sabato 9 dicembre 2017

Non chiedermi mai cosa farò da grande



L'ultimo post scritto risale al 15 settembre.
Il post più letto è, da praticamente una vita, questo: "Tema: Il mio futuro".
L'ultima volta che mi hanno posto questa domanda, non sapevo che dire. 
Nemmeno la prima.
Nemmeno adesso.

"Cosa vuoi fare da grande?"
Della prima volta non ricordo nulla, ma rimpiango senza dubbio la mia leggerezza. Perché davvero una volta planavo sulle cose senza farmi male.
Poi è arrivata la prima botta, poi la seconda e via discorrendo.
A conti fatti, osso più osso meno, oggi sarei una piccola blatta. O una di quelle lumachine zigrinate tanto carine, che le riconosci subito perché si trascinano dietro tutto il loro mondo, e si fanno un culo tantum dalla mattina alla sera. Perché poi vanno piano, ma piano piano arrivano.

Ho trentadue anni, credo di essere arrivata. Nel senso più brutale del termine.
Nel senso che... a un certo punto, in amicizia, con tre cuori e due gattini, fatti i cazzi tuoi!
Non ce l'hai una vita tua? 
Che te ne frega a te di cosa faccio io nella vita? Eh?
O peggio ancora, di cosa vorrei, fare, nella/della - MIA - vita.

Che poi glielo dici, e uno ride.
Muori.
E l'altro balbetta pure: "Scu-scusa, non ho capito. Cosa vuoi fare? Cosa fai? Ma è legale?"
Muori anche tu.
E l'altro l'altro: "Cioè fammi capire, MACHEDAVERO ti vuoi prendere la seconda laurea per insegnare? E nel frattempo scrivi e pubblichi libri sfigati che nessuno legge? No vabbè, il Top".
E allora crepate tutti.

Sì perché adesso va di moda dire "il top", anche qui a Roma. 
Ovviamente non augurerei la morte a nessuno, ma zitti zitti, voi che schiacciate gli altri come lumachine zigrinate, quelle che non rompono i coglioni a nessuno, fondamentalmente, avete molte più vittime sulla coscienza che Dexter Morgan nella collezione di vetrini.
Fatevi un po' un esamino, eh?

A proposito di esami.
Alla fine l'ho fatto. Mi sono iscritta alla magistrale, Filologia Moderna.
Voglio insegnare. 
Italiano. 
Risata tipo Malefica.
Qualcuno mi ha detto che sono una matta, 'na scema, 'na povera illusa che vive nel mondo delle favole.
Tre figli, casa, lavoro. 
EPPOI sei una d-o-n-n-a, oddio, devi cucinare, lavare, stirare, pregare, amare...
Amen. 
Insomma, sto studiando, sto preparando i primi due esami che darò a gennaio.
Iniziare con Leopardi ha il suo macabro perché. E pure il suo fascino.
Con la scusa torno a scrivere sul blog.
Con la scusa sono pure più serena, perché ve l'ho detto.
Ho ricominciato pure a scrivere, una storia triste, tristissima. Ma grande, come una balena...
Enniente, qualcuno lo avrà notato. 
Sono molto suscettibile questo periodo, ma voi potete dirmi tutto.

Oddio, basta che non mi chiedete cosa voglio fare da grande...



venerdì 15 settembre 2017

Quel mostro di me



Certi giorni mi vanno stretti, ci sto dentro a metà.
Altri mi sembrano grandi come l'oceano.
Sguazzo, mi perdo, sto serena.


Scrivere Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte ha significato molto per me. 
Fin dal principio ho capito che quello, era il mio modo di esorcizzare i mostri più radicati nell'anima. Forse scrivere è davvero un atto terapeutico ancor prima che creativo. Ma certi mostri non li puoi cacciare via definitivamente, devi imparare a conviverci. 
Questi racconti hanno avuto la forza di tenerli lontano da me, quei mostri, almeno per un po'. Di guardarli con scherno, prima da dentro e poi a distanza di sicurezza.
Ma quali sono davvero questi mostri? Cos'è che sto allontanando?
Ho paura che si tratti di me. 
Di un ruolo sbagliato (così dicono), che ho rincorso a fatica, che poi ho cambiato, che poi ho abbandonato.
Mi adatto continuamente, e continuamente non mi ritrovo.
Scrivo, metto da parte, allontano i mostri, allontano me stessa.
Ma questi tanto tornano sempre.
E io pure.


giovedì 7 settembre 2017

Beata ignoranza



Beata Ignoranza, quinto film da regista per Massimiliano Bruno, è un po' la grande guerra contemporanea. A guidare i due fronti ci pensano Marco Giallini e Alessandro Gassmann, protagonisti e contrapposti nel senso più letterale del termine.
Il primo, professore di lettere e piuttosto restio a farsi travolgere dalla modernità. Prof. vecchio stampo, che preferisce un bel romanzo e un bel disco ai post condivisi ininterrottamente da Tizio e Sempronio su Facebook. Uno che crede ancora nelle istituzioni, che si chiede cosa sia normale e cosa non lo è più. Il secondo, professore di matematica che insegna con lo smartphone e sfrutta le app., vittima della tecnologia, dei selfie, dei follower, della solitudine, del suo ruolo tanto ridicolo che gli è stato assegnato.

Perché Beata ignoranza è un film nel film, o meglio, un documentario nel film. Gli attori parlano alla macchina e infrangono la quarta parete. All'inizio si soffre, nel senso che lo spettatore non fa che chiedersi: "Ma Giallini e Gassmann si sono rincoglioniti?"
Si ha la sensazione, disturbante, che i due protagonisti abbiano seri problemi ad adeguarsi al copione. Imprevisti del mestiere, si direbbe, soprattutto se si è un attore con la A maiuscola. E gli attori scelti da Massimiliano Bruno lo sono, eccome!
Alla fine si capisce, cioè, un po' prima della fine.
A muovere tutto, infatti, in questo docu-film improvvisato e realizzato in poco tempo, con pochi mezzi e due nemici per la pelle per niente addomesticabili, è la dipendenza dai social. 
La malattia odierna, chiamiamola così.
Per quanto mi riguarda, il documentario non gode del fascino che può avere un film hollywoodiano, per dire.
Massimiliano Bruno, dopo il drammatico Gli ultimi saranno gli ultimi (ingiustamente male criticato a mio avviso) torna dietro la macchina per documentare la realtà. Senza ricorrere alla bellezza e ai trucchi della narrazione, che è fantasia, immaginazione, una sceneggiatura da infiocchettare, sistemare, abbellire.

Beata ignoranza è un documentario, che noi lo vogliamo o meno. 
Non è la commedia che ci aspettavamo da Bruno, vero. 
Capirai, con quei due mostri di Gassmann e Giallini come minimo avrei voluto sbellicarmi o piangere fino allo sfinimento. E invece no.
E invece qualcuno ha voluto semplicemente riportare, non raccontare, ciò che siamo diventati.
Incapaci di vivere e stare al mondo senza il supporto di una applicazione che ti dice come fare, come amare, dove andare.
Disabituati alla bellezza delle cose semplici, come una poltrona in casa e un bel romanzo da leggere, come un bel pomeriggio all'aria aperta, come il colore del cielo.
Beata ignoranza non è un bel film, perché ci sono padri che non sanno comunicare con la propria figlia, che non sanno amare, perdonare.
Beata ignoranza non è un bel film, perché ci siamo noi.

lunedì 10 luglio 2017

Joshua, di Massimiliano Riccardi



"Non c'è proprio un cazzo di epico o di bello nella morte. Solo dolore, paura. Talvolta egoistico sollievo, se sei sopravvissuto".

