mercoledì 20 febbraio 2013

L'industriale


Dopo aver raccontato la Russia zarista di metà Ottocento, cornice delle vicende biografiche di Dostoevskij nel film, I demoni di San Pietroburgo (2007), Giuliano Montaldo torna con un lungometraggio/ritratto piuttosto suggestivo e drammatico, del nostro paese. Protagonista è infatti, ne L'industriale, un uomo sulla quarantina, in piena crisi professionale ed esistenziale, causata dal fallimento prossimo dell'azienda lasciata dal padre prima e, dai problemi coniugali, dopo. Insomma Pierfrancesco Favino sembra ormai esser nato per incarnare l'uomo perennemente in lotta con sé stesso, quello che grida agli ideali e alla fratellanza ovunque gli capiti ma che finisce sempre, poi, per sporcarsi le mani con le sue stesse debolezze e ossessioni. (Ripenso al Cobra di A.C.A.B.).

Nicola Ranieri oltre ad avere la terribile e inaccettabile paura di perdere tutto ciò che il padre, grande industriale prima di lui, aveva costruito, deve sconfiggere i mostri che lo spingono a pedinare la moglie, ormai troppo distante. Ovviamente Montaldo sceglie Torino come scenografia ideale per un dramma personale, che si allarga poi a tutto il resto del paese. La fotografia di Arnaldo Catinari, in questo senso è più che significativa e funzionale alla narrazione. Grigia, piovosa, tanto da ricordare gli squarci di una Londra di fine Ottocento. Ad incentivare i tormenti di Nicola c'è poi la presenza di una suocera ricca e pronta ad aiutarlo,  pur di non rischiare di veder rovinata la reputazione della figlia Laura e, di conseguenza, quella della propria famiglia. Ma l'orgoglio e la paura non sempre aiutano a gestire situazioni difficili, anzi. 


Quel che aiuta nella visione del film, nonostante alcuni personaggi poco convincenti o scelte narrative che potrebbero sollevare più di un dubbio, è senz'altro la maestria e l'intelligenza di un regista leader in quel cinema comunemente definito: impegnato. Un autore che può vantare titoli dall' impatto forte, per le questioni che affronta, come il potere militare, giudiziario e religioso nei film Gott mit uns (1970), Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973). Non mancano poi i documentari, per ricordarne uno, Nudi per vivere, girato insieme a Elio Petri e Giulio Questi nel 1964. Tornando al film di oggi, presentato fuori concorso al Festival Internazionale del film di Roma nel 2011, diciamo che si lascia ben guardare e vien voglia di premiare in assoluto, la capacità di far combaciare le crisi personali del protagonista a quelle della storia e, dell'Italia. L'assenza di colore spesso porta a riflettere sul futuro di un uomo che diventa stereotipo universale, costretto a sopravvivere e condannato quasi sempre a perdere. Carolina Crescentini ha ormai conquistato il cuore del regista, un pochino meno il mio dal momento che avrei desiderato vedere un'altra donna al fianco di un grande Favino. Qui, ancora una volta a dar prova della sua versatilità attoriale, parlando un dialetto che non gli appartiene eppure, mettendoci tutta la drammaticità del caso. Ultima nota di merito alla parte musicale curata da Andrea Morricone (proprio lui, il figlio di Ennio).

Ricordo che da oggi, mercoledì 20 febbraio è possibile acquistare on line o in tutti i negozi, il dvd  del film-documentario realizzato da Marco Spagnoli, Giuliano Montaldo. Quattro volte vent'anni

Io ho avuto la fortuna di vederlo al Festival di Roma appena passato e, ve lo consiglio vivamente!!!




4 commenti:

  1. Risposte
    1. Si Jenny, poi mi dici cosa ne pensi...secondo me vale la pena recuperarlo. :)

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  2. Questo, secondo me, è uno di quei classici film dove volontà, intenti e buoni propositi stridono molto con il risultato finale: è una pellicola lodevole per il messaggio e per l'impegno, però cinematograficamente parlando vale un po' poco... sceneggiatura e recitazione sono a livelli di fiction televisiva, e i personaggi ('buoni' e 'cattivi') sono tagliati con l'accetta. Montaldo è sempre un regista impegnato però ha un po' perso il senso del ritmo. Il cinema di oggi non è quello ingenuo e lento della sua epoca. Apprezzabile solo per i buoni propositi.

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    1. Kelvin devo ammettere che a tratti anche io notavo una certa assonanza con lo stile degli attori da fiction. Vuoi perché la Torino e il bell'Ettore di Centovetrine si facevano troppo insistenti...:) ma al di la di queste piccole cadute, neanche troppo evidenti, possiamo infatti dire che rimane un'altra grande prova del cinema italiano. Io la sola che non digerisco troppo è la Crescentini. Favino l'ho trovato a suo agio, sempre drammatico al punto giusto.

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