giovedì 31 dicembre 2015

Bilanci, buoni propositi e Elena Ferrante

 
 
Se dovessi fare un bilancio di questo 2015, tutto ricondurrebbe alla mia prima grande gioia professionale e personale. La pubblicazione del libro e le parole di stima e affetto che piovono sui miei giorni rendendoli unici, nondimeno surreali. Ancora me lo guardo sopra la mensola ormai piena, della sala, che fa da capofila e spesso mi cattura gli occhi, come a dire:"Guardami, e dimmi che si prova!"
Apre e chiude una serie infinita di colori e pagine scritte da altri e altre, per me, per allietare le mie notti più scure. E lui se ne sta lì, beato e fiero, al posto giusto. Caramelle al gusto arancia chiude un anno meraviglioso e la mia speranza è che ne possa inaugurare numerosi altri. Vorrei inaugurasse domani, e tutti i domani che verranno. Vorrei che fosse sempre presente, affinché io possa ricominciare partendo proprio da lì, da dove siamo arrivati io e lui, insieme. Senza dimenticare da dove siamo partiti, i giorni e le notti pieni di entusiasmo, e quelli aridi, spenti e difficili.
Voglio ricordarmi di loro quando tornerò davanti al pc e le parole mi saranno ostili.
Chissà che effetto farà...
 
Ma la mia vita è anche altro, sì. Ad esempio la mia vita è questo blog, il quale rappresenta il meglio di me, la parte sana di questa passione che arde e smuove l'universo, senza freno. Il bilancio non è dei migliori, perché CriticissimaMente quest'anno è stato un po' trascurato, non ho scritto con costanza, non ho scritto tutti i giorni. Eppure lui capirà, ne sono certa. Così come, spero, capirete voi lettori e colleghi della blogosfera. Sarebbe banale e ripetitivo star qui a sottolineare le ragioni... quindi passo direttamente alle promesse, ai buoni propositi per il nuovo anno.
A partire dal primo giorno del nuovo anno, dunque domani, scriverò un post al giorno. Voglio farlo, a tutti i costi, perché lo devo al blog, a me stessa, e a tutti voi che da sempre mi seguite e sostenete questa avventura meravigliosa iniziata nel 2012.
E poi scrivere qui è la migliore palestra.
Qualcuno mi ha chiesto: "Stai scrivendo dell'altro? Hai intenzione di pubblicare ancora?"
Beh, certo che sì!
Voglio dire, se le parole mi vengono incontro e l'entusiasmo non mi abbandona, non potrei desiderare altro che continuare. Per godermi tutta la gioia e la soddisfazione, per crescere e non smettere mai di imparare. 
 
Anche se, a certe cose, non ci si abitua mai...
- Vale posso farti un'intervista per il mio sito/blog/giornale?
- Vale, ho letto il tuo libro e...
- Ciao Vale ho comprato il tuo libro e non vedo l'ora di iniziare.
- Voglio una dedica!
- Mamma fa la scrittrice!
 
Mi vengono in mente le parole, rarissime, della Ferrante in una recente intervista. Ci tengo a precisare che, a mio avviso, tutto il caso mediatico e letterario e editoriale montatole attorno, mi urta abbastanza il sistema nervoso. Queste ragioni mi hanno portato a non leggere i suoi libri. Neanche uno.
 
 "Lei hai detto che rivelare la sua identità adesso sarebbe deplorevolmente incongruo. Ma non si sente sotto pressione per il suo successo? Che cosa prova quando entra in una libreria o un aeroporto e vede pareti intere piene di suoi libri in vendita?
Evito con cura spettacoli del genere. La pubblicazione mi ha sempre dato ansia. Il mio testo riprodotto in migliaia di copie mi sembra una forma di presunzione, mi fa sentire in colpa".
Fonte IlSole24Ore.
 
Tuttavia, tra i vari buoni propositi dell'anno che verrà, c'è quello di iniziare a leggere la misteriosa scrittrice che parla di donne e alle donne, anche se, tutti continuano a chiedersi:" Ma è 'n omo o 'na donna? Ma... è una/uno oppure 'no squadrone?"
Ce lo sapremo ridire tra qualche anno, anche perché questa storia mica dura in eterno... nel frattempo io vi dico che, in tutta sincerità, nell'eventualità remota delle migliaia di copie, io mica mi sentirei in colpa. Anzi...
Vi lascio con i miei migliori auguri di buona fine e buon principio - banale, lo so - e spero che voi troviate sempre giorni nuovi, pieni di voglia e d'entusiasmo.
Ci si sente nel nuovo anno!


mercoledì 23 dicembre 2015

Quell'angolino tranquillo a sinistra - Mehdi Rabbi


 Un progetto editoriale davvero interessante, quello della casa editrice Ponte 33: “Portare in Italia la letteratura contemporanea iraniana”. L’idea nasce a Tehran, nel 2008, grazie a Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini.  Il nome Ponte33 richiama il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan fatto di 33 arcate, dove da sempre giovani e meno giovani si incontrano, parlano, discutono, recitano versi e leggono libri.
Credo sia doveroso partire dal principio, perché quando si scopre un mondo nuovo e fitto di storie, ci si deve se non altro interrogare. L’Iran è una realtà complessa, che arriva da noi attraverso leggende stereotipate, storie filtrate dal mezzo cinematografico e mediatico.
Ma la letteratura riesce sempre a compiere quel miracolo sottile, che incontra i luoghi più intimi e li riporta, così come sono. I racconti di Mehdi Rabbi svelano i rapporti giovani e disillusi della società iraniana. “Nel Khuzestan disseccato dal sole”, lontano dalla capitale Tehran, i personaggi descritti da Rabbi confessano i legami di genitori e figli, uomini e donne, come se questi si muovessero con passi leggeri da una sponda all’altra del fiume, passando sotto i ponti, incrociando alberi esotici e mercatini delineati dalle sagome di donne accovacciate. Gli uomini corrono e si contendono le donne, le più belle, quelle che non possono “appartenere” ad uno soltanto. Le donne bambine devono imparare a superare gli sguardi accesi e penetranti di tutti, e le mani raggrinzite delle vecchie invidiose.
Eppure anche qui molte donne preferiscono il silenzio (Lasciami dormire), temono l’invidia e il giudizio. Anche qui, si va al cinema e si cerca l’angolino più tranquillo, due poltrone magari a sinistra. E nel mezzo tutto ciò che non serve. Quell’angolino tranquillo a sinistra porta il lettore in un “posto davvero strano”, come suggerisce l’incipit di uno dei racconti che ho amato di più, Malihe.

Malihe era grazioso come nome. Le brutte vecchie vestite di nero del villaggio, quando vennero per vederla, presero a deglutire e a sospirare dicendo: “A Dio piacendo! A Dio piacendo! Ah, quant’è bella; ah, quant’è bella!” Per quanto fossi  poco più di un bambino, già da quei primi sguardi avvertivo l’invidia e la gelosia di quelle donne. Invidia millenaria. Quando la presero in braccio con quelle mani rinsecchite, nere e rugose, piene di braccialetti d’oro, sembrava che volessero spremerle per berne il succo e farsi gonfiare le ossa e diventare giovani di nuovo.
C’è l’amore inconsapevole in queste pagine, come se fosse sbagliato pensarlo, averne un’idea ben precisa. Tanta è la tristezza, “come il pensiero del ritorno all’inizio di un viaggio affascinante”.
 
L’autore si esprime attraverso una prosa semplice, i racconti appaiono slegati dal punto di vista narrativo, ma pregni della stessa materia emotiva. I sentimenti muovono la mano e l’anima di Rabbi, e lasciano il lettore in sospeso, senza un finale che sappia mettere davvero un punto a questo viaggio intimo.  Questa scelta stilistica conferisce al libro il dubbio e il fascino dell’indefinito e, seppur confuso e ingenuo, talvolta, Quell’angolino tranquillo a sinistra ha in sé il pregio di essere tanto incerto quanto autentico.
 

martedì 15 dicembre 2015

Più qui del qui

 
 
Dicembre ti mette sempre alla prova, anche se non vuoi.
Dicembre ti ricorda che tutto quello che è stato, a breve, diventerà passato, vecchio.
Ma tanto di quel vecchio e passato, torni a rivivere le stesse cose. Torna l'euforia e l'angoscia, il dubbio e la certezza a proposito della tua vita.
 