Nella letteratura, nel cinema, l'immagine della morte scorre davanti ai nostri occhi cambiando volto e abitudini, talvolta impudente, altre poco più accorta e silenziosa. Ma le conseguenze spesso si somigliano, i morti pure, il dolore, la fine.
Se c'è una cosa che invidio a certi scrittori, è la capacità di planare sulla violenza, sul male della vita, e raccontarlo senza uscirne a brandelli.
Non so come ne sia uscito Massimiliano Riccardi, io però se scrivo due volte di fila morte e sangue, mi si comincia ad arrovellare lo stomaco, vado nel panico, mi immobilizzo.

La storia più difficile da raccontare, è quella che porta nel buio dell'anima.
E qui ci si perde, fino a non trovarsi più.

Il protagonista, Joshua, è un uomo vinto dal male, dalla vita stessa che lo ha privato di tutto. Un animale solitario, capace di mimetizzarsi ovunque, meglio ancora se tra la bella gente, insospettabile, a prima vista amabile, composta. Eppure il male ha questa abitudine di instaurarsi lì, nella normalità apparente, sotto la camicia stirata a puntino.
Dove non si sente nemmeno la puzza e il vuoto che hai dentro è introvabile, troppo radicato.
Sullo sfondo di un romanzo dalle tinte noir, ambientato nella provincia americana, si respira l'idea di fondo che il male è fin troppo democratico. Arriva dove vuole.
L'autore gioca con la sua abilità di narrare senza fronzoli, con la mano leggera ma sapiente, e con quella maturità di stile che è molto rara per un esordiente.
Joshua è un libro oscuro, il personaggio ha un non so che di Dexter Morgan. Chi lo sa se certi parallelismi sono voluti oppure no... 
Tuttavia quel che resta è esattamente un vuoto, incolmabile, o peggio, di quelli che puoi riempire solo vivendo al limite della follia e della solitudine.
Ma un buon libro ti salva.
Ti salva sempre.

mercoledì 21 giugno 2017

La prima prova




La prima prova iniziava tipo alle nove.
Attacco di panico.
Terribile.
Non riuscivo a scrivere, guardavo il mio professore e singhiozzavo.
"Professore non ci riesco. Non sono in grado".
Lui nemmeno mi risponde.
A un certo punto, verso mezzogiorno, mi viene vicino e mi sussurra all'orecchio: "Valenti', basta dire cazzate. Scrivi!!!"
In un'ora scrissi il mio tema, credo rimanga il migliore di tutta la mia vita scolastica.
Parlai dell'amicizia.
Citai Trilussa.
Smerdai la De Filippi e tutti quei rapporti da reality.
Da copione.
Quando andai davanti alla commissione il mio professore era lì che mi aspettava.
Le altre due prove scritte erano andate di merda.
Non m'importava.
Perché lui mi diede quel foglio pieno di sentimenti e parole libere.
Le mie.
E guardandomi dritto negli occhi mi disse solo una cosa: "Brava".
In quel momento capii quale sarebbe stata la mia strada.
E ancora oggi, quando mi prende il panico e non riesco a scrivere, qualcuno torna da lassù, e mi dice: "Scrivi!"


Chissà cosa avrei scritto adesso - mi chiedo.
Forse una colonna in meno.


venerdì 12 maggio 2017

Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte



La mia più grande ambizione è imparare a scrivere.
Dunque ci provo.

Dopo Caramelle al gusto arancia, uscito a novembre del 2015, ho quasi creduto di essere stata baciata dalla fortuna, che il fato fosse stato benevolo e proprio per questo, un'esperienza simile sarebbe stata irripetibile.
Poi arriva oggi, il giorno in cui tutto ritorna. 
La mia seconda prima volta.
All'epoca dissi: "Un tuffo a bomba nel cuore. Un'emozione che non so dire".
Ribadisco.

Madrepàtria - Racconti dell'umana sorte, è stata una bella sfida. 
L'ho scritto durante la gravidanza. Nove mesi più tondi della mia pancia, più tondi del mondo che nel frattempo girava.
L'ho dedicato al mio professore di Lettere, e lo dedico a chi coraggiosamente crede in me, e continua a dirmi: "Scrivi!"
Lo dedico alla mia famiglia, ai miei amici più veri, al mio editore (il più coraggioso di tutti!), e pure un po' a me stessa.


Introduzione
A un certo punto, quasi per caso, ho scoperto un forte ascendente foscoliano. Un fatto incredibile, una sorta di inversione di marcia lungo il percorso del mio cosiddetto gusto letterario. La fretta della mia adolescenza, mi parlava di lui come di un eterno infelice e insoddisfatto del suo tempo. Ugo Foscolo era il classico autore che studiavi perché dovevi e, nel frattempo - seppur nella svogliatezza - gettava in te le basi di ogni ispirazione. Umana e poetica. Non sono mai stata una vera romantica, ma ancora oggi per me l’amore altro non è che un “tintinnio d’arpa”.
“O! io mi sento sorridere l’anima, e scorrere in tutto me quanta mai voluttà allora m’infondeva quel suono. Era Teresa – come poss’io immaginarti, o celeste fanciulla, e chiamarti dinanzi a me in tutta la tua bellezza, senza la disperazione nel cuore!”
(Ultime lettere di Jacopo Ortis, 3 dicembre 1797)

Madrepàtria – Racconti dell’umana sorte nasce da questa sorprendente scoperta giunta all’alba dei miei trent’anni.              
Foscolo rinnovò l’immagine dell’intellettuale, del poeta-scrittore sedotto dall’idea della morte. Quel dettaglio che all’epoca scolare mi tenne sempre distante da lui, dalle lettere, da tutti quei suoi personaggi così autobiografici.
Tuttavia, gli incontri con alcuni autori sono destinati a ripetersi. E tra noi è andata esattamente così. Foscolo aveva radicato in me un’idea piuttosto concreta di amore e passione, complice la sua lungimiranza. Non ci mise molto, infatti, a capire che il suo paese stava cambiando e che i tempi e le decisioni politiche stavano costruendo il futuro di un’Italia intera. Napoleone aveva tradito l’Italia, firmando il trattato di Campoformio che segnò la fine della Repubblica di Venezia, ceduta agli austriaci.

“Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”.
(Ultime lettere di Jacopo Ortis – Da’ colli Euganei, 11 ottobre 1797)

Insomma, alla fine ho iniziato a scrivere, perdonando a Foscolo tutti i suoi pensieri più peccaminosi a proposito della morte. E sapete perché? Perché più lo leggevo e più lo comprendevo, sempre meglio, sempre più a fondo. Tra le righe scorgevo la bellezza e la rassegnazione, la solitudine e l’esilio, la consapevolezza. Quest’ultima, più grande nemica delle nostre mere illusioni. Ho visto l’amore ostinato e un paese a pezzi. Noi che preghiamo sulle tombe di famiglia e poi le profaniamo. Ho capito che i miei racconti avevano subìto una inconsapevole e violenta suggestione letteraria.

E poi, quante cose abbiamo in comune noi e Foscolo?

Queste sono storie inventate ma incredibilmente vere, che ho immaginato e vissuto. Come un’italiana qualunque del nostro tempo; come chi, di vizi ricco e di virtù, ha deciso di scrivere per continuare a credere in qualcosa. Che sia la via possibile che porta al cambiamento, che sia solo un’altra grande illusione.
Valentina Orsini

P.S. il libro è al momento ordinabile su Ibs

Sarà presente al Salone di Torino e, a breve, in libreria.


giovedì 11 maggio 2017

Quando la malinconia è "Sold Out"



Quando vado a un concerto, il giorno seguente mi sento come Cenerentola dopo il ballo.
Vado avanti trasognata, canticchio per casa (letto, divano, bagno, letto) più confusa e felice di Carmen.
Mio fratello mi dice che ha due biglietti, per martedì sera al Palalottomatica.
"Ok, ma chi andiamo a vedere?"
"I Thegiornalisti".

