domenica 28 dicembre 2014

La domenica dopo Natale



Che strana la domenica dopo Natale...
La vivi senza sentirla. Non è più sul calendario, probabilmente perché l'hai buttato già via, in fondo l'anno è giunto al termine e questi pochi giorni sai che li ricorderai nell'ordine, senza necessariamente guardare la parete, dove tenevi i vecchi promemoria.

Appuntamenti vari, fogli grandi e piccoli, appunti di ogni genere, che sembrano essere stati scritti da un milione di mani differenti. E invece è sempre la tua, la mano che scrive per non dimenticare mai nulla.
La domenica dopo Natale è carta straccia, destinata a finire nei sacchi sistemati provvisoriamente fuori, insieme ai mille colori delle carte scartate, seguite dalla gioia dell'inaspettato e dalla delusione che non si può manifestare. Non si fa. Si dice "grazie", sempre sempre e solo grazie.

La domenica dopo Natale resta in casa come resta un pandoro con i canditi, che non piace a nessuno. Resta come la confezione regalo con tanto di champagne, che nessuno berrà. Resta come il ricordo di chi non c'è più, da così poco tempo o da così tanto ormai, da non riuscire più a calcolare il senso di quel vuoto.

E poi la domenica dopo Natale piove sempre, e ti devi preoccupare delle cose messe fuori perché non sai più davvero dove metterle. E piove sui pensieri che si ripeteranno identici, gli stessi della domenica dopo Natale di un anno fa, e dell'anno ancora prima e quello ancora ancora prima. 
La domenica dopo Natale guardi l'albero e provi un senso di compassione, tanto da sentirti stanco e vulnerabile, coi giorni contati, come lui. A un passo dall'ennesimo smembramento, ma non vi dannate più di tanto, in fondo è così che dev'essere. E così sarà.

La domenica dopo Natale la guardi dalla finestra, scivola su tutto, sulle coccarde rosse, color oro e verdi, e blu. Sui nastri e i bigliettini che un tempo conservavi, ora non più. E piangono inchiostro che lava via il pensiero di un parente più o meno carnale, il cui legame ogni anno vacilla, sempre di più. Finirà disperso senza più colore, e tu lo sai, e non ti preoccupa più.

La domenica dopo Natale ti riempie e ti svuota allo stesso tempo, ti porta e ti toglie sempre qualcosa. E tu, oltre ad accettare questo andirivieni a suon di luci e colori a intermittenza, continuerai a guardare fuori. Mentre aspetti che passino gli ultimi giorni, taglierai una fetta di quel dolce pieno di canditi che nessuno voleva e imparerai ad apprezzarlo, col cuore a bagnarsi sotto la pioggia, e un occhio rivolto alla parete.


lunedì 22 dicembre 2014

Gone Girl - una critica tiepida



Ieri ho infranto per l'ennesima volta il primo comandamento del buon critico.
Scrivere a caldo di un film, appena terminata la visione.
Farlo quando ancora tutto dentro di te è in fermento, quando le immagini ancora scorrono e quando vengono in mente le parole che avresti voluto gridare in faccia ai protagonisti della storia e non ne hai avuto il tempo, il modo.

In realtà mi sono frenata, poiché di quel pensiero, altro non rimane che uno status pubblicato sulla mia bacheca blu, con a seguito tanti commenti di amici e colleghi piuttosto caldi e tutti molto, molto interessanti.
Bene, oggi è passata una notte dalla visione. Ci ho dormito (più o meno) su, e credo sia arrivato il momento di buttare giù un pensiero non dico a prova di critico, ma almeno non troppo sfiammante come questo:

Reazione a caldo, di ieri.

So che scrivere a caldo, appena terminata la visione, è poco saggio. Lo so perché spesso e sovente mi è capitato di dover spegnere le fiamme provenienti esattamente da lì, e quasi mai il risultato che ne segue poi è anche lontanamente simile alla tanto agognata critica.
Ma come dico spesso. Fanculo la critica!
Non scriverò una recensione a caldo, no. Ma devo, voglio e posso almeno dire che, se non conoscessi affatto Fincher, odierei dal profondo il suo ultimo film tanto quanto io possa odiare ogni disperato e raccapricciante tentativo da parte dell'uomo di manifestare e promuovere ogni qualsivoglia forma triste e incurabile di maschilismo. Ma di quelli pesanti. 
E Gone Girl a una prima Visione sembra sconvolgermi proprio per questo suo assordante e impeccabile grido al mondo e all'uomo nello specifico, il quale deve a tutti i costi guardarsi bene dalla moglie laureata, bella e intelligente poiché un giorno, questa, oltre a succhiarlo come si deve, potrebbe esibire la sua vera verissima natura. Quella della sociopatica omicida e troia fino al midollo.
Ma va bene. Non devo andare oltre. Potrei aver accusato il colpo, cosa che capita spesso. Con Fincher però non era mai successo. 
Ora vado. Sto organizzando una caccia al tesoro per mio marito...shhhh.

Reazione tiepida, quella di oggi.

Oggi qui si fa la critica, mi verrebbe da dire. Ma quando mai, mi verrebbe da aggiungere...
D'altronde lo si deve fare, almeno tentare, no?
Se c'è un regista che non mi ha mai deluso, del quale posso dire di aver apprezzato tutti, e dico TUTTI i suoi film, questo è David Fincher.
Con questa premessa vorrei che voi capiste soprattutto una cosa, che io amo questo regista e al di là del turbamento, considero Gone Girl un altro grande, grandissimo film.
Non ho letto il romanzo di Gillian Flynn, la quale ha curato anche la sceneggiatura del film, ma devo dire che nel complesso è perfettamente in linea con la visione del regista a proposito dell'uomo moderno e dei rapporti anestetizzati e malati di cui siamo ormai portatori sani e assuefatti.
Voi magari vi starete chiedendo come mai io, abbia parlato di film maschilista. Provo a spiegarmi meglio, visto che ieri non ero molto abile con le parole (sì lo so, non che oggi vada meglio).


La storia parte con la mano del marito che sfiora la testa di lei, la moglie. E questi, il marito, in voce narrante, si domanda cosa troverebbe in quella testolina se solo potesse "aprirla" per vedere cosa c'è, e poi si pone le domande che un po' tutte le coppie si pongono dopo almeno cinque anni di matrimonio.
"Come abbiamo fatto a ridurci così. Come siamo diventati quello che siamo oggi e via dicendo".
Il primo sintomo di turbamento arriva qui. La visione inizia nel segno del turbamento. Perché io ho pensato subito: "Ben Affleck nei panni del marito sociopatico? Mmm, mi piace!". Non so voi, ma io ho pensato subito che, come dire, "il cattivo" fosse proprio lui.
E non è che il film sia esattamente il gioco che finisce con "era lui - era lei", no. 
Il film è uno specchio dei rapporti di oggi, soprattutto quelli che vedono marito e moglie intenti a salvaguardare un matrimonio logorato dall'abitudine, dai problemi e quant'altro. La macchina diventa l'occhio indiscreto che fruga nell'intimità di quei rapporti, fino a scoperchiare verità sconcertanti, inaccettabili.

In questo caso si parla di tutto ciò che vi è dietro la sparizione di Amy/Rosamund Pike, la moglie di Nick/Ben Affleck. La mitica Amy, una donna perfetta, la moglie che tutti vorrebbero, la paladina delle casalinghe e degli uomini. Senza cadere nello spoiler, nel rispetto di quanti non abbiano visto il film, provo giusto a spiegare cosa mi ha davvero infastidito del film.
Ribadisco ancora, non dico sia un film maschilista, non è un'accusa rivolta al regista (anche perché il libro è opera di una donna), piuttosto è un pensiero nato nell'immediato post visione.

Fino a un certo punto lo spettatore non sa se lo stronzo assassino è lui, il marito, oppure è lei la matta che ha inventato di sana pianta la storia del rapimento. Perché lui poi si scopre essere un marito infedele, un po' stupido in effetti, "bugiardo" e allora viene naturale far ricadere le colpe tutte su di lui.
Però finché la verità non viene a galla in tutto il suo splendore, lo spettatore cosa sa di questa donna?
- che è bella.
- che è intelligente.
- che è istruita, ha DUE lauree.
- che non ha amiche = è una stronza!
- che passa il suo tempo a leggere libri = oddio tua moglie legge tutti quei libri? - pauuura.
- che ha un certo talento nell'accontentare gli uomini, senza scendere nel dettaglio, dai.