Quest'ultimo mese mi è passato sopra come un treno, senza fare male.
La pubblicazione del libro, la prima volta che l'ho toccato con mano, i primi commenti e la gente che scrive per dirmi: "Vale, ho appena preso il tuo libro", oppure "Vale, sto leggendo il tuo libro".
E vuoi mettere un "ti amo" con "sto leggendo il tuo libro"?
 
Nel giro di pochi mesi la mia vita è diventata un susseguirsi di gioia e gratitudine, mai come in questo momento tutto gira, e tutto concilia. Con me stessa, con il mondo intorno, compresi i tic e le voglie degli altri, anche le mie.
Eppure spesso mi rendo conto di non essere pronta.
L'atmosfera natalizia e l'imminente tripletta Vigilia-Natale-Santo Stefano, mi tira via quel poco di pacato e docile che a fatica, ho visto crescere in me. Non è che non senta più il Natale, solo che lui mi vuole preparata a tutti i costi. Senza chiedere.
 
Ma io non mi sento ancora pronta.
Non sono pronta per i menù natalizi. Per gli alberelli di pan carré farciti.
Il panettone salato.
Non sono pronta.
Non so se comprare un albero nuovo.
Non so se prendere palle e palline color oro, o blu, o rosse.
Non so se mettere le lucine fisse o intermittenti.
Non sono pronta.
Non so cosa fare l'ultimo dell'anno.
Non sono pronta per i sorrisi e gli auguri di circostanza.
Il brindisi, i botti e il rumore di carta scartata.
Non so se crederci pure quest'anno.
Non sono pronta.
 
Eppure ci sono. Per la prima volta in vita mia mi sento qui. Il dove combacia col momento, il qui non è mai stato più "qui" di così.
Non sono pronta, ma sono qui.
Più qui del qui.

*L'immagine rimanda al fumetto di Richard Mcguire, "Here".
  fumettologica.it 

martedì 1 dicembre 2015

Fuori dal tempo e dalle convenzioni, benvenuta Atlantide!

 
 
Fiocco libroso nei pressi della Capitale! Domani, 2 dicembre alle 18:00, alla libreria Koob (Via Luigi Poletti 2, Roma), verranno presentati in anteprima i primi tre libri della neonata Casa Editrice Atlantide.
 
I protagonisti sono, il saggio storico-critico di Adriano Tilgher Filosofi Antichi, uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana del Novecento, Ritratto di Jennie di Robert Nathan e la graphic novel ante litteram di Vittorio Accornero Tomaso, splendido romanzo illustrato degli anni Quaranta. Prenderanno parte all’incontro Simone Caltabellota (direttore editoriale con alle spalle milioni di copie vendute durante la sua carriera di editor e di scopritore di talenti quali Melissa P. e Stephanie Meyer), la scrittrice Flavia Piccinni (già vincitrice del Campiello Giovani, che si occuperà del coordinamento editoriale), lo scrittore e giornalista Gianni Miraglia (marketing manager) e Francesco Pedicini (direttore commerciale, direttore di produzione per oltre 20 anni di importanti case editrici come Fanucci e Fazi).
 
999 copie numerate dei soli 10 titoli pubblicati nel giro di un anno, venduti esclusivamente tramite librerie indipendenti e il web. Una scelta che va controcorrente e un motto deciso a cambiare le sorti dell'editoria.
 
 
“Vogliamo – ha spiegato il direttore editoriale Simone Caltabellota – creare un nuovo modello editoriale e culturale, che sappia essere fuori dal tempo, dai format e dalle convenzioni. I nostri primi tre libri vanno in questa direzione, esattamente come i dieci titoli che abbiamo in programma per il 2016, quando pubblicheremo il nuovo romanzo di Nada”.
Niente Amazon, né grandi catene e distributori. Per tornare all'editoria di qualità, ad un fruire lento della lettura e per riscoprire un rapporto diretto tra libro e lettore.
Domani a Roma verrà inaugurato questo interessante progetto, un brindisi alla appena nata Atlantide e un grosso in bocca al lupo!
 
 

domenica 15 novembre 2015

Donato Carrisi - La donna dei fiori di carta

 
 
"Quando la nave è salpata solo un matto può continuare ad insistere. Ma la verità è che io sono sempre stato un matto!"
 
E questo era Edward Bloom, nella meravigliosa versione cinematografica firmata Tim Burton, ispirata all'omonimo romanzo di Daniel Wallace.
Perché Big Fish?
Per la nave, per il matto che insiste, e perché io ci credo davvero, che a dare sapore alle cose siano le storie.
Conosco Donato Carrisi nella sua veste insolita, e scopro un narratore in grado di prendere la storia e farne un dato di fatto, credibile e imprescindibile. Come la guerra e il Monte Fumo, gli italiani e i tedeschi e le trincee. Ma Carrisi è anche quello che, una volta chiuso il libro, ti porta a inseguire mete orientali alla ricerca di una montagna che canta.
Così è, se non ci credete allora leggete La donna dei fiori di carta, e poi ne riparliamo.
Ah, mi raccomando. Se avete intenzione di smettere di fumare magari meglio di no, fidatevi di me. Datevi giusto il tempo di riuscirci e, quando avrete superato la prova, ricordatevi di questo romanzo.
 
Pare che Carrisi abbia deciso di scrivere La donna dei fiori di carta, per dimostrare di essere in grado di spogliarsi dei panni dell'autore "un sacco giallo, un sacco thriller". E che siano benedette le provocazioni! Dico io. Perché questo libro è una pietra pregiata, lavorata da mani impeccabili e di velluto. Con fare che è tipico del vero narratore, il racconta storie, Carrisi si muove di pagina in pagina come una Circe ammaliante, alla quale non puoi sfuggire. Il lettore infatti si perde nel fumo che sa di tutto ciò che il protagonista sfiora, e lo rende credibile. Sapore di donna, sapore di rimpianti e solitudini. Di continua ricerca e poi l'attesa.
 
Tutto ruota attorno all'attesa, almeno per come ho letto io questa storia. Il dottore austriaco non cura i soldati. La guerra non gli dà nemmeno più quella possibilità. Jacob Roumann è lì che aspetta il loro ultimo respiro, e per non dimenticare quelle vite spezzate, annota su un'agendina quelle ultime parole appena sussurrate. Aspetta.
Il prigioniero italiano deve tirar fuori un nome, il suo. O verrà fucilato dal nemico. E il nemico, ironia della sorte, è l'ultimo uomo con il quale ha condiviso l'epilogo della sua vita.
 
Questo romanzo breve vive nell'attesa e, per mezzo di essa, compie le sue gesta. Sono le storie nella storia a dare poesia e una, anche una soltanto, possibilità di "vero", alla vita di Guzman, personaggio misterioso che sembra esistere come l'Agilulfo di Calvino, che esisteva eppure non c'era. Ma la volontà di essere a volte supera tutte le ostilità, persino la guerra, un amore impossibile, un nome sconosciuto e uno strumento che deve per forza improvvisare una musica nuova. 
Oltre le sette note che tutti conoscono, oltre la storia che si impara a scuola.
Le storie migliori sfruttano il dubbio che attanaglia l'ascoltatore. "Sarà tutto vero? Guzman è esistito sul serio? E quell'uomo che fumava sul Titanic poi..."
 
Non c'è una risposta. Ce ne sono infinite altre.
Fiori di carta e fumo avvolgono la fantasia del lettore, trascinandola nella ricerca - sfiancante e romantica, nonché surreale - della verità. Con essa prende vita un ballo proibito e, più letterariamente parlando, un noir dal sapore di fumo che si consuma nell'attesa. Il talento dell'autore poi, è sorprendente.
Gli scrittori sono i nostri ultimi aedi. E poi la verità non fa per noi.
 