Non avevo la minima idea di chi fossero. Non me ne voglia Tommaso Paradiso, ma mentre lui passava dalle sedie di paglia nei locali notturni e nascosti di Roma ai primi live con il pubblico che ti frega il cuore, io diventavo mamma. Una volta, due, e persino tre.
Questo non ha tuttavia soffocato il mio amore per la musica, lo ha giusto adattato alla mia vita.
L'ultimo concerto è stato il Vasco Live Kom '014. 
L'esperienza più bella della mia vita. Seconda solamente alla nascita dei miei figli.

Non me ne voglia, dicevo, ma io un po' mi sento in colpa. Mi vedo indietro rispetto a ciò che stava accadendo nella musica italiana. Ho rischiato di perdermi qualcosa, ma ho recuperato giusto in tempo.
Thank you bro'.

Ho letto che la scelta del nome deriva dall'idea di identificare il gruppo come qualcuno che racconta la vita, quella vera, vissuta. Quello che fanno i giornalisti, dice Tommaso.
No, no. Quello che fate voi.
Dico io.
I Thegiornalisti sono stati la più grande scoperta musicale dei miei trentadue anni.
Conoscerli al loro primo live è stato come fare prima l'amore e poi stringersi la mano. Un appuntamento al buio pieno di sorprese, e io ero lì che cantavo un po' per finta un po' per davvero, e quelle canzoni mai ascoltate era come se le conoscessi da sempre.
Forse perché, come dice Tommaso, a lui piace raccontare quello che vive. 
Di notte, la sera in macchina, e poi la malinconia, e tutte le estati che puntualmente finiscono e ti riportano il gelo.
Tommaso Paradiso mi ha stretto la mano e mi ha detto: "Sono solo un giovane romantico, mi piace la sera, mi piace sbagliare a vivere, e quando muoio vorrei che il mio funerale fosse sold out".
Piacere mio, gli direi.

La band rievoca le atmosfere italiane degli anni '80 e '90. I testi delle loro canzoni ricordano la voce e la poesia di Gaetano Curreri, Lucio Dalla. Non per niente Tommaso sembra Rolando di Acqua e Sapone, più gnocco ma con la stessa aria mite, romantica. 
Che a Roma poi se dice "Bambacione".


Il quarto album "Completamente Sold Out", è stato di buon auspicio per la band romana. Tutto esaurito il 9 maggio al Palalottomatica, prossima tappa: Mediolanum Forum di Assago.
E mentre la gloria abbraccia Tommaso e i suoi compagni di viaggio, io attendo fiduciosa...
perché ci credo anch'io che la malinconia smuove l'anima dei veri poeti, e fa le storie più belle, le canzoni che scrivi, magari di sera.


lunedì 13 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass



Ci voleva Smetto quando voglio per dire che "Sì, anche noi italiani facciamo sequel e trequel", e li facciamo bene.
Con occhio guardingo e pure un po' sborone, col dito rivolto alle americanate che hanno fatto la storia di Hollywood e della grande industria cinematografica.
Dal treno a vapore che alludeva al destino nell'ultimo capitolo di Ritorno al futuro, agli schiaffi alla stazione di Amici miei.
Il progetto, di cui parliamo con una punta di orgoglio, è stato lanciato nel 2014 dal regista Sydney Sibilia, al suo esordio nel lungometraggio.
Il primo di una trilogia, che vede una banda di ricercatori universitari alle prese con le smart drugs e una serie di sfortunati, nonché bizzarri, eventi.


Ciò che ha contraddistinto quest'idea, è l'aver realizzato una commedia che fosse allo stesso tempo un po' cafona e un po' signora. Disgraziata come l'italiano che resta e non sa più quale storia inventare, per campare. Cafona per finta e per davvero, come l'antropologo che conosce la sua gente, quel campione sondato e vissuto, di popolo rozzo, animali "de strada".
E l'Italia di oggi funziona solo così, farcita di storie surreali ma vere, che sullo schermo fanno ridere, fanno riflettere. Ti fanno sbandare fino alla disperazione, ti condannano all'esilio, a una vita intera legata al tentativo di spiegare agli altri ciò che realmente sei. 
Le formule del chimico, i discorsi in codice dei latinisti e l'analisi di mercato del povero Bartolomeo. 




Smetto quando voglio - Masterclass è un ulteriore passo in avanti del cinema italiano, che matura l'idea di un film che possa funzionare dal punto di vista commerciale e, perché no, anche autoriale. Duelli in sella a un treno che va, e divide in due la strada. Un vagone merci pieno di pillole e site car del terzo reich. Originali, mi raccomando.
Perché un professore ci tiene, a certe cose. E la sua follia diventa la nostra, di tutti. Un cannone che uccide la grandine e ignora i cattivi, supereroi improbabili che vorrebbero vincere contro il fardello che si portano addosso, e ricordare a questo paese le ragioni per le quali lui continua ad ignorarli, peggio ancora, a deriderli.
Quella laurea, maledetta.
Quei tentativi assurdi di realizzarsi, e io che ringrazio il cinema e lo maledico, perché al di qua dello schermo poi, mi aspetta la storia più folle che si possa raccontare.
La vita vera.
Finita l'impresa di questi sgangherati si torna indietro.
E cosa mi aspetta?
Un cammello. 
Una marea di gente che continua a non capire nulla di me.


venerdì 10 febbraio 2017

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato



Diciamo che il titolo inganna, lo dico per esperienza personale.
"Questo Missiroli avrà romanzato gli impulsi primordiali e le porcate tipiche degli uomini", ho pensato. "Sai che palle!" - ho ribadito.
Sì, da vera stronza femminista quale sono.
Tuttavia, di quell'osceno dichiarato a partire dal titolo e da una copertina per niente equivocabile, un dettaglio mi rassicurava e, al contempo, mi seduceva.
Il luogo privato.
Ho deciso di leggere il libro di Marco Missiroli perché volevo delle risposte: "Cosa intende l'autore per luogo privato?"

La paura iniziale, ovvero che il tutto riconducesse a una serie infinita di pompini e imprese onanistiche da urlo, l'ho superata dopo circa cinque secondi che ho iniziato a leggere.
Missiroli, inizia con la storia dei pompini, vero. Ma nella stessa pagina ci sono i cappelletti in brodo.
Non è mica un caso. L'ho capito subito.
Atti osceni in luogo privato è un romanzo intimo e per niente osceno. Bisogna uscire dal quadrilatero dei termini convenzionali, per capirlo.
La storia di Libero esplode dal trauma infantile che vede una madre adultera, e procede sotto il segno del sesso e dell'autoerotismo come cura ineluttabile contro il male di vivere, per superare l'invisibilità dell'adolescenza, fino ai tradimenti dell'età adulta.
Libero è un ragazzino dalle guance paonazze e dal cuore in fermento, che sta lasciando l'infanzia per addentrarsi nei primi tumulti dell'adolescenza. Il trasferimento a Parigi, il liceo, quel sentirsi incompleti, le prime amicizie.

"Andai in bagno e trattenni il pianto, quando uscii mi trovai di fronte Antoine Lorraine. Mi fissò. - Ci abitueremo, non ti preoccupare - mi appoggiò una delle sue manone sulla spalla, - Sei italiano?
- Per metà francese.
Anche lui era a metà. Congolese e parigino. Un nero con la erre moscia e una sana concretezza, - Le ragazze buone sono nelle classi avanti. Occhi aperti.
Trovai così un amico. Eravamo due metà che avrebbero fatto un intero".

