giovedì 26 giugno 2014

Gabriel García Márquez - Cronaca di una morte annunciata



Con questo romanzo breve sono entrata nella "fase Márquez". Credo che la nostra vita da lettori sia scandita da incontri, da momenti topici nei quali è impossibile cambiare direzione. Come se un bisogno fisiologico avesse la meglio e decidesse per noi. 
In realtà tutto è accaduto al supermercato un paio di settimane fa. 
Mentre mi avvio alle casse non posso fare a meno di notare questi Mondadori a cinque euro, tra i quali, molti dei titoli sono proprio di Gabriel García Márquez. Subito vengo rapita da due titoli, Cent'anni di solitudine e Cronaca di una morte annunciata.

In preda al fatidico "con quale inizio?", consulto alcuni amici già avvezzi alla penna dello scrittore di Aracataca. Un'amica fidatissima mi suggerisce di iniziare con Cronaca di una morte annunciata, confidandomi che tra i due, era quello che di più le era rimasto nel cuore. 

Mentre scrivo di questa "Cronaca annunciata", pubblicata nel 1981 (in Italia da Mondadori nel 1982), già sono immersa nelle atmosfere lontane dal mondo e dal tempo, descritte con incredibile maestria da Márquez nel suo più noto, Cent'anni di solitudine. Mi sembrava un po' una premessa da dover fare...
In Cronaca di una morte annunciata si trova, a partire dal titolo, qualcosa che rapisce il lettore e che, al tempo stesso, lo mette subito di fronte a un colpo di scena non voluto. Piuttosto, spiattellato in un incipit che così recita: 

"Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d'uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte".

Ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, a seguito del quale l'autore ha cercato indizi e conferme da più "voci oculari", il romanzo si annuncia come un inspiegabile capolavoro di narrativa, privato però di quella frenetica suspense che di solito aiuta le cosiddette detective story, impregnate di mistero fino alla fine, pur di tenere segreta la vera identità del temibile assassino. E invece Márquez non ne ha bisogno, tanto da rivelare nell'incipit come finirà questa storia e senza nemmeno esitare sull'identità dei colpevoli. 
Santiago Nasar morirà in circostanze assurde. Perché nonostante i fratelli Vicario abbiano fatto di tutto pur di rendere note le loro macabre intenzioni, nessuno ha cercato di dissuaderli. La colpa di Santiago è stata quella di aver violato la verginità di una donna, Angela, sorella dei Vicario, senza che il povero marito Bayardo di San Roman ne fosse a conoscenza. Dilaniato dall'onore calpestato e tradito nel profondo, Bayardo dopo le nozze, riconsegnerà la novella sposa alla sua famiglia. 
La vergogna è tanta e insopportabile, sia per l'uno che per l'altra, e a provvedere a tale sciagura ci penseranno i fratelli di lei. Fin da subito pare essere chiaro che il colpevole sia Santiago, ma qualcosa ci porta a dubitare fino alla fine, forse anche qui c'è del genio in Márquez...

L'assurdità della storia di Santiago è identica all'assurdo che ogni giorno governa il nostro mondo reale. Fatto di storie simili, piene di omertà e di silenzi che a lungo andare hanno reso impossibile il concepimento di una sana giustizia. Non c'è verità palese che possa cambiare il corso degli eventi, seppur tutti sanno, tutti hanno visto e sentito. 

Cronaca di una morte annunciata somiglia a un articolo scritto da chi non si pone affatto un margine di battute. Il talento di uno scrittore credo si trovi esattamente qui, nel fare poesia, narrativa, cronaca, saggistica, letteratura e giornalismo in sole 142 pagine.

Se c'è una cosa che mi ha profondamente colpito di questo romanzo, è la descrizione delicata e ferma, della follia lucida e consapevole che troppo spesso, travolge l'uomo e lo porta a compiere atti di una violenza indicibile. Márquez ha questo dono, e non credo sia da tutti.

"Già quasi vecchio, mentre cercava di spiegarmi il suo stato in quel giorno interminabile, Pablo Vicario mi disse senza nessuno sforzo: «era come stare sveglio due volte». Questa frase mi fece pensare che la cosa più insopportabile per loro in quella cella doveva essere stata la lucidità di mente".


martedì 24 giugno 2014

Confessioni di una mente pericolosa (la mia).



Ebbene sì. L'ho fatto.

Sono tornata all'Università.
Con un'idea ben precisa in testa, un pensiero che mai durante questi tre anni mi aveva abbandonata.
Sono tornata nonostante le madonne e le bestemmie. Nonostante i vaffanculo e i porcatroiamerdosa; le mie migliori amiche. Sì, nonostante le parolacce e i pianti e le volte in cui abbia maledetto tutto di me, soprattutto quella cicala fatta di non so ancora quali droghe che mi canta nella testa e decide per me. 
(Maledetta!) 

Lo scorso anno, così per curiosità, inviai la domanda per la verifica dei requisiti di accesso alla magistrale in Lettere. L'esito fu positivo. Quella porta socchiusa ha iniziato ad aprirsi pian piano, e da lì ora si affaccia una luce che mi cambia di nuovo prospettiva. Ho pensato che "rinunciare perché è troppo complicato" non è la soluzione. Non lo è mai. 

La strada è sempre in salita, i piagnoni sfasciaentusiasmo sono ovunque. Ma io che sono matta e altro non ho che la mia follia, vado dritta per la mia strada. Letteratura e lingua, studi italiani ed europei. Senti come suona bene. E' la mia strada, la mia vita e la mia condanna. 
E poi ho una promessa da mantenere...a quella stella in cielo che già so, mi porterà fortuna.

"Vuoi dirmi, per piacere, da che parte devo andare adesso? Chiese Alice.
Dipende molto dal luogo dove vuoi andare, rispose lo Stregatto".

lunedì 23 giugno 2014

Workers - Pronti a tutto



Giusto qualche giorno fa, lamentavo i pochissimi film visti in questo ultimo periodo. Presa soprattutto da un amore ritrovato per i libri e un'esigenza che, a quanto pare, non mi ha mai abbandonata.

E come spesso accade, quando si ha poco tempo per starsene comodi e spaparacchiati sul divano, lo si spreca all'insegna delle nostre peggiori decisioni prese davanti alla tv. Una sera in cui la calura estiva sembra darti un pizzico di ossigeno e di speranza, tu che fai?
Vedi Workers - Pronti a tutto.

Ma siamo davvero pronti a tutto?
Certo che no!

Premetto che la visione del film, ha fatto sì che io lasciassi sul comodino Cent'anni di solitudine, immaginate i numerosissimi mea culpa sopraggiunti...che ve lo dico a fare. Però a volte ci sta che tu veda un film leggero, poco impegnativo e niente affatto promettente. No?


Lorenzo Vignolo è un regista italiano classe 1973, il quale ha alle spalle una fruttuosa carriera nel mondo dei videoclip musicali (e si vede). Il che non è un male, anzi. Infatti se possiamo trovare un unico aspetto interessante e abbastanza riuscito di questo Workers, diremmo senza ombra di dubbio che si tratti della dinamicità e delle trovate musicali, che bene si sposano all'idea carina, ma male sfruttata, del film.
Immaginate dunque la storia più comune e più italiana che possa venirvi in mente ora. Ecco. Esattamente quella...
Giovani carini e disoccupati, pronti a tutto (secondo Vignolo) pur di lavorare. La scelta ricade sulla narrazione ad episodi, tipica della commedia italiana di costume, all'interno della quale tante storie si intersecano senza mai toccarsi del tutto, seppur nelle loro somiglianze, nei loro drammi condivisi. Ecco allora la bella Alice, truccatrice di talento ma non abbastanza, almeno non per il mondo dei vivi, la quale si ritroverà ad avere a che fare con una delle più "rispettate" famiglie di Cosa nostra. Sicuramente questo è stato il più originale degli episodi, ma non è bastato a farne un lavoro compiuto e godibile. I personaggi macchietta del film risultano poveri di comunicazione efficace. Piccoli doppioni di un album  a cui nessuno è più interessato. Come l'Italia che vacilla e fa un passo avanti e cento indietro, e rimane lì.