Sono molti i personaggi femminili negativi in questo film. Fatta eccezione per la detective e la sorella di Nick. Lo so che non si può accusare un film di maschilismo, però ho paura della reazione che può scaturire nello spettatore medio. In realtà io ho sofferto anche per lo svolgersi della vicenda così com'è. Al di là del maschilismo. Il fatto è che spesso ci capita di assistere a storie assurde, quelle per le quali arriviamo a dire "no vabbè, ma allora tu sei più matto di lei e te la meriti tutta". Spesso a fare male davvero non è la cattiveria di una persona, che sia lui o lei. Ma come a un certo punto finisce che l'altro, la vittima, diventi complice egli stesso fino a perdere completamente il lume della ragione e con esso la dignità che dovrebbe sempre accompagnarci onde evitare di sprofondare nel buio più sordo e cieco. 


Attenzione pericolo Spoiler!!!
Alla fine non è tanto lei, stronza e "fantasticamente troia". Piuttosto lui, bugiardo e debole, tanto da scegliere la parte stabilita da lei e che, forse, fa comodo a tutti e due. E a quel punto tu che guardi ti senti tradito dall'uomo tuo simile e senti di non avere più scampo. L'unica normale in quel manicomio aperto a tutti è la sorella di Nick. (E la detective).
Per il resto era come vivere in un grosso reality, con la Barbara D'Urso de noantri, giornalisti affamati e telecamere ovunque. Sembrava un sequel dal sapore thriller di The Truman Show...
Finché morte non li separi.

Dio li fa e poi li accoppia, si dice dalle mie parti.


venerdì 19 dicembre 2014

Una è bella l'altra balla



Carissimi lettori, come avrete notato scarseggiano i post in questi ultimi giorni. Inutile stare a sottolineare che: "le recite dei bambini, i regalini ai settemilacinquecentoquarantadue parenti - e che alla zia della zia della zia della zia che vive in Canada, per dire, non glielo fai un pensierino?".

Be' si sa com'è frenetico questo periodo, inutile ricordarlo - speriamo finisca presto!

Oggi volevo proporvi una nuova rubrica, Una è bella l'altra balla. Non nel senso che balla, voce del verbo ballare, no. Nel senso di frottola, minchiata cosmica, stronzata. 
Mi ha colto di sorpresa l'idea, poiché mi sono resa conto che quasi tutti i giorni mi capita un fatto sorprendente. Ovvero di ritrovarmi nell'arco delle ventiquattro ore, almeno due volte, di fronte a:
1) una bellissima poesia, o l'estratto di un romanzo bellissimo, oppure una canzone o un pensiero davvero particolare che io ritengo degno d'essere ricordato.
2) una stronzata megagalattica, figlia di gente comune o più frequentemente nota.

Dunque la rubrica sarà strutturata in questo modo. Prima la cosa bella, poi la balla.
E oggi si comincia così.

Bella - Gabbiani, di Vincenzo Cardarelli (poesia)

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca.

Balla - No alle donne registe, di Bret Easton Ellis (misoginia acuta fulminante nonché idiozia incurabile)

"C'è qualcosa nel mezzo cinematografico che penso richieda proprio una visione maschile”. 
“Senza contare il lato puramente business del cinema – spiega Ellis – c'è un motivo per cui non esista una versione femminile di Hitchcock, una versione femminile di Scorsese o una versione femminile di Spielberg? Non lo so”.
“Credo sia davvero un medium creato per uno sguardo e una sensibilità maschile. Voglio dire, l'arte migliore è concepita attraverso una neutralità verso l'emotività, il che penso possa essere una trappola per gran parte delle donne registe".

Fonte della news/balla FareFilm.it

Anch'io spesso volo come un gabbiano, e mi pare di sfiorare appena le cose, come loro l'acqua per prendere i pesci, per sopravvivere. 
Meravigliosa poesia del Novecento.

giovedì 11 dicembre 2014

Se mamma m'ammazza



Non avrei voluto affrontare l'argomento, non avrei voluto scriverne. 
Certo ne parlo tutti i giorni, e ci penso. Ci penso di continuo.
Penso a tutto ciò che si dice, penso a tutto ciò che la gente potrebbe pensare e nella confusione più totale finisce sempre tutto nello stesso tragico epilogo.
Una madre che ammazza un figlio.

Diciamo senza indugi che la tragicità esiste a prescindere, che sia una madre da condannare, o un essere umano qualunque. L'omicidio è l'atto più estremo e ignobile di cui l'uomo possa macchiarsi. E punto.

Ma oggi si parla di Veronica Panarello, la madre di Loris.
Non mi va nemmeno di ricordare i dettagli di un fatto tanto orribile, come tanti, troppi altri. Che poi non sono nemmeno una giornalista e non vorrei sguazzare nel mare di competenze e glorie che proprio non mi spettano. 
(Ma chi le vuole, poi?)

Sono una madre però. Ho ventinove anni e ho due figli. E spesso è dura, lo so bene. A volte farfuglio cose strane, mi immagino fughe notturne mentre tutti in casa dormono e mi sembra di lasciare tutto com'è e prendere il volo, per andare chissà dove. Via.
A volte è dura perché ti senti sola, altre perché non hai più un momento per te e vorresti che la solitudine ti travolgesse e ti portasse via con sé. A volte è dura perché le responsabilità sono tante, e vivi nel terrore di sbagliare e nell'ambire alla perfezione, sempre. Costantemente bombardata dalla responsabilità e dalla paura, finisce che a un certo punto "sbotti". Ma il botto spesso lo senti solo tu, e dopo non hai che da raccogliere i pezzi sparsi in giro. Devi rimettere tutto in ordine, come sempre.
Se mi guardo da fuori, da un punto di vista che non è mio, vedo una giovane mamma verso la quale provo come un sentimento di tenerezza e ammirazione al tempo stesso. E in effetti, tolta me, è ciò che provo quando vedo le altre mamme mie coetanee, o ancor più giovani.

Perché se razionalmente ci penso, dico: "cazzarola sono diventata madre a ventitrè anni".
Sì io ci rifletto spesso, e ancora oggi vivo la mia vita con quel senso di sbigottimento generale al solo guardare i miei figli. Al solo guardare me, madre, donna, moglie. E mi dimentico com'ero prima, quasi non ricordo nulla della me non madre. Allora capisco che è la mia vita, che è normale, come quando sogni e non ti ricordi nulla, e tu vorresti recuperare quei ricordi notturni e confusi, ma non ci riesci. E ti rassegni all'idea che forse era un sogno trascurabile, e smetti di pensarci.
La vita ti porta a cambiamenti che quasi mai hai deciso, voluto, o pianificato quanto prima. E diventare genitore è l'esempio più evidente, e se non cambi vuol dire che qualcosa non va...

Non sono una madre severa, anzi molti dicono che ho viziato entrambi i miei figli, e che se sbagliano è colpa mia. Però sono una madre che si incazza spesso, anche per le piccole cose. Ma come insegna la storia del cane che abbaia e non morde, devo dire che i miei figli mi conoscono fin troppo bene e, da grandi paraculi quali sono, mi guardano e ridono. Come per dire: "a ma', sta bona che non te crede nessuno pure se urli come 'na matta". Ed è così. Meglio, peggio, non lo so.
Fatto sta che io, madre imperfetta e urlatrice alla vecchia maniera, quando proprio non ce la faccio più mi chiudo in bagno e conto le mattonelle blu. Oppure prendo la chitarra e mi metto a suonare, pennate forti, ma forti forti da far tremare le tende e poi canto, anche se stono, io canto. Oppure, quando posso, prendo la macchina e vado a fare un giro.

Mi aiuto, e so che questo basta a placare la mia ira e il mio desiderio di fuga. 
Oggi rifletto su queste cose perché mi ha colpito un articolo scritto da Deborah Dirani, e pubblicato su L'Huffington Post, il cui titolo recita "Non esistono mamme buone e mamme cattive".
Era lampante che si parlasse del caso Loris e della madre, per il momento ferma in carcere con l'accusa di omicidio. E la mia curiosità mi ha portato a leggere questo articolo, anche se tra le righe trovavo spesso passaggi per i quali era necessario fermarsi un attimo, e provare a capire il più limpido pensiero dell'autrice.
Be' io ce l'ho messa tutta, ma alcuni passaggi mi sfuggono, peggio, mi terrorizzano.