Di quei cappelletti in brodo, ho preso il profumo di madre e la nostalgia dei tempi andati. L'impotenza dinanzi agli eventi che fanno una vita, un padre strambo e la sua solitudine, e la voglia di proteggere l'uno e punire l'altra. La madre che ha sfasciato una famiglia, l'utero che fa più danni di Dio, della sua poca pazienza, dei suoi castighi.
A un certo punto Libero capisce che della vita, bisogna mantenere intatta la purezza, quel candore che fa rosso il viso di imbarazzo, un colore legato alla paura della prima volta. Ma è altrettanto importante mantenere l'indecenza. 
Il Libero bambino poi diventa ragazzo, poco più maturo, e scopre che dal candore si passa ad ammettere il lato insospettabile di ognuno. Il sesso che prima era solo un vanto da osteria, un bisogno, uno sfogo che ci fa bestie e fin troppo umani, diventa ora bellezza condivisa, che lega un uomo e una donna.
E se l'amore vuole l'osceno, che chiama le storie della letteratura, del cinema e le righe di un poeta, allora è giusto il compromesso.
Siamo essere umani, siamo isole senza mare.
E Missiroli è fin troppo bravo a rendere questo stato d'animo. La sua scrittura scorre fluida e senza freno, ed è bella per questo. Perché non si ferma davanti a niente, è indecente, ti fa rabbia e ti fa tenerezza. Ti spoglia e ti rimette al mondo, come i libri con Libero e tutte quelle storie che a un certo punto diventano trama del romanzo. 
L'autore arricchisce il suo stile con citazioni che portano il lettore ad amare il suo protagonista, la sua vita, la sua oscenità. Ed è una bella trovata, di uno scrittore paraculo, certo, ma se non altro autentico.


Il luogo privato è l'utero, e pure l'odore del forno acceso. 
I cappelletti.
La ricotta e il limone. La noce moscata.
E l'osceno è la vita.

Mi sono data queste risposte.


lunedì 23 gennaio 2017

Quando cercavamo la neve




Questo fine settimana siamo stati in montagna.
A Rocca di Mezzo, nella provincia dell'Aquila.
Siamo partiti con le immagini davanti agli occhi di un albergo travolto dalla neve, con i titoli dei tg e le voci dei parenti - preoccupate, isteriche - che si raccomandavano.

"Non potete partire. Non dovete".

Ma noi questo fine settimana siamo stati in montagna.
Perché lo aspettavamo da una vita, questo week end. Perché i bambini contavano i giorni, e già sentivano la neve. Io che pensavo a bassa voce: "Tre giorni senza fare nulla, servita e riverita. Una signora!"
Finalmente un po' di riposo, meritato. E un po' di buona compagnia, sorrisi, bicchieri di vino in tavola e una comitiva di bambini a riempire la hall dell'albergo.

"Mamma ma l'albergo dove andiamo noi finisce sotto la neve come quello che abbiamo visto in tv?"

Prima dei sorrisi tante domande, e la paura di privare i nostri figli di tutto. 
Perché tu sei responsabile e hai una paura che non puoi nemmeno spiegare, quando si tratta di loro. Dei tuoi figli.
Paura di partire nonostante i tg, nonostante la tragedia e poi il terremoto, e tutta quella neve. 
Troppa.
Mai fatta tutta questa neve. Mai vista tutta questa neve.

Partire e lasciarsi alle spalle l'accusa di essere un genitore incosciente, che se ne frega dei rischi, che dimentica di come la gente muore.
Trenta persone, tanti bambini.
Il sogno di un week end travolto dalla neve.
La morte.
"E voi che fate? Andate incontro all'inferno?"

La verità è che noi non dimentichiamo nulla. Parlo per me, che sono madre di tre figli, ma so che molti genitori oggi vivono così.
Mentre sorridevo a mio figlio, il grande, per dirgli che non sarebbe accaduto nulla al nostro albergo e che con tutta quella neve il divertimento era assicurato, ripensavo ai rimproveri di mia suocera, allo sguardo di mia madre che ci vedeva come bambocci che stavano per essere spediti in trincea.
E ho capito che non era giusto. Che non merito di vivere così.
Che i miei figli nella neve devono vederci la gioia, i loro stessi sorrisi.

Perché il mondo oggi è così, ma non è colpa loro, e nemmeno la mia.
Certe cose non devono cambiare, non devono imbruttirsi di paure e paranoie.
Ci ho pensato molto questo fine settimana, in montagna.
Guardavo i bambini in mezzo a tutto quel bianco, a volte sprofondavano e io mi mettevo in punta di piedi per cercare i loro visi.
Mi basta questo - mi sono detta. Perché un tempo li ho indossati anch'io, quei sorrisi.
Quando partivamo per andare in montagna, quando eravamo un po' più spensierati.
Quando cercavamo la neve, e ci speravamo con tutto il cuore.


lunedì 16 gennaio 2017

Il sapore del successo



Dalla cucina di Cracco e & Co. al grande schermo.
Il passaggio non è poi tanto brusco, ci si abitua ben presto e volentieri, infatti, al volto da bello e dannato di Bradley Cooper, lo chef che ambisce alla terza stella Michelin dopo aver avuto a che fare con un milione di ostriche in Louisiana.

La storia si sposta da Parigi a Londra, quest'ultima, città di riscatto e vecchi rimpianti legati al passato. Adam Jones sembra avere messo davvero la testa a posto. Niente più tenori di vita alla gioventù bruciata, ma solo una grande idea, una grande ambizione. Quella di diventare uno chef ancor più grande, in grado di donare ai clienti dei veri e propri "orgasmi culinari".
Perché la cucina esprime chi siamo, e sbagliare non è permesso.
Nonostante Bradley Cooper, il quale proprio non ne vuole sapere di andarmi a genio, il film si lascia guardare senza particolari sforzi. 



La mia repulsione al bel faccino di Cooper, non doveva e non voleva in alcun modo influenzare la visione. Perché chi mi conosce sa, quanto io ami la cucina, e poi perché non è mai giusto. Nei confronti del cinema, e pure di un attore che nonostante ti stia sulle palle, merita sempre e comunque la tua più sincera opinione. 
Ebbene sì, Il sapore del successo mi è piaciuto.
Senza troppe pretese o aspettative, parliamo di un prodotto commerciale che tratta di cibo e stellette, tra coltelli affilati e cucine piene di uomini arroganti e donne che combattono pur di emergere in un ambiente prettamente maschile. Ancora oggi dopo miliardi di anni.
E se c'è un aspetto che mi ha colpito di Adam Jones, è proprio questo suo essere uno stronzo e arrogante dal cuore tenero. 
Ho trovato credibile il suo personaggio, io che di chef ne vedo e ne seguo a fiotti, tanto che ho pensato persino di curare la mia orticaria da Bradley Cooper, che magari è giunta l'ora, dài.


Mi piace il suo Adam Jones quando ammette le sue debolezze, quando spiega le differenze tra l'alta cucina e quella da fast food, mettendo in risalto la costanza, quel dettaglio che annienta un po' tutto, non solo il talento ma anche la vita.
Costanza intesa come routine, come un uomo che volta le spalle alla fantasia e alla voglia di sperimentare.
Vero è, che a me, basta vedere una cucina con dentro un uomo o una donna col grembiule, e tanto mi basta. Per sentirmi appagata, per trovare ispirazione. Non so, e tante altre cose.
La cucina è un luogo strano, non so se dal punto di vista cinematografico funzioni davvero. 
Ma nella peggiore delle ipotesi, che sia un reality o un film, o un libro di ricette, ti lasci alle spalle un tizio col capo chino su un piatto, le mani decise eppure tanto sottili, intente a dirigere tutta l'orchestra. Gli ingredienti, il rumore di tutti gli utensili, gli odori.
Per me, armonia dei sensi.

sabato 14 gennaio 2017

Roberto Teofani - Download



"Se uno esce, uno deve entrare", è questa la regola.
Ma Download non è solo un gioco clandestino, non è nemmeno l'antefatto vero e proprio di questo romanzo. Il primo, dell'autore Roberto Teòfani, che torna a pubblicare per la seconda volta con Efesto Edizioni dopo il suo Schegge d'Italia. Un viaggio, un libro.