Le storie... preferiamo di gran lunga le storie!

lunedì 9 novembre 2015

Due righe scolorite e un tulipano

 
 
 
I libri hanno quella dote innata di smistare storie. Le portano con sé, perché non potrebbero fare altrimenti. Chi le incontra non può certo sottrarsi a questo scambio di anime e sangue, perché anche quello si scalda o si gela.
 
Al mercatino dell'usato ho preso questo libro, La donna dei fiori di carta. A pagina 82 ho trovato una lettera sigillata. Sarà una trovata editoriale?
Me lo chiedo, mica sarebbe surreale.
Però non credo...
Presa dalla curiosità la apro.
Mi sento un po' ladra, in fondo non sono io la destinataria, ma chi sarà? E chi può dirlo, ormai?
Apro, e una trama a fiori semplice in fondo alla lettera già tocca il mio cuore morbido.
Due righe scolorite e un tulipano.

"Cara mamma, sappi che ti voglio bene".
 
 Ripongo la lettera nella busta e la metto esattamente dov'era. A pagina 82.
Quanta tristezza in quella dichiarazione d'amore mai arrivata, penso.
Per rimediare mi fingo la mamma di quel bambino, e lo ringrazio con tutto il cuore.
Poi guardo i miei figli, e vorrei che nessuna busta restasse chiusa tra me e loro.
 

domenica 8 novembre 2015

Dietro la scena del crimine - Morti ammazzati per fiction e per davvero

 
 
"Si fa presto ad ammazzare un personaggio", dice Cristina Brondoni, giornalista, criminologa e dipendente seriale. Be', ha anche un debole sfacciato per Kiefer Sutherland, ma questa è un'altra storia... Diciamo che Cristina è soprattutto l'autrice di questo piccolo gioiello dal colore giallo. Una guida pratica, può sembrare folle (e un po' lo è!), su come rendere credibile un povero morto ammazzato - per fiction, sia chiaro - e su come evitare le solite sviste.
 
Dietro la scena del crimine - Morti ammazzati per fiction e per davvero, edito da Las Vegas Edizioni, analizza la fiction con sguardo esperto, appassionato, e offre al lettore spunti di scienze forensi senza cadere nella noia di un discorso troppo tecnico o esoterico. Voglio dire, il rischio di risultare pesanti, quando si parla di robe come tanatologia, algor mortis, rigor mortis e livor mortis (c'entra Harry Potter? Ehm... NO!) è dietro l'angolo. Ma l'autrice si muove con una tale dimestichezza e ironia, da far sembrare tutto incredibilmente "normale". Certo, io non ho in cucina il manuale "Veleni ed avvelenamenti" di un tale Ferraris, ma non nego di subire un certo fascino quando si parla di scena del crimine, prove, indagini, detective andati a male e quant'altro. Ovviamente parliamo sempre di fiction, nella realtà tutto questo fa veramente schifo!
 
Ciò che rende Dietro la scena del crimine, un testo sfizioso e intelligente, nonché di natura ossimorica (visti i contenuti e il mio entusiasmo), è la sua semplicità nell'esporre i modi e i tempi della morte. Comincia con il mettere il lettore a suo agio (dopo averlo un po' tramortito), perché lo interroga.
"Senza morte, del resto, che vita sarebbe?"
(Intendevo questo per tramortito).
Ecco, qui avviene il miracolo. E avviene solo a pagina 12. L'autrice ha già tutta la mia fiducia. Io pendo dalle sue labbra, io le credo. Desidero leggere Simone de Beauvoir, Tutti gli uomini sono mortali, manco fosse un inedito di Virginia Woolf...
Ma questo è il primo sintomo di un libro autentico e affilato, che fa della morte e della fiction, una passione insana sì, ma necessaria.
 
Così come diventa necessario questo testo, se vuoi scrivere un thriller e vuoi che signora morte la faccia da protagonista. Se vuoi che il tuo detective sia impeccabile, andato a male sì, ma almeno credibile. Che non si fuma sulla scena del crimine, lo devi sapere... le statistiche sono importanti, la macchina che guida il tuo protagonista pure. James Bond insegna. La scelta del dove si compie il delitto, il movente. Se c'è l'arsenico di mezzo devi aver letto, come minimo, il manuale che io non ho in cucina (vedi sopra) e pure quel capolavoro di Flaubert, Madame Bovary. Ma una raccomandazione sopra ogni altra, te la devo fare: "Lascia stare i morti impiccati, fidati!"
 
"Il cadavere per sua natura non fa un granché. Sta lì morto (a meno che non stiate scrivendo di zombie, allora no, non sta lì morto). Il cadavere non è che sia interessante per le cose che fa. Anzi, dopo un po' inizia a diventare molesto. Alcuni da vivi sono brave persone, altri meno. Da cadaveri si diventa tutti molesti in un amen, se non c'è qualcuno pronto a infilarci in una qualche bara, cella frigorifera, forno crematorio, tubo per la criogenia".
 
Capitolo 2, Oddio! C'è un cadavere in biblioteca!

giovedì 29 ottobre 2015

Caramelle al gusto arancia - In bocca al lupo a me!

 
 
"Perché magari alla fine quel sogno s'avvera".
E io non ho mai smesso di dirlo a me stessa, nonostante tutto.
Tutto che vuol dire paura, sfiducia, giorni aridi di parole. Tutto che vuol dire il paese in cui vivo, e le incertezze, la faccia della gente quando ti presenti e dici "piacere io scrivo!"
I sorrisi storti, l'entusiasmo che non c'è.
Ma le pagine a un certo punto hanno iniziato a riempirsi davvero. A un certo punto, si è fatto oggi. E stento a crederci, ve lo giuro, mentre mi sforzo di trovare un qualcosa che sia d'impatto, che funzioni...
 
La verità è che quando finisci di scrivere, è come se alle parole volessi concedere una tregua. Ci guardiamo senza più pretese, ora, senza colpe né meriti. È il momento che attendevamo. Tipo pianeti allineati, stelle che non sono più né poche né troppe.
Tipo che non so più che dire perché mi sta farneticando il cuore.

Il 10 novembre uscirà il mio romanzo, Caramelle al gusto arancia.
A partire da lunedì sarà già acquistabile tramite il sito della casa editrice 
Edizioni Leucotea
Che dire... in bocca al lupo a me!
E GRAZIE a Leucotea Edizioni.
 
Vi lascio un estratto:

mercoledì 28 ottobre 2015

Inside Out

 


Le cose sorprendenti sono due:
la prima è che ho visto Inside Out, la seconda è che gli italiani hanno fatto altrettanto.
L'incasso globale raggiunge gli oltre 842 milioni di dollari!
 
Ma a noi le cifre non piacciono. E poco importa della corsa agli Oscar e dei record al botteghino. Se parliamo di Inside Out oggi, con questo entusiasmo un poco smorzato dalla nostalgia, è soprattutto grazie a una storia semplicissima e straordinaria.
 
La storia di una bambina, che nel film procede dall'infanzia all'adolescenza, viene raccontata a partire da tutto ciò che accade dentro. Ed è questa la cosa straordinaria. Non siete d'accordo?
Abituati a vivere e a vedere le emozioni solo per ciò che ne consegue all'esterno. Fuori e mai dentro. Prima o poi doveva accadere, e chi meglio di un Pete Docter avrebbe potuto realizzare una simile impresa?
 
In realtà, considerata la mole delle critiche degli ultimi giorni e considerata pure la solita spartizione dei pensieri, ho visto Inside Out con un leggero timore. Per una che ha sempre apprezzato tutto ciò che ha da dire questa grande macchina dei sogni chiamata Pixar, le aspettative sono tante, e sono alte. Così, ho deciso di cavalcare l'onda più moderata, quella che di solito sta in mezzo e non grida al capolavoro, ma nemmeno se ne esce col muso lungo e piange delusione.
Deciso poi è un parolone... è andata così.
Quello che mi entusiasma davanti allo schermo, o davanti alle pagine di un libro, è quasi sempre l'idea rudimentale. Quella che mette in moto tutto un mondo narrativo e ne determina il risultato finale.
 