"Le mamme non sono sante donne votate per natura a stare dietro ai loro figli: imparano a farlo e nella maggior parte dei casi questo le riempie di una gioia talmente grande da rendere sopportabili la stanchezza e la frustrazione che derivano dal rassegnarsi a diventare per sempre schiave dei loro figli".

D'accordo sul primo concetto, le mamme non sono sante. Ok. Ma se io devo credere che la mia vita sia la summa ultima e definitiva della frustrazione e dello schiavismo, no. Non accetto che passi questo messaggio. Mi dispiace che una donna, la quale si consideri prima tale e poi giornalista, arrivi a formulare il suddetto pensiero. Anche perché che senso ha? Il tuo articolo vuole far riflettere il mondo dinnanzi a una storia così agghiacciante, e la cosa ti fa onore, va bene. Ma poi gridi che la maternità è soprattutto frustrazione?
Non è normale.

"Così finisce che un infanticidio diventa più sopportabile per tutte le mamme del mondo se a commetterlo è stata una donna diversa: una donna piena di problemi. Una malata. Una in cui è impossibile identificarsi...". 

Cioè, sta insinuando che io madre non malata e presumibilmente normale, me la cavi così? Ritenendo con sufficienza la madre assassina una povera scema, nella quale è impossibile identificarsi. Dunque il problema è mio, che mi allontano con presunzione da una madre che in fondo non è diversa da me, ma solo più fragile, "più predisposta a"?
Io lo so che non sono invulnerabile, e non avete idea di quante volte io pensi a queste storie terribili e provi rabbia e pena per tutte queste madri disperate, arrivate all'estremo. Ma il fatto che io non riesca a comprenderle e tenda ad allontanarmi, fa di me una donna normale. Allontanarmi è mio dovere perché così facendo mi allontano dalla disperazione, dall'idea che uccidere mio figlio possa diventare un atto terribile sì, ma in fondo comprensibile.
Ma scherziamo?
Io non mi sento ipocrita, no. Mi sento mancare la terra sotto i piedi e mi crolla il mondo addosso. Per una vita spezzata, e per la mano assassina e madre di quella stessa vita.

"Perché i bambini, in fin dei conti, sono gli esseri più inconsapevolmente prepotenti che esistano: sono il centro del loro mondo, è naturale ed è giusto, ma non sempre è sopportabile. La tirannia del bisogno è peggio di quella nordcoreana, le mamme lo sanno, anche se difficilmente accetterebbero di ammetterlo, perché da ogni bisogno che non riescono a soddisfare nasce un senso di colpa devastante".

In fin dei conti quel bambino prepotente lo hai voluto tu. Che poi tu fossi pronta o meno, non puoi non considerare questo. I figli arrivano e ti stravolgono l'esistenza, ma non tanto da volerli ammazzare.
Non possiamo compatirci a vicenda sul desiderio di ammazzare un ragazzino perché prepotente e viziato, e riccioluto
La società non deve compatire e capire queste donne, né qualsivoglia assassino. La società dovrebbe mettere ognuno nella condizione di poter parlare dei propri problemi senza il tormento della vergogna. Evitare è meglio che punire. Se io sono esaurita e non ce la faccio più, se sto iniziando a pensare che potrei far fuori mio figlio, allora devo correre via lontano, da qualcuno che possa aiutarmi prima che sia troppo tardi. 
Io non comprendo una madre che ammazza il proprio figlio, devo sentirmi in colpa per questo?
Io comprendo una madre esaurita che mi dice che non ce la fa più e che vorrebbe scappare e mollare tutto. Sì, quella la comprendo. 
Oltre non vado.
Se a diciassette anni rimani incinta, è bene che tu sappia che puoi decidere.
Forse la società dovrebbe aiutare la donna qui.


Perché se mamma m'ammazza, allora è meglio non venirci per niente, al mondo.


domenica 7 dicembre 2014

Melania G. Mazzucco - Il bassotto e la Regina



Vi ricordate la storia del lupo e dell'agnello?
Be', quella era una "favola", e l'autore è praticamente colui che ha inventato il genere letterario appena citato.
Di Esopo contiamo circa quattrocento favole, storie entrate nella vita di tutti a partire dai tempi di Creso e Pisistrato. E poco importa se fosse brutto come la morte, almeno così dicono, con lui nasce l'arte di raccontare storie che lasciano il segno, metafore e parabole sull'esistenza dell'uomo, sulla virtù e la cattiveria che da sempre ci contraddistinguono.

Le favole diventano spesso modi di dire, le assimiliamo e le facciamo nostre, le prendiamo come esempio quando magari non riusciamo a spiegare un concetto particolare, ricco di sfumature.
(La volpe che non arriva all'uva dice che è acerba).
Per me la favola è questo, il modo migliore di raccontare la vita. Sia essa meravigliosa o terrificante.

Melania G. Mazzucco in queste cento pagine riesce a raccontare una favola per grandi e bambini, laddove l'amicizia e il coraggio, la lealtà e la costante ricerca della libertà, fanno degli uomini e degli animali un universo unico governato dagli stessi principi.
Platone è un cane da salotto. Un bassotto che ama passeggiare, amico del mondo e degli uomini. Platone come il filosofo, sì. La sua normalissima vita da bassotto, vissuta in compagnia di Yuri (studente di filosofia con gli occhiali perennemente appannati), suo fedelissimo compagno umano, viene però stravolta dall'incontro con una Regina...

La Regina è un levriero afghano, bellissima ed elegante. Platone se ne innamora perdutamente, ma conquistare il suo cuore non sarà facile.

Dal traffico illegale di animali, tenuto nascosto nel buio di una cantina e gestito da un tatuato (cranio rasato e muscoli da sollevatore di pesi) si percorrono le vie che spesso portano alla convivenza delle specie più dissimili. Uomini e animali, ad esempio. Chi dietro le sbarre di una gabbia ingiusta e asfissiante, chi dietro il volo leggero di un messaggero libero e fedele (nonché narratore della storia), oppure dietro la saggezza centenaria di una corazza rara e bellissima (la signora Leo, una tartaruga), dietro la furbizia di una scimmia che conosce bene gli uomini (suoi simili), ognuno di questi personaggi/animali, incarna una virtù estranea agli uomini.
Ed è questa la bellezza della favola scritta dalla Mazzucco.
La compensazione. 

Il lupo di Esopo pur di salvaguardare il suo fine, trovò un pretesto che gli permettesse di mangiare l'agnello. L'uomo ancora oggi tenta disperatamente di giustificare azioni indegne, quelle che non lo fanno dormire la notte e lo portano a sbagliare ancora, il giorno seguente.
Eppure, nel mare marcio navigato dall'uomo misero, c'è ancora qualcuno in grado di parlare la lingua silenziosa e assordante di un bastardo qualunque. 
Seppur nella favola non dovesse esserci lieto fine, l'uomo, per mezzo di essa, può dirsi migliore.
E a volte questo basta.

"La forma è solo un'apparenza, e non ha davvero importanza. Quando mi chiudo nella mia mente, e mi abbandono al ritmo segreto del mondo, posso lasciare il mio corpo come il bruco lascia il suo bozzolo per farsi farfalla. E io, che sono pesante come la terra, i sassi, e gli alberi, posso volare via come se fossi cenere, o scintilla di fuoco. Allora vedo nel buio e sento nel silenzio".

(La Signora Leo, una tartaruga leopardo).


giovedì 4 dicembre 2014

Joe Brainard - Mi ricordo



A metà tra il diario personale e l'esercizio mnemotico, il libro di Joe Brainard è un sincero e intimo excursus che va dalla vita inconfessabile di un artista, alla storia dell'America degli anni '40, '50 e '60.
Scritto tra il 1969 e il 1973, Mi ricordo rievoca non solo i pensieri individuali e propri dello scrittore, bensì quelli di un'intera generazione, fatta di pittori, icone della musica pop e del cinema di quegli anni.