In realtà il titolo è abbastanza fuorviante e, non lo nego, ogni due pagine mi immaginavo uno scambio verbale con l'autore - nonché amico e collega carissimo - anche abbastanza acceso: "Ok. Adesso mi dici che ca**o vuol dire Download?"

Il punto forte del romanzo è tutto qui, perché fino alla fine il lettore è come catapultato in una zona d'ombra, rapito da un vortice di domande senza risposta. 
Il libro si apre e si chiude con uno scambio epistolare risalente a circa vent'anni prima rispetto ai fatti narrati, e forse questo può tornare utile a quel lettore che, una volta finito il libro, tiene ancora qualche questione in sospeso.
Quel lettore - tipo me.
E se dico scambio epistolare, si sa, dico un lui e una lei, due amanti. Divisi, separati dal destino, probabilmente. Insomma ci siamo capiti, quella cosa che move il sole e l'altre stelle.
In Download l'amore gioca un ruolo decisivo, e si fa beffa dei protagonisti, ignari fino alla fine di ciò che riserva loro la storia.
"Bisogna credere al destino come si crede a un Dio", e non a torto l'autore cita questa massima. Come a voler preparare chiunque si trovi a un passo da quella prima pagina.
Prima dell'inizio.
Del gioco, della storia.
Parlare di Download mi fa sentire una turista a Roma, con la meraviglia negli occhi davanti a una città che sola, è già protagonista e fondo dipinto di ogni qualsivoglia storia. 
Tra le pagine infatti si snoda un tour d'eccezione, ripercorrendo i luoghi tanto cari alla capitale, e con essi i sapori, gli odori. Mi viene in mente il Pantheon, il quartiere Testaccio. I primi baci, innocenti e caldi, e il sapore di un gelato al pistacchio.
Che l'autore sia un appassionato di musica e cinema, lo si capisce fin dalle prime pagine. La storia di Download è anche un profumatissimo pot purrì  fatto di omaggi e citazioni.
Cambiano le strofe di una canzone, cambiano i tempi, si fanno le rivoluzioni, diventano grandi gli uomini di cui si ricordano le grandi gesta. Ma il paradosso, oppure il fatto più ovvio di tutti, è che basta uno sguardo fatto bene in metropolitana, una scelta sbagliata, un gioco che non avremmo mai voluto iniziare, e il treno per la luna è già partito.
E in mano un solo biglietto.
Scaduto.

venerdì 13 gennaio 2017

Riprendermi me



A intervalli di tempo non regolari, e lo dico come se questo possa escludere una diagnosi inequivocabile, parlo al mio blog e gli chiedo un favore. Quello di diventare carta bianca per me, di non chiedermi quale sia la ragione precisa, di farsi paziente. E lui si piega e si presta alle mie paturnie, con la stessa gentilezza di sempre.

Questi momenti della mia vita vanno e vengono come pianeti sparati in un'altra orbita, che fanno del mio tempo una bolla ad aria compressa. Mi sembra di averne poco, di tempo. Mi sembra di avere poco di tutto, e che tutto a un tratto diventi troppo.
Mi paralizzano le piccole cose, mi ritrovo a desiderare luoghi lontani o chissà quali imprese, e un attimo dopo l'esatto contrario.
Mi basta il mio pc, le dita sulla tastiera, il suono che fa la mia vita quando mi sento davvero me stessa. 
Ma quando l'aria non basta e i pianeti corrono a mille all'ora, non so nemmeno più chi sono.
E questo non saperlo, questo dubbio, mi parla forte.
Mi manca chi ero. Mi manca me.

La maternità è un atto unico in centomila tempi. E a volte ti perdi tra gli eventi, tra le pagine.
Ti perdi a capire chi sei, con le mani mai libere da qualche faccenda, di donna, domestica, moglie, madre, sognatrice e bambina.
E io mi ci perdo, fino a non ritrovarmi più. 

Non chiedermi quale sia la ragione, avevi promesso.
Forse ho solo bisogno di ricominciare da qui, e riprendermi me.

giovedì 12 gennaio 2017

The Lobster - Un'aragosta, un border collie e un tostapane



Premetto che io ho lavorato da McDonald's, dunque The Lobster per me - ancor prima di essere il film di Yorgos Lanthimos - è il panino con l'aragosta.
Detto questo, passiamo alla prima domanda.
Che roba gira a Cannes?
Di sicuro roba buona.

Scherzi a parte, ma anche no, ci tengo a sottolineare che a volte è bello pure dire le cose esattamente come stanno. Senza mezzi termini.
The Lobster è un film terribile. Un film disturbato e disturbante, e una volta per tutte, vi prego, finiamola di dire che se il film disturba allora è un capolavoro.
Sta cippa!
No.

Non dico che il cinema debba fermarsi al ruolo di mero intrattenimento popolare, ma nemmeno turbare la psiche per mezzo di immagini raccapriccianti e fuori di testa.
The Lobster, a suo modo, è anche abbastanza paraculo, oltre che brutto - sì, lasciatemelo dire! 
Perché sfrutta una tematica che fa gola alle grandi giurie e alla critica di nicchia. Lo spettatore medio uscirebbe dalla sala frastornato, mentre i più sensibili andrebbero a prendere di petto il tizio, poverino, che gli ha venduto addirittura il biglietto e non ha avuto nemmeno l'accortezza di dire che quello era il film dell'aragosta, di un border collie e di un tostapane. Una roba orribile.
La scelta di ambientare una storia di e per squilibrati, in un futuro distopico, è una paraculata bella e grossa, un abile raggiro che frega una giuria, no di certo la massa.
E io in questo caso sono la massa, sono l'italiana media che tra l'aragosta e Zalone preferisce Zalone, perché magari in quel film, spicciolo, provincialotto, che parla di italiani e posto fisso, un po' ci si rispecchia, e nonostante tutto sorride.  
Pensate un po'.



Quelli che hanno idolatrato l'aragosta invece, vorrei sapere cosa - esattamente - hanno capito o amato davvero, di questo film. 
Lo vorrei sapere sinceramente, con tutto il cuore disgraziato e ignorante di popolana convinta.

Vorrei sapere, da un punto di vista prettamente cinematografico, cosa si intende per "bello", poi. E se esiste una sorta di form da compilare o una dichiarazione di intenti, ogni qualvolta si arrivi al cinema e ci si sceglie il film. Ché qui oramai abbiamo scombinato tutto, il brutto che diventa bello, il film psicolabile che diventa capolavoro, e se vai al cinema perché vuoi farti due risate - be' - allora muori!
The Lobster può magnificare la giuria molto accorta ed esigente, perché il regista è uno coraggioso, ha fatto un film in cui l'amore diventa il cattivo. Ha raccontato un futuro che terrorizza, in cui nessuno sarà più veramente libero di scegliere. E ok. Ma a me non incanti.
Se resti solo hai 45 giorni di tempo per trovarti una nuova compagna o un nuovo compagno. Se fallisci in questo, inizia pure a pensare a quale animale vorresti essere, oppure puoi sempre decidere di ammazzarti. Mica male come piano per il futuro, no?