 
Qui parliamo di un'idea che scardina le nostre abitudini davanti allo schermo. Abbiamo sì una bambina, un padre, una madre e tutto il nostro normalissimo mondo esterno. Ma a dirigere tutti e tutto sono dei protagonisti inaspettati e inaspettatamente credibili. Nel quartier generale di ognuno, c'è una Gioia, una Tristezza, una Rabbia, una Paura e un Disgusto, pronti a intervenire, a guidare gli eventi della nostra vita.
Come?
Un po' come i globuli rossi in Siamo fatti così. Lo ricordate?
Ma l'aspetto più scientifico qui cede il posto alle emozioni, a tutto ciò che il corpo spesso tace, nasconde. I protagonisti sono proprio loro, le emozioni, intese come stati d'animo.
La loro presenza è fondamentale. Se vai a San Francisco e ti vendono solo pizza con i broccoli, Disgusto interviene e ti ricorda che quella roba verde potrebbe avvelenare la tua persona. E questo coinvolge inevitabilmente anche Rabbia.
Paura calcola ogni rischio, ma spesso viene travolto dal desiderio di mollare tutto e fuggire.
Gioia deve tenere sempre tutto sotto controllo, credo sia lei la presenza necessaria, ma credo persino che, senza Tristezza - quella cosa ingombrante e goffa che rischia di mandare in frantumi tutto ciò che sfiora - nemmeno la gioia più esperta sarebbe infallibile.
 
 
Come dire, siamo imprescindibili. Mai d'accordo e tutti uguali, eppure necessari gli uni agli altri. Mi piace vedere nel film un messaggio universale di questo genere. Ci tengo inoltre a rispondere a quella scia di pensiero che descrive il film come "poco adatto ai bambini", perché non capirebbero, perché si annoierebbero, perché alcune tematiche vengono affrontate con troppa leggerezza. Sono queste le opinioni più "strane" che ho letto in giro.
Ma io non sono affatto d'accordo!
 
 
Ancora siamo convinti che i bambini certe cose non le capiscono?
Ah!
Che illusi che siamo noi GRANDI.
 
Alla fine Inside Out parla dei primi grandi problemi della vita. Quelli che poi ricorderai con un sorriso, ma allora facevano male davvero. Il trasferimento e una nuova vita. Amici nuovi, strade nuove da imboccare e imparare in fretta. La spensieratezza che spesso si perde e svanisce, in un luogo buio cui non puoi accedere, al massimo puoi pensarlo. Un dimenticatoio destinato a tutti, lo stomaco del subconscio, dove un attimo prima guidavi un razzo spaziale insieme a Bing Bong, il tuo migliore amico - sì, quello immaginario - e un attimo dopo, un elefante rosa ti sembra solo l'ennesima cosa stupida e insignificante del mondo.
Sei grande, e non ti importa più di raggiungere la luna.

giovedì 22 ottobre 2015

Bessie Smith, l'imperatrice del Blues

 
 
La HBO porta in tv la storia dell'Imperatrice del Blues, Bessie Smith.
Imponente e graffiante, Bessie incarna il miracolo dell'ascesa. Dalla miseria alla fama, seppure la storia ha da esibire le solite carte e getta ovunque pregiudizio e discriminazione.

La pelle, e il colore che più di tutti spaventa, quello di donna.
E Bessie era una mina vagante, voce maestosa e leggera, un luccichio incostante che sfiora il cielo per poi schiantarsi a terra.
Bessie Smith fu da esempio a grandi artiste come Janis Joplin, Norah Jones, Ella Fitzgerald e molte altre, ma la sua storia, che ripercorre quella di un paese come l'America degli anni '20 e '30, è destinata al tramonto.

A riempire lo schermo è la regina Dana Elaine Owens, meglio nota come Queen Latifah. Indomabile e perfetta, la sua performance riceve una candidatura agli Emmy e ai Critics' Choice Television Award, e porta a termine un'impresa complessa. Lo fa con eleganza e maestria, senza mai tentennare, col fare che è tipico solo delle grandi attrici. E non bastano vestiti sgargianti e piume di struzzo a riportare in vita un pezzo di storia del blues e del jazz. Ci vuole la stazza del fuoriclasse, ci vuole sangue caldo che scorre nelle vene e una credibilità che rende tutto naturale.
 
 
Bessie Smith era una donna dal talento versatile, passionale e piena di sé. Il regista Dee Rees, sfrutta appieno le capacità della Latifah e mette insieme i pezzi di una vita tormentata e piena. Al di là della musica, dell'America che divide ancora i bianchi dai neri, questa è la storia di una donna che doveva a tutti i costi riempire un buco nello stomaco, divorando tutto.
Persino se stessa.
 
 

mercoledì 21 ottobre 2015

Giacomo Festi - Vita da scarabocchio

 

La fuga e l'insoddisfazione, l'odio verso il mondo e verso tutti.
Si chiama adolescenza, sì.
Ed è quello che ci racconta Giacomo Festi nel suo terzo romanzo, Vita da scarabocchioLeucotea Edizioni.
 
Fuggire dalla propria immobilità, alternando al desiderio di evasione, la paura dell'ineluttabilità. Perché la vita che fai, porta il tuo nome, ed è vero. Ma a volte a guidarci sono gli eventi e, che lo vogliamo o no, persino le azioni e il volere degli altri.
Vita da scarabocchio è l'avventura drammatica e rocambolesca di una ragazza obesa, poco in sintonia col resto del mondo, e con se stessa. Elena ama disegnare, ma non ama il suo corpo e la sua vita, tanto da ridurre tutto ad uno squallido show: ingurgitare cibo di ogni genere.
I problemi legati alla propria identità, alle relazioni sociali e la sfiancante corsa verso la risposta più ambita: "Cosa ci faccio io al mondo?", fanno di lei l'ennesima vittima di un sistema avvelenato, che guarda all'impeccabile e diventa inammissibile. La bella presenza, una forma che sia allettante, e possibilmente un bel culo - grazie!
 
Elena viene descritta come un corpo esagerato, i cui contorni sembrano esplodere da un momento all'altro, tanta è la rabbia e la materia adiposa costretta a convivere in un una cosa sola. E nell'indifferenza e nel giudizio degli altri, spunta dal niente uno scarabocchio capace di muoversi da un muro all'altro e, tanto scemo da rivolgere la parola a quella cicciona sfigata e dark.
Lo scarabocchio diventa metafora di evasione, e incarna nelle sue elementari fattezze (è stato disegnato da una bambina) tutta la complessità dell'età adolescenziale. Abbandonare il muro e staccarsi, verso un mondo ignoto, abitato da esseri piuttosto "strani", che camminano e hanno l'orecchio sempre impegnato. Gli occhi mai.
E parlano, parlano per ore e ore, ma alla fine tutto resta in superficie, come il sistema vuole. Tutto appare e nulla più.
 
Ad arricchire questo agglomerato di desideri e paure, il problema dell'integrazione e le conseguenze delle scelte sbagliate. Così come la difficoltà nel crearsi un ruolo preciso e poi doverlo mantenere, a tutti i costi. Ma a far scorrere le pagine, è la fantasia, che nonostante tutto trova sempre una via di fuga e si sposta, come quello scarabocchio. Di muro in muro, di testa in testa.
 
Perché il nero non è mai "nero e basta", e per staccarti dal muro devi essere pronto a cambiarti.
 
P.S. Complimenti all'autore, nonché amico e collega di molte avventure. Perché tutti hanno avuto un'adolescenza di merda, ma pochi le palle di staccarsi dal muro.
 
 
 

venerdì 16 ottobre 2015

Suburra

 
 
Suburra era la Roma antica, sita tra i colli e diventata poi, per antonomasia, il quartiere più malfamato di una città. Era Roma, e col tempo rimane, la città eterna bagnata dalla pioggia e sporcata dalla criminalità.
 
