venerdì 1 marzo 2013

The Hurt Locker (cinema o politica?)


Ultimamente, guardando quanti più film possibili, mi rendo conto che, pur sforzandomi di comprendere tutto, o almeno una buona parte, di ciò che vedo, ci saranno sempre delle pellicole che resteranno al di fuori dell'ovvio e della facile interpretazione. Anche se questo significa andare contro alle convenzioni e all'opinione comune, che può fare di un film, un "gran" film. Capita spesso, ed è capitato anche oggi con The Hurt Locker.

Kathryn Bigelow porta questa sorta di documentario bellico a Venezia, nel 2008. Lo presento come tale, poiché al fianco della regista californiana, si fa sentire e non poco, il giornalista reporter Mark Boal, che non a caso ha scritto il film. Ttrentotto giorni nell'unità speciale Bravo Company, dove ognuno di questi, potrebbe essere l'ultimo. Siamo in Iraq, ma il dove geografico è un pretesto, ciò che caratterizza il luogo è la (non)vita di questi uomini in balìa delle loro stesse paure che, all'improvviso, li rendono schiavi, dipendenti e assuefatti dalla loro missione, condannata (il più delle volte), a non avere ritorno. Dall'ennesima cassetta del dolore (da qui il titolo del film), finisce la vita di un soldato ed entra in scena il degno successore. Il sergente James/Jeremy Ranner è un artificiere con alle spalle più di ottocento ordigni disinnescati, ed è l'emblema dei danni irreparabili causati dalla guerra. Non è un eroe, è vittima!!!


L'uomo/leader del gruppo, forse il più indifferente all'idea della morte, quello che senza pensarci su due volte si infila la tuta dell'artificiere, quasi come fosse l'uomo della luna, e imbocca quella che potrebbe essere la via del non ritorno. A ben vedere gli altri personaggi fungono da pedine che il più delle volte somigliano alle classiche "mascherine" nate nei film di, e sulla guerra. O meglio, a parte James, nessuno dei compagni possiede una personalità o un impatto narrativo che vada oltre gli schemi disegnati dalla Bigelow e scritti da Boal. Questo contribuisce a fare di The Hurt Locker un film impeccabile dal punto di vista registico. Le riprese nel deserto e la caccia ai nemici nascosti nel fortino, i corpi disidratati e gli occhi stremati del sergente Sanborn/Anthony Mackie sono significative. Ad ogni modo, appaiono in un certo senso eccessive ben sei statuette per un film che, a conti fatti, è nulla più dell'ennesimo war movie che prosegue sulla scia di Redacted di De Palma e Nella valle di Elah di Haggis. Punto forte del film, dicevamo, le riprese in stile reporter che fanno emergere gli stati labili delle menti di questi "volontari per la morte". Tutto crolla però,  quando la Bigelow tenta ribaltamenti registici che spezzano l'andamento del film. L'iniziativa di James di prendere i suoi due compagni e andare fuori dai confini stabiliti dalla missione, pur di soddisfare la propria adrenalina smaniosa e irrefrenabile, risulta infatti una sequenza fuori luogo e poco credibile. 

La musica di Marco Beltrami offre un importante contributo per la riuscita visiva, e bene si adatta allo stile del film. Rimangono indelebili i momenti che io considero "chiave", come il rientro a casa di James e il suo spaesamento al supermercato, davanti a una serie infinita di cereali in scatola. Oppure il corpo del bambino che somigliava al piccolo Beckham. La donna irachena che si ribella allo straniero piombato in casa all'improvviso, è forse la firma della Bigelow, una donna che ha deciso di non stare a guardare ma di agire, di fare qualcosa su questo campo, su questa terra di nessuno. C'è qualcosa però, di questa regista che io non comprendo, non apprezzo fino in fondo. Al di là delle elezioni di quell'anno e al di là del fatto che Obama sicuramente avrà una copia placcata in oro del film della Bigelow, nella dvdteca personale. Ma parliamo del film, e di quello che a me proprio non va giù. 
L'iracheno chi è? Il nemico viene messo nell'ombra e appare come "il cattivo", punto. Quello che ti prende alla sprovvista e capace di atti ignobili e atroci. La macchina da presa mette in guardia dalla guerra e dalla sua dipendenza, che si impossessa degli uomini, come una droga. E mette in guardia dal nemico, dall'iracheno appostato da qualche parte. 


Questo mi porta a credere e, a concludere che, The Hurt Locker sia un film politicamente da Oscar, e non cinematograficamente. E c'è una bella differenza...

24 commenti:

  1. Io l'ho visto come un film sul male di vivere e l'incapacità di avere un quotidiano, essendo dipendenti dalla guerra.
    Dunque, una sorta di ritratto agghiacciante degli USA.
    Tosto, ma non perfetto come Zero dark thirty.