Storie vere quelle di Workers, probabilmente verissime. Ma non credo che si è davvero disposti a tutto pur di lavorare. Io almeno non la vedo così. Forse è anche per questo che sono disoccupata?
Il fatto è che io appartengo a quella piccola fetta (di alieni?) ancora convinta, che studiare possa fare la differenza. Se oggi il nostro paese va a rotoli non è perché quei giovani fissati con lo studio, ambiziosi e sognatori, non lavorerebbero mai in una stalla a masturbare un toro o a truccare attori impegnati nel loro ultimo atto. Chi è pronto a tutto non è un eroe, ma il disperato sintomo di un paese devastato, arrivato al capolinea. Io non devo sentirmi in colpa se con la mia laurea pretendo di più. Lo devo a me stessa e a quel briciolo di dignità che ancora appartiene a questo paese. Quasi sempre le ramanzine ai giovani che non si rimboccano le maniche, arrivano dalle poltrone più comode, quelle distanti anni luce dalla cacca delle stalle e dai morti da seppellire. E allora chi dovrebbe veramente cambiare?

Io continuo a ribadire, nonostante tutto, che chi si accontenta non ha insistito abbastanza. 
E abbastanza è il minimo che dobbiamo a noi stessi.

sabato 21 giugno 2014

Letti di notte 2014 - Spegni la luce, accendi i libri!



Torna dopo il grande successo delle due edizioni precedenti, la notte bianca dei libri, un festival dedicato a lettori e librai, a chi ha scelto di vivere migliorandosi attraverso le pagine dei libri e a quanti invece, se ne circondano ogni giorno, per professione. La passione per la lettura non deve spegnersi, questo è il monito che sta alla base dell'iniziativa Letti di notte, voluta e realizzata da Claudia Tarolo e Marco Zapparoli di Letteratura Rinnovabile, nonché editori di Marcos y Marcos e da Pietro Zuzzu, libraio di Piazza Libri.

Tante città italiane e tante librerie saranno protagoniste di questa notte "librosa", la quale lo scorso anno, ha visto coinvolte più di ventimila persone. Librai, editori, bibliotecari, autori, poeti e soprattutto tanti lettori, si vedranno uniti per una stessa e fondamentale causa: promuovere la lettura.

                                                                Letti di notte a Roma


Tra i personaggi più noti coinvolti ricordiamo Dario Fo, Sveva Casati Modignani e Andrea Vitali. La notte bianca dei libri coincide poi con il Giro d'Italia che da maggio sta attraversando il paese, e pare che in palio ci siano quattro biciclette e un week end in Abruzzo, per le librerie che avranno allestito le vetrine più belle. Si può addirittura votare, scattando una foto alla vetrina della vostra libreria preferita e pubblicarla, entro il 30 giugno, su Instagram con l’hashtag #vetrinadelmondo

Siamo tutti invitati a riempire la notte più breve dell'anno, nel giorno più lungo, con i libri.
Taaanti libri!



Per conoscere le librerie aderenti all'iniziativa, potete visitare il sito di Letteratura Rinnovabile.

giovedì 19 giugno 2014

I paladini delle cause perse



Su di me credo sia caduta una stella di quelle "anomale"
la sera in cui venni al mondo.
Una stella ignota alle mappe dei cieli,
di una bellezza ancora senza nome.
Sotto quella scia luminosa
orfana e straniera,
io in qualche modo cadevo sulla terra
per rimanervi a tempo indeterminato.

E non subito, ma solo dopo un po' di anni
ho capito che, quella stella aveva scelto me
per un motivo ben preciso.
Me, noi, voi.
Quelli che credono a dispetto di tutto,
di rinascere laddove gli altri hanno piantato le loro rassegnazioni
i loro sfiancanti "tanto è inutile".
Sì insomma, i paladini delle cause perse.

Ma la mia stella
seppur nella sua presuntuosa ambizione,
non sbaglia affatto.
Dovrà morire la diffidenza
gli stanchi saranno stanchi a sufficienza,
ogni cosa cambierà.
E il giorno in cui i paladini avranno la loro rivalsa,
non sarà più così lontano.

mercoledì 18 giugno 2014

Muriel Barbery - L'eleganza del riccio



Credo di aver trovato il libro della mia vita.
Credo di aver afferrato tante di quelle emozioni in una volta sola, da non poter credere il contrario.
Al 7 di rue de Grenelle, Parigi, le vite di due donne mi hanno sedotta e frastornata.

Renée e Paloma. La prima, una donna di passa cinquant'anni, vedova e portinaia. Di quelle che ai più, passano come rozze e ignoranti, indegne perfino di un saluto o di uno sguardo sincero. La seconda invece è una bambina, dodici anni e già consapevole di tutto il marcio del mondo. Dotata di un'intelligenza sorprendente ma al tempo stesso, rassegnata dinanzi a un universo di uomini e donne ormai condannati alla "boccia dei pesci rossi", alla fine. Sull'orlo di un tragico epilogo inevitabile, nemmeno lei, può dirsi salva. Ecco perché la piccola Paloma ha deciso di togliersi la vita il giorno del suo tredicesimo compleanno. Prima però, ha bisogno di scrivere qualcosa della sua vita. Pensieri profondi e i più bei movimenti del mondo. 
Tra la recita forzata della portinaia e quella della ragazzina, si colloca poi il fuoco salvifico di un uomo misterioso e affascinante. L'unico in grado di vedere le persone per quello che realmente sono.
Monsieur Ozu.

Il palazzo elegante in rue de Grenelle, con tutti i suoi ricchi condomini, altro non è che la cartina al tornasole di una società malata. All'interno di questo mondo dall'aspetto impeccabile, dove tutti hanno un doppione di tutto, e dove nulla somigli più alla coscienza umana, non può certo concepirsi l'idea di una donna di umili origini che legga Marx o peggio ancora L'ideologia tedesca. Figuriamoci. Non è che una donna legga tanto per il piacere di farlo, per innalzare lo spirito o "sciocchezze" simili. Le mire sono ben altre, e quasi sempre pericolose. Questo è ciò che direbbe un borghese come tanti.
Renée invece è la prova vivente che tutto questo comune "credo", riporti nel Medioevo gli uomini e costringa gli "eversivi" a un piano di vita alternativo. Renée, così come la sua piccola "anima gemella" Paloma, è costretta a vivere nei panni di un ruolo completamente opposto alla sua natura. Ormai stanca di cercare l'integrazione in un mondo incapace di darle nulla o più di un "si preoccupi piuttosto di dare l'acqua alle piante", la portinaia vive le sue giornate combattendo la noia e l'indifferenza a suon di perle appena sussurrate, di filosofia e letteratura, di Arte e di vita.

Silenziosamente il lettore diventa parte di quella vita segreta e appena accennata. Di quella bellezza che, come si affaccia al di là delle pagine, provoca il più bel movimento dell'universo. Il tempo si dilata e la vita ti offre il tuo momento propizio (il kairòs). Ed ecco che un libro diventa il "tuo" libro. Avviene la magia, il miracolo della Letteratura, della bellezza custodita dal respiro che un'emozione sincera sa afferrare.
Provare a spiegare la ragione che ti ha spinto a scegliere "questo", come il libro della tua vita, è certamente difficile. L'eleganza del riccio fino a un mese fa, era solamente il desiderio di prolungare un viaggio di tre giorni a Parigi, con la speranza che io continuassi ad amare l'aria che respiravo attorno a me, immaginandomi ancora di camminare sui tetti, lungo rue de Rochechouart. 
Nulla avviene mai per caso, io ci credo davvero.
Muriel Barbery, l'autrice del libro, è una docente di Filosofia. Difficile non averci pensato durante la lettura.
La bellezza di un romanzo a volte risiede in un concetto di eleganza che, più che far pensare a gingilli e ghirigori di ogni sfarzo, riporti l'anima di chi legge, in pace con il mondo e con sé stessi. Come se ad un tratto la bellezza si poggiasse su di noi, delicatamente, e ci offrisse un'infinità di prospettive, tutte diverse, tutte avvincenti. Dolorose alcune, altre entusiasmanti e zuppe di felicità.

Forse mi verrebbe più naturale dire che, L'eleganza del riccio è il mio libro, poiché dopo ogni piccolo passo in avanti, girando pagina, io mi sentivo più completa. Ed era una crescita impercettibile, comprensibile solamente nei momenti in cui mi sembrava di sedermi e avere davanti a me una donna trasandata ma piena di bellezza da dispensare. 
E così beviamo del tè insieme, parlando di Blade Runner, del cinema di Ozu e dei primi film di Wim Wenders. Sentiamo che nulla potrebbe rendere questo momento tanto intenso, tanto "nostro", se non questa gioia condivisa, dentro tutto ciò che affascina e mette in moto il cuore, la curiosità clandestina che piano piano disegna il nostro mondo. Un mondo che deve rimanere segreto, lontano dagli sguardi indiscreti e perfidi della gente. 

