domenica 9 marzo 2014

Il cinema di Peter Medak




Analizzando la società e gli individui coi “ritrovati” della satira, corroborati dall'apporto di sceneggiature dalla fantasia mai statica, Peter Medak, regista di solida bravura tecnica, ha girato dagli anni ’70 ad oggi una serie di opere notevoli. Quest’articolo ne tratterà brevemente cinque, offrendo, a vanvera ma non alla cieca, una rapida panoramica di alcune loro peculiarità d’innegabile rilievo.

Ad esempio Triplo gioco, noir del 1993, è attraversato da un acre umorismo “investigativo” che, diventando indagine “dittatoriale” capace d’infiltrarsi pervasiva e onnipresente sin nei vicoli più opachi della psiche umana, soppesa e ritrae i meccanismi-base di una vita angusta, piena di miseri giorni a catena e fondata sulla paura, l’angoscia, la morte.
Il personaggio principale Jack Grimaldi, come uno Charlot munito di pistola e d’inarrestabile egoismo, si dibatte colpevole e indifeso, col suo sorriso spiritato, fra gli ingranaggi incontrollabili di una realtà meschina, in cui la parola “sogni”, così irresponsabilmente usata, risulta l’improprio quanto poetico sinonimo di termini più prosaici e meno nobilmente alati come “istinti”, “denaro”, “sesso”, “scorciatoie illegittime per arrivare al coperto ed al riparo il prima possibile”.
Insomma “se la pubblicità è l’anima del commercio – sembra dirci a un certo punto il film – il desiderio di sicurezza è l’anima dell’egoismo, dal momento che l’affetto per se stessi sovrasta sempre e comunque, in ogni istante, quello per gli altri. Che forse neanche esiste”.
La pellicola è dunque dominata da sentimenti alla rovescia che invece di estroflettersi dall'intimo di Jack in direzione di amici, colleghi, mogli, amanti, si addensano tutti su di lui (sul protagonista) rendendolo il baricentro di un nulla pneumatico, inutile, disarticolato che si fraziona instancabilmente in cadaveri per interesse, in spari inconcludenti, in un disordine accorato di gesti incompiuti e monchi.
In un simile contesto desolante, il messaggio che giunge inconfondibile, ma persino indelebile, a chiarirci gli schemi della verità, è allora il deserto che apre e chiude la narrazione e il cupo svolgersi delle vicende. Un deserto sinuoso di gobbe e dune, come sinuosa è l’ironia del film. Intenta a raccontarci, dall’inizio alla fine delle inquadrature, come nel mondo arido delle nostre emozioni, l’unica forma di amore eterno sia l’egoismo.

Proseguendo a carrellare sul talento di Medak, torna poi in mente Changeling, thriller del 1980 in cui centro dell’azione è una casa antica e sinistra: ecco la cinecamera mostrarne l’ingresso vertiginoso e imponente come l’interno di una chiesa gotica, come il mistero sacro della paura; eccone i corridoi stretti (quasi cunicoli) soffocanti e labirintici come l’ansia opprimente che il musicista John Russel prova dinanzi alla richiesta d’aiuto che un bimbo gli trasmette dalla morte, dall’aldilà. L’apparente contraddizione architettonica dell’edificio si rivela quindi ben altro: e cioè un’armonica spiegazione dei due aspetti che compongono indissolubilmente il nucleo dell’angoscia e del terrore.

