martedì 7 aprile 2015

Gabriele Gaspardis - storia di un fotografo narratore


 

Torniamo a parlare di fotografia, insieme al mio carissimo amico Pietro De Bonis.
Questa volta, a raccontarci un po' di  sé, Gabriele Gaspardis.
 
Gabriele Gaspardis nasce a Roma il 10 novembre 1968, poi si trasferisce in Umbria, dove studia, lavora e tutt’ora vive. Facente parte del gruppo fotografico “Not In Toulouse”, insieme a Walter Scappini (fotografo) e Angelo Moretti (direttore artistico), ha partecipato a diverse esposizioni collettive, tra cui “Dorotea, sguardi sulla città invisibile” (2009), "Pietre Silenti" (2010) e “Limen” (2011) e una personale “Confini” (2015). Nel 2010, collabora con e per Twistival, manifestazione sponsorizzata dalla Regina Rania di Giordania, per raccogliere fondi per le scuole del terzo mondo, con una fotografia selezionata dal National Geographic. Attivo su diversi portali di fotografia “fine-art”, sia nazionali che internazionali, ottiene spesso grande riscontro grazie alla varietà interpretativa dei suoi scatti.

 
Gabriele Gaspardis si è reso molto disponibile a rispondere ad alcune mie domande.

 
P.D.B.: Ciao Gabriele! Possiamo definirti un fotografo-narratore, poiché ti piace raccontare storie tramite le foto, è così?

Gabriele Gaspardis: Sì, è così. Come tutti, ho iniziato a scattare foto a qualsiasi soggetto avessi a disposizione. Ero mosso dalla curiosità e dal desiderio di imparare e quindi ogni situazione era buona per fotografare. Con l’andare del tempo, però, le cose sono cambiate e il trovare situazioni adatte, soddisfacenti dal punto di vista comunicativo diventava sempre più difficile. Alla fine, quindi, più di scattare foto singole, se vuoi fini a se stesse, ho iniziato a seguire dei percorsi mentali, ad immaginare storie e ad organizzare gli scatti in gruppi omogenei allo scopo di raccontare non un episodio, ma una intera storia. Oggi, quindi, fotografo collocando le diverse immagini nei molti percorsi che ho cercato di identificare nel tempo come appartenenti al mio sentire. Ho tante storie aperte, tanti racconti che si compongono di nuovi capitoli e nuovi paragrafi volta per volta. Quando faccio una mostra, le foto appartengono ad una selezione che, normalmente, è parte di una “storia”.

 
P.D.B.: Cosa intendi per “costruire una foto”? Quanto tempo dedichi alla post-produzione?

Gabriele Gaspardis: Le mie foto nascono dall'osservazione della realtà, ma non semplicemente da questa. In ogni momento della giornata osservo ciò che mi circonda. Luoghi, situazioni, ambienti e persone che mi “ispirano” particolarmente, sono tutti elementi che memorizzo per poi utilizzarli nel momento del vero e proprio scatto. Chiarisco meglio con un esempio. Può capitare che sono in viaggio per lavoro e, dalla macchina,  vedo uno scorcio particolare lungo il percorso. Inizio quindi a “costruire” mentalmente la foto che mi piacerebbe scattare in quel posto, identificando gli elementi che mi hanno colpito e lavorando su quelli da aggiungere o eventualmente rimuovere dalla scena fino ad ottenere l'immagine che desidero. Quando poi ho definitivamente chiaro cosa mi serve, preparo mezzi e persone e vado in quel posto a scattare la foto. E' un lavoro lungo e, se vuoi, dispendioso, ma che mi da grande soddisfazione. Una volta scattato, all'immagine in post-produzione difficilmente applico trasformazioni “spaziali” (come l'aggiunta o la rimozione di elementi), correggo luci, ombre, colori, curve e, comunque, lo scopo è quello di ottenere la foto ancora più corrispondente alla mia “visione” emotiva, piuttosto che a quella che la realtà mi fornisce

 
P.D.B.: Osservando alcune tue fotografie, non posso che rimanere affascinato da “S. Petersburg cold breath”, con una donna bionda; ricordi l’esatto momento dello scatto?

Gabriele Gaspardis: Certo. Una premessa: sono estremamente curioso di scoprire luoghi nuovi e diversi. Ogni volta che ne ho la possibilità, cerco di viaggiare e, se possibile, scattare foto. Per uno di questi viaggi, con mia moglie, avevamo deciso di visitare San Pietroburgo. L'impatto con la città è stato incredibile. Appena ho iniziato a visitarla, sono stato avvolto dal fascino “russo” di quel luogo. Il freddo, la persone, i palazzi, il fiume, tutto mi  riportava alla mente ciò che io avevo creduto fosse San Pietroburgo. Sono entrato in sintonia immediatamente con la città e, come mi succede spesso, ho inziato ad immaginare uno scatto che potesse rendere al meglio la sensazione che provavo. Ho fatto diverse prove, posizionando una giovane donna di passaggio nell'angolo in basso a sinistra della foto. La composizione mi attraeva, ma non riuscivo ad ottenere un risultato soddisfacente. Alla fine ho aggiunto l'effetto di mosso lieve che dava un aspetto “etereo” all'immagine finale. Ho poi replicato lo scatto ogni volta che ne avevo occasione, fino a che non ho trovato (di mattina presto, molto presto), una elegante ragazza che fumava venendomi incontro. La combinazione è stata fantastica e mi ha permesso di scattare una delle foto cui sono maggiormente legato emotivamente.