"Questi attimi in cui si rivela la trama della nostra esistenza, attraverso la forza di un rituale che rinnoveremo con un piacere accresciuto dall'infrazione, sono parentesi magiche che gonfiano il cuore di commozione, perché all'improvviso il tempo è stato fecondato, in modo fugace ma intenso, da un po' di eternità".
(Pag 83)

Questa è la delicatezza e l'eterna bellezza del romanzo della Barbery. Leggiadro e deciso al tempo stesso, come i passi delle donne giapponesi che entrano nelle loro case, delicatamente. E delicatamente aprono quelle porte scorrevoli in grado di lasciare intatta la bellezza di una stanza illuminata dal sole, senza andare ad alterare la prospettiva, il senso più profondo. L'eleganza del riccio ti entra dentro con questa stessa delicatezza. Penso al rumore di un petalo di rosa che cade e a come il ricordo di una camelia possa salvare una vita. Penso tante cose insieme, e ho voglia di continuare a fare mio, tutto ciò che Renéè, nelle sue appassionate lezioni impartite a se stessa, ha saputo mettere a disposizione di chiunque ne avesse sentito il bisogno. Continuerò a leggere libri come se dovessi nascondermi al mondo, rendendo ogni pagina letta un atto rivoluzionario. Continuerò così, rubando agli attimi tutta la loro bellezza, cercando la mia pace, le mie parentesi di tempo fecondato dall'eternità. 
Un sempre nel mai.
Sì, è proprio così, un sempre nel mai.


lunedì 16 giugno 2014

The Dreamlands - Il primo adattamento cinematografico del Dream Cycle di Lovecraft



Parlare di cinema indipendente e credere in un'idea, seppur questa appartenga a mondi lontanissimi dai tuoi, è sempre un grande piacere. Ecco perché di tanto in tanto, mi dedico alla promozione di progetti filmici ancora sconosciuti, ma in qualche modo già capaci di lasciare il segno. 

Così è stato anche per The Dreamlands, il primo adattamento cinematografico del Dream Cycle di HP Lovecraft. Me ne parla un'amica, cerco quante più info possibili su questo progetto e già mi rapisce l'idea che si trova sul nascere del film. Entriamo nel mondo del Fantasy, quello Dark e veniamo travolti dal fascino legato al nome di uno scrittore famoso in tutto il mondo, quale è appunto Howard Philips Lovecraft. Vissuto negli Stati Uniti nella prima metà del XX secolo, Lovecraft, è stato uno degli scrittori più influenti nel mare dell'Horror, del Fantasy, tanto da influenzare i più grandi maestri del brivido, primo su tutti Stephen King. L'influenza di Lovecraft arriva anche in campo televisivo (Ai confini della realtà, Twin Peaks, X-Files) e nel cinema (Alien, The Thing), addirittura nei fumetti (Alan Moore, Mike Mignola).


Nonostante i diversi tentativi di adattare e portare sullo schermo lo spirito lovecraftiano, ne rimane ben poco, poiché quasi sempre nella testa dei produttori regna in pole position la strategia commerciale. Vendere, vendere a tutti i costi. Il regista e sceneggiatore Huan Vu, ha espresso chiaramente di voler rimanere fedele alla visione di Lovecraft, e con il vostro/nostro supporto, questo ambizioso progetto può venire alla luce.

Qui trovate la campagna on line per sostenere il progetto The Dreamlands.

La storia
Roland è un giovane orfano che, guidato da un misterioso vecchio, viene condotto nel mondo costruito dai più grandi sognatori della terra. Il vecchio è il Re di questo mondo, e il suo scopo è guidare Roland affinché diventi suo successore.




In bocca al lupo The Dreamlands!

domenica 15 giugno 2014

La parola di oggi è "coerenza".



coerènza s. f. [dal lat. cohaerentia, der. di cohaerere; v. coerente]. – L’esser coerente, nel sign. proprio e fig., e nelle accezioni specifiche (per le quali, v. coerente): la c. delle parti nel tutto; c. d’idee; c. fra pensiero e azione; uomo di ammirevole c.; c. di organi, in botanica. In fisica, c. di un sistema di unità di misura, c. di radiazioni elettromagnetiche; c. temporale, c. spaziale, a seconda che ci si riferisca alla costanza della fase nel tempo oppure nello spazio; spazio di c. e tempo di c., espressioni in uso per indicare la lunghezza (lungo una direzione di propagazione) e l’intervallo di tempo di cui una radiazione si mantiene coerente.

(Dal vocabolario Treccani)

Addirittura, se andate su Wikipedia e cercate "coerenza", vedrete una piccola lista fatta di voci che rimandano ai diversi campi in cui si muove la parola di oggi. Accanto a queste voci, è possibile aprire il link che, la nota enciclopedia del web, mette a disposizione.
- proprietà delle onde elettromagnetiche (link)
- nelle lingue naturali, criterio di testualità orientato ai significati (link)
- proprietà delle teorie formali (link)
- qualità della persona umana* qui non c'è alcun collegamento. Non vi è possibilità alcuna di recuperare un significato ambiguo, misterioso, come è appunto, la Coerenza della persona umana.

Questo già di suo dovrebbe suscitare molti sospetti. Coerenza...mmm.
Ma, esattevolmente, cosa esser tuuuuu?

Dal latino cohaerentia, deriva da cohaerìre che vuol dire essere unito, "connesso". E io non credo che la coerenza sia una virtù, o un dato imprescindibile che, o ce l'hai o non ce l'hai. La coerenza è una scelta, l'ennesima facoltà pestata dall'uomo. Siamo così stupidi?
Più o meno. Il fatto è che la coerenza richiede coraggio, il più delle volte, anzi sempre. Così ci rimane più a portata di mano la contraddizione, che non è male, ma bisogna saperlo fare. 
Insomma, tutti questi ragionamenti contorti perché questa mattina (come era prevedibile), mi sono ritrovata nel mezzo di una raffica mediatica di elogi e dichiarazioni d'amore all'Italia di Super Mario Balotelli. E poi Il secondo tragico Fantozzi e il suo "Scusi, chi ha fatto palo?". 

Eppure a me dell'Italia, perdonate la franchezza disfattista, non può fregare che meno del nulla!
Perché se la coerenza significa soprattutto essere uniti, connessi e che si intenda con sé stessi o con il mondo intero, poco cambia, rimane comunque dell'Italia l'immagine di un donnone stravaccato sul divano, che ingurgita tutto e si innalza a niente. Convinto stupidamente che "oggi", si possa condividere qualcosa che faccia di noi un tutt'uno. Ebbene, questo qualcosa di miracoloso dovrebbe essere il calcio?
Be', mi spiace, ma io alla storiella del pallone che corre sul campo e fortifica il mondo, non ci credo. Almeno, non più. Mi bastano i fatti all'ordine del giorno, mi basta la poca coerenza che ci appartiene. 

Prima di ieri, Balotelli zozzo infame non ti vogliamo in Nazionale.
Oggi, Super Mario olé.
-O' miracolo italiano-

La coerenza...

sabato 14 giugno 2014

Alessandro Baricco - Una certa idea di mondo




Alessandro Baricco mi piace. 
Di lui mi piace soprattutto la forza delle parole che prende e fa sue, pur di afferrare un concetto, un'emozione. Mi piace l'abilità linguistica, la sua parsimonia nel sincerare tra le righe, quel che borbotta la pancia e che, spesso, è impronunciabile. Ma il lettore a volte capisce addirittura il "non detto" di uno scrittore. Quando inizi a conoscerlo davvero. Quando inizi a sentirlo vicino come nessun altro.

Capita così di leggere Una certa idea di mondo, e la prima cosa che ti viene in mente di fare o dire, è un doveroso e sentito "grazie". Pronunciato piano e guardando dritto negli occhi il tuo "migliore amico", quello che scrive libri e di libri, e pure bene. 
Ma dove lo hai trovato un migliore amico cosi? 
-Eh, a dire il vero nel mare

I migliori amici sono quelli con cui non usciresti mai il sabato sera. Sono quelli che appena aprono bocca ti irritano e poi diciamolo, sono poco amabili e il loro punto forte è l'arroganza. Quella che manca a te, la tua massima aspirazione di ogni giorno. Quella che oggi c'è, domani no e così via. Ecco perché li detesti e li ami al tempo stesso. Che poi sono tipi strani, guardate Baricco. Uno che una mattina si sveglia e decide di iniziare a scrivere di libri, prendendone, tra quelli letti negli ultimi dieci anni, uno al giorno.
Audace eh?
Sì, Baricco è il mio migliore amico audace, forse come non ne avevo mai avuti. Ma è anche molto ingenuo e sognatore alle volte, e questo è un valore aggiunto, che mica tutti hanno.

