giovedì 18 luglio 2013

Fight Club



"Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante me**a del mondo".
La vita tranquilla di un normalissimo e benestante assicuratore di una casa automobilistica, Edward Norton, viene profondamente stravolta dall' arrivo di Tyler Durden (Brad Pitt), un individuo piuttosto insolito dedito alla vendita di saponi. Norton però, stereotipo dell' uomo moderno, soffre di insonnia e di una terribile ansia che lo porteranno a frequentare gruppi di incontro per malati terminali. Qui in effetti il protagonista riceve come una sorta di beneficio consolatorio-psicologico, poiché si rende conto di essere l' unico sano tra i "veri" malati. La sua "quasi" ritrovata tranquillità però viene nuovamente messa in discussione dall' incontro con Marla (Helena Bohnam Carter), un' altra finta malata intrufolatasi come lui nelle terapie di gruppo.  La soluzione ai suoi problemi sembra dunque non arrivare, finché lo stesso Tyler non lo coinvolgerà nel progetto "Fight Club". 



Chiamiamola "boxe clandestina", anche se nel Fight Club non c'è chi vince e chi perde, a dominare gli animi degli adepti-combattenti è solo ed esclusivamente la voglia di una profonda rivincita spirituale, combattere contro (se stessi?) per vincere contro una società contemporanea annichilita e schiava del consumismo e del qualunquismo. Ogni membro del Club tra l'altro conduce parallelamente una vita assolutamente normale ma sarà di vitale importanza mantenere segreta l' esistenza dello stesso. 
Ogni sera questi appartenenti al club se le danno di santa ragione e combattono corpo a corpo fino allo sfinimento a volte, eppure, nei loro volti si percepisce una sorta di soddisfazione che deriva da un profondo senso di liberazione poiché solamente attraverso quei violenti pugni essi ritroveranno la via per un riscatto personale.
"Le cose che possiedi alla fine ti possiedono". Questa è la filosofia di Tyler, che, al contrario di Norton, è animato da un forte senso rivoluzionario, anticonformista e ribelle. Tyler infatti non mancherà di ricordare al protagonista, afflitto per aver perduto il suo costosissimo appartamento e dunque tutti i suoi beni, che nulla è davvero necessario e indispensabile come sembra, tutto è un macabro e convenzionale frutto di un sistema di massa di cui noi siamo schiavi. Fanno riflettere e pungono come spilli le parole di Tyler quando confida a Norton che ciò che più di tutto lo spaventa in questo mondo sono le celebrità sulle riviste, il volto del tizio che sta sulle sue mutande, la televisione con cinquecento canali...
Disegnato secondo precise e inviolabili "regole" il Fight Club arriverà però a degenerare in un vero e proprio gruppo terroristico chiamato "Progetto Mayhem". Specializzato nella realizzazione di esplosivi con l' utilizzo del grasso umano, atti a colpire le istituzioni.
Quando il protagonista si renderà conto di ciò che è stato creato, sarà ormai "difficile" stabilire nuovi e risanatori ordini tra i membri del Fight Club, poiché nessuno sarà disposto a violare quelli già stabiliti. 




Fincher dirige questo spettacolo inquietante secondo delle logiche che già ci aveva mostrato non troppi anni addietro con il thriller drammatico sui sette peccati capitali Seven (1995). Anche qui infatti il regista ci immerge in quelle atmosfere buie, violente e quasi mai illuminate se non da quelle psichedeliche e azzeccatissime luci al neon che si impiantano incredibilmente nella mente dello spettatore.

Doveroso ricordare che il film risulterà essere un eccellente adattamento dello splendido romanzo di Chuck Palahniuk, e che lo stesso scrittore si dimostrerà entusiasta della trasposizione cinematografica di Fincher (quindi doppi complimenti al regista). La denuncia di Fincher è la denuncia di un mondo ormai dominato dalle logiche capitalistico-industriali e l' uomo, ormai solamente vittima e a volte complice di questo sistema, non fa che vivere di cose materiali, preoccupato solo ed esclusivamente ad "addobbare" il proprio appartamento firmato Ikea.




In un' ottica assolutamente dura e tragica al tempo stesso, ma cinematograficamente parlando più che mai apprezzabile, il regista, decide che per l' epilogo della vicenda di Norton-Tyler avremmo dovuto assistere (e così sarà) all' "autodistruzione" del protagonista, che altra via d' uscita non trova, se non quella di sbarazzarsi una volta per tutte del suo "alter ego" (e di se stesso).

*Questa, è stata una delle primissime recensioni scritte per CriticissimaMente. Eh sì, ho fatto una sorta di recupero/riciclo, anche perché martedì ne ho parlato in radio e con la scusa vi beccate pure il podcast...





4 commenti:

  1. Amo il film con la stessa intensità con cui avevo odiato il libro!:D

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  2. Il classico film che tutti elogiano e che io ho trovato solo vagamente carino. Il libro l'ho odiato, ma odio Palacoso in senso stretto, va detto...

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