 

 P.D.B.: Preferisci il bianco e nero ai colori? Il colore toglie eleganza a una foto, Gabriele?

Gabriele Gaspardis: No, non credo. Semplicemente ritengo che il colore distoglie l'attenzione dai soggetti e deve essere usato solo quando è realmente necessario. Il bianco e nero, dal mio punto di vista, permette di esprimere meglio le forme e aiuta a evidenziare gli elementi presenti nello scatto. Inoltre, nella maggior parte delle immagini che realizzo, lo ritengo più elegante. Questo non vuol dire che non mi piace il colore, anzi. Se il colore aiuta a evidenziare il messaggio lo utilizzo molto volentieri.

 
P.D.B.: La tua grande varietà nel fotografare, ti sta larga? Nel senso, hai mai pensato di specializzarti in una sola forma, che sia ritratto o paesaggi?

Gabriele Gaspardis: No, ma ritengo che sia naturale che questo avvenga. Amo tutti i tipi di fotografia, dalla macro al ritratto, dallo street alle riprese di architettura e cerco di praticarli tutti. E certo però, che sono spinto verso un tipo specifico di fotografia più che in altri: il ritratto ambientato. In realtà, in molti casi, è più l'ambiente che il ritratto che mi interessa raccontare. Spesso utilizzo i soggetti allo scopo di unirli o contrapporli al luogo, di esaltare, alterare o negare il messaggio che il luogo stesso trasmette. Insomma, la fotografia è un modo di comunicare e, per me, in ogni forma è utilizzabile allo scopo.

 
P.D.B.: Una foto, secondo te Gabriele, ha bisogno di far parte entrare in una cornice che sia anche solo un’ombra leggermente scurita?

Gabriele Gaspardis: Come ho già detto, nelle mie foto la composizione tra soggetti, forme e colori sono molto curate visto che servono a trasmettere un messaggio. La posizione di questi elementi è fondamentale e qualsiasi soluzione possa esaltare la comunicazione è utile. Per questo uso spesso una vignettatura scura. Serve ad eliminare gli elementi periferici e a concentrare lo sguardo dell'osservatore verso gli aspetti di maggior interesse.

 
P.D.B.: Ti importa il giudizio del pubblico? Dai lui ascolto o vai dritto per la tua strada?

Gabriele Gaspardis: Fotografo per raccontare, per comunicare. Ovviamente mi piace avere il riscontro del pubblico. Ma questo non significa che la mia fotografia è mirata a soddisfare le aspettative dell'osservatore. Io parlo con il mio linguaggio e cerco di renderlo universale, ma non voglio a forzare la mano pur di ottenere la gratificazione del pubblico. Se una mia foto non “arriva” al destinatario (e spesso accade), potrebbe essere perché ho complicato troppo il messaggio, ho seguito i percorsi mentali che hanno “intrecciato” troppo l'immagine o non ho sufficientemente trasformato in modo corretto il messaggio in espressione visiva. In ogni caso, se ho valutato pubblicabile lo scatto che ho prodotto, ne rimango comunque soddisfatto, anche se non trova riscontro presso un pubblico diffuso.

 
P.D.B.: Grazie di cuore Gabriele per questa intervista. Hai mostre o appuntamenti dove poterti conoscere?

 
Gabriele Gaspardis: La mostra “Confini” è una collaborazione tra me e la poetessa tuderte Antonella Ferrovecchio. Consiste in una esposizione di 21 foto e 21 poesie che si è appena conclusa a Palazzo di Primavera (Terni)."
 
 

Confini è una raccolta fotografica di immagini in bianco e nero in cui l’osservatore si inoltra in un percorso che si snoda tra il reale e l’immaginario. In ogni scatto, attraverso un uso accorto di luce e ombra, il fotografo traspone gli elementi della vita quotidiana in una diversa dimensione, permettendo di iniziare un viaggio introspettivo dove la concretezza si perde a favore di nuove visioni tra la spiritualità e il sogno". Ho già in programma di spostarla anche in altri luoghi, ma, per il momento, non ho alcuna data ufficiale stabilita. Comunque, fotograficamente parlando, non sto affatto fermo. Proprio in questo momento, sto lavorando ad un nuovo progetto che mi sta coinvolgendo molto e che spero di poter presentare al più presto.
 
Intervista a cura di Pietro De Bonis

 


 

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