Se non avessi già una mia idea "di Baricco", direi che questa trovata di scrivere di libri e farlo per un anno, una volta al giorno, sia più che presuntuosa e poi "potrebbe farlo chiunque", addirittura io. Addirittura voi.
Poi capita di aprire il libro di questo "presunto presuntuoso" e, come per incanto, ti ricordi del fatto che siete amici...
Insisto su questa metafora perché per me leggere un libro è come andarsi a bere qualcosa con qualcuno e cercare di conoscersi, oppure, nel caso di un vecchio amico, di ritrovarsi e vedere se qualcosa è cambiato o è rimasto tutto come era stato lasciato. Ogni volta che leggo Baricco torno su quel tavolino immaginario e riprendo a bere e a sgranocchiare arachidi insieme a lui, e a parlare di tutto. Ogni volta siamo un po' più grandi, entrambi, ma la ragione per la quale ci incontriamo è sempre la stessa.
Anche lui, come me, trova nei libri le risposte che altrimenti non avrebbe. Ha voglia di parlare, di parlarne perché crede che solamente in questo modo, l'essere umano non sia spacciato e non perda mai la curiosità e lo stupore negli occhi. 

"Il fatto è che mi riesce sempre più difficile dire cosa vedo quando mi guardo intorno, e perfino il concentrarsi su un particolare spicchio di questo gran spettacolo non sembra portare molto lontano: si finisce per impelagarsi in tecnicismi che magari mettono a fuoco il dettaglio, ma perdono la mappa complessiva, l'unica che conta davvero. D'altra parte, come si fa a stare zitti, con tutto quel che accade intorno, e soprattutto se ti guadagni il pane lavorando con l'intelligenza e il gusto? È un lusso che non ci si può permettere".
(A. Baricco)

E sapete no? Quanto c'è da vedere nel mondo se si ha la voglia di scoperchiare le apparenze. I libri sollevano dubbi e danno risposte ad una velocità sorprendente. Senza che tu te ne accorga, sei passato da Elizabeth Strout a Paolo Villaggio così, senza logica. Quale altro folle compierebbe mai una tale successione letteraria?
Sì, la risposta è nessuno. O quasi...

Baricco trova nei libri che legge, un buon motivo per continuare a farlo. La certezza che sia sempre e comunque la cosa migliore che si possa fare. Mi chiedo se lo stesso valga per i libri che scrive...e non mi meraviglierei se la riposta fosse "no". Perché in quei libri letti, ci sono storie che dovevano essere a tutti i costi raccontate. C'è bellezza e orrore, c'è magia e realtà, ci sono amori e disperazioni che qualcuno ha provato sulla propria pelle. Tutto questo deve essere condiviso affinché tutti ne possano beneficiare, come il più prezioso dei diritti di cui l'uomo dispone. 

Una certa idea di mondo è la storia di un uomo che ancora crede nei libri che ha letto, ancor di più in quelli da leggere. Un ragazzino più grande dei ragazzini e un vecchio più giovane dei vecchi. Uno che ha voglia di litigare un po', senza mai nominare politica o affari televisivi, ma soltanto su battute belle e brutte. Di scrittori vecchi e nuovi, di libri letti una volta oppure cento.

Prima regola, prudenza - disse.
E la seconda? - chiese lei.
Audacia - rispose Struensee.

(Il medico di corte, Per Olov Enquist)

giovedì 12 giugno 2014

Gomorra - La serie (finale di stagione)



Diciamo che ho accelerato un po', pur di rientrare coi tempi. Avevo parlato di Gomorra, l'ultima volta, con gli episodi 5 e 6. Ed eccomi qua, con uno sprint da prestidigiscigiatore che ci porta dritti dritti a un finale di stagione davvero straordinario.

Con Gomorra, ho innanzitutto ricominciato a seguire una serie tv, cosa che non accadeva da non so quanto. Per di più italiana, da non crederci. Non è cattiveria, ma io la Arcuri e Garko in tv proprio non li tollero, vado in shock e poi muoio. Tutto qui.

Ma parliamo di cose belle. Parliamo di come un cast non stellare, per fama, ma eccellente per dato di fatto, abbia reso Gomorra - La serie, una piccola opera d'arte televisiva. Fotografia realistica e accattivante, frenetica a volte, così come immobile, a dilatare i fatti, il male della Camorra. La macchina da presa, seppur in un paio di occasioni ha cambiato mano in regia, rimane ferma e seducente. La regia di Gomorra insegue questi uomini e queste donne fin dentro i vicoli più stretti di Scampia. Fino ad incastrarsi in quei buchi dei palazzi che non hanno vie di fuga, emanano la puzza di sconfitta e morte, di vite segnate. Vite acerbe, mature e cadenti. I personaggi si scoprono in maniera graduale, eccezion fatta per i principali membri delle "famiglie". Dunque Don Pietro, Donna Imma, Genny, Ciro da una parte e Salvatore Conte dall'altra. Il resto dei clan, rimane astratto fino alla fine, almeno fino a metà serie. Solamente quando ormai i fatti più decisivi sono venuti alla luce, possiamo dire chi si può fidare di chi, e perché.


Certo che (("SPOILER")), Ciruzzo non s'è regolato. Anche se era evidente il suo infame desiderio di salire sul trono e fare della sua appartenenza al clan dei Savastano, solamente "o passato". Ora che Donna Imma è morta, e Genny non sta capendo più nulla del suo ruolo e dei suoi scugnizzi guaglioncelli che tirano coca e sparano come riposseduti dal demonio, anche ai cani, la situazione si fa complicata. 

Diciamo che su uno sfondo quasi apocalittico, assistiamo allo schieramento dei "vecchi" da una parte, e i "guaglioni" dall'altra. I ragazzini guidati da Genny, e i vecchi da Ciro. Accadrà l'inevitabile epilogo che vuole quanto più sangue possibile, e non perdona. Conte è tornato e vuole la sua fetta, un po' per vendetta un po' per esigenza di confermare la propria autorità. La testa di Ciro o la testa di Genny farà più gola a Salvatore Conte?

Mi duole dirlo, ma Ciro è quel boss paraculo e spietato che non si ferma davanti a niente, pronto a cambiare poltrona a seconda di come soffia il vento. Genny invece non è così. Genny rimane la corazza costretta a recitare un ruolo imposto, ma dentro di lui c'è qualcosa che non lo rende uguale agli altri. Se scegli di non sparare per primo, in mezzo a una folla di bambini e genitori, qualcosa mi porta a credere che il tuo male sia un gradino sotto a quello di chi, a differenza tua, non c'ha pensato due volte a sfiorare il grilletto. 
Anche se ora, lasciatemelo dire, a Ciro l'infame lo vedo moooolto male. 
The Don Pietro Rises...

Una delle cose che ho apprezzato di più di questa serie, è stata la capacità di narrare fatti sanguinosi e raccapriccianti che non arrivano da mondi lontani abitati da maghi e fatine colorate, no. Gomorra è lo specchio del mondo in cui viviamo, solo che spesso conviene dimenticare ciò che non vorremmo fosse vero, eppure c'è. Lo spettatore per questo arriva quasi a dimenticare la fratellanza tra finzione e realtà, e riesce persino ad empatizzare con alcuni di questi personaggi.


Donna Imma è stata, per me, un punto significativo durante la visione di questa serie. Non mi aspettavo che se ne andasse così, soprattutto perché a volte mi capitava di comprendere le sue massime da donna/madre e donna/boss, e mi piaceva così com'era. Come l'ultima, prima di morire.
"La guerra non la vince chi è più forte, ma chi sa aspettare".
E noi donne è vero, sappiamo aspettare. Però, nella guerra in cui ti sei trovata tu, Donna I', non vince nisciun'

mercoledì 11 giugno 2014

Prima che tu sia grande



Oggi è stato il tuo ultimo giorno di asilo. Ho bisogno di ricordarmene e di non perdere nulla, ecco perché ho deciso di scrivere. A te, a me.

