martedì 3 giugno 2014

E camminare sui tetti, a Parigi.



In questo momento penso a come abbiano fatto Zola, Goethe, Stendhal e pochi altri, a raccontare e a scrivere a mo' di "diario", un viaggio. Penso a tutto ciò che avrei da dire ora, poi però mi chiedo fin dove arrivi la vostra pazienza e non so nemmeno quanto sarebbe giusto. Pregare la vostra attenzione e aver paura al tempo stesso di annoiarvi, oppure quella paura più impercettibile, che riesci ad avvertire appena, ma sai che c'è. La paura di tirar fuori tutte quelle sensazioni, di dover a tutti i costi tradurre in parola scritta un'emozione, l'idea evocata da un'immagine, un pensiero, un suono e le luci e poi i colori...
E poi, ne sarei davvero capace?

Ricordo di aver letto una volta qualcosa di molto simile a quanto sto provando a scrivere. A volte conviene tenere per se alcune emozioni, senza doverle necessariamente condividere, "dichiarare". Per mantenerle pure, intatte nella loro unicità dell'attimo che le ha viste venire alla luce. Come quando fai una foto tanto bella e pensi sia talmente "tua" da avere paura di mostrarla al mondo. In effetti, ora che ci penso, riesco a collegare questo pensiero anche a un film, visto non troppo tempo fa. I sogni segreti di Walter Mitty, il momento in cui Sean O'Connel/Sean Penn spiega a Walter/Ben Stiller, la sua interminabile attesa sulle vette innevate dell'Afghanistan, ai confini con l'Himalaia. In realtà spiega cosa significhi rubare gli attimi al tempo, impresa che richiede pazienza e sensibilità. E non la si può spiegare, ecco perché finisce che una volta giunti al momento tanto atteso, si fa la scelta più impensabile. Il gatto fantasma sei tu, non c'è alcun animale straordinario da ammirare. Deve essere così.

Nonostante questa premessa, rimango dell'idea che scrivere a volte significhi soprattutto condividere. E in questo caso mi pare fondamentale, necessario, parlarvi di Parigi e di come e cosa, una parte di me, sia rimasta lì. Credo nella condivisione nel momento in cui questa, metta in circolo tutti quei motivi per cui vale la pena vivere e guardare il mondo non soltanto con gli occhi. Credo nella condivisione fatta con un certo criterio, l'unico in grado di tenere a bada l'impeto che talvolta ci travolge, partendo dalla terra che abbiamo sotto i piedi fino all'aria che respiriamo dall'alto delle nostre bocche e dei nostri nasi. Così ho deciso di raccontarvi di Parigi un po' alla volta, procedendo lungo capitoli differenti ma fondamentalmente tenuti insieme e legati da una serie di emozioni che, lette una dopo l'altra, raccontano una storia bellissima. 

Quella di un sogno ad occhi aperti. Infatti la prima cosa che ho scritto è stata questa:"Tornare da Parigi è come svegliarsi sul più bello". Eppure sai che quel sogno continuerà a far parte di te, resterà con te insieme a tutta la bellezza rubata al cielo e all'aria di una città incantevole, unica. 

Un amico un po' pazzo, lo dico tranquillamente perché lui è un pazzo consapevole, ieri mi ha lanciato una sfida abbastanza provocatoria (e folle) che fa molto "mission impossible": trovare una parola sola per descrivere Parigi. 
Eh?
Gli ho promesso che ci avrei pensato su, e l'ho fatto. L'ho fatto davvero, ci ho dormito sopra come quando si dorme sopra un sogno che vorremmo non finisse mai. In pieno possesso di me e della mia fantasia, provando a cercare addirittura su Google "Parigi", con la speranza che tra i miliardi di suggerimenti e parole chiave uscisse fuori qualcosa. E invece niente. Ha vinto l'amico pazzo, c'è da dirlo, però in me è nata l'idea di come impostare questa sorta di "diario di viaggio". Mi sono detta: "qual è la prima cosa che ti viene in mente se pensi a Parigi?".
Be', la prima cosa che vedo sono io che cammino sui tetti di Parigi...
Sì lo so è un po' surreale come pensiero, ma è così.
Allora ho deciso di cominciare in questo modo. Partendo dal mio primo pensiero, passando per tutto ciò che ho visto durante questi tre lunghissimi e straordinari giorni, fino ad arrivare a dove mi trovo ora.

Nella vita di tutti i giorni, di nuovo, quella lasciata prima di partire. Con la differenza che ora nel cuore qualcosa ha preso posto, si è fatto strada e lì rimane. 
Com'è difficile parlare di un viaggio...
E non l'ho mai fatto, ed è probabile che tutto ciò che io abbia scritto fin qui sia disastroso.

Qui siamo a Rue Gerando, la foto è stata scattata dal piccolo balconcino dell'albergo ed era mattina. L'ho ritoccata un po', lavorando sulle tonalità del rosa della palazzina e accentuando l'azzurro del cielo. Volevo rendere l'idea madre che c'è alla base di questo primo post e del suo titolo. Con dei tetti così pieni di armonia e luce, e un cielo del genere, non è poi così difficile camminarci sopra. No?

Però non avrei saputo fare altrimenti. Dovevo partire da qui. Dai miei piedi a terra, gli occhi incollati ovunque e dalla me eterea e più vera, intenta a camminare sui tetti, a Parigi...

4 commenti:

  1. Ottimo inizio! Sono certa che ci parlerai di questo viaggio in modo intenso, come fai sempre per ogni argomento, catturandoci nel fascino di questa meravigliosa città! Hai detto che una parte di te è come rimasta a Parigi: in realtà penso che una parte di Parigi sia rimasta in te e che, appena la afferrerai, la scrittura verrà fuori da sola! :)

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  2. Grazie mille Cristina!!! Avevo, anzi ho, mille paure perché non ho mai scritto di viaggi, avendone fatti veramente pochi. =) Quindi spero davvero di rendere almeno in parte, tutta la bellezza di questa città e un pizzico di quelle sensazioni uniche, che mi hanno fatto rimanere lì. Magari è come dici tu, lo spero. ;-) Un abbraccio!

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  3. Per me è la prima volta, ma è già un "sempre". <3

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