Senza rispettare un'asse temporale o spaziale, lo scrittore ci porta nelle viscere di quei pensieri grezzi, attraverso i quali si toccano più mete geografiche, passando per New York, Boston e Tulsa.
Ma alla fine si torna sempre lì, nel cuore di quei pensieri un po' goffi ma come pochi altri in grado di immortalare i dettagli di una vita. La famiglia, il cinema e la tv, il cibo e gli oggetti più in voga e oggi in disuso.

"Mi ricordo l'unica volta che vidi mia madre piangere. Stavo mangiando crostata di albicocche".

"Mi ricordo discussioni infinite con Pat e Ron Padgett e Ted Berrigan, dopo aver visto La dolce vita, su che cosa poteva significare tutto quel simbolismo".

Le confessioni sulla propria omosessualità ("Mi ricordo che mi odiavo perché non rimorchiavo i ragazzi che probabilmente avrei potuto rimorchiare per paura di essere rifiutato" - "Mi ricordo le prime esperienze sessuali e le gambe molli. Sono certo che il sesso ora sia molto meglio, ma mi mancano parecchio le gambe molli"), i sogni ad occhi aperti svelati e le espressioni d'uso comune ("Perché sì, punto").
Nonostante Brainard fosse un artista versatile, esploso giovanissimo (aveva iniziato ad esporre le sue opere quando ancora era alle elementari e iniziò a scrivere questo libro all'età di ventisette anni), passò gli ultimi quindici anni della sua vita lontano dalla produzione artistica. Brainard morì di AIDS nel 1994, aveva cinquantadue anni.

Chi si avvicina solo oggi a Brainard, come me, ha la sensazione di ammirare un collage indefinito, frammentario eppure così ricco di poesia, di malinconia e bellezza. Si guarda la vita di un uomo, come se questi avesse in qualche modo predetto il proprio destino. 

"Saprò sempre, eppure non saprò mai davvero. Farò quadri meravigliosi, ma non farò mai ciò che voglio. Imparerò a comprendere e accettare la vita, ma non saprò mai perché. Amerò e farò l'amore, ma saprò che potrebbe essere meglio. Sarò intelligente, ma saprò sempre che ci sono un'infinità di altre cose da imparare. Sono condannato, ma non posso cambiare".

Dalla prefazione di Paul Auster, Joe Brainard - Self-Portrait on Christmas Night.


martedì 2 dicembre 2014

Francesco Piccolo - Momenti di trascurabile felicità




Trascurabile: Di cui si può non tener conto. 

Se c'è una cosa di cui l'uomo possa dirsi veramente "capace", è l'arte di non sapersi tenere da conto le gioie piccole e certe della vita.
E quale miglior gioia da trascurare, se non la felicità?
Mettiamoci pure che la felicità è difficile da riconoscere eh? Perché quasi sempre quando capiamo di essere felici pensiamo al passato, ed è così, non puoi sfuggire a questa severa legge della vita. Ti è concesso essere felice, ma non ti è concesso capirlo mentre lo sei. Puoi ricordarti di quella felicità, ma non puoi afferrarla mentre c'è.
E Francesco Piccolo compie una divertente e nostalgica impresa, una sorta di viaggio alla ricerca delle piccole gioie perdute, dimenticate, trascurate.

Come l'acqua quando hai sete, per dirne una, oppure il letto quando hai sonno.
Ci avete mai pensato?
In realtà ci state pensando solo ora, perché lo avete letto, come me. 
Così, oltre a riflettere sulla felicità irrilevante (ma anche no), ti ritrovi a capire quanto sia importante il ruolo di uno scrittore. Di un individuo di cui si può dire "è matto" oppure "fortuna che esiste!".
Perché uno scrittore arriva laddove vorremmo tutti, arriva a porsi quelle domande di cui spesso ci vergogniamo ma che al tempo stesso vorremmo gridare in faccia a tutti. Ti porta a sconfiggere la solitudine e addirittura ti fa sentire "normale". E tu trovi la pace con te stesso e dici "ma allora non sono matto/a!", allora queste sfumature non le colgo solo io, questa storia riguarda anche me, anche lui, e di conseguenza tutti.
(Anch'io odio le previsioni del tempo, anch'io preferisco bagnarmi piuttosto che usare l'ombrello, anch'io penso alle cose belle, ai miei momenti di felicità trascurabile, quando mi annoio. E non capisco perché, ma so che è così e basta).

- La sigaretta davanti al cinema, lo sguardo assente e i momenti più significativi del film che scorrono nella testa.
L'ho fatto anch'io!
- Quando compri le caramelle alla frutta e mangi prima quelle più buone, e finisce che rimangono quelle gialle e quelle arancioni. SEMPRE.
L'ho fatto anch'io!
- Quando ti chiudi nei bagni degli altri, amici o conoscenti, e vieni colto dal desiderio improvviso di curiosare tra i prodotti che usano.
L'ho fatto anch'io!
- Soffiare il pane quando cade a terra.
L'ho fatto anch'io!
- Lasciare per un sacco di tempo le lattine di Coca-Cola aperte e mezze piene nel frigorifero,senza berle e senza buttarle.
L'ho fatto anch'io!

La prima e l'ultima pagina di un libro. Togliere il cetriolo dal cheeseburger. Gli sms dopo le undici di sera che dicono:"dove sei?", che significano molto di più di quello che dicono.

Quando un libro ci mette nella condizione di "riconoscerci", vuol dire che non mente. 
Ma anche se così non fosse, a chi importa?

domenica 30 novembre 2014

Il volo della Regina



C'era una mano leggera e piena di giorni trascorsi a muovere il cielo. 
Su una panchina piccola stava la vecchia Ines, e non sentiva rumori, nemmeno il vento la spostava. 
Solo i pensieri, i ricordi degli anni lasciati oltre l'ingresso della sua nuova casa.                                                                                                                 
"Villa Flora". 

Villa Flora era la paura, la scelta di un figlio stanco e le giornate senza più tempo. Era l'ultima fermata riservata agli uomini, divenuti di nessuno e soli. Oltre quel muro e oltre i pasti senza più sapore, passava ciò che rimaneva della vita com'era davvero. Un suono, un bambino che gioca e muove l'aria e le stelle attorno. Una farfalla. 
                                                                                                                  
E poi "nonna, guarda, la Regina!".                                                                                                                                             
Il tempo di un ricordo corrispondeva alla felicità eterna. La Regina volava e sembrava felice. Anche la nonna e quel bambino lo erano.Tornava su quella panchina il battito d'ali della Regina. Ed era il sapore che mancava nei piatti di plastica, il colore che non c'era sulle pareti bianche e i soffitti alti. Era un bambino capace di donarti il suo tempo, la pazienza e i sorrisi sinceri. Fuori era freddo e il sole non bastava. Ines continuava a ripetere la sua battuta, quella che l'accompagna dal primo giorno alla Villa. Gli infermieri dicevano "è pazza". Ma lei sorrideva, dando le spalle alla sua nuova casa e con gli occhi rapiti da un puntino nell'aria. 
                                                                                                                                                  
"La Regina, la Regina!".                                                                                                                               
La Regina è un battito d'ali.                                                                                                               L'ultimo pezzo di felicità concesso agli uomini.

*Con questo racconto breve volevo partecipare a un concorso letterario. Poi però mi sono accorta che il limite massimo consentito era di 200 battute. 
Io ero già a 250.

venerdì 28 novembre 2014

Francesco Dezio - Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta



“Se non foste tossicodipendenti riuscireste anche ad avere idee anarchiche, ma finché sarete fatti fino al collo avrete la testa vuota”. 

Così dice in un anonimo ufficio un uomo normale, con abito marrone da impiegato, a Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols, e alla sua compagna Nancy Spungen, nel bel film del 1986 “Sid and Nancy” diretto da Alex Cox. Questa scena del film (e questa battuta) mi è tornata in mente, per analogia, leggendo il bel libro Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta – Storie di provincia e di altri mali (Stilo Editrice, Bari 2014): otto racconti ambientati nelle città della provincia pugliese (Bari, Molfetta, Altamura, città natale dell’autore, Melpignano, Sansevero) che attraversano gli anni Ottanta, gli anni Novanta e i primi anni Duemila tra denuncia sociale e inclinazione picaresca del racconto.