Ricordati di ora, prima che tu sia grande.
Prendi il tuo sorriso e anche il mio, perché non torneranno. 
Almeno non così, non uguali a oggi.
Ricordati dei borbottii delle mamme più pacate, e ricorda pure le voci più vibranti e fastidiose 
e le rughe già disegnate, sui volti delle mamme più incandescenti.
Prendi se puoi gli sguardi di tutti i tuoi compagni. 
Piccoli uomini e piccole donne col mondo davanti.
Ricordati che se oggi un pensiero felice ti è passato nel cuore, è perché lo devi conservare per sempre.
Anzi ti chiedo, se puoi, mantienilo intatto e condividilo con me, nei momenti difficili. 
Già so che mi farà bene e mi rimetterà in piedi.
Prendi questo cappello di cartone e mettici dentro, con cura e pazienza, un sogno alla volta a partire da ora. Col tempo le cose piccole diventeranno grandi. 
Anche tu, anche io.
Ricordati dell'imbarazzo di oggi, quello che ti poggiava sul viso un sorriso a metà. 
Che poi sono i sorrisi più belli, quelli di cui non ti dimentichi mai. 
Prendi il bacio della maestra e gli applausi di tutti i genitori, e dei nonni.
Da qui comincia una nuova avventura, la vita si fa strana e inizia a cambiare continuamente.
Nella nuova classe non troverai più le costruzioni, 
non mi racconterai dei pezzi piccoli e rossi che Gabriel, il compagno un po' dispettoso, ti prendeva per dispetto e tu non sapevi come fare. 
Ricordati pure dei pianti per le navicelle spaziali che non hai potuto completare 
ricordatene soprattutto quando sarai più grande. Ti aiuterà a raggiungere i tuoi traguardi e saprai finalmente come affrontare, un Gabriel diventato uomo, che ancora non la smette di infastidirti e portarti via ciò che serve a te.
Come oggi.
Prendi le mie parole come quelle di una mamma che, guarda suo figlio, e vorrebbe che ogni piccola sensazione non se la rubasse il tempo.
E la sola possibilità che ho, penso, è quella di scrivere.
Ricordati dunque di me, davanti al computer che sbraito e mi muovo senza coordinate in cucina 
per la casa e spesso gridando, a te e a tuo fratello.
Promettimi però che di me ricorderai anche le chiacchierate in macchina, mentre si andava a scuola.
Vorrei che prendessi di questi momenti di noi due insieme, vicini come forse non lo saremo più, le mie domande e le tue risposte. 
Porta con te quelle più entusiasmanti, le più sincere.
E ricorda di quando ti ho chiesto se fossi solamente felice, oppure felice e triste insieme, e tu mi hai risposto nel modo che io forse immaginavo. 
"A ma', felice e basta!".
Ed è qui che vorrei che tu di tanto in tanto tornassi.
Nella tua felicità di oggi.
La felicità e basta.
Quella di cui parleremo tra vent'anni, ma non sarà la stessa cosa.
Approfittiamone ora.
Prima che io sia vecchia e stanca.
Prima che tu sia grande.


lunedì 9 giugno 2014

Hitler s'incazza per come si vive a Roma



Capita a volte di imbattersi così, per caso, in esperienze assurde e geniali che mai avremmo immaginato di vivere. Certo oggi con l'avvento di internet e il supporto di You Tube, è davvero più facile trovare perfino l'introvabile. A tal proposito, tra le cose più assurde, divertenti e originali, viste in questi ultimi mesi, c'è sicuramente questa.
E io, la dovevo condividere a tutti i costi, con voi.

Parodiando il film La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler, di Oliver Hirschbiegel, questo genio immagina il Fuhrer che "sbrocca" ai suoi uomini, perché a Roma tutto va a rilento.
La linea C se tutto va bene, sarà attiva nel 2018. Per non parlare poi di Termini, che sembra essere stata disegnata da Saw l'enigmista. Insomma, le cose non vanno bene. E Hitler s'incazza come una bestia.


P.S. Volevo giusto precisare una cosa. Al di là della pensata di questo indiscusso genio, c'è da dire che Hitler s'incazza per delle storie non inventate, ma VERE.
Parola di romana (perennemente incazzata).

Fonte della news mipiaceroma.it

domenica 8 giugno 2014

Salvador Dalì - Oltre la realtà, davanti a un Camembert.



Ho sempre creduto che gli artisti, fossero tutti accomunati da una rara ambizione e da un'altrettanto rara paura del mondo, quello reale. Come una strana dicotomia che include paura e coraggio. Questo potrebbe spiegare perché io, ad esempio, pensavo a Dante (da bambina), e sapevo che in qualche modo quelle strane foglie d'alloro, dessero a lui, e a me che lo guardavo sulle più note raffigurazioni, una su tutte quella del Botticelli, una forza enorme. Come fa la ragnatela con Spider-Man, per intenderci. Un'arma più che un vezzo "fashion". Una bolla magica all'interno della quale egli si rifugiava. Questo facevano gli artisti, per me. Si ritagliavano un pezzo di mondo, e con esso provavano a spiegarsi quello vero. A volte trattandolo con cura, altre rinnegandolo con la veemenza del combattente, oppure con ironia e provocazione. In ognuno di questi casi, ciò che ne viene fuori, è quasi sempre un'opera d'Arte.

Bella o brutta, che si capisca o meno. Infatti qualcuno una volta disse che l'Arte, sta negli occhi di chi la osserva, e io ci credo. 

Durante il mio viaggio a Parigi ho pensato molto a questo. Circondata da capolavori artistici, pittorici e monumentali, davvero non sapevo dove guardare, né tantomeno cosa scegliere tra tutta quella bellezza, pur di prenderla e farla mia. Se vi dicessi che scegliere non è mai stato così difficile, mi credereste?
Se siete stati a Parigi, immagino di sì.

Quando scoprii che a Montmartre c'era l'esposizione dedicata alle opere di Salvador Dalì, ebbi come un fremito. D'un tratto mi sentii più leggera e rarefatta, euforica, e di corsa mi fiondai nel cuore del quartiere degli artisti.


Per quanti non conoscessero la sua storia, mi sento se non altro in dovere di ricordare che, Dalì (Figueres 1904 - Figueres 1989*), ebbe modo di costruire la sua carriera, o meglio, la sua evoluzione artistica, attraverso piccoli impulsi derivati da drammi familiari. Il primo e più significativo credo, la morte del fratello avvenuta pochi mesi prima della sua nascita. Si chiamava Salvador, il padre lo amava tanto da confessargli che, di fronte alla piccola tomba, egli ne era la reincarnazione. Da qui la decisione di mettergli lo stesso identico nome. Poi la perdita della madre, quando Dalì era ancora molto giovane, aveva sedici anni.
"È stata la disgrazia più grande che mi sia capitata nella vita. La adoravo...Non potevo rassegnarmi alla perdita di una persona su cui contavo per rendere invisibili le inevitabili imperfezioni della mia anima".

L'aspetto più incredibile dell'arte di Salvador Dalì, è la sua mescolanza di generi. Nel senso che lui prendeva da quante più parti poteva, e raggiungeva la perfetta armonia che sposasse le sue idee, i suoi concetti altrimenti inesprimibili. Dallo stile realistico e monumentale al dadaismo e al cubismo. Le amicizie significative, con Picasso, Federico García Lorca e Luis Buñuel. Il 1929 fu un anno importante per Dalì, la realizzazione di Un chien andalou con  Luis Buñuel, l'incontro con la sua musa e futura moglie Gala, e l'inizio del Surrealismo, nel quartiere parigino di Montparnasse. 


Dalì, era molto affascinato dalla figura di Alice, così, oltre a realizzare disegni (che potete scorgere in secondo piano), decise di dedicare alla bambina, simbolo assoluto e puro della curiosità, questa scultura. Un'opera bellissima che vede Alice ricoperta di rose in testa, al posto dei capelli e sulle braccia, al posto delle mani. Il viso ricoperto di foglie, al collo le radici. Il passaggio dall'età bambina (la corda che tiene in mano ne è la prova) a quella di una donna. Bella, come un fiore che sboccia.

