giovedì 17 settembre 2015

Gocce d'anacronismo - il peccato della passione

 


Sembrerebbero idee e costumi discordanti, quelle che nel bianco e nero di questo corto, realizzato da Massimo Testa, riportano agli occhi l'immagine di un'epoca andata.
Il vecchio Pigneto con la fontanella, quella che bloccava i passanti non solo per dissetarli, ma perché era lì, ed era così bella che non potevi non restare un po' con lei. I legnetti dei gelati finiti e buttati a terra, e quella Roma non era mai sporca, al massimo disordinata. Destinata a sfumare, e a dannarsi l'anima, come una madre costretta a lasciare ai propri figli, un futuro incerto, che sa di nostalgia.
 
Padri e madri che dal passato ritrovano la voce per dirti continuamente di fare attenzione, di muoverti cauto, di andare piano. Perché "La passione è un peccato che non ti perdoneranno mai", e nella Roma degli umili, queste parole sono destinate a tornare.
 
L'immagine di Pasolini è una costante, che torna come gocce e plasma il presente. I giorni di una ragazza distratta, e il commento musicale che ricopre il muto. Ricercato e voluto a tutti i costi, immagino, dall'autore. Il bianco e nero e l'assenza di voce, qui, sono l'anacronismo per eccellenza. Sono nostalgia e passi lunghi, impossibili, verso un passato che nessuno vorrebbe dimenticare, ma nemmeno riesumarlo a tutti i costi.
Eppure la Roma delle "settanta lire per un caffè" era perfetta, la vita girava e la fontanella stava lì, perché nessuno avrebbe potuto immaginare il contrario. Il caffè e un pezzetto di pace, il sorriso nella sfortuna, perché i cuori miseri e popolari se la ridono, nonostante la disgrazia, nonostante la merda.
 
L'anacronismo non è un errore, ma il bisogno imprescindibile di riscoprire la bellezza ovunque, nel tempo che è, adesso, senza mai dimenticare il passato.
Massimo Testa credo volesse dire soprattutto questo.
Guardare in faccia i volti di chi ha fatto la storia, prima di noi, e ambire a qualcosa di meravigliosamente grande.
 
P.S. Caro Massimo, mi hai fatto venire in mente, non a caso, questi indimenticabili versi:

[...] Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

Pier Paolo Pasolini

Il canto popolare, Edizioni della Meridiana, Milano 1954.


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