Francesco Dezio aveva esordito dieci anni fa con il fortunatissimo romanzo Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004), che ha dato il la in Italia alla letteratura sociale sui temi della fabbrica e in generale del (non) lavoro. A notevole distanza da quel successo letterario, in questo libro raccoglie delle storie drammatiche ma esilaranti, che sfuggono ai toni dell’autolamento standard del precario, ormai ridotto a ‘tipo’ umano, con tutta la topica, letteraria e non, che ormai ben conosciamo. Sottoponendo i personaggi ad una caustica auto-ironia, Dezio fa in modo che i protagonisti di queste storie, parlando in prima persona, rappresentino in modo grottesco innanzitutto se stessi, quasi senza volerlo: in apertura del libro ci sono due storie di tossicodipendenti, senz’arte né parte, che vogliono emulare in un ambiente ancora campagnolo le vite maledette dei punk o che praticano un anarchismo teoricamente debole, che traballa tra la lettura delle ‘fanzine’ come TVOR (Teste Vuote Ossa Rotte), i mille espedienti per comprare la droga, i tentativi di entrare in contatto con i movimenti internazionali e i gruppi musicali dell’epoca e la frequentazione dell’eroe ‘mitologico’ del posto, l’anarchico Sante Cannito, rispetto al quale sono dei minuscoli picari.
Se queste due storie di tossicodipendenza degli anni Ottanta ci invitano a tornare indietro di qualche decennio e a individuare in quel tessuto sociale sfilacciato le cause della crisi del nostro presente (non solo al Sud), i racconti successivi si ambientano in anni più recenti: impiegati ed operai licenziati da imprenditori che delocalizzano nel Sud-Est le loro fabbriche, storie d’amore a distanza, piccole odissee tra giovani costretti ad emigrare o ancor peggio a tornare… 

Il filo conduttore di queste storie è la musica, a cui i personaggi si aggrappano disperatamente e appassionatamente nella loro voglia di non cedere, di resistere ai meccanismi stritolanti della realtà: Clash, Sex Pistols, Afterhours, CCCP, Litfiba, Wretched, Kranio, Kandeggina Gang, Subsonica, Ramones, Boohoos, AC/DC, Arab Strap, fino a quasi ottanta gruppi più o meno famosi, che insinuano nel racconto le loro melodie o il loro frastuono disarmonico per assordare i personaggi e narcotizzarli dai mali delle loro vite. Su questi gruppi i personaggi dibattono come possono, ora con disquisizioni raffinate, ora con elementari citazioni di testi, in un repertorio di giudizi critici e di casi della vita, perché spesso misurano i loro dispiaceri con lo sproporzionato metro delle biografie dei giganti del rock e del punk e delle storie cantate nelle loro canzoni.

Un libro adatto agli appassionati di musica e a quanti non sanno nulla di quegli anni (nell’ultima pagina del libro c’è un’applicazione per scaricare la musica citata e farsene un’idea). Un libro che è una parodia totale: della ‘narrativa precaria’, del maledettissimo punk e rock. Perché il tempo che viviamo è così tragico da aver scavalcato ogni dramma, da averci assuefatto ad ogni catastrofe. 
E Dezio ci salva così dall'ennesimo sbadiglio.

Di Marianna Lorusso

giovedì 27 novembre 2014

Non pensarci



Capisco di amare davvero un film, quando alla terza visione mi sembra ancora "di più".
Più pulito, più completo, più commovente e sincero.

Ed è in film come Non pensarci, che avviene il miracolo. Una piccola crepa da cui entra il sole, il cinema italiano che vorresti sempre, fatto di e per, uomini semplici, gente di provincia. Storie di bugie destinate a rivelarsi, prima o poi, e quando arriva quel momento fa male, tanto da farti rimpiangere i tempi in cui "ci riempivamo di cazzate".

La storia della famiglia Nardini e delle ciliegie, di uomini sull'orlo di un esaurimento nervoso, donne presunte lesbiche e madri di famiglia schiacciate dal peso delle verità inconfessate. Non pensarci è soprattutto la storia di Stefano, grande prova (l'ennesima) d'attore per Valerio Mastandrea, aspirante rockstar da sempre, disegnato con la punta morbida della malinconia, a metà tra il punk e un'aria di Verdi. 
Ciascuno dei personaggi diretti e scritti dal regista Gianni Zanasi, si muove come in un campo minato. In bilico, attento a non sfasciare l'ultimo pezzo di vita intatto che gli rimane. E sarà un'impresa riuscirci, per ritrovare l'equilibrio nella realtà ovattata e circoscritta in una Rimini ingenua, velata di rassegnazione e stanca di chiedersi perché, stanca di cercare le risposte e di porsi domande. 
Stefano lascia Roma, guardando per l'ultima volta, forse, la propria band fatta di ventenni, la guarda meglio e vede un ragazzino buttarsi tra la folla, a cercare le braccia del pubblico. Un atto di fiducia estremo per un musicista, lezione di vita destinato a chiudersi con un botto assordante.


Ritrovare la famiglia e mettersi in viaggio, destinazione Rimini, con giusto un paio di indumenti infilati nella custodia della chitarra e senza particolari pretese. Forse l'unica, quella che risponde al bisogno di sentire qualcuno vicino, vicino sì, "ma non troppo". Le conseguenze degli affetti familiari, e l'inevitabile presa a cuore dei problemi dei singoli membri della famiglia, catapulteranno Stefano e lo stesso spettatore in un vortice di eventi e battute serrate, pungenti, tragicomiche e inverosimili quanto vere, verissime. 
Vere come la mania che abbiamo di proferire verità assolute, quando poi in realtà le ignoriamo. Per paura o presunzione di sapere, perché diamo per scontato tutto, e siamo stanchi di chiedere agli altri e sempre più pigri. Scherziamo sulla depressione senza immaginarne le conseguenze, combattiamo per la verità ma per sorridere ci basta pure amare una puttana, anzi preferiremmo non sapere chi è e cosa fa per campare. 

Giuseppe Battiston è sempre una grande conferma; è Alberto, marito separato e diretto erede della fabbrica di cui porta il nome, grande e grosso eppure così fragile, stanco, pieno di debiti e anche lui col vizio di mentire pur di salvaguardare l'immagine dell'azienda. In lui vedo sempre quella struggente malinconia dell'uomo solo, a un passo dall'esasperazione ma potenzialmente colui che potrebbe salvare gli altri e persino se stesso. Non so, è una crescita lenta e tormentata quella dei suoi personaggi, mi devasta, mi prende il cuore e ne fa ciò che vuole.
C'è un momento in cui lui dice che la sorella è una donna straordinaria, che l'ammira davvero tanto anche se non glielo ha mai detto. Ed è necessario che lo sappia lui, lei non deve saperlo e va bene così.
Questo passaggio mi ha commossa, e ancora non ho capito: "sarà la scelta di un uomo solo, o di un uomo terribilmente onesto e sincero?".


Mastandrea ha un dono, che pochi altri hanno. Quello di incarnare le verità che maledici, le stronzate e le virtù dell'uomo, senza badare alle conseguenze.
Lui riesce a muovere la bocca, a riempirla di silenzio di fronte a una verità che stravolge. E lo fa come lo faresti tu, perché sai che è così, oppure perché lo hai provato sulla tua stessa pelle.
Lui ha la capacità di osservare le anomalie e le follie del mondo, anche se poi da copione il suo dovere è la battuta, da lui traspira sempre quella triste consapevolezza che appartiene a tutti.

"Io stavo molto meglio quando ci riempivamo di cazzate".

Il film nell'insieme è una perla da scoprire, ma spesso ciò che lascia il segno e rimane sullo schermo e dentro lo stomaco, è uno sguardo nel vuoto, un gesto semplice che ti sembrerà comunque estremo. Un uomo nell'acqua a recuperare un accendino, un uomo che a un certo punto si ferma e di fronte al disfacimento totale si accende una sigaretta, immobile, noncurante della catastrofe. 
Una donna che guarda i delfini e un uomo che dice "grazie di niente". 