Cos'è, vi piace davvero una donna spappolata a terra e alla quale non riesce nemmeno morire?
Vi piace un cane morto ammazzato? Il fermo immagine di tre quarti d'ora su un coniglio squartato?
Vi piacciono i film di propaganda, per caso?
No perché a me The Lobster, sembra molto, un film di propaganda.
Quale messaggio voglia veicolare, poi, ancora non l'ho capito.
Ma si sa, io sono il popolo, e il cinema quello bello bello, non riesco ancora a comprenderlo.


mercoledì 11 gennaio 2017

La felicità è un sistema complesso



Dopo Non pensarci, Gianni Zanasi torna a dirigere Valerio Mastandrea in una commedia che si conferma essere ancora una volta intima e toccante.
La felicità è un sistema complesso è un viaggio drammatico che obbliga l'uomo a capire se stesso, attraverso la memoria affettiva e le responsabilità del mondo adulto.
Enrico, il cui volto impeccabile di Mastandrea si fa carico di ogni metafora del film, è un uomo che si sforza di credere in ciò che fa. Impresa di cui siamo spesso protagonisti, anche inconsapevolmente.

Il suo lavoro consiste nel monetizzare le disgrazie e i fallimenti degli altri, ma per Enrico è solo un bel modo di raccogliere un poveraccio da terra, e dargli un'altra possibilità. Almeno così è, finché nella sua vita così abitudinaria non irrompono delle presenze nuove, inaspettate.
Una ragazza israeliana e due ragazzini rimasti orfani di madre e padre, costretti a mandare avanti la gigantesca azienda di famiglia. 
Nonostante il mondo di Enrico, quello dell'imprenditoria e degli affari, porti l'uomo a diventare un animale cinico, di lui si potrebbe quasi parlare come dell'eccezione che (non) conferma affatto la regola.

Essere umano troppo umano, che si mette in discussione al solo sguardo della ragazza straniera piombatagli in casa. Un grande che ascolta i giovani, che prova disagio e cade nel buio dinanzi a un uomo che si fa di eroina. Che non lo comprende, che poi capisce davvero in che mondo tossico e spietato sia capitato.

La felicità è un sistema complesso mescola la vita e la morte, sfruttando ogni asse temporale che porti poi l'uomo ad interrogarsi. Su dove arrivino le responsabilità, su come sia complicato gestire ciò che lasciano, o prima o poi, un padre e una madre.
E l'aspetto più poetico, quindi autentico, del film di Zanasi, è racchiuso in questo senso di appartenenza dell'uomo alla propria vita, al proprio mondo.
Che somiglia, talvolta, a un dolce fantastico, a una torta di noi.



martedì 10 gennaio 2017

Io, me e Metropolis



Vidi per la prima volta Metropolis, quando ancora non sapevo nulla di cinema espressionista e di cose strane tipo campo e controcampo.
L'Aula Magna della Sapienza era enorme, persino per me, convinta all'epoca che il mondo tutto mi andasse stretto. Il primo corso che iniziai a seguire con costanza, fu proprio Analisi del film, con il caro e tanto insolito Professor Bertetto.

« Più ancora di Murnau, il regista che afferma con decisione totale il ruolo creativo del metteur en scène come coordinatore di tutte le componenti finalizzate alla produzione dell'immagine filmica e come interprete di una specifica volontà di stile è in ogni modo Fritz Lang, che attraversa la storia del cinema muto e poi del sonoro in Europa e in America, con un impegno formale assoluto. »
(Paolo Bertetto, Introduzione alla storia del cinema, p. 38.) 


Il 10 gennaio del 1927 viene proiettato per la prima volta questo film, a Berlino. E mi sembrava carino o quantomeno doveroso scrivere qualcosa. Con la scusa dell'anniversario poi, rivivo con nostalgia i bei tempi andati, il che a volte è terapeutico.
Fritz Lang aprì la strada al cinema di fantascienza, basti pensare a due titoli fortemente ispirati al regista austriaco, quali Blade Runner e Star Wars (Secondo Il Mereghetti, George Lucas per la creazione del droide C-3PO (o anche D-3BO) della trilogia di Guerre stellari si è palesemente ispirato al robot di Maria in Metropolis), diventando pure immagine assoluta dell'espressionismo cinematografico.
Ma a mio umile parere, ricordare Metropolis per la teoria del Capitalismo o perché piaceva tanto a Hitler, sarebbe sbagliato e poco costruttivo.
Al di là del mio bellissimo ricordo, i miei appunti in disordine e il cervello in trip durante le lezioni più affascinanti della mia vita, è giusto parlare di Metropolis come di un film incredibilmente all'avanguardia, pieno di simbolismi e frutto di un lavoro enorme. Registico, architettonico, strutturale.
Scritto insieme a Thea Von Harbou, moglie del regista, Metropolis ha l'aspetto formale di un'opera lirica ed è diviso in tre parti. 
Da un punto di vista strettamente cinematografico, Metropolis introduce nuove e sorprendenti tecniche di ripresa come l'effetto Schufftan - nome del fotografo - di cui si ricordano i fondali dipinti e gli specchi inclinati a 45° per la ricostruzione di veri e propri mondi virtuali. Fondamentalmente, questo, permetteva di curare meglio la cosiddetta profondità di campo. 


La cosa che più mi piace ricordare è l'introduzione del passo uno, o stop-motion, le riprese effettuate per singoli fotogrammi - dice wikipedia. 
Tim Burton, dico io.

Più di ogni messaggio politico, io in Metropolis ci ho visto il bene e il male. Ho visto un film che sfrutta appieno la potenza delle immagini per dire quello che ha da dire.
Uomini e non uomini, uomini e macchine, un futuro che non lascia scampo.
Gli occhi di Maria, la bocca spalancata di una macchina che divora gli uomini.
E pensare che oggi, quel lontano 2026, non è più così lontano...


lunedì 9 gennaio 2017

L'Alaska è un posto in cui fa freddo



Sapete che l'Alaska è chiamata anche "L'ultima frontiera" o "Terra del sole di mezzanotte"?
Nel film di Claudio Cupellini, l'Alaska è il posto più bello del mondo. 

Devi crederci se non vuoi sprofondare, perché i tuoi sogni ormai ti hanno spinto a un passo dal vuoto, e buttarti o meno non fa più tanta differenza.
Se penso a questo film, penso al viso di Sandro. Al suo tuffo in piscina, al suo stare sulla scena come buffone di corte, uomo dal volto tragico che indossa la maschera del comico. Valerio Binasco, con la sua prova d'attore, più teatrale che cinematografica, conferisce al film l'aspetto del melodramma. Il che non è da prendere come lamento di una certa goffaggine o poca credibilità, anzi.


Nonostante alcuni critici abbiano messo in risalto, piagnucolando, questo aspetto, io trovo che Alaska sia un film terribilmente autentico. La presenza di Sandro, fondamentale, vuole dirci che qui non è il paradiso (come il film di Gianluca Maria Tavarelli), che il posto in cui viviamo altro non è che un atollo isolato, un posto di merda. Un sentimento che non si può ignorare e che ci rende effimeri. 
Come la tragedia degli amanti per antonomasia, anche Fausto e Nadine dovranno scontrarsi con la vita, con l'inesorabile susseguirsi degli eventi e gli scherzi amari della provvidenza. Dal dramma shakespeariano a quello moderno, infatti, cambia veramente poco.
L'incontro fortuito di due giovani che sono soli al mondo, daranno l'avvio a tutta la struttura narrativa del film. A fare da epilogo c'è la solitudine dei protagonisti, e le loro diversità.
Lui, italiano a Parigi che sogna di diventare maître. Un cameriere dal francese quasi perfetto, quasi, perché si capisce che è italiano, e questo lo rende ancora più affascinante, vero. 
"Sembri un pinguino".
Lei, un'aspirante modella che raggiunge la terrazza dell'Hotel in cui lavora Fausto, mezza nuda e visibilmente scontenta, pensierosa. 
Elio GermanoÀstrid Bergès-Frisbey brillano di luce propria, sono materia plasmabile che qui si presta al dramma, quindi alla vita, così inflessibile. Condannati a sfasciarsi a vicenda, a un amore che forse a distanza fa meno male, Fausto e Nadine sono i volti disgraziati del cinema italiano. Inadeguati eppure pieni di ambizioni, come Silvio ed Elena in Una vita difficile.


