giovedì 14 giugno 2012

Il Taxi Driver di Robert De Niro


Robert De Niro ha recitato in solo otto dei venti lungometraggi diretti da Martin Scorsese, ed ha interpretato un ruolo da protagonista solo in sei di questi. Eppure, mai nella storia del Cinema un attore è stato così profondamente associato ad un regista. A partire da “Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all’inferno”, De Niro diviene l’incarnazione stessa dello stile di Scorsese. Il suo approccio all’interpretazione, frutto della tecnica dell’Actor’s Studio e del Metodo Stanislavskij, prevede un’immersione totale nel personaggio alla ricerca delle sue emozioni e si basa sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell'attore. Durante le riprese di “Taxi Driver” e “Mean Streets”, Martin Scorsese affina insieme al suo interprete un metodo che coinvolge totalmente l’attore nella costruzione del personaggio, al punto da modificare la sceneggiatura in funzione dei risultati di questa ricerca. 

Nei film di Scorsese, De Niro non cerca mai di essere seduttivo come può fare Jack Nicholson, o di suscitare compassione come è capitato a Dustin Hoffmann. De Niro vive il personaggio che interpreta. Pur essendo stata costruita sulle stesse solide basi del “metodo” la sua è una recitazione sotto le righe, lavorata in sottrazione, completamente differente rispetto a quella di Al Pacino, sopra le righe, sempre pronto ad esternare e a mostrare tramite una più spiccata gestualità le emozioni provate dai personaggi interpretati. “L’importante non è recitare con enfasi per suscitare facili emozioni. La gente tende a non manifestare i propri sentimenti cercando piuttosto di nasconderli” (cit. De Niro). I punti più alti toccati dal duo Scorsese - De Niro rimangono “Raging Bull” e “Taxi Driver”. Nel primo caso De Niro realizza un autentico exploit fisico, modellando il suo aspetto in base alle vicissitudini indicate nella biografia del suo modello, Jake La Motta, e riesce a immergersi negli abissi della sua anima. Tuttavia il film appare fin troppo perfetto e viene accusato di essere un misero esercizio di stile cinematografico e una prova di autocompiacimento della bravura di De Niro e Scorsese. Diverso esito avrà il secondo. Nell’estate del 1975 Paul Schrader propone al regista italo-americano, che affida a De Niro il ruolo da protagonista, la sceneggiatura di Taxi Driver che viene costruito da Scorsese in modo radicalmente diverso rispetto a Mean Streets. La comunità, difatti, è scomparsa, e la città diviene la proiezione dei fantasmi e delle angosce di un solo individuo. Nei panni di Travis Bickle, protagonista del film, De Niro non è bravissimo, è un monumento al cinema. Utilizza la gestualità, la voce e il suo sguardo suggestivo, quasi ipnotico, per trasmettere agli spettatori le inquietudini che caratterizzano quest’uomo veterano del Vietnam in congedo, che soffre d'insonnia e decide di impegnare le proprie notti facendo il tassista. Completamente disadattato ma idealista, l'uomo si invaghirà di una ragazza e le chiederà di uscire. Quando le cose tra i due andranno storte, Travis, definitivamente disilluso riguardo la società, si chiuderà in se stesso. Comincerà così per il tassista una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale.
Determinato a purificare la città dai suoi orrori, si sente investito da una missione divina: “Vengono fuori gli animali più strani, la notte: sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l'altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre”. 

Travis, alienatosi dal mondo esterno, ha una percezione di esso unicamente tramite i personaggi ripugnanti che lo popolano: il marito guardone e omicida, interpretato dallo stesso Scorsese, e il criminale Harvey Keitel. Celebre il “Ma dici a me? Ma dici a me?” non previsto nella sceneggiatura e improvvisato da Robert De Niro, episodio entrato a far parte delle scene più forti della cinematografia mondiale e rappresentante il critico livello schizofrenico raggiunto dal protagonista, che tocca l’apice nella sparatoria finale, scena madre del film, che Scorsese dovrà desaturare (il rosso dei fiotti di sangue provocati da Travis) per evitare la proibizione del film ai minorenni. La fotografia di Chapman, che fa vibrare le luci della città, e l’ossessiva colonna sonora di Bernard Herrmann, compositore tra gli altri per Welles e Hitchcock, accompagnano il climax di violenza fino all’apocalittico finale che secondo Scorsese doveva avere una valenza catartica, ovvero non suscitare rabbia presso il pubblico, ma consentire una “purificazione interiore”. Mai alcun finale fu più contraddittorio e ironico di questo. Travis medita infatti di uccidere il senatore Palantine, uomo politico che considerava responsabile di tutti i mali, ma una volta bloccato, rivolge la sua 44 Magnum contro mafiosi e criminali in difesa di una minorenne per nulla intenzionata ad essere redenta. Tutto ciò sottolinea la volubilità del destino, i media trasformano Travis in un eroe, mentre se fosse riuscito ad uccidere il senatore, lo avrebbero descritto come un assassino. Quando il film si chiude, il misantropo ha lasciato il posto ad un cittadino modello che affronta criminali e ladri per salvare una ragazzina. Martin Scorsese ha rivoluzionato il modo di fare cinema utilizzando steadycam, piano sequenze, inquadrature panoramiche e movimenti di macchina dall’alto, Taxi Driver è in un certo senso un film profetico, capace di cogliere la follia americana (ma non solo) che incolpa a prescindere gli uomini politici, la critica lo ha inoltre indicato come il primo film che tratta, seppur indirettamente, l’impatto della guerra del Vietnam sui soldati che vi hanno combattuto e la loro difficoltà nel reinserimento sociale. Travis il tassista è una metafora perfetta: incarna infatti la perenne condizione dell’uomo (accentuata negli ultimi anni dalla Zuckerberg-mania dei social network) costantemente in mezzo alla gente, sia reale sia virtuale, tuttavia senza amici, simbolo della solitudine urbana. 

De Niro si cucì addosso il ruolo e nei sei mesi antecedenti alle riprese ha studiato le malattie mentali e ha lavorato come tassista per le strade di New York. A livello internazionale, la Palma d’Oro vinta da Scorsese nel 1976 ha segnato il consolidamento della sua reputazione. Il film ha, inoltre, ricevuto quattro nomination all’Oscar non portandone a casa nessuno. Nel 1977 il Premio Oscar al miglior film lo vinse “Rocky“. Probabilmente l’America era più pronta ad incoronare l’ascesa verso il successo sportivo di un uomo anziché vedere scandagliate e riconosciute le proprie paure.



Scritto da Matteo Marescalco



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