"Ma non vi rompete i coglioni? Così in generale".

martedì 25 novembre 2014

Che strano essere donna



Essere donna è strano.
Oggi tutti esprimono un pensiero, contro la violenza. Contro le botte, contro il sangue, contro la carne in frantumi. Per far sì che non ci siano più corpi pieni di lividi, di segni destinati a rimanere dentro.

E domani?

Domani è già tardi per salvare un'altra donna, una delle tante, troppe.
E mi chiedo se a qualcuno importi davvero, mi chiedo se qualcuno pensi mai a cosa realmente significhi essere donna. 
Al di là delle mani violente, e della cronaca e degli orrori di cui la donna è vittima quotidianamente.

Domani è tardi per ricordare che una donna sbaglia e non può.
La responsabilità legata al sesso, 
Sì ma non piagnucolare ora come le femminucce!
E' vero siamo donne e abbiamo persino le nostre agevolazioni.
Non facciamo la fila se la pancia arriva a terra e la schiena è curva e la mano preme disperata in mezzo alle gambe, per paura di non trattenersi abbastanza. E il vecchietto con l'invalidità al 100% (c'ha lle prove!) ci guarderà male, ma farà uno sforzo. Mal volentieri ma lo farà. 
Perché siamo donne.

Quel dolore attira addirittura l'invidia degli uomini. "Voi avete il dono, la fortuna di mettere al mondo un figlio, noi no".
- Pensa.
Che strano essere donna...
Hai scelto un uomo, hai giurato davanti a Dio e non puoi tornare sui tuoi passi.
Sai il dovere di una donna...è anche questo.
"Finché morte non vi separi".
A meno che tu non muoia, è chiaro!

Donna significa madre, compagna, migliore amico, amante, assistente sociale, psicologa, domestica e tanto altro. Anche una donna stronza per dire, non può sottrarsi alla sua stessa natura.

E domani cambierà qualcosa?
No.

La donna anche domani dovrà scegliere: "famiglia o lavoro". Domani sbaglierà se la maglia del figlio ha il colletto stropicciato e dovrà stare attenta a non sbagliare merenda. Attenta al colore delle scarpe, all'ammorbidente che brucia sulla pelle e fa male. Alla sigaretta che tiene in mano e non dovrebbe.
- Dovresti dare loro esempio, sai...

Domani sarà sbagliato desiderare di andare via, di staccare la spina e ritrovare la libertà di fare, pensare, muoversi in mezzo agli altri senza palle al piede, senza nessuno che ti dica a ogni passo "ricorda, sei donna".
Sarà sbagliato amare una seconda volta, o non amare più, o ancora e ancora.
Sarà sbagliato tenere alto il volume della musica, sarà sbagliato cantare forte sopra i discorsi che non vuoi più sentire.
Sarà sbagliato dire no senza motivare, perché la regola vuole: "se no, spiega perché".

Essere donna non è una tortura, sia chiaro. Non è un male, né una condanna.
Non è niente di tutto ciò, a meno che...
"Ah ma sei madre, be' allora che ti lamenti che non hai lavoro. Hai fatto la tua scelta".
A meno che...
"Esci la sera e fai tardi, e tuo marito?".
A meno che...
"La donna che tradisce è una troia, l'uomo che tradisce è un uomo infelice e insoddisfatto".
A meno che...
"Piange, vuole stare solo con te".
A meno che...
"Sei esaurita e non è un mio problema".
A meno che...
"Se i tuoi figli sbagliano è colpa tua".

E la lista potrebbe continuare ma a me non va. Non ho altre ore a disposizione ora, chiedo perdono.
E poi non mi va che pensiate di me che sia una femminista acida e incazzata nera.
Io amo gli uomini e amo le donne, ma non vedrò mai la parità dei sessi finché certe cazzate continueranno a viaggiare accanto al nostro sesso.

La violenza fisica è un dato di fatto, palese, reale e orribile. 
Quella psicologica non è da meno, e pochi se ne accorgono.
Pensateci. 
Oggi, anche domani.



giovedì 20 novembre 2014

Before Midnight - Prima della fugacità




Alcuni film funzionano solo se visti sotto la luce della loro palese finzionalità. L'assurdo eppure così ovvio non collimare con la realtà, la consapevole abitudine che tutti abbiamo, o almeno dovremmo, a tracciare un confine tra la nostra vita e lo schermo. 

Quando vedo film come Before Midnight, torno a rifletterci, mi ci spremo fino a non poterne più. E il risultato è evidente e netto, come il rumore dei tasti in questo momento violentati dalle mie dita. Mi fanno incazzare quei film che si spacciano per realistici, drammi veri - ma veri cosa? 
Al di là della trilogia che può riuscire o meno, soprattutto in funzione di un genere a metà tra il dramma e il romance dal sapore teatrale, ma lo sfarzo e l'abbellimento di una sceneggiatura (che lo è, è brillante, piena di ironia, di sofferenza, di sentimenti a un passo dal baratro), non fanno la vita vera. Non sarà mai così, almeno così non sarà, finché più nessuna donna affidi il proprio futuro all'idea di una vita da concepire in un "noi". In una cosa sola, nella fugacità dei ricordi che proiettano il volto del compianto marito morto dopo settant'anni di matrimonio, che svanisce dietro le nuvole, come il tramonto, come l'alba. 
Ma di cosa parliamo? 

La fugacità nell'arte non esiste, tutto rimane in eterno. 
Nella vita vera invece ogni cosa è condannata alla fugacità.

L'uomo non può credere ancora nell'ideale della donna remissiva e che scassa i coglioni per la storia del trauma post parto, e non può sentirsi infelice e martire a causa delle sue fisiologiche/antropologiche inettitudini. E la donna, noi donne, dobbiamo smetterla di credere che prima o poi arrivi l'uomo dal futuro, che ha la macchina del tempo in camera sua, e che ci ascolti come fosse il suo unico scopo, e che ci capisca, come fosse venuto al mondo per non fare altro. No, no non è così e non lo sarà mai. 
(La passeggiata più lunga con un uomo, che sappiamo ricordare, è quella che va dal nostro portone alla sua macchina, o lato est - lato ovest del centro commerciale e non si parlava, piuttosto si aggiornavano status su facebook).
La finzione cinematografica è affascinante e allo stesso tempo dannosa. Quegli scambi tanto seducenti e pieni di vita e quella voglia di capirsi a vicenda, nella realtà spariscono. 
La realtà e l'arte sono per natura incompatibili. 
Il silenzio e la pigrizia, nella vita reale, invadono lo schermo.
E quasi sempre, quando si viene colti da un' improvvisa forza e voglia di fare, di correre verso l'altro/a, è troppo tardi.

-Fine.

mercoledì 19 novembre 2014

Tranne il mercoledì




I giorni si ripetono identici, c'è chi sostiene che la ripetitività sia un dato di fatto.
Ma anche no, dico io.
Io che non credo agli astri, ai fondi del caffè che raccontano le vite di tutti, alle previsioni meteo...oddio le previsioni meteo. Le detesto!
Sempre uguali, sempre prevedibili.

"Leggermente mosso il Mar Tirreno".
-Io ooodio il Mar Tirreno.

Le storie sul tempo, i luoghi comuni e "non ci sono più le mezze stagioni", "tempo al tempo", "il tempo sistema le cose". 
Stronzate.

Non credo ai libri che interpretano i sogni, non credo nemmeno che a pochi uomini sia data la possibilità di farlo. I sogni sono di chi li fa, sono ciò che di più intimo e nostro abbiamo. 

Odio le feste, la domenica delle Palme, ognissanti, martedì grasso, il veglione dell'ultimo dell'anno, il pranzo del primo. Odio tutto ciò che si fa per "convenzione", perché lo dice il calendario, lo fanno tutti - lo faccio anch'io.

Sapete a cosa credo?
Ai giorni della settimana.

A uno in particolare.

I giorni della settimana si ripetono in sequenze sempre identiche, è vero. Sono condannati a una vita che ruota come un cerchio, sul quale un piccolo criceto corre disperato senza arrivare mai davvero.

Il lunedì lo odiano tutti, perché si torna a lavoro, perché è appena finito il week end, o perché semplicemente lo odiano tutti e così dev'essere.

Il martedì è un giorno che passa e non te ne accorgi, è più o meno così per tutti. Per me no ad esempio, io il martedì ho il mio programma radiofonico. Amo il martedì!