Ma l'acqua non leva via tutto...
Dalle pagine di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, prende vita per mano di Stefano Sollima, un conto alla rovescia grigio e bagnato, che anticipa l'Apocalisse.
 
Nei giorni della Suburra nessuno piú è innocente.
«Il Libanese era morto.
Tanti altri erano morti, qualcuno era diventato infame, qualcuno si faceva la galera in silenzio, sognando di ricominciare, magari con un lavoretto senza pretese.
Il Samurai era ancora là. L'antico nome di battaglia denunciava ormai soltanto sogni abbandonati. Ad affibbiarglielo era stato il Dandi, ma lui aveva cercato di esserne degno.
E il potere, quello, era concreto, vivo, reale.
Il Samurai era il numero uno».

Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo, Suburra
 
 
Per capire meglio questo Samurai, dovremmo leggere il romanzo. Dovrei. Devo.
Perché di questo meraviglioso e inquietante affresco di una Roma odierna, non ho capito alcune cose. Chiedo scusa ai più, che avranno letto e dato un senso ad alcune scelte narrative, al contrario di me.
Ribadire che Sollima sia un grande regista, credo sia noioso ma in ogni caso doveroso. Roma stavolta si vede dai bassifondi, con la bocca e gli occhi che sfiorano l'asfalto. Ed è un effetto ipnotico, seppur spossante. Perché Suburra è la storia di una Roma criminale che si ripete nel tempo. Che plasma gli errori e dimentica le opere di bene, le decisioni giuste, democratiche, fatte per accontentare il volere della plebe.
Ma qui la gente non si vede. Non vi è traccia delle autorità giudiziarie, delle Forze dell'Ordine. Niente che sia accostabile alla Giustizia, o almeno, al "tentativo di".
 
Roma è sola.
Vuoto. Sgomento. Paura.
 
E torniamo al Samurai, la figura del diplomatico con le fattezze di un Claudio Amendola, sì all'altezza, ma poco credibile. Il passato che torna e sopravvive, nel fango della criminalità di oggi. Il vecchio boss della Banda della Magliana, onnipresente. Quello che se ne va in giro col T-Max e l'impermeabile, e sembra più un professore che un mafioso. Ma... le apparenze si sa, ingannano. E poi i più pericolosi sono quelli che non ti aspetti.
Dicono...
Dopo averlo apprezzato nel godibilissimo Noi e la Giulia, torno a parlare di lui con minore entusiasmo. Non che abbia deluso una qualche aspettativa, solo ho fatto molta fatica a dare al suo ruolo una certa credibilità. A un certo punto ho pensato: "Il Samurai sta sempre in mezzo ai coglioni come Jor-El in Man of Steel, perché?"
Ovviamente si fa dell'ironia. Ma io l'ho pensato davvero!
Così come ho fatto fatica, ad accettare (intesa come reazione fisiologica, quindi inevitabile) un epilogo che sa di giustizia fai da te, molto, ma molto poco verosimile. Non aggiungo altro. No spoiler!
 
Ma Suburra ha il pregio d'essere gigante, e nasconde in ogni caso queste piccole disavventure narrative. Mentre ero in sala ho immaginato persino una serie. I giorni prima dell'Apocalisse, forse, avrebbero voluto distanziarsi maggiormente, l'uno dall'altro.
"Suburra - La serie". Sollima e le serie tv, sì. Ma anche ACAB non ci aveva fatto rimpiangere nulla, anzi. Forse con Suburra prendi ancor più coscienza della sua enorme potenza registica, ma anche della sua predominanza in fatto di serialità. L'impressione è che, questo film, risenta della sua stessa natura. Come se il mosaico da rimettere insieme fosse "troppo", e che la Roma di oggi non la racconti in una settimana. Che cinematograficamente fanno 130 minuti.
 
Sono pensieri inevitabili, ma poi succede che davanti allo schermo rimani indifferente a tutto ciò che non va. E non so nemmeno spiegarlo ma...
Un po' come quando sai che la tua città se la sta passando davvero male, lo sai. Perché ci vivi e la vedi tutti i giorni.
Poi però la guardi, e non ti chiedi più niente. 
 
 
Favino è disgustoso. Nel senso che la sua natura d'attore lo porta ad annullarsi come uomo, e lo innalza a simbolo. E come lo interpreti lo schifo? Il politico immune e porco e sporco, che fai fatica pure a guardare o a pensarlo possibile. La sua voce, il suo stare sulla scena come se nulla fosse, un corpo lurido, che diventa l'immoralità, la perversione di tutti, nessuno escluso.
Alcune sequenze da brivido, merito del regista, della fotografia di Paolo Carnera, e di un attore che solo, avrebbe raccontato il degrado e l'Apocalisse.
Grandi prove poi, quelle di Elio Germano, Alessandro Borghi e Greta Scarano.

mercoledì 7 ottobre 2015

Ti hanno mai detto che era solo un B2?

 
 
Ottobre è il mese dedicato alla prevenzione contro il tumore al seno. So che non c'entra molto con la linea editoriale del blog, ma c'entra con la vita. E direi che merita il suo spazio.
Anche qui, in un blog che parla di cinema e letteratura.
 
Gira da qualche giorno, una locandina realizzata dalla Lega italiana per la lotta ai tumori (Lilt), la quale ha pensato "bene" di scegliere come testimonial, una bella donna. La bella donna è Anna Tatangelo, e fin qui direi che non c'è nulla di male. Perché dovrei scatenare una bufera?
In fondo è il messaggio che conta. Quello che, questa donna scelta, riesca a trasmettere attraverso il suo corpo, i suoi occhi, la sua persona, la sua storia.
Un seno rifatto stretto tra le braccia, e la faccia sbiadita di una gatta morta, però, non trasmette esattamente quel messaggio. Il messaggio rivolto a tutte le donne, a quelle che non hanno ancora mai fatto una visita al seno, mai una mammografia. A quelle che di visite ne hanno fatte fin troppe. A quelle che hanno lottato contro il male. A quelle che hanno vinto. A quelle che non ce l'hanno fatta. A quelle che, del loro seno, non resta che una cicatrice. E il dolore. L'umiliazione. Il rifiuto di un corpo che non si accetta quasi più.
 
E invece la testimonial scelta dalla Lilt, è bella. Sembra non avere la più pallida idea di cosa significhi... un ago infilato nel seno. La chemio, le cure devastanti e il crollo di tutte le certezze.
No.
La bella donna non si è mai sentita dire: "E' maligno!", oppure "Era solo un B2 signora, stia tranquilla".
A voi l'hanno mai detto, che era solo un B2?
Chissà se alla testimonial bella e col seno rifatto, lo abbiano mai detto...
 
Ottobre rosa. Vuol dire che dobbiamo pensare a noi, a prevenire qualcosa che potrebbe distruggerci. Non è per appesantire i vostri pensieri, ma in Italia si ammalano 48.000 donne ogni 12 mesi. La buona notizia però, è che grazie alla prevenzione, le guarigioni sono raddoppiate in venti anni.
 