Palpitazioni e fiato sospeso sono i motivi conduttori anche di Species II, pellicola di fantascienza, in cui la violenza si mescola all’horror generando una sorta di film a luci rosse che, per le sue scene di sesso esplicito fra contorte creature dello spazio, sarebbe opportuno vietare tassativamente ai marziani d’età inferiore ai diciott’anni.
Comunque, a prescindere dalle battute facili, la storia è grossomodo questa: una serie di amplessi mostruosi e a sfondo siderale, diffondendo sintagmi di DNA extraterrestre, mettono incinta donne e ragazze nostrane (del nostro pianeta) le quali, ignare del destino che le attende, si ritrovano mamme. “Involontarie”, inconsapevoli. E vittime della scalogna, perché obbligate, con gioia estrema degli spettatori patiti di Freud, ad una punizione troppo severa: partorire a sangue sventrate da pargoletti semialieni, decisamente un po’ impazienti ed ingombranti. Intanto politici ed astronauti rampanti si lanciano in bei discorsi ricchi d’anima, in cui si susseguono ritriti concetti filosofici di rito e circostanza, che tradiscono senza sosta il vuoto pretenzioso e arrivista di un mondo mosso esclusivamente dalle pulsioni e privo persino di eroi, se per convincerli a lottare contro il pericolo genetico che minaccia l’umanità bisogna prima blandirli a suon di dollaroni.

Il suono che le sfere celesti producono ruotando è invece il fulcro, indubbiamente più lirico ed elevato, di Pontiac Moon, commedia di lieve spiritualità, ornata di personaggi che assieme compiono un cammino di crescita e riscatto: dalla fuga alla vita, passando per il coraggio e la luna. È il percorso di una favola. Di una fiaba a lieto fine, in cui Medak continua a sviluppare temi come la paura e il desiderio di sicurezza, approdando ad una morale: dannarsi per neutralizzare la vita, ed ottenerne una innocua, inoffensiva che non imprima più vertigini di nausea e paura alla nostra anima, è una fuga implosiva che guida a rinchiudersi in sé, e a barricarsi nel buio materno della rassegnazione, della resa, della sconfitta.
Se Catherine è una donna ferita, che ormai prova il bisogno di condannarsi entro i limiti immobili della rinuncia, relegando il figlio lontano dai rischi e dalla serenità, Andy è un bambino alla ricerca di universo e stelle. Spera di sottrarsi ai confini. Ma è timoroso. E solo grazie alla bonaria saggezza leggermente eccentrica del padre si accorgerà di come i momenti di bellezza, oltre che fra le nebulose e le galassie, sia possibile trovarli talvolta anche nella realtà.

O nel film The Krays – I corvi, che scruta e osserva un contingente di madri schierato a intensa difesa di due gemellini, Ronald e Reginald Kray, la cui fanciullezza, col trascorrere degli anni, si tramuta pian piano in un’alleanza omicida, che per restare al vertice del crimine gangsteristico deve annichilire gli avversari, incutendo e irradiando terrore.
Come le madri, spandendo affetto e sicurezza, avevano cercato di scacciare dai due piccoli la paura, così essi ora, da grandi, la impongono agli altri. Ciò accade perché nei fratelli Kray, la forza che aveva sorretto le madri ha perduto senza appello il proprio sostrato d’amore e sacrificio, deformandosi in violenza: in prepotenza capillare che, nel suo tentativo di tenere a bada (invasivamente) cose eventi e persone, spegne colonizza e asfissia (vedi la moglie di Reginald, privata dal marito di ogni identità), rivelandosi molto simile alla vita. Che è in verità un demone. Il demone assoluto e cocciutamente ossessivo che ci tormenta e possiede, impadronendosi insistentemente del nostro tempo, del nostro corpo, delle nostre azioni, senza lasciare in libertà neanche uno spiraglio d’indipendenza individuale.


Scritto da Pietro Pancamo
(pipancam@tin.it)

4 commenti:

  1. conosco poco questo regista, se ben ricordo ho visto solo Species 2, un episiodio di Master of horror e poco altro.

    PS Species 2 da noi infatti è vietato ai minori di 18 anni, proprio perchè fu considerato troppo esplicito x le scene di sesso

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  2. Io non lo conosco affatto, mi sembra giunto il momento di dedicare un po' di tempo a questo regista. Non rientra nei miei canoni, forse l'unico che potrebbe davvero piacermi è Pontiac Moon. ;-)

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  3. Ammetto di non sapere troppo di Peter Medak...

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  4. beh guarda valentina, species 2 è un bel fanta horror, forse della saga è il capitolo più riuscito ;-)

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