Claudio Cupellini si muove tra Parigi e Milano senza trascurare nel dettaglio le differenze. Fausto cambia quando torna in Italia, e Nadine a un certo punto sentirà il bisogno di rientrare in Francia. Perché la terra, il posto in cui sei nato, racconta chi sei meglio di chiunque altro.
E Alaska è un grande film anche per questo. Racconta la solitudine e l'alienazione in carcere, nella terra straniera. Racconta il caos e le scelte più meschine in un locale notturno della bella Milano. Come la Roma di Stefano Sollima (di cui Cupellini è amico e collaboratore in Gomorra - La serie), in Suburra.

Alaska è il posto più bello del mondo. È un uomo con la slitta che a un certo punto decide di salire su una nave. Sembra una storia inventata ma è vera.
Alaska è un posto in cui fa freddo, è neve in Polinesia.


sabato 7 gennaio 2017

Carol


Le storie devi saperle raccontare, punto. Se sei un regista, devi pure avere una certa sensibilità nell'assemblare immagini e suoni, sentimenti e luci soffuse, quelle cose che persino l'aria, il freddo, possono evocare.
Se sei un bravo regista lo sai, e Todd Haynes lo è.
(Punto).

Lungi da me voler imporre un giudizio che non può dirsi mai assoluto, in ogni caso, però mi viene davvero complicato dire o pensare male di un film come Carol.
Ricordo lo sconforto e la rabbia, per La vita di Adele. Un film che si confronta con tematiche simili, ma che si perde nella bruttura e nella violenza delle immagini. Passiamo dalle sequenze sfiancanti fatte di sesso, alla bellezza seducente di un freddo invernale che si scioglie negli occhi abbaglianti delle due protagoniste. Straordinarie Cate Blanchett e Rooney Mara, rispettivamente nei ruoli di Carol e Therese.
Negli anni '50, quando l'America guardava a un amore "diverso" come a un fatto morale imperdonabile, due donne cercano di inseguire la loro passione, l'una per l'altra.
Todd Haynes, il cui nome non mi è nuovo grazie al film Lontano dal paradiso (che parla dei rapporti umani non convenzionali, per dirla così, dove una splendida Julianne Moore scopre l'omosessualità del marito e si innamora di un uomo di colore), porta in superficie le pulsioni più intime e vere dell'animo umano. E sceglie di raccontarle con quella sensibilità che fa del film un dramma profondo, che parla per mezzo degli occhi celestiali di Carol, e si slega fino ad avvolgere lo schermo grazie alla presenza scenica di Therese. Rooney Mara ha una padronanza del corpo tale da sembrare di porcellana, "una creatura venuta dallo spazio", bella di una bellezza aliena, cristallina.


Il film di Haynes si ispira al libro della scrittrice americana Patricia Highsmith, ed è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes a maggio 2015. 
La bravura delle attrici (Rooney Mara vince per la migliore interpretazione femminile) rende quasi tangibile il legame che tiene insieme Carol e Therese. Il loro amore proibito eppure così puro, è cinematograficamente impeccabile. Un placido crescendo che con eleganza e femminilità fa esplodere il cuore, seduce gli occhi.
Se sai raccontare una storia basta poco.
Un volto rigato dalle lacrime e riflesso sul vetro di un treno.
Una mano sulla spalla, uno sguardo. 
*E la mia preferita, la voglia di fare sempre mille domande e la speranza che qualcuno le abbia in serbo per noi.

*Cito la battuta che ho preferito in assoluto, quella che mi ha pizzicato il cuore. 
Therese: "Ho alcune domande ma non so se ti faranno piacere"
Carol: "Dimmi tutto quello che vuoi, ti prego"

Una risposta che mio marito non darebbe mai, per dire...


venerdì 6 gennaio 2017

Deadpool, l'antieroe che non fa per me



Grazie ai film Marvel ho capito due cose: 
Il film è un sacco bello se fedele al fumetto.
Il film è bello se il supereroe è un sacco cazzuto.

Le tette di Scarlett Johansson. Le tette di Scarlett Johansson!
Ok. Facciamo tre.

Sapevo che Deadpool sarebbe stato un personaggio atipico, e che le parolacce e la violenza l'avrebbero fatta da padrone. Ma non sapevo che questa sua cifra stilistica e caratteriale mi avrebbe letteralmente urtato il sistema nervoso e anestetizzato il senso dell'umorismo e del bello.
Guardare questo film è stato complicato, colpa mia o dell'idea di voler fare a tutti i costi un film su Wade Wilson (?) Ché diciamoci la verità, il successo di un film dipende pure dai dettagli che ci fanno stare incollati allo schermo e quelli che ci spingono in sala. 
Nel mio caso né da uno né dall'altro. E poi ho visto Deadpool perché glielo dovevo alla Marvel, tutto qui.
(Anche perché mio marito era una trottola assillante "Hai visto Deadpool? Dai, dai. Lo hai visto? No ti prego, cioè. Lo devi vedere pefforza!")

E pefforza l'ho visto, e per altre forze di cose non mi è piaciuto.
Provo a spiegare questo giudizio freddo come una serpe intirizzita dal freddo.
Provo e non garantisco.


Ci stava che Wilson fosse il mercenario stronzo e cinico e che tutto sembrasse, fuorché un supereroe.
Ci stava e lo sapevo.
Ci stava che un tizio sbucasse all'improvviso e... "Ehi, tu? Se ti dicessi che posso guarirti e renderti immortale come quel figo di Wolverine?"
E io non mi aspettavo che lui fosse figo quanto Hugh Jackman, per carità. Però non mi aspettavo nemmeno una violenza fine a se stessa e dialoghi al limite del ridicolo. Anche Tony Stark fa il cazzone e non si prende mai sul serio, ma lui può permetterselo. No?
E poi se lui è Iron Man lo deve solo ed esclusivamente alla sua testa di genio.
Deadpool è il tizio sfigato che scopre di avere poco tempo. Un male incurabile e all'ultimo stadio infatti lo porteranno ad una scelta fin troppo facile.
"Ma se poi non muori più, mi diventi un coglione immortale e auto rigenerante?"
Affare fatto.
Wade Wilson diventa Deadpool e a detta di molti lo fa per amore, a detta mia per niente. Lo fa perché non vuole crepare, come è pure normale che sia.
Io ho capito che questo Deadpool è nato apposta per parodiare tutti, persino se stesso, ma a me non piace. Semplicemente.


Mi pongo alcune domande.
Era davvero necessario far vedere lui e lei che trombano ad ogni ricorrenza?
Era necessario insistere sul fatto che Deadpool sia un coglione con il senso dell'umorismo di un quindicenne?
Era necessario evidenziare ogni mezzo fotogramma che il protagonista sta violando la regola della quarta parete e che sì, ammazza com'è simpatico lui che parla allo spettatore?
Era necessario dire che la mia tuta rossa camuffa il sangue e che i pantaloni marroni... ?
Era necessario doppiare il film in italiano?
Era necessario colosso che parla come Ivan Drago?
Insomma, era necessario Deadpool?