A me l'hanno detto. Che era solo un B2.
Mi hanno infilato un ago da 8 nel seno.
Mi hanno detto di stare tranquilla.
Tranquilla un cazzo!
Mentre uscivo dallo studio, il medico mi ricordava che sarebbero passati quindici giorni, e poi avremmo avuto la risposta.
La risposta.
Maligno o benigno.
La va o la spacca!
E sono stati quindici giorni pieni di paura.
Sono uscita dall'ospedale con il ghiaccio sul seno.
Avevo la tetta addormentata.
Fanculo!
Mi sentivo stordita, lo ero.
Il medico prima di bucarmi la tetta mi fa: "Tranquilla signora, è un'anestesia leggera. Quella che usa il dentista".
Sarà... ma a me quell'ago metteva ansia.
E mentre quello spingeva, sempre più a fondo, fino a bucare la mia carne, quell'ago aspirava qualcosa di me.
Di mio, della mia intimità, della mia persona, del mio essere donna.
Non avrei mai voluto perdonarlo.
C'ho pensato per quindici giorni, rivedevo gli occhi del medico e continuavo a sentire quell'ago.
Quando sono tornata, in quello stesso studio, il medico che avrei voluto uccidere era lì. Sempre lui.
Aveva in mano la mia risposta.
Maligno o benigno.
Benigno o maligno.
O va bene o va male.
Quello poi sorride, mentre a me mancava l'aria nel petto.
Stavo morendo.
"Come immaginavamo..."
- Io non ho immaginato un bel cazzo di niente, ma vabbè...
"Era solo un B2".
Che in termini pratici vuol dire?
"Un fibroadenoma. Un tumore benigno. Molto frequente nelle donne della sua stessa età".
Ero viva e lo sarei stata, almeno per un altro po'.
"Ma questo coso... potrebbe cambiare e diventare pericoloso?" - chiedo io.
"No signora, stia tranquilla. Ma d'ora in avanti la chiameremo per la prevenzione del tumore alla mammella. Una volta all'anno verrà qui e faremo un controllo".
"Ok, ma non bucarmi più la tetta o ti spacco la faccia!"

 

giovedì 1 ottobre 2015

Arance e martello

 
 
Di Diego Bianchi, in arte Zoro, conoscevo soprattutto la sua attività di Blogger e conduttore, avviato a quest'ultima professione tramite il web, con il programma Tolleranza Zoro.
Con questo stesso format, il giornalista e attore romano, arriva in tv nel programma di Serena Dandini, Parla con me. Un fatto mai avvenuto prima, almeno in Italia. Prosegue il suo percorso al fianco della Dandini fino ad arrivare a un programma tutto suo, Gazebo.
 
Mi piace sottolineare i percorsi, mi piace la gente che so da dove viene.
 
Perché questa premessa?
Perché dopo aver visto Arance e martello, film esordio di Bianchi, torno a non capire alcune dinamiche, alcuni giudizi.
Non capisco ad esempio, le ragioni per cui, un regista romano che racconta uno spaccato del proprio quartiere, sia costretto a subire per l'ennesima volta, la colpa dell'esser romano. La colpa di narrare una realtà troppo poco identificabile, perché romana. Come se la romanità precludesse, a prescindere da dove la si guardi, un fattore stonante e distorto, che non può essere capito, che non arriva e, di conseguenza, non piace.
 
Ma parliamo del film, che dovrebbe più o meno essere, la ragione regina di ogni sensata discussione. Critica e non.
L'idea di Bianchi è quella di realizzare una sorta di documentario, che guardi con particolare attenzione alla realtà contemporanea. L'estate 2011 si ricorda per il caldo atroce e per una serie di cambiamenti politici, che non sto qui a sottolineare... era giunta l'ora di liberarci dal male. Ecco.
A San Giovanni un gruppo di "compagni" del PD, vuole darsi da fare e mischiarsi tra la gente, tra gli spazi stretti del mercato storico del quartiere. E mentre questi del partito speravano nella fatidica firma per cacciare via "il passato", un giornalista prende una telecamera e raccoglie le storie di tutti.
 
La storia del pescivendolo, e della concorrenza al femminile. Del salumiere, del fratello razzista, del venditore arrivato a Roma dal Bangladesh, quello che tifa Roma, quello che tifa Lazio e il rappresentante dei commercianti. Quello che fa il carciofaro e tiene Padre Pio sul banco, e spera e prega, e nel mentre frega gli altri e pure se stesso. La ricercatrice bona e presumibilmente mignotta, ma iscritta al Partito dal 2008.
In questa Roma caotica c'è davvero di tutto. L'asfissia dovuta alla puzza che non levi più, quella dell'indifferenza però, no del pesce che vendi da una vita. La puzza degli ideali sbagliati, di una generazione allo sbando che imita le gesta dei predecessori senza nemmeno sapere chi fossero.
 

In questa Roma c'è un pezzo della nostra storia, nostra, non mia che sono romana e vivo a Roma. Mia di tutti. Di chi va a votare e non sa nemmeno perché, di chi è stato privato del diritto e del dovere alla resistenza, e non intendo quella politica. Intendo quella che ci fa vivere, andare avanti e resistere.
 
Qualcuno ha accusato Bianchi di non essere stato in grado di dare al film, la propria riconoscibilità. Che cazzata è mai questa?
Il mio primo film e vuoi la riconoscibilità?
Be' però se ci pensi, questo termine fa un sacco radical chic. E a noi critici piace assai.
RI-CO- NO-SCI-BI-LI-Tà - non mi viene la A con l'accento, scusate.
 
Eppure, se solo guardassimo meglio, si riconoscerebbe (Riconoscibilità? No. Riconoscenza!) a questo film, una dichiarata e profonda inadeguatezza che fa di un'inettitudine il più grande pregio. Quello di guardarsi meglio e capire che non si è niente e nessuno, ma poi ti guardi intorno e vedi che nessuno lo sa, nessuno se ne accorge. La colpa di tutti è la colpa dell'individuo, di chi vota e di chi si fa votare, di un paese che dovrebbe cambiare ma non ha la forza, gli ideali.
Dove i figli di nessuno e i figli di chi ha fatto la Resistenza, sono fusi nello stesso tempo, senza potersi distinguere. Se hai gli ideali magari vivi meglio, ma nessuno se ne accorge e, parliamoci chiaro, se mi garantisci quei soldi a fine mese, io, il voto te lo do. Sai quanto me ne frega poi dell'IDEALE...
 
Perché non è così?
Lo è. E le conseguenze poi sono tragiche e comiche. Inverosimili, ma presenti in ogni dove. E la vita è la stessa per tutti. Per l'extracomunitario, per il vecchio che passa il suo tempo al bar, per i ragazzini coatti sui motorini, per il pescivendolo al mercato rionale, per il giornalista onesto e quello stronzo. Per chi è di destra o di sinistra.
Per il laziale e il romanista.
E pure per voi, che appena sentite Roma vi voltate dall'altra parte con indifferenza. Come se questa storia non riguardasse pure voi.
Vi riguarda eccome, ma fate prima a dire che certe storie sono "troppo romane", che non vi identificate, che non capite.
 
Paola Casella su mymovies.it conclude la sua illuminante recensione, così:
 
"L'altro tallone d'Achille di Arance e martello è la tendenza a parlare ad un pubblico di "iniziati", meglio se romanocentrici. È giusto radicare una storia in una realtà locale ben identificabile, meno utile fare conto su riferimenti comprensibili solo ad una cerchia ristretta. Zoro ha il suo pubblico, ma può legittimamente aspirare ad una platea più grande, se ricorda di non escluderla dai suoi orizzonti".
 
Cara Paola, ma voi 'na platea più grande de Roma?

mercoledì 30 settembre 2015

Big Hero 6

 
 
Con Big Hero 6, la Disney si ispira per la prima volta a un fumetto Marvel. Una sfida che richiede coraggio e originalità, se solo si considera il precedente Frozen.
Eppure, parliamo di questo 54° lungometraggio firmato Disney, come del "capolavoro dopo il capolavoro".
Qualcosa che nessuno o forse pochi, si sarebbero aspettati.
 
E la risposta è semplice, come lo è perdersi nei colori accoglienti di una città surreale, che fonde i tratti d'Oriente e Occidente, San Fransokyo.
Ci si perde poi nel dolore e nel tentativo di superarlo. Come accadde per Bambi o Il Re Leone (il più grande trauma cinematografico della mia vita!). L'amore fraterno e la forza di una famiglia semplice, e poi un operatore sanitario personale...
 
Disegnato con il solo e unico intento di commuovere chiunque, e vi sfido, uno ad uno, se doveste affermare il contrario. Baymax è la voglia di un abbraccio, la dolcezza che si sposta e si sente talvolta ingombrante, eppure arriva dove vuole. Ti guarda, ti "scannerizza" e ti cura.
Un Bot-Totoro, bianco e morbido, di cui tutti avremmo bisogno.
Ma Baymax non è soltanto l'amico pronto a salvarti, non che questa attitudine sia di poco conto, tutt'altro. Però non possiamo fare a meno di ricordare che, il meglio di noi che facciamo in vita, anche dopo di noi, continuerà ad esserci. Il nostro bene, nel caso ci fossimo riusciti davvero, continuerà a sopravvivere, a trovare una dimora sicura, una strada nuova da prendere.
 

