lunedì 16 gennaio 2017

Il sapore del successo



Dalla cucina di Cracco e & Co. al grande schermo.
Il passaggio non è poi tanto brusco, ci si abitua ben presto e volentieri, infatti, al volto da bello e dannato di Bradley Cooper, lo chef che ambisce alla terza stella Michelin dopo aver avuto a che fare con un milione di ostriche in Louisiana.

La storia si sposta da Parigi a Londra, quest'ultima, città di riscatto e vecchi rimpianti legati al passato. Adam Jones sembra avere messo davvero la testa a posto. Niente più tenori di vita alla gioventù bruciata, ma solo una grande idea, una grande ambizione. Quella di diventare uno chef ancor più grande, in grado di donare ai clienti dei veri e propri "orgasmi culinari".
Perché la cucina esprime chi siamo, e sbagliare non è permesso.
Nonostante Bradley Cooper, il quale proprio non ne vuole sapere di andarmi a genio, il film si lascia guardare senza particolari sforzi. 



La mia repulsione al bel faccino di Cooper, non doveva e non voleva in alcun modo influenzare la visione. Perché chi mi conosce sa, quanto io ami la cucina, e poi perché non è mai giusto. Nei confronti del cinema, e pure di un attore che nonostante ti stia sulle palle, merita sempre e comunque la tua più sincera opinione. 
Ebbene sì, Il sapore del successo mi è piaciuto.
Senza troppe pretese o aspettative, parliamo di un prodotto commerciale che tratta di cibo e stellette, tra coltelli affilati e cucine piene di uomini arroganti e donne che combattono pur di emergere in un ambiente prettamente maschile. Ancora oggi dopo miliardi di anni.
E se c'è un aspetto che mi ha colpito di Adam Jones, è proprio questo suo essere uno stronzo e arrogante dal cuore tenero. 
Ho trovato credibile il suo personaggio, io che di chef ne vedo e ne seguo a fiotti, tanto che ho pensato persino di curare la mia orticaria da Bradley Cooper, che magari è giunta l'ora, dài.


Mi piace il suo Adam Jones quando ammette le sue debolezze, quando spiega le differenze tra l'alta cucina e quella da fast food, mettendo in risalto la costanza, quel dettaglio che annienta un po' tutto, non solo il talento ma anche la vita.
Costanza intesa come routine, come un uomo che volta le spalle alla fantasia e alla voglia di sperimentare.
Vero è, che a me, basta vedere una cucina con dentro un uomo o una donna col grembiule, e tanto mi basta. Per sentirmi appagata, per trovare ispirazione. Non so, e tante altre cose.
La cucina è un luogo strano, non so se dal punto di vista cinematografico funzioni davvero. 
Ma nella peggiore delle ipotesi, che sia un reality o un film, o un libro di ricette, ti lasci alle spalle un tizio col capo chino su un piatto, le mani decise eppure tanto sottili, intente a dirigere tutta l'orchestra. Gli ingredienti, il rumore di tutti gli utensili, gli odori.
Per me, armonia dei sensi.

4 commenti:

  1. Concordo. E' un film piacevole. Non pensavo che il mondo della cucina fosse così tormentato.
    Ciao Valentina.

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  2. Ciao Gus. Io sono un'appassionata di cucina, non c'è giorno che io passi lontano dai fornelli. =)
    La considero un rimedio naturale contro il malumore, un modo di dare incondizionatamente.
    Felice che il film sia stato piacevole anche per te.
    A presto.

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  3. http://francobattaglia.blogspot.it/2015/11/il-sapore-del-successo.html

    "Nouvelle cuisine ragazzi!"... siamo d'accordissimo... ;))

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