tortora nei panni del padre di Stefano), nell'amore severo di una sorella maggiore, negli occhi smarriti di una madre.

Sulla mia pelle è un film che annienta la critica, perché non c'entrano gli applausi e le stellette sulle riviste cinematografiche, non c'entra il gusto e nemmeno il giudizio.
Questa storia, che è brutta, e che fa male, è solo un motivo in più per riflettere, per guardare i propri figli negli occhi e dire loro: "Non fate cazzate, non fate cazzate vi prego!"

Alla fine la bomba è esplosa. Mio figlio Luca, dieci anni, durante i titoli di coda mi ha visto piangere. Si è avvicinato come il cavaliere al cospetto della principessa.

"A ma', ma che piangi? E' solo un film".


giovedì 13 settembre 2018

Rosella Postorino, Le assaggiatrici



Ho deciso di leggere questo libro non appena mi è giunta la voce di una storia ambientata nella campagna tedesca, più precisamente nel quartier generale di Hitler, durante la Seconda Guerra Mondiale. Una storia molto al femminile, a partire dal titolo e dalla copertina.
Un libro che parla di un gruppo di donne recluse in mezzo alla foresta, in una mensa forzata a mangiare cibo che potrebbe essere avvelenato, e che potrebbe uccidere il Führer.
La sua ossessione, la paura di morire avvelenato, fa da trama narrativa a un romanzo storico del tutto atipico, poiché scardina in un certo senso gli archetipi del genere.

Ispirandosi alla vera storia di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf, l'autrice indaga soprattutto le pulsioni più intime della protagonista e delle altre donne coinvolte in questa parentesi storica che, sempre di più dalla prima all'ultima pagina, diventa emblema della coscienza umana. 
A differenza del classico romanzo storico, infatti, il libro di Rosella Postorino, riesce a trascinare il lettore in un dramma che da intimo e personale finisce col travolgere tutti.
La storia, quella che siamo abituati a studiare sui libri (c'è da dire inoltre che di questa vicenda se ne è parlato pochissimo, almeno per quanto riguarda la mia cultura), ad un certo punto vuole mettersi da parte per dare spazio alla fragilità dell'essere umano, delle difficoltà che travolgono l'anima e la mente in situazioni estreme, tragiche, come lo è appunto quella del libro in questione.

Rosa Sauer, la protagonista, riesce a sopravvivere alle brutture della storia, ma il suo profondo senso di colpa, legato ai suoi tre pasti al giorno mentre il resto del mondo moriva di fame, legato all'amore tradito nei confronti di un uomo disperso in guerra, a un desiderio che nonostante tutto il male e l'orrore intorno, ancora la smuove, la tiene in vita, fanno sì che la sua "fortuna" diventi al contempo condanna.

"Ma chi avrebbe mai preferito la vita eterna alla sua vita qui sulla terra? Io no di certo.
Ingoiavo il boccone che avrebbe potuto uccidermi come fosse un fioretto, tre fioretti al giorno per ogni giorno della novena natalizia. Offri al Signore la fatica dei compiti, la tristezza per il pattino che si è rotto o il tuo raffreddore, diceva mio padre, quando la sera pregava con me.
Guarda quest'offerta, allora, guardala: offro la mia paura di morire, il mio appuntamento con la morte rimandato da mesi e che non posso annullare, li offro in cambio della sua venuta, papà, della venuta di Gregor.
La paura entra tre volte al giorno, sempre senza bussare, si siede accanto a me, e se mi alzo mi segue, ormai mi fa quasi compagnia".

Sono numerosi i momenti in cui Rosa si interroga sul complicato ruolo che la vita le ha riservato, e che la storia ha portato poi allo stremo, a una condizione esistenziale che ha del paradosso.
E nonostante ciò, la vera luce che traspare da queste pagine, da questa miscela perfetta di storia e invenzione, proviene proprio dai momenti più intimi della protagonista, dalla sua autentica bellezza concepita nel desiderio e nella giovinezza, nell'attaccamento alla vita e alle passioni.
Quelle che, ancora oggi, potremmo definire le armi più potenti per vincere la guerra.
Qualunque essa sia.


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