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    1. Si, quello del male di vivere l'ho visto e apprezzato anch'io. Le va il merito di esser andata al nodo della questione, da questo punto di vista. Però poi se vedo il film nel suo complesso, mi lascia un po' così...nella seconda parte ad esempio è un calare continuo. Ecco la sequenza della presa di iniziativa dove Ranner diventa tipo John McClane...dai. ^_^ Poi non so, io l'ho letta male magari, la chiave per comprendere il suo modo di raccontare il nemico. Resta il fatto che non mi è piaciuta. E stasera vedo finalmente Zero Dark Thirty, sono molto curiosa e spero vada meglio...=)

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  2. Io ci ho visto, più che un attacco all'iracheno, un attacco agli Stati Uniti stessi: razzisti (il soldato che dice: "a me sembrano tutti uguali"), guerrafondai ("Perché non lo facciamo saltare e basta?" rivolto al poveraccio carico di esplosivo, nel finale) e accecati dallo spettro della guerra, tanto che Renner non si rende conto che il bambino che trovano non è lo stesso con cui aveva stretto amicizia (ma forse sì, eppure ormai non può fare un passo indietro).
    Che poi in fin dei conti è una poetica, quella della grande potenza che insegue un fantasma, che riprenderà in Zero Dark Thirty.

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    1. Ma secondo me non è un attacco quello che io ho percepito, ma una non curanza del nemico, che è diverso. Mi va bene tutto quello che dici e lo condivido, però rimane il fatto che in questa guerra, quelli dotati di psiche e anima a quanto pare sono solo gli americani??? La guerra non stravolge solamente loro. E' questo che non mi va bene. Gli iracheni sembrano pupazzi, tutti uguali come dici tu. Ombre...non so come spiegarmi, ad ogni modo, stasera avrò o conferme o piacevoli sorprese...vi dirò!!! =D

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  3. Io ho lasciato la politica e la guerra americana fuori dalla visione, concentrandomi invece sulla vita assurda e folle dei protagonisti. La regia mi ha spiazzato, capace con pochi ingredienti di creare tensione ed empatia, di prenderti alla gola e allo stomaco. Per questo, nonostante l'iniziale diffidenza, lo considero un gran film!

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    1. Io non sono partita impostata o prevenuta. A volte mi capita ma non era questo il caso. Ho solo tirato fuori quel che a me il film ha comunicato. Un pacchetto ben incartato, solo che mentre lo scarti pian piano inizia a deluderti. Che ci posso fare, un po' vi invidio ma a me non ha detto molto uff... :-D

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    2. E' difficile in questo film lasciare fuori la politca...

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    3. Effettivamente lo credo anch'io. Però per carità, magari qualcuno ci riesce davvero...

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  4. Anche io penso che il punto non fosse tanto esaminare le motivazioni del nemico ma portare alla luce quanto possa essere disumanizzante una guerra. Che poi dall'altra parte ci sia un iracheno o qualche altro "nemico" avrebbe fatto comunque poca differenza.

    Qui trovi il mio punto di vista. Agli oscar sbaragliò la concorrenza si Avatar, secondo me meritatamente.

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    1. Ora vado a leggere...beh, effettivamente se avesse fatto peggio di Avatar c'era da preoccuparsi eh... XD

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  5. Non è che ci volesse molto ad essere meglio di Avatar... :)

    Scherzi a parte, questo è uno dei film che mi ha più messo in difficoltà in sede di commento. Io adoro la Bigelow come regista d'azione ('Point Break' e 'Strange Days' secondo me sono favolosi) e infatti questo film dal punto di vista tecnico secondo me è bellissimo: le scene di battaglia fanno venire i brividi, si resta col cuore in gola. Dal punto di vista etico però lo trovo inaccettabile: dovrebbe essere un film sull'insensatezza della guerra ma finisce per essere una pellicola di propaganda. Gli eroici sminatori yankees contro quei cattivoni degli iracheni che ce l'hanno a morte con loro... io credo nella buonafede della Bigelow, ma ciò non basta a salvare il film. Il problema è che gli americani (salvo rare eccezioni) si sentono davvero i padroni del mondo e i paladini della giustizia, anche coloro che non sono certo guerrafondai per natura. E i risultati si vedono.

    Per fortuna la Bigelow si è rimessa in carreggiata con 'Zero Dark Thirty'. Questo, davvero, un capolavoro.

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    1. Io sinceramente non ci ho trovato tutta questa propaganda, mi è sembrato un'atto d'accusa alla guerra come cosa in sè, non per forza quella guerra, quel nemico, etc... e proprio per questo avevo trovato il film davvero ben riuscito.