Il giovedì è il giorno che precede il venerdì, ed è qui che impariamo ad essere pazienti. "Ancora un po', ed è finita anche questa settimana".

Quando andavo a scuola amavo il venerdì. Lo amavo così tanto da amare persino le  ultime due ore di matematica che in realtà odiavo dal profondo. Ma lo amavo.

Sabato e domenica per me sono uguali, identici. Per molti altri sabato e domenica vanno insieme, camminano sotto braccio. Il ponte, il week end fuori dai nonni, la casa al mare, la casa in montagna e così via. Pochi non amano il sabato e la domenica. Ad esempio chi lavora o chi, come me, è soggetto alle cosiddette crisi esistenziali della domenica sera.

No, non ho dimenticato il mercoledì.
Il mercoledì è il giorno che sta in mezzo, e io che non credo a nulla vivo alla costante ricerca della via di mezzo, tutti i giorni. Senza tuttavia trovarla. Ammiro il mercoledì, lo stimo in una maniera tale che riesco addirittura a considerarlo un caso a sé stante, fuori dal calendario, fuori da ogni sequenza.
Il mercoledì a molti sfugge, a me no.
Il mercoledì mi ricordo che devo scrivere; il mercoledì c'è quasi sempre il sole anche se non è affatto così; il mercoledì vedo l'episodio registrato il lunedì, di Grey's Anatomy; il mercoledì sta in mezzo ed è felice così.

Il mercoledì mi ricorda Mercurio, un pianeta che amo - il più coraggioso, il più vicino al sole; mercoledì è una bambina vestita sempre di nero, con le trecce a scendere sulle spalle; il mercoledì mi fa ripensare alla famiglia settimana di Calendar Men, un cartone che guardavo insieme a mio fratello, magari lo davano proprio il mercoledì...oppure no, ma fa lo stesso. 

Era di mercoledì, quando su un letto scomodo e sotto una luce accecante io urlai con tutta me stessa: "non ce la faccio, giuro non ce la faccio".
Erano le 19 e 56, era il 19 novembre del 2008, e stavo compiendo la mia più grande impresa, la prima perché ne conto in tutto due.

Prima che vedessi mio figlio, io ero convinta di non farcela, ma lui subito dopo è venuto al mondo, sotto quella luce bianca, per impartirmi la prima lezione. La forza nel corso degli anni potrebbe venire meno, potrebbe accadere sempre. Potrei sentirmi stanca, stanca da morire, da svenire, da vomitare, da crollare a terra, da non poterne più. 
Quando sono a un passo dal tracollo, mi ricordo di quel momento, quel mercoledì, quel grido che mi accompagnerà sempre, per ricordarmi che nonostante il dolore, la paura, io posso farcela.

In fondo ho sei giorni a disposizione per non farcela, quasi tutti per gridare ancora una volta quel "non ce la faccio".
Tutti.
Tranne il mercoledì.

Auguri amore mio!


giovedì 13 novembre 2014

#FamoseNserfi - Simone Avincola feat. Fiorello



Vi parlai di Simone Avincola un po' di tempo fa, il cantautore romano di "così canterò tra vent'anni", nonché ospite ormai fisso dell' Edicola Fiore.
Ed è proprio da un'idea apparentemente folle di Fiorello, che arriva l'ultimo brano firmato Avincola.

#FamoseNserfi è lo specchio della realtà imbrattata dai vizi e dai tic che permeano l'era moderna, l'era del cosiddetto 2.0. E il videoclip, uscito oggi giovedì 13 novembre, è quanto di più facilmente riscontrabile ci sia al di qua e al di là dello schermo del nostro pc, del nostro smartphone...del nostro iPhone.

Non ci sono Polaroid che tengano, noi dell'era del 2.0 veniamo al mondo in posizione verticale, e non piangiamo più come i neonati di una volta. Cerchiamo la posa migliore, un bel sorriso sgargiante e...CLICK!

L'originalità è nei due atti del video, il primo ambientato in una sala parto, dove Simone appena nato avrà modo di realizzare il suo primo selfie. Il secondo (girato a Circo Massimo) - e qui si fa il salto nella citazione di classe - è ispirato invece al maestro del Western Sergio Leone. Non è più Per un pugno di dollari, piuttosto "Per un pugno di selfie", e non sto qui a svelarvi l'esito del duello finale tra l'uomo con la Polaroid e l'uomo con l'iPhone.

Il brano scritto da Simone è geniale e carico di ironia, assurdo nel suo coincidere a puntino con il mondo reale. Siamo schiavi di noi stessi, delle cose che possediamo (Tyler Durden insegna!) e invece di curarci facciamo sorrisi, magari è folle, magari no.

E nel dubbio, sapete cosa?

#FamosenSerfi, anche se non serfie a niente.





lunedì 10 novembre 2014

Interstellar - Oltre lo spazio, oltre la critica



Ogni due anni circa, mi ritrovo a fare ordine nella testa. A smaltire i postumi di una visione che incanta, seduce, ubriaca, stordisce come poche altre (pochissime), due occhi tanto predisposti alla meraviglia, eppure così disillusi. Non sempre però, devo dire che i miei occhi ancora riescono a lasciarsi abbagliare come devono, se necessario, e come di consueto il miracolo avviene al buio.
<<Sentirsi parte del firmamento>>.

In una sala, quando il mondo intorno è soppiantato da una necessità ben precisa: "vedere". 

Finché non vedo non credo, vedere per credere, e non è il più banale dei detti proverbiali a sostenere le mie sensazioni. Anche se, credetemi, scriverne è complicato. Molto.
Di Christopher Nolan si è detto e si dice di tutto. "Genio, il nuovo Kubrick, regista a metà tra il mainstream e l'autorialità. Regista sopravvalutato, presuntuoso, ambizioso sì ma troppo" e la reputazione schizofrenica dettata da pubblico e critica continuerebbe a saltare dall'amore all'odio al di là del tempo e dello spazio, senza tregua. Perché sarà sempre così, e forse è giusto che lo sia. 

Mi chiedevo però, se per scrivere di Interstellar, fosse necessario specificare che io rientri appieno nella fetta di quel tutto cosmico che comprende le sole critiche felici, quelle che per intenderci, chiuderebbero ogni discussione con un "se non ami Nolan non meriti di vivere. E non è un mio problema. Punto". E riflettevo su quanto questo poi finisca per influenzare il lettore e, inevitabilmente, me.

Allora io vorrei fare un azzardo, un tentativo di critica che vada oltre se stesso. Parlare di Interstellar come fosse il film di un regista conosciuto ora per la prima volta. Come se Nolan non esistesse. Come se tutto il polverone che ci circonda oggi, fosse l'inizio di una strada ancora non battuta. Nuova.

Con minor presunzione e senza il dente avvelenato, direi di aver assistito a un film enorme. 
(Se vabbè, non vale, mo' addirittura enorme).
Ok, riformulo tutto.

Interstellar non è un film perfetto. 
(Ora va meglio).

Anzi, Interstellar non è neanche un film. Sarebbe riduttivo. Interstellar è un'esperienza sbalorditiva in grado di coinvolgere tutti i sensi. Il film è un pretesto, così come lo è la fantascienza, o queste stesse righe destinate a rimanere sospese chissà dove, circoscritte in un lasso di tempo che non puoi nemmeno calcolare. 
Cosa resta di quanto sto scrivendo? E degli insulti lanciati sui social e delle critiche buone o cattive rivolte al film?
La mia risposta è: ciò che vogliamo che resti. 


E con questa risposta voglio concedermi il pensiero ultimo e definitivo a proposito di Interstellar. Non mi importa la critica e l'analisi del film, non mi importa della gente che storcerà il naso davanti al pc, ora, in questo preciso momento. 

Dal cinema e dall'arte io prendo ciò che mi piace di più. Il senso è in questa scelta e, di conseguenza, non sarà mai obiettiva, mai identica alle infinite altre, perché è mia.