Senza appesantirvi ulteriormente, evitando pure di improntare troppo l'articolo sulla lezione di Storia dell'arte, diciamo che il Surrealismo potrebbe essere immaginato come il manifesto di un grido irrazionale che distrugge ogni convenzione sociale. Partendo dalla "Bibbia" di Freud, L'interpretazione dei sogni, fino a strofinare la realtà per mezzo dell'inconscio, la parte di noi che vive e respira mentre sogniamo.
Insomma, con Dalì ti chiedi quale sia la parte di te più vera e dove realmente vadano gli occhi e la curiosità, seppur in forme inconfessabili e intime. Inizi a vedere il mondo con gli occhi di chi ne "spezzetta" l'essenza, pur di ricavarne di più, sempre di più, il meglio o il peggio, non importa. 
E Dalì questo lo sapeva bene, tanto da averlo messo in pratica per mezzo della sua assoluta dote artistica. Pittore, scultore, disegnatore, cineasta, scrittore, sceneggiatore. Dalì era tante cose insieme, e tutte incredibilmente affascinanti. Ho avuto la fortuna di sfiorarne la bellezza, ammirandola in tutte le sue forme, all'esposizione permanente di Montmartre. Disegni, sculture e oggetti surrealisti attorno a me. E io viaggiavo come si fa durante i sogni ad occhi aperti, con questa immagine fissa davanti a me, di un uomo strano con dei baffi insoliti e pungenti, poggiato con leggerezza sul suo bastone dell'esistenza.


Le sculture che Dalì ha realizzato, ispirandosi ai rispettivi dipinti, il più noto La persistenza della memoria, si trovano proprio lì, a Montmartre. E io li ho visti. Li ho immortalati con la mia reflex, ci ho pensato su per una settimana, ne sono uscita rinnovata e appagata, ho capito un po' di più di un artista per molti criptico e incomprensibile. E invece trovarsi lì, significa capire molte cose, come quando entri a Louvre e vedi La Gioconda davanti a te. Tutto è diverso, le chiacchiere della gente si ammutoliscono, il mondo si ferma. Conta solo quello che ti separa dall'Arte. Uno spazio impercettibile che si fa grande o piccolo, a seconda delle onde delle tue reazioni. Tutto ciò che di interpretabile, ruota attorno agli orologi molli di Dalì, è una fonte di ispirazione e stupore sorprendente. Alla base dei suoi orologi c'è un concetto di tempo che è impossibile afferrare, fissare, capire. Razionalmente il tempo non si può valutare, ecco perché gli orologi/il tempo, si afflosciano nell'aria e nello spazio, lasciando il posto ai soli ricordi, a ciò che viene elaborato dall'inconscio. Ed è quello che conta. Quante volte dimentichiamo cosa abbiamo mangiato a pranzo, oggi, e invece ricordiamo benissimo quanto accaduto magari vent'anni fa? La memoria è persistente, il tempo come elemento razionale, no.

Mentre guardavo uno degli orologi, appoggiato su un tronco, provavo a inventare la storia di quella invertebrata maniera di stare al mondo. Poi ripensavo a quel poco che di Dalì ricordavo, della sua storia vera. Continuavo, e continuo, a non capire come sia stato possibile arrivare a tanta bellezza, a riuscire ad elaborare un concetto così seducente come quello del tempo che sfugge, che è molle, e impazzivo di meraviglia. Mi sono detta più volte:"sarà stato pure un individuo poco amabile (io non ci credo fino in fondo), ma chissenefrega". Oggi quando penso a un elefante me lo immagino con gambe lunghe e sottili. Quando prendo il mio telefono mi sembra di sentire nella mano il peso di un corpo esterno, sarà mica un'aragosta? Mi siedo sul divano e vedo le labbra rosse e carnose di una donna. Sbrigo le faccende in casa e, come mia abitudine, do uno sguardo all'orologio sulla parete, sopra il frigorifero. Mi dimentico il ticchettìo che batte le ore, i minuti e continuo nelle mie cose pensando che tutta quella realtà sotto ai miei piedi, possa non mantenersi così, identica, tra dieci o trent'anni. Ricorderò di oggi solo ciò che mi ha turbato talmente tanto, da darmi un buon motivo per portarlo con me, nel tempo che verrà e che sarà. 

Ricorderò di oggi, senza ombra di dubbio, la storia di un uomo visto di profilo. Il volto ha l'aspetto di un orologio da parete, e una lacrima "cola" dall'occhio. Un baffo spicca a definire una fisionomia ben precisa. È Salvador Dalì, l'uomo che studiò perfino la teoria della relatività di Einstein, e trovò la sua risposta in un buon Camembert...

*Dalì morì nel 1989, mentre ascoltava il suo disco preferito. Il Tristano e Isotta di Wagner.


venerdì 6 giugno 2014

Il rosso e il blu



Quando la macchina da presa entra nelle aule scolastiche, a me capita spesso di indossare occhi diversi. Mi capita ad esempio di ricominciare a guardare quegli alunni e quei professori, come se stessi ancora vivendo gli anni della scuola. I miei periodi difficili, quelli in cui il futuro si poteva ancora maneggiare con cura e fantasia, come si fa in cucina con la pasta di zucchero. A quei tempi, nonostante la paura di sbagliare spesso aveva la meglio sulla nostra sfrontatezza e tenacia, tutto ci appariva grande e ancora possibile. Era bello.

Ecco perché tornare su quei banchi, talvolta è necessario. C'è sempre da imparare, recuperare qualche lezione persa, tornare a prendere appunti. E chi impara non è mai soltanto l'alunno, perché "imparare" deriva da uno scambio prezioso che esiste a partire da un numero mai inferiore a due. Questo immagino sia alla base del "credo" di ogni insegnante, almeno quelli che insegnano davvero.

E un regista come Giuseppe Piccioni ha il dono di quella intercambiabilità negli occhi, nel respiro dei sensi, e Il rosso e il blu, né è la straordinaria conferma. Il liceo diventa un pezzo di mondo a sé stante, un universo intimo in cui le debolezze e i punti forza dell'essere umano si esibiscono in performance del tutto trasparenti, non artefatte, come il cinema spesso vorrebbe. Dalla preside impeccabilmente rispettosa del suo ruolo, quella che deve avere bene a mente che, la scuola, è da vivere come un "luogo" ben preciso, e che chiede agli insegnanti di mantenere quel confine che divide il dentro dal fuori. Il rosso e il blu è anche questo. Giuliana/Margherita Buy è in perfetta sintonia con il suo modo di vivere, non solo la scuola, perché lei è una donna che vuole a tutti i costi mantenere le distanze. Significativo il rapporto con Brugnoli, il ragazzo trovato in palestra e portato in ospedale, in preda alla sola preoccupazione che poi, in caso contrario, avrebbe rischiato pure un'accusa di omissione di soccorso. Ma Giuliana è una di quelle che si impone divieti e allontana gli affetti, poiché convinta di farcela solo in questo modo. La felicità fino in fondo non le riguarda. Lei è il blu, la parte del mondo in cui fa più freddo. Il suo ruolo le impone questo. E nessuno deve sapere delle volte in cui si chiude in bagno per piangere, delle lacrime, che poi asciuga in fretta.


Riccardo Scamarcio è il professore giovane e sognatore, quello che ancora crede nel suo ruolo, e che vuole a tutti i costi trovare la salvezza ad ognuno dei suoi studenti. Anche se i sogni rimarranno tali, pregni di quell'aura magica che vede recitar sonetti da uno dei più scapestrati degli alunni, e dove la ragazza condannata a una vita non facile già a diciassette anni, tiene in mano Jane Eyre, e sorride. Eppure questo giovane supplente fa da perno all'intero film. La spinta verso il ritorno alla speranza, arriva da lui, nel momento in cui il professore vecchio e stanco, un grande Roberto Herlitzka, gli chiede perché abbia deciso di fare questo mestiere, lui infatti risponde così:"perché mi piace e nessuno mi hai mai impedito di farlo". In questa risposta io trovo la speranza.


Affrontare le storie che riguardano insegnanti e allievi, non è mai facile. Qualcosa che potrebbe risultare banale e già visto, diventa con Piccioni una poesia mai scritta e di conseguenza mai ascoltata. La scuola è uno dei momenti fondamentali della nostra vita, ancor prima che istituzione. Le regole spesso sono quelle che infrangi, un programma non rispettato e lezioni improntate su ciò che appassiona ragazzi e insegnanti. Per trovare uno scopo è necessario provare lo spaesamento dell'oblio. Quello che ci separa dall'arte, da tutto ciò che non conosciamo.

"Cerchiamo regole, forme, canoni, ma non cogliamo mai il reale funzionamento del mondo. La vera forma di tutto ciò che è fuori di noi, come di tutto ciò che è dentro di noi, è per gli uomini un eterno mistero. L'incapacità di risolvere questo mistero ci terrorizza, ci costringe ad oscillare tra la ricerca di un'armonia impossibile e l'abbandono al caos. Ma, quando ci accorgiamo del divario che c'è tra noi e il mondo, tra noi e noi, tra noi e dio, allora scopriamo che possiamo ancora provare stupore, che possiamo gettare uno sguardo intorno a noi, come se fossimo davvero capaci di vedere per la prima volta".
Sono le parole del professor Fiorito/Herlitzka.