Un gruppo di nerd scatenati, supereroi poco credibili ma... chissenefrega!
Perché alla fine vince il bene, vince quella cosa cicciottosa e morbida, pronta a ricordarti che devi stare bene.
Un altro film destinato a diventare un classico delle nuove generazioni. Mio figlio Luca ad esempio lo ha trovato straordinario, lui che ama i supereroi e i protagonisti che hanno più o meno la sua stessa età. Ora lo adora, e lo vediamo almeno una volta al giorno.
Tant'è...
 
"Luca smettila di fare lo scemo!"
"Mamma... non rientra nel mio database personale".

sabato 26 settembre 2015

Il cavaliere inesistente

 
 
Dinanzi a te mi sento sempre inadeguata, piccola.
Ma se io non ti guardassi, come potrei provarci?
E poi quante cose mi insegni?
Quante che tu sai dire, per le quali io non trovo le parole...
L'inquietudine, la rabbia indeterminata, l'incertezza, l'inadeguatezza.
E la più bella in assoluto, la manchevolezza.
 
Nessun libro mi lascia col fiato corto, tipico delle prime volte, anche quando di tutte quelle prime volte perdo il conto.
Calvino parlava al futuro, del futuro stesso. Metteva in guardia noi e lui, da ciò che ci attendeva. E il futuro era lì, appena dopo l'ultima pagina. Dopo l'ultimo punto che fai fatica ad accettare, perché di romanzi cavallereschi moderni, non ve n'è esistenza al di fuori di questo.
Il cavaliere inesistente. 

Di quale meraviglia è capace la letteratura?
Me lo immagino Algilulfo e la sua armatura bianca, mentre tenta disperatamente di dare ordine al caos, in questi tempi frenetici, in questa civiltà allo sbando. Me lo immagino in tutto il suo splendore, nonostante il suo non essere e starci per davvero. E torno a sperare per l'uomo, un po', non fosse altro che per quel grido disperato e poetico di uno scrittore che lasciava al futuro le sue ultime domande.
La forza di volontà, uomini.
Ché a forza d'essere prima o poi s'impara.
 
 

venerdì 25 settembre 2015

Erri De Luca - cittadino della lingua italiana

 
 
Non voglio parlare del processo, nemmeno dell'utilità o meno di una linea ferroviaria che va da Torino a Lione ad alta velocità.
Ecco detta la TAV.
Non sono un' ambientalista, non so dire quale impatto abbia sull'ambiente un impianto di questo genere.
Non sono una cittadina della Val di Susa, certo se scavando e scavando  mi viene fuori l'amianto, un po' di paura l'avrei. Ma credo sia normale.
Non sono un politico, non sono un magistrato, non sono giudice.
Potrei non essere nulla, potrei non essere in grado di esprimere un giudizio imparziale e onesto, e potrei non avere i mezzi per farlo, se pure io lo volessi.
 
Potrei condividere le idee di uno scrittore accusato, il primo al mondo, di incitazione a commettere reati. Potrei non condividerle affatto.
Potrei fermarmi un attimo, capire meglio questa storia, anche solo per capire le ragioni e i rischi, che portino poi sul banco degli imputati.
Anche solo per spiegare ai miei figli, cosa si rischia in questo paese, e perché.
 
Perché?
 
Perché la libertà di espressione è la sola arma di cui dispone anche l'uomo misero. La sola che non possono, ancora, negarci. Oppure si?
Le idee politiche non devono essere condivise per forza, e non devono essere negate.
La libertà non può essere reclusa.
Al di là della vicenda sì TAV, no TAV, dalla quale me ne vengo fuori completamente, io mi strazio nel pensare alla storia di un uomo, accusato per aver espresso la propria opinione.
Mi strazio nel pensare che una parola scomoda, un verbo (sabotare), possa risultare tanto inaccettabile da lanciare un'inchiesta. Da costruir su un caso che esige giustizia.
Ma la giustizia come agisce?
Dove, agisce?
 
Io non c'ho mai capito niente di giustizia, né tantomeno di economia e politica ambientale. Ma ho aperto tante volte il dizionario della lingua italiana. Quello che ogni tanto libero dalla polvere. Quello che il giorno della maturità mi ricordava davvero chi fossi, chi sono.
E dinanzi a questa storia, e al di là di un treno che corre ad alta o a modesta velocità, io ringrazio questo scrittore, Erri De Luca. Perché mi ha raccontato la storia più vera di me.
 
Quella di una cittadina della lingua italiana.
 
 
 

E anche solo per questo, #iostoconerri .

giovedì 24 settembre 2015

#CriticissimaMenteParlando - il programma sul cinema come piace a te

 

 Lo so, lo so. Un titolo pieno di ego, se vogliamo essere proprio critici.
Ma alla fine cosa volete che vi dica?
Se non quello che vi ho appena detto...
 
Ok, proviamo a mettere in riga due parole sensate.
Il 28 settembre torna il mio programma web radiofonico, CriticissimaMente Parlando. Per chi non lo sapesse, il programma va in onda tutti i lunedì dalle 19:00 alle 20:00 su www.ryar.net.
Ok, ma di cosa farfugli in questo programma?
Ecco.
CriticissimaMente Parlando è un programma sul cinema di ieri e di oggi, che vuole fare della critica un punto di incontro, anche scontro, perché no. Durante queste stagioni passate, abbiamo cercato di rivivere insieme quei film che ci hanno segnato e, seguendo le preferenze più o meno di tutti gli ascoltatori, reso di conseguenza, gli spettatori che siamo oggi.
Il programma prende il nome dal blog (non lo avreste mai detto, lo so), e accanto a me, da ormai più di tre anni, l'amica e collega Alessia Grasso - Ale la Bionda e l'amico e cugino Andrea Follo - Follo Super Sloooth, senza i quali questa meravigliosa avventura non potrebbe essere.
 
Ho voluto approfittare di queste pagine per ricordare anche a voi, fedelissimi lettori e colleghi, che nella realtà delle web radio, esiste anche il mio programma. E io ci tengo molto, e sarebbe davvero bello avervi tutti sintonizzati.
Io ci conto, ok?
Intanto, giusto per stuzzicarvi un po', vi anticipo che il primo mese sarà dedicato ai capolavori targati Disney/Pixar, e questa, è la bella locandina realizzata dal sopra citato Follo Super Sloooth.
 
 
 
 
CriticissimaMente Parlando, il programma sul cinema come piace a te.
Oh yeah!


mercoledì 23 settembre 2015

Tu le sai le generazioni?

 

 
Significato o etimologia?
Io ho sempre pensato le generazioni come un gruppo di sfigati nati all'incirca nello stesso periodo, tipo noi.
Ho sempre immaginato lo scorrere del tempo e con esso, le generazioni che si danno il cambio. Un gesto che lascia ai posteri un po' delle vecchie usanze, moda e costumi, manie e debolezze.
Il fenomeno che ha segnato la mia vita, vorrei che segnasse anche la tua, "oh mia nuova generazione che ti accingi a succedere la mia". Certo devo volerti proprio male... se voglio a tutti i costi lasciarti le mie sventure. Ma non è questo il punto.
 
Il punto è, che io ho iniziato a pormi certe domande in età piuttosto avanzata. Ripeto, la generazione era semplicemente tutto ciò che riguardava me, il tempo presente e le cose comuni. Se un bambino faceva le stesse cose che facevo io, ero certa che quello fosse un sintomo, inequivocabile, della mia stessa e identica generazione. Non le davo un nome proprio, era l'idea. Se mi usciva di dire "generazione" era per sentito dire, nulla più.
 