Vado oltre lo spazio, oltre la critica...
e vedo uomini disperati e uomini caparbi condividere lo stesso mondo. Un mondo che rischia di spegnersi, e che porta questi uomini così diversi, ad elaborare un piano. Un piano che potrebbe estinguere le diversità e far rinascere la convivenza tra gli uomini. Un piano perfetto, poiché qualora riuscisse nel suo intento, renderebbe grandi anche i miserabili. E non sono i giri in orbita a renderlo grande, "in-ter-stel-la-re". Sono gli uomini dotati di intelligenza e spirito di sopravvivenza, quelli ancora capaci di guardare il cielo e sentirsi parte del firmamento, quelli che credono alle sensazioni primitive. Un padre che non va via senza aver prima fatto pace con la figlia, una donna che dice "è così perché me lo sento, perché lo amo". 

(Quindi stai dicendo che, Interstellar è un dramma rosa ambientato nello spazio?).


Il dramma credo sia non avere più il coraggio di lasciarsi andare, di guardare oltre, di cercare di scavalcare l'orizzonte per capire cosa ci sia, di là
Oltre quelle sequenze perfette, spettacolari e oltre quelle imperfezioni. Perché se guardi il cielo quando è grigio non pensi sia "brutto", capisci che quel colore ha un senso, nonostante tutto.

E resta il coraggio e l'arrendevolezza degli uomini. La paura di non farcela, e la speranza di riuscirci.
Resta un respiro sospeso nello spazio e il silenzio. Quello di Cooper, il tuo. Un attimo dilatato nel tempo, che in sala sembra non finire. Come la lacrima di Bane, la trottola che gira, o forse no.

Forse è questo il senso da ricercare in film come Interstellar. 
Quel che resta.



mercoledì 5 novembre 2014

Mini-meme: Incubi e meraviglie



Sentivo la mancanza, devo essere sincera, di nomination, premi, delle "cose da blogger".

La verità è che noi (blogger) queste cose le facciamo sempre volentieri, anche se spesso reclamiamo il tempo che corre, sempre poco, e poi la scocciatura di dover per forza mandare avanti catene di Sant'Antonio e simili. Tuttavia lo si fa...

Dunque ringrazio l'amica e collega Bolla per la nominescion e provo a spiegare le semplicissime regole del gioco.

La premessa è questa: "Il meme è stato originariamente proposto e ha a che vedere con il titolo di un libro scritto da Marco Lazzara 'Incubi e meraviglie' e di seguito dovrò prima rispondere a due domande, conseguentemente  mostrare una foto del testo in questione e nominare poi altre due persone per la prosecuzione della catena. Qui di seguito le domande e le rispettive risposte che ho dato".

Qual è stato il vostro peggior incubo?
Be', ne scrissi anche qui non molto tempo fa, tra i miei peggiori incubi ricorrenti c'è sicuramente quello dell'esame di maturità. Io che mi batto contro il mondo e maledico tutti, insegnanti, compagni, bidelli. La sensazione di vivere situazioni inverosimili, assurde, e sperare poi che si tratti di sogno e basta, e la paura che non sia così. Che è tutto vero! E poi quello di gridare e non avere voce. Credo sia una delle sensazioni più brutte che io possa provare in sogno. INCUBO.

Cosa vi desta maggiore meraviglia?
Sono una che tende a trovare meraviglia un po' ovunque. Nel senso che, la meraviglia non ritengo debba essere cercata nelle grandi cose, piuttosto il contrario. Può essere un fermo immagine, una parola, un suono, un odore, un gesto, un colore...sì insomma, la meraviglia è negli occhi di chi guarda. Forse è questo che mi meraviglia di più.

Nomino a mia volta  Luca e Peppe
Vogliatemi bene...

lunedì 3 novembre 2014

Di Peppa Pig e altre storie #3



All'asilo di Peppa, si festeggia qualcosa di davvero speciale: "la giornata del talento".
E siccome Madame Gazzella è una tipa tosta, cazzuta, gagliarda (suona la chitarra elettrica!), una che mette fin da subito le cose in chiaro, non manca nel dire ai piccoli allievi cosa sia, questa misteriosa cosa chiamata talento.

Hai talento quando ti piace fare una cosa e ti riesce bene.

Lo poteva spiegare meglio di così?
Io credo di no.

Be', sono passati tanti giorni e di episodi di Peppa ne ho visti... 
Mi devo tenere aggiornata, cosa credete? Insieme ai bambini, soprattutto con il piccolo, cerco di capire ogni volta, quale particolare dettaglio riesca a rapire la loro attenzione. E ogni volta mi dico la stessa cosa: la verità delle cose semplici.

Io sostengo che la semplicità, nel disegno delle cose e nel loro naturale evolversi, sia la prima "responsabile" di un così grande successo. Non dimentichiamoci mai, poi, che Peppa Pig non è stato pensato per "te", che in questo momento starai promettendo a te stesso di non passare più da queste parti, poiché la tipa che vi scrive è, con buonissime probabilità, una sciroccata, critica solo per le condizioni psichiche delle quali certo non si giova. Peppa Pig vince proprio per questo, se ne fotte del parere dei grandi, e dedica anima e corpo ai piccoli spettatori, soli ed unici destinatari. 
La verità poi, è sempre diversa. Prendete me a conferma di una simile affermazione.

Mentre scrivo rivedo nel dettaglio l'episodio di Peppa dedicato al talento. Non è normale, lo so. Ma d'altronde qualcuno il lavoro sporco dovrà pur farlo, no?

Esistono infinite verità dietro le galosce di Peppa e George, credetemi!
E questa del talento è, tra tutte le verità divulgate dalla nostra maialina rosa, la più bella. La più vera.
Felice e amara insieme, come le storie che amiamo di più sul grande schermo. Quelle che infondono speranza e preparano al peggio. Con esse scopri l'amore, ma al tempo stesso capisci che può far male. E scopri il talento, e sai che non è sempre un gioco in cui si vince e basta.

Chi si batte per difenderlo sa, che il mondo è una giungla, niente affatto benevola. Piuttosto spietata, piena di uomini e donne pronte a pugnalarti, non appena ti distrai. E la piccola Peppa, la quale spesso si fa detestare poiché un po' viziata, un po' rompiballe, un po' stronza, dovrà imparare a sue spese, la terribile legge della giungla.

Ogni alunno, l'indomani a scuola, avrebbe raccontato a tutta la classe il proprio talento. 
Danny cane suona il tamburo. Pedro pony fa il piccolo prestigiatore. Emily elefante suona il flauto. Rebecca coniglio fa un verso particolare. La piccola Peppa, non volendo, appena arrivata a scuola commette un grossissimo errore: confida a (quella str. di) Susy pecora i suoi tre talenti, ovvero saltare la corda, cantare e ballare. Susy confida a Peppa che guardare la televisione è il suo grande talento, ma Peppa non condivide appieno la scelta della migliore amica. Così, mentre il resto della classe si esibisce, arriva il gatto che salta la corda (meno uno), poi la zebra che canta (meno due), e poi...quella str. di Susy che, indovinate un po'?

"Io sono Susy pecora, e so Ballare".


Di Susy pecore, ne è pieno il mondo.


domenica 26 ottobre 2014

Quando scrivi



Quando scrivi, vivi il tempo in compagnia della sensazione di non farcela. Di fare male, di non arrivare, di non essere in grado di dire ciò che realmente vorresti dire. Provando a mettere insieme pezzi di vite estranee, parole mai pronunciate, la tua vita vera, le tue cose di tutti i giorni. Quelle di cui ti ricordi, e quelle di cui ti dimentichi. E nonostante tu viva i tuoi giorni in costante conflitto con te stessa, continui a farlo. Un po' alla volta, credendoci sempre di più anche solo per dare il giusto merito a quel fenomeno incredibile che, senza metterci nella condizione di capire come, trasforma una pagina in una moltitudine di pagine. Poche righe diventano storie, e tu non puoi fare a meno di leggerle, un milione di volte.

Chi lo sa se questo rientra nella prassi del "buon scrittore", io non lo so. Ma voglio lasciare che tutto vada come deve, come viene. Nel modo più naturale che esista. Leggo per capire dove sto sbagliando, se e come posso migliorarmi. Leggo e spesso piango per quella storia che dipende solo ed esclusivamente da me, dalla mia volontà. E non capisco come sia possibile. Piango e rido insieme ai sorrisi e alle lacrime dei personaggi che invento.

La paura di sbagliare rimane, ma mai come in questi momenti mi concedo la libertà di credere che, tutto sommato, è proprio così che deve essere.


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