Non è il programma che conta, ma ciò che si prova nel passaggio che ci porta da dentro a fuori. Come quando tenevamo in mano quella matita più spessa delle altre, passandola tra le dita e poi sulle labbra o sulla punta del naso. 
Quella che all'inizio era rossa, e poi diventava blu.


giovedì 5 giugno 2014

Ciak - Santanchè - Motore e..."sbam". Svegliati Lois Lane.



Io oggi avrei voluto parlarvi di Gomorra, recuperando addirittura gli ultimi quattro episodi, rimettendomi così al passo con la serie trasmessa in tv. E invece no. Oppure avrei potuto continuare a parlarvi del mio viaggio a Parigi, insieme a Salvador Dalì, che meraviglia. E invece no.

Insomma oggi sarebbe stata una giornata straordinaria e piena di sole, sì. Se solo non fosse giunta la conferma di quella tragica sventura che riguarda il cinema e il giornalismo in Italia, e che purtroppo è reale.

Se fosse un film tutta questa storia, potrebbe essere tranquillamente il sequel di quel capolavoro incompreso diretto da Francesco Rosi, Cronaca di una morte annunciata. Sul finire degli anni '80 al Festival di Cannes sfilava anche questo film, nella categoria Fuori Concorso. Oggi sulla croisette spiccano borbottii attorno a una soffiata di vento e una gonna troppo corta. Ciak d'Oro sì, e tante belle cose. Ma il dato a cui dovremmo rivolgere tutta la nostra attenzione, ora, è un altro.

Lungi da me lanciare polemiche dal retrogusto politico, dunque amaro, non voglio questo e non rientra nelle mie attitudini. In questo momento mi interessa solamente riflettere su quella che a me appare come l'ennesima pagina di una storia agghiacciante, in senso lato o strictu sensu, come preferite.


Daniela Santanchè è il nuovo editore di Ciak, il noto mensile cartaceo ex Mondadori (Berlusconi) e ora, per l'appunto, edito da Visibilia (Santanchè). Dalla padella alla brace a me verrebbe da dire, ma non lo faccio. Sì è vero l'ho fatto, sono una bugiarda cronica. 
Ma oltre ad essere una bugiarda cronica, dovete sapere, sono anche una povera sfigata che fino a ieri credeva di poter lavorare nel mondo che ha sempre sognato. Quello che abbraccia la cultura e la Letteratura, e il Cinema e l'Arte in genere. Che stupida io, che sognavo di bere caffè americano in bicchieroni di cartone, e sedere sulla scrivania piena di oggetti e confusione che fossero solo mie. E poi scrivere, accontentare il mio editore e sentirmi appagata, come Lois Lane al Daily Planet e magari prima o poi sarebbe arrivato pure il collega un po' tonto con gli occhiali...

Sì, come no.

Vuoi la verità cara Valentina? Eh?
La verità è che questo qui, quello di cui parli con occhi grandi, è il mondo dei tuoi sogni e non ti è concesso. Lo sai. Il mondo reale si trova agli antipodi di quel sogno bellissimo e non prevede posti liberi per quelli come te. 
-Lo so. Lo so bene. 

Vi giuro che a me degli inghippi politici che ci sono dietro non importa nulla. Rimane però cruciale il concetto di "editoria", di "giornalismo", e di ciò che esso rappresenti e, di conseguenza, da CHI e COME, venga rappresentato in Italia. E la bocca a culo di gallina della Santanchè a me non fa bene, non mi fa stare bene e non fa che appesantire la mia già pesante amarezza e rabbia verso quel mare di umiliazioni e sacrifici che un povero o povera disgraziata come me, sono costretti a subire pur di ambire a quel mondo lì. Quello che per noi è prezioso e quello con cui si potrebbero davvero cambiare le cose, perché il cinema, il giornalismo e la cultura questo lo possono fare, cambiare anche un paese retrogrado e corrotto come il nostro. E invece no. Finisce che arriva la Santanchè e fa l'editore, dando in culo a te e a tutti quei poveri disgraziati come te che attendono in fila e sotto le intemperie, freddo o caldo non importa, calci in faccia e prese per il culo a non finire. E tutto perché? Perché in Italia studiare e farsi il mazzo e credere di cambiare il mondo studiando , non serve a niente. Peggio, ti condanna a morte. Il boia vuole te, coglione che ci credi e ti ci sei sbattuto sul serio. La gloria è di quelli che innalzano il paese a circo degli orrori. Bene, che continui pure lo spettacolo. Io quasi cinque euro per un mensile che rappresenta solo l'ennesima porcata made in Italy, non ce li spendo. Né ora né mai. 
Amen.

E come fece Aldo Busi, uomo dotato di un'abilissima padronanza linguistica, faccio anch'io. E vi saluto così:"Santanchè, quando io penso che con le mie tasse contribuisco al suo stipendio, mi taglierei le palle".

P.S. Io le palle non ce l'ho, ma fa lo stesso.

Svegliati Lois Lane.

mercoledì 4 giugno 2014

Parigi e il cinema - La Cinémathèque française



Questa è la storia di un critico che arriva  a Parigi e, ancor prima di capire sulla mappa dove si trovi l'albergo prenotato, cerca disperatamente la prima e irrinunciabile tappa. Che ve lo dico a fare...
La Cinémathèque française.

Una volta messa a fuoco la meta, tutti i problemi legati alla lingua e alle terrificanti improvvisate linguistiche, sempre a metà tra l'inglese scolastico e un francese mai parlato, passano in secondo piano. "In fondo il linguaggio del corpo è universale". Ho pensato. Così mi sono fatta forza e ho rassicurato il mio compagno di viaggio, mio marito, che in un modo o nell'altro ce l'avremmo fatta. Be' lui non avrebbe mai pianificato un itinerario come il mio, ma vi posso garantire che dopo le occhiate disperate e i passi rassegnati di un turista italiano, trovatosi lì per caso, anzi, per "colpa" della moglie malata di cinema e di una città da sempre sognata, la bellezza ha avuto la meglio e ha conquistato anche lui. Incerto e per niente fiducioso, del tutto immune (dice lui, ma io non ci credo...) alla storia e agli aneddoti nascosti dietro ogni dipinto o statua, o cattedrale che ci abbracciava con tutto il suo splendore, ogni giorno.

E continuo a non credere alla storia di uno che, uscendo da Roma, nemmeno si preoccupa di capire cosa avrà mai da raccontare una città come Parigi. La stessa che, appariva insignificante al viaggio di andata e la più bella mai vista, mentre si tornava a casa. Ma Parigi fa questo effetto, io credo di averlo messo in preventivo ancor prima di partire, e oggi posso confermare tutto di quei sogni ad occhi aperti.

Questo è il secondo capitolo del primo diario di viaggio della mia vita. E si svolge qui, al 51 di Rue de Bercy. 


Tutto ha inizio con Henri Langlois e Georges Franju, i quali nel 1935, decisero di recuperare vecchi film e realizzare un sorta di "circolo del cinema", anzi, era proprio così che lo chiamarono. Il fine comune era quello di proiettare al pubblico i vecchi film, condividendo e preservando, con l'intento di garantirla ai posteri, la bellezza del cinema a partire dalle sue origini. La Cinémathèque vera e propria nasce l'anno seguente, il 2 settembre 1936.


*Questa foto non è di mia proprietà, l'ho presa sul web.

La prima cosa a cui ho pensato, vedendo la Cinémathèque, è che questa struttura ricorda molto la nostra Casa del Cinema a Villa Borghese. Dunque è molto probabile l'ispirazione francese. Come a Villa Borghese infatti, anche qui, in quello che è il vecchio centro culturale americano, è possibile respirare il verde dei grandi prati, davanti alla maison du cinéma. Entrare in un museo, qualunque esso sia e qualsiasi bellezza custodisca, è un po' come viaggiare nel tempo e mettere in sospeso la nostra vita, insieme a tutto ciò che fino a un istante prima di "entrare" ci riguardava più di vicino. Così tu ti abbandoni e ti lasci travolgere dal passato, dalle meraviglie che, in un luogo come quello della Cinémathèque française, gridano con stupore alla storia del Cinema.