Io comprendo pure che Ryan Reynolds ci stava dietro da una vita, a questa cosa di Deadpool, ma se con la tutina verde non gli è andata bene, perché, capoccione, ha voluto replicare a tutti i costi con il rosso?
Che vi devo dire, prendetela come una non recensione questa. E cercate di capire.
Ma questo è proprio l'antieroe che non fa per me.


martedì 3 gennaio 2017

Come marziani che guardano il mare (Non essere cattivo)



Ostia, 1995.
Il non luogo per antonomasia, dove non è ancora estate, eppure si intravede il mare.
Mare tossico, inquinato, messo lì per inghiottire tutti. Buoni e cattivi senza eccezioni di sorta.
Sembra un film straniero, ma quella è Ostia, me la ricordo bene.
Gli anni '90 e le passeggiate fino alla rotonda e quel vestito da principessa che tanto voleva mia madre, io per niente.

Mi hanno detto che questo è un film che parla di droga e del dramma che ne consegue. Mi hanno detto che Claudio Caligari ci ha messo dentro qualcosa come a voler chiudere un cerchio, la sua vita di regista lasciato sempre un po' ai margini, mai al centro dell'olimpo. 
Mi hanno detto...
E i miei occhi sono arrivati un po' tardi, rispetto al vociferare di premi mancati e critiche entusiastiche. 
Adesso che tutti hanno già detto tutto, che la critica ha fatto, scritto, sottolineato, me ne vengo fuori io dal nulla mandando all'aria ogni logica proverbiale.
"Batti il ferro finché è caldo", dicono.

Scrivere oggi di Non essere cattivo implica una serie di fortune e sfortune, il che non mi frena, anzi, mi spinge a sfruttare quest'onda emotiva che è mia soltanto. 
Nemmeno a voler fare la critica a tutti i costi poi, ciò che realmente mi importa è meravigliarmi della bellezza che ancora riguarda il nostro cinema. Bellezza che annienta, che si fa poesia e poi allucinazione, che ti prende a pugni in faccia e che ti fa morire come un cane randagio.
Non essere cattivo indaga i luoghi oscuri dell'anima, che qui ha il sapore dell'asfalto e suona come le strade di borgata.
Roma è una diapositiva nemmeno troppo lontana, Vittorio e Cesare raccontano un legame, amore tossico destinato a tornare, che si consuma negli abbracci e nelle botte. 
E se pure il mondo è il peggior pianeta che potesse capitarci, dove i bambini muoiono e le mamme invecchiano troppo presto, noi continuiamo a parlare con lui, ad amarlo nonostante tutto. Ce lo insegna Vittorio, davanti allo specchio, davanti a un corteo circense che ricorda Fellini.
Ce lo insegna Cesare, a partire dalla sua corsa lungo la rotonda a cercare Vittorio. Quella battuta che poi ci dice già tutto.

"Aoh, io sto incazzato fracico e te, te stai a magnà er gelato?"


Mi viene in mente Alberto Sordi nei panni di Silvio Magnozzi durante le sommosse dei giorni in cui avvenne l'attentato a Togliatti. Non ricordo benissimo, ma ho l'immagine davanti agli occhi di Sordi e Franco Fabrizi, il primo preso dalle vicende politiche, il secondo da un cornetto e cappuccino. E una battuta più o meno simile: "Ma io sto a fa la rivoluzione e tu mangi il cornetto?"
Una vita difficile
E poi il naturale richiamo al primo lungometraggio dello stesso, Amore tossico.


Caligari sfrutta la macchina da presa per ciò che è, alimentando la finzione narrativa con la realtà tanto cara al nostro compianto cinema. E ci riesce con quel modo di fare che è tipico di chi sa raccontare una storia da vicino. Perché i personaggi diventino credibili, perché un film funzioni, bisogna aver assaggiato la stessa vita, la stessa merda, la stessa poesia.
E il cinema autentico, l'arte più pura, credo parta da qui.
Da una casa sfasciata che non ce la fa a sostenere il futuro. 
Da noi stessi e tutti quei pensieri.
Noi, come marziani che guardano il mare.


lunedì 2 gennaio 2017

Perfetti sconosciuti



Quando non c'era WhatsApp e Facebook avevamo solo un modo per custodire i nostri segreti. Infallibile, tra l'altro.
Noi stessi.
La nostra scatola nera era la nostra testa, e lì davvero era impossibile accedere.
Non serviva password o parola d'ordine.
Una volta o ci si capiva, oppure nada.
Parlare faceva la differenza, le amicizie storiche si fondavano su questo e nemmeno il tempo le scalfiva.
Lo sappiamo bene tutti, ma trascuriamo questo aspetto, anche solo per andare avanti e dire che in fondo, "va tutto bene".
Ma se dimentichi di guardarti allo specchio troppo a lungo, a un certo punto sei costretto a farlo. Lo capisci quando intorno è buio, e la poltrona che ti fa stare comodo ti prende allo stomaco e un po' ti divora.
Il cinema, sì.
Sono le controindicazioni dette a bassa voce, quelle scritte a caratteri minuscoli.
Però qualcuno le ha dette, qualcuno le ha scritte...
Da qualche parte.

Paolo Genovese parte da qui, e ricrea un palcoscenico tra i più familiari dell'era moderna.
Una cena a casa di amici, tra amici, che per gioco si trasforma in un vero e proprio dramma. L'epilogo è tragico, ma anche no. Tutto dipende dalle scelte che facciamo, se decidiamo di stare al gioco e accettare il rischio, oppure no.
Perfetti sconosciuti riprende le atmosfere già testate dal "Dio del massacro" per eccellenza alias Roman Polanski (si pensi a Carnage) e propone una sceneggiatura concisa e impeccabile, dal ritmo serrato e violento, proprio come il francese Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte.


Ciò che contraddistingue il film di Genovese, è tuttavia quel sapore nostrano. Le battute tipiche dell'italiano medio, che qui indossa le vesti drammatiche e comiche della romanità, maschera sempre impeccabile. Brutta, talvolta. Sporca, fannullona, meschina. Ma sempre autentica.
E il film ha il grande pregio di assecondare con grazia e sfrontatezza le vite dei suoi protagonisti.
La veridicità di ognuno di loro li rende amabili e detestabili, uomini e donne che vivono oltre quel ruolo e rompono gli schemi. Come marionette senza fili, i personaggi voluti da Genovese - e dagli altri quattro sceneggiatori del film Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello - si presentano per ciò che sono. I loro dialoghi suonano come battute di un copione ma tagliano come lame. 
Cosimo (Edoardo Leo) ce l'ha scritto in faccia che è uno stronzo bugiardo, e lo spettatore capisce subito che la prima vittima del gioco è proprio lui. Caro Leo, non lo avrei mai detto ma ti ho odiato davvero!
E poi ci sono Carlotta e Lele, straordinari Anna Foglietta e Valerio Mastandrea nei panni di una coppia stanca e divorata dal senso di colpa, sfasciata dalla noia e da piccole trasgressioni. I proprietari di casa, Rocco (Marco Giallini) e Eva (Kasia Smutniak), due che tentano disperatamente di restare ancorati l'uno all'altra, senza tuttavia riuscirci. 
Bianca e Peppe, rispettivamente Alba Rohrwacher e Giuseppe Battiston, chiudono il cerchio della solitudine segnando il paradosso dei nostri giorni. Volersi omologare a tutti i costi per non sentirsi "diversi da" e poi ringraziare il cielo per non essere come loro. 


Gli amici seduti al tavolo dell'ipocrisia, quelli a cui la verità non conviene mai, nemmeno per finta o per gioco. E la bellezza è una dea spietata che spesso trascura chi ha di fronte.
Mi viene in mente Rocco, il personaggio che ho amato di più, un uomo che sta per cadere a terra ma non lo dà a vedere. 
Che non ha grandi segreti, eccetto uno.
Quel suo non essere infrangibile.


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