Mio figlio invece ne parla come se il termine "generazione" lo avesse coniato lui.
Sette anni. Un metro e venti di inspiegabile saggezza.
"Ma è davvero mio figlio?"
Me lo chiedo spesso.
"Ma è davvero figlio di questi tempi? Di questa misera, sfortunata, e coraggiosissima generazione?"
Sì. Lo è.
 
Dal punto di vista sociologico, le generazioni si riallacciano un po' al discorso fatto sopra.
"Il termine generazione identifica un insieme di persone che è vissuto nello stesso periodo ed è stato esposto a degli eventi che l'hanno caratterizzato" (Wikipedia). 
 
Dal punto di vista etimologico invece, "Il termine generazione (dal latino gĕnĕrātĭo, -onis derivato dal verbo gĕnĕro "io genero" a sua volta affine al sostantivo gĕnŭs, gĕnĕris "genere, discendenza, specie, stirpe, nascita, origine, prole, popolo"; cfr. greco γένος, -ους, da una radice γενεσ- da cui, per rotacismo il latino gĕnŭs, gĕnĕris) viene utilizzato per definire tutte le persone dello stesso livello in un albero genealogico. Ad esempio un fratello una sorella e un cugino fanno parte della stessa generazione".
 
Io non pensavo che la mia generazione fosse pure il mio albero genealogico.
Voglio dire, una generazione sfigata, che non ho scelto e mi scorre pure nelle vene...
Al di là del mio ottimismo, vorrei concludere con un pizzico di poesia e saggezza di cui solo i bambini sono capaci. Credete a me, ne ho le prove.
 
"Mamma, io e Alessia mi sa che ci siamo fidanzati".
Faccio la vaga e fingo un sorriso.
"Ma dai? Bene..."
"L'hai vista ma', era quella che ho salutato all'uscita".
"Ah, ecco. Sì... molto carina".
Lui sorride.
"Però ma', mi sono accorto di una cosa..."
Sembra grave, così indago subito.
"Di cosa ti sei accorto?"
"Eh... sulle moltiplicazioni siamo bravi tutti e due. Sul calcio lei è così e così. Italiano è brava e mi sa che è pure un po' ricca".
Muoio.
"E cos'è che hai scoperto di così grave?"
"Ma'... non sa le generazioni!"
Me lo dice con una faccia che non so nemmeno raccontarvi.
"In che senso?"
"Io gliel'ho detto. Ma tu le sai le generazioni?"
"E lei?"
"E lei ha detto di no".
"E tu lo sai cosa sono, le generazioni?"
"Ma'... certo che lo so. Sono le famiglie che passano".
 
Capita di rado, e solo grazie ai miei figli. Ma poi ci penso davvero...
Forse questa nuova generazione sarà migliore.


lunedì 21 settembre 2015

La tua prima volta, il cinema, e un grande ukulele

 
 
Mi sono sempre chiesta: "Da dove vengono i Minion?".
Lo so che può sembrare ridicolo, e non lo è, ma la mia più solida convinzione mi ha portato a credere, almeno fino a ieri,  che i piccoli "pinoli gialli", fossero nati per mano di Gru.
 
E invece no.
La scienza e le teorie dell'evoluzione riguardano anche loro.
I Minion ci sono sempre stati, ancor prima dei dinosauri (ditelo al T-Rex...) e il loro unico scopo era "servire un super cattivo".
Sulla scia dell'entusiasmo per i film precedenti, procede e si evolve, seppure all'indietro (ricordiamo che questo funge da prequel) quell'inspiegabile formula magica per cui, "Sì, sono cattivo. Ma ho il cuore buono e tu mi crederai".
Vero. Stramaledettamente vero.
 
Succede addirittura che, nella fiera dei super cattivi (l'Expo, a proposito, è il top) lo spettatore riesce tranquillamente a scovare il cattivo vero, da quello fasullo.
Scarlett Sterminator è cattiva cattiva, mio figlio ha detto così.
Gru è un cattivo "così-così". Lo ha detto sempre mio figlio.
 
Mi limito a dire che, in questo adorabilissimo prequel, pullulano citazioni e si alternano moti nostalgici e commoventi, ad altri più strettamente... come dire: "tu le bella come la papaya".
Di questi film, di queste esperienze al cinema, poi, mi riservo il gusto di guardare tutto come fosse la prima volta.
Questa, ad esempio, è stata la prima vera volta del nano n°2, Francesco. Dunque il giudizio, comprenderete, è del tutto non imparziale...
 
"Mamma, perché i Minion volevano stare solo con i cattivi?"
Bella domanda...
"Be', perché alla fine si capisce che i cattivi che scelgono, non sono poi così cattivi e..."
Ok, mi sto incartando.
"E poi perché bisogna sempre conoscerle, le persone. Guarda Gru..."
"Però Scarlett era cattiva cattiva..."
"Sì amore. In alcuni casi la cattiveria esiste davvero. E' vera vera, come Scarlett".
"E i Minion... sono veri?"
"No amore. Ma rappresentano qualcosa che esiste davvero. Come tutte le cose che vediamo al cinema".
"E loro che rappresentano?"
 
Sinceramente?
Volete la verità?
Non ho saputo dare una risposta a mio figlio, il grande.
Mi sono limitata a dire questo: "Quello lo decidi tu. Conta quello che rappresentano per te, le cose che vedi. E anche i Minion".
 
Le immagini che diamo alle cose cambiano insieme a noi.
Oggi, guardando mio figlio, ho rivisto la magia della prima volta e quell'irrefrenabile desiderio di dare forma alle cose.
E se mi chiedessero cos'è il cinema, oggi, direi senz'altro...
un grande ukulele.

(P.S. senza la voce di Riccardo Rossi poi, sarebbe meglio, eh?)



giovedì 17 settembre 2015

Gocce d'anacronismo - il peccato della passione

 


Sembrerebbero idee e costumi discordanti, quelle che nel bianco e nero di questo corto, realizzato da Massimo Testa, riportano agli occhi l'immagine di un'epoca andata.
Il vecchio Pigneto con la fontanella, quella che bloccava i passanti non solo per dissetarli, ma perché era lì, ed era così bella che non potevi non restare un po' con lei. I legnetti dei gelati finiti e buttati a terra, e quella Roma non era mai sporca, al massimo disordinata. Destinata a sfumare, e a dannarsi l'anima, come una madre costretta a lasciare ai propri figli, un futuro incerto, che sa di nostalgia.
 
Padri e madri che dal passato ritrovano la voce per dirti continuamente di fare attenzione, di muoverti cauto, di andare piano. Perché "La passione è un peccato che non ti perdoneranno mai", e nella Roma degli umili, queste parole sono destinate a tornare.
 
L'immagine di Pasolini è una costante, che torna come gocce e plasma il presente. I giorni di una ragazza distratta, e il commento musicale che ricopre il muto. Ricercato e voluto a tutti i costi, immagino, dall'autore. Il bianco e nero e l'assenza di voce, qui, sono l'anacronismo per eccellenza. Sono nostalgia e passi lunghi, impossibili, verso un passato che nessuno vorrebbe dimenticare, ma nemmeno riesumarlo a tutti i costi.
Eppure la Roma delle "settanta lire per un caffè" era perfetta, la vita girava e la fontanella stava lì, perché nessuno avrebbe potuto immaginare il contrario. Il caffè e un pezzetto di pace, il sorriso nella sfortuna, perché i cuori miseri e popolari se la ridono, nonostante la disgrazia, nonostante la merda.
 
L'anacronismo non è un errore, ma il bisogno imprescindibile di riscoprire la bellezza ovunque, nel tempo che è, adesso, senza mai dimenticare il passato.
Massimo Testa credo volesse dire soprattutto questo.
Guardare in faccia i volti di chi ha fatto la storia, prima di noi, e ambire a qualcosa di meravigliosamente grande.
 
P.S. Caro Massimo, mi hai fatto venire in mente, non a caso, questi indimenticabili versi:

[...] Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

Pier Paolo Pasolini

Il canto popolare, Edizioni della Meridiana, Milano 1954.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...