A partire dalle scenografie rese uniche e dotate di una bellezza in grado di prenderti e portarti indietro nel tempo, di più di un secolo. Disposto su tre livelli e realizzato dallo sguardo impeccabile dell'architetto Massimo Quendolo, il Museo della Cinémathèque offre allo spettatore una serie di immagini suggestive, attraverso un percorso che va dall'oggettistica più antica ai costumi di scena. Avere davanti agli occhi lanterne che ancora girano come ieri e, ancora è magia. Quando il cinema era una scatola e quando le immagini venivano proiettate e si sentiva come un fruscìo prodotto da una pellicola stampata. Il Cinematografo dei fratelli Lumière, la cinepresa (kinetograph) di Thomas Edison, e il kinetoscopio. Riproduzioni in scala di quegli studi che facevano da location ai vecchi film di Méliès, piccoli automi che come d'incanto ti riportano ad oggi. E non è da sciocchi credere che Martin Scorsese nel suo Hugo Cabret, abbia impartito con delicatezza e maestria, una delle più belle lezioni di cinema a cui si possa prender parte. Il robot/automa lasciato dal padre ad Hugo e poi gli orologi imponenti a rapire il cielo e chi lo guarda, del Museo d'Orsay (mi allontano un attimo per il solo, mio, riferimento a Cabret), non fanno che rimandare al capolavoro di Scorsese, ribadendo ancora una volta, la bellezza della storia del cinema. 


Dalla suggestiva evocazione del tempo, passiamo ad alcuni oggetti capaci di mandare in tilt qualsiasi appassionato di cinema, critico e non. Ebbene, io alla Cinémathèque française ho visto il cranio della mamma di Norman Bates utilizzato da Hitchcock nel suo Psycho. E poi ho visto il costume di Ivan il Terribile e poi e poi, udite udite: il robot del Metropolis di Fritz Lang. Da rimanerci stecchiti insomma...
Anche se poi, nella mia ignoranza ho dedotto che (guardando le didascalie affisse ai vetri espositivi del museo), non fosse quello originale ma una riproduzione fatta da, non mi ricordo chi e nemmeno quando. Pardon.
Ho visto una parte degli ingranaggi utilizzati da Charlie Chaplin nel suo Tempi Moderni e tante lettere scritte da Jean Cocteu e tanti spezzoni dei suoi film e ancora, tanti bei manifesti e locandine storiche. Ma storiche davvero!
Ah, a proposito di spezzoni, ho fatto vedere a mio marito la mitica sequenza dell'occhio di Un chien andalou di Buñuel . "Tu non stai bene amore mio". Il suo commento. 
-Potrebbe essere vero.


*Questa foto non è di mia proprietà, l'ho presa sul web.

Ma io ero felice, ero felice come non mai e toccavo il cielo con un dito. Era come sognare e non svegliarsi mai, nemmeno sul più bello. Cosa che invece è successa nel momento in cui ho lasciato Parigi. Come quelle lanterne magiche che nonostante il tempo, rimangono lì, e girano all'infinito lasciando sul muro la magia delle immagini che si susseguono. Così è Parigi. Una lanterna magica


Insomma, questo secondo capitolo è giunto a termine. Tornando alla follia della bellezza e al cane andaluso...prossima tappa, Salvador Dalì.


martedì 3 giugno 2014

E camminare sui tetti, a Parigi.



In questo momento penso a come abbiano fatto Zola, Goethe, Stendhal e pochi altri, a raccontare e a scrivere a mo' di "diario", un viaggio. Penso a tutto ciò che avrei da dire ora, poi però mi chiedo fin dove arrivi la vostra pazienza e non so nemmeno quanto sarebbe giusto. Pregare la vostra attenzione e aver paura al tempo stesso di annoiarvi, oppure quella paura più impercettibile, che riesci ad avvertire appena, ma sai che c'è. La paura di tirar fuori tutte quelle sensazioni, di dover a tutti i costi tradurre in parola scritta un'emozione, l'idea evocata da un'immagine, un pensiero, un suono e le luci e poi i colori...
E poi, ne sarei davvero capace?

Ricordo di aver letto una volta qualcosa di molto simile a quanto sto provando a scrivere. A volte conviene tenere per se alcune emozioni, senza doverle necessariamente condividere, "dichiarare". Per mantenerle pure, intatte nella loro unicità dell'attimo che le ha viste venire alla luce. Come quando fai una foto tanto bella e pensi sia talmente "tua" da avere paura di mostrarla al mondo. In effetti, ora che ci penso, riesco a collegare questo pensiero anche a un film, visto non troppo tempo fa. I sogni segreti di Walter Mitty, il momento in cui Sean O'Connel/Sean Penn spiega a Walter/Ben Stiller, la sua interminabile attesa sulle vette innevate dell'Afghanistan, ai confini con l'Himalaia. In realtà spiega cosa significhi rubare gli attimi al tempo, impresa che richiede pazienza e sensibilità. E non la si può spiegare, ecco perché finisce che una volta giunti al momento tanto atteso, si fa la scelta più impensabile. Il gatto fantasma sei tu, non c'è alcun animale straordinario da ammirare. Deve essere così.

Nonostante questa premessa, rimango dell'idea che scrivere a volte significhi soprattutto condividere. E in questo caso mi pare fondamentale, necessario, parlarvi di Parigi e di come e cosa, una parte di me, sia rimasta lì. Credo nella condivisione nel momento in cui questa, metta in circolo tutti quei motivi per cui vale la pena vivere e guardare il mondo non soltanto con gli occhi. Credo nella condivisione fatta con un certo criterio, l'unico in grado di tenere a bada l'impeto che talvolta ci travolge, partendo dalla terra che abbiamo sotto i piedi fino all'aria che respiriamo dall'alto delle nostre bocche e dei nostri nasi. Così ho deciso di raccontarvi di Parigi un po' alla volta, procedendo lungo capitoli differenti ma fondamentalmente tenuti insieme e legati da una serie di emozioni che, lette una dopo l'altra, raccontano una storia bellissima. 

Quella di un sogno ad occhi aperti. Infatti la prima cosa che ho scritto è stata questa:"Tornare da Parigi è come svegliarsi sul più bello". Eppure sai che quel sogno continuerà a far parte di te, resterà con te insieme a tutta la bellezza rubata al cielo e all'aria di una città incantevole, unica. 

Un amico un po' pazzo, lo dico tranquillamente perché lui è un pazzo consapevole, ieri mi ha lanciato una sfida abbastanza provocatoria (e folle) che fa molto "mission impossible": trovare una parola sola per descrivere Parigi. 
Eh?
Gli ho promesso che ci avrei pensato su, e l'ho fatto. L'ho fatto davvero, ci ho dormito sopra come quando si dorme sopra un sogno che vorremmo non finisse mai. In pieno possesso di me e della mia fantasia, provando a cercare addirittura su Google "Parigi", con la speranza che tra i miliardi di suggerimenti e parole chiave uscisse fuori qualcosa. E invece niente. Ha vinto l'amico pazzo, c'è da dirlo, però in me è nata l'idea di come impostare questa sorta di "diario di viaggio". Mi sono detta: "qual è la prima cosa che ti viene in mente se pensi a Parigi?".
Be', la prima cosa che vedo sono io che cammino sui tetti di Parigi...
Sì lo so è un po' surreale come pensiero, ma è così.
Allora ho deciso di cominciare in questo modo. Partendo dal mio primo pensiero, passando per tutto ciò che ho visto durante questi tre lunghissimi e straordinari giorni, fino ad arrivare a dove mi trovo ora.

Nella vita di tutti i giorni, di nuovo, quella lasciata prima di partire. Con la differenza che ora nel cuore qualcosa ha preso posto, si è fatto strada e lì rimane. 
Com'è difficile parlare di un viaggio...
E non l'ho mai fatto, ed è probabile che tutto ciò che io abbia scritto fin qui sia disastroso.

Qui siamo a Rue Gerando, la foto è stata scattata dal piccolo balconcino dell'albergo ed era mattina. L'ho ritoccata un po', lavorando sulle tonalità del rosa della palazzina e accentuando l'azzurro del cielo. Volevo rendere l'idea madre che c'è alla base di questo primo post e del suo titolo. Con dei tetti così pieni di armonia e luce, e un cielo del genere, non è poi così difficile camminarci sopra. No?

Però non avrei saputo fare altrimenti. Dovevo partire da qui. Dai miei piedi a terra, gli occhi incollati ovunque e dalla me eterea e più vera, intenta a camminare sui tetti, a Parigi...

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