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    2. Rimessa in carreggiata mica tanto. Fa passare la tortura come cosa buona e giusta per il bene della nazione, e poi c'è sempre il solito problema di fondo: Gli americani son belli e buoni, gli arabi sono dei demoni cattivi usciti dagli inferi.

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    3. Sono d'accordo con Kelvin. Si avverte troppo questa storia degli americani che si infilano la divisa per andare a salvare il mondo... Mi dispiace ma io sono un po' stufa di questi film autocelebrativi. Poi ripeto, ben fatto ma di certo posso dire di aver visto di meglio. Nella mia memoria, del genere bellico, quelli che conservo con maggior merito sono su tutti Il capolavoro di Coppola e quello di Kubrick. Ancora non ho visto Zero Dark Thirty ma ho paura che il mio giudizio sarà molto in sintonia con quanto dice Vincenzo...

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    4. Ancora non lo so qual è il migliore tra Apocalypse Now E FMJ. Davvero, ogni volta che vedo scritto Coppola vicino a Kubrick vado in crisi.

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    5. No, 'Zero Dark Thirty' è un'altra cosa. Un'altra storia. Infatti a differenza di 'The Hurt Locker' non esalta assolutamente nessuno. La caccia a Bin Laden è vista quasi come un'ossessione più che una missione, da ottenere a qualsiasi costo. Non è vero che giustifica la tortura, semplicemente prende atto che c'è stata, ed è un metodo usato da tutti i governi (non solo americani) per estorcere informazioni. Lo stile è essenziale, quasi documentaristico, non prende posizione e la mdp si limita a riprendere quello che accade. Poi ognuno può farsi il suo punto di vista. A me è piaciuto tantissimo.

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  6. La classifica dei film di guerra propagandistici americani:
    - Pearl Harbor
    - Salvate il Soldato Ryan (Considerato un capolavoro LOL!)
    - Zero Dark Thirty
    - The Hurt Locker

    Tutte ca**te fasciste incommentabili. Non a caso per vedere un film di guerra degno di nota bisogna andare indietro a La Sottile Linea Rossa del buon Malick.

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    1. Ah, ovviamente sono tutti tecnicamente perfetti (tranne Pearl Harbor), eh, su questo non discuto. Sono ca**te per il messaggio e lo scopo. Nemmeno nei sogni più rosei di Joseph Goebbels si sono mai visti dei film così.

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    2. Su questo mi trovo abbastanza D'accordo con te Vincenzo. È vero, anche Spielberg pecca in questo senso, ma Salvate il soldato Ryan resta un lavoro "registico" impeccabile. Pearl Harbor anche, stiamo sulla stessa scia...io non amo la Bigelow e non amo nemmeno il genere bellico. Invece de L'impero del sole di Spielberg cosa mi dici? Spero di vedere presto Zero Dark Thirty dovevo vederlo ieri ma non c'era al mio cinema di fiducia. Ma non mi è dispiaciuto troppo, mi sono rifatta gli occhi e l'anima con Noi siamo infinito. ^_^

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    3. Spielberg oggettivamente non riesce a fare un film sbagliato in quanto tale. Alcuni suoi film non mi piacciono per la trattazione delle tematiche, ma è un altro discorso...E' la mia opinione, vale tutto e nulla. Tecnicamente non sa sbagliare. Cioè già negli anni '70 sbagliava poco, figuriamoci ora che ha anche 40 anni di esperienza.

      L'Impero del Sole non se l'è filato nessuno ma a me è piaciuto. Credo abbia incassato poco per essere un film di Spielberg...

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    4. Infatti, se ne parla così poco e poche persone lo hanno visto. Anche a me è piaciuto molto, poi adoro Bale e devo dire grazie a Zio Steven per averlo scoperto. =)

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  7. Sono perfettamente d'accordo con te. Un film fatto al momento giusto che ha vinto per il tema che ha trattato, e non per la bellezza del film in quanto tale. Bel post!

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    1. Grazie Audrey...infatti a noi generalmente interessa come il film è stato fatto, certo ci sono casi in cui una palese furbizia nel trattamento dei contenuti può compromettere, e di molto, il nostro giudizio complessivo. E la Bigelow a mio avviso è fin troppo paracula in questo senso... =)

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  8. all'epoca lo trovai alquanto sopravvalutato e fatto vincere ad hoc per poter incoraggiare le truppe nel discorso di ringraziamento...hai più visto zero dark thirty? io l'ho trovato bellissimo e decisamente superiore a questo ;) http://firstimpressions86.blogspot.it/2013/03/zero-dark-thirty.html

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