lunedì 28 gennaio 2013

Django Unchained


Da qualche parte nel Texas...
Siamo nel periodo che precede la Guerra Civile, nel profondo Sud degli Stati Uniti. Esattamente il luogo in cui, Quentin Tarantino, desidera da sempre, realizzare il "suo" Western. 
Sulla testa dei fratelli Brittle c'è una grossa taglia. La stessa che, porterà a un fatidico incontro fra due uomini, dissimili nell'aspetto imposto dalla storia ma "fratelli" per le comuni cause e per le qualità, "inverosimilmente", umane. Certo, "umano", è un aggettivo che appare fin troppo stonato nel contesto del Django Unchained di Tarantino. Certo, ad uno sguardo superficiale, è la più palese delle osservazioni.

Per la prima volta qualcuno "si prende la briga" di raccontare (a suo modo), una delle macchie più infamanti e dolorose che gravano su tutta l'America, quella della schiavitù. Un'istituzione legale (?) esistita nel Nordamerica fino al 1776 e proseguita prevalentemente negli stati del Sud, fino al XIII emendamento voluto da Lincoln nel 1865. Ma come da Tarantino ci si aspetti, la Storia, è solamente un pretesto, un trampolino per le più crude e (dis)umane vicende degli uomini protagonisti da lui disegnati. Viene perfino naturale credere che, dietro questa impresa, nessun'altro regista a parte lui, sarebbe stato, diciamo così, più "azzeccato". Affermazione questa da prendere con le pinze, almeno fin quando ci si ostini a vedere Django Unchained come l'esatto clone di quello che fu nel 1966, il Django italiano di Sergio Corbucci. E' fin troppo evidente che, Tarantino, non abbia intenzione alcuna di rivisitare, o riproporre "letteralmente", un qualcosa di già visto, seppur egli stesso ne sia il primo grande estimatore. Come già avevamo visto in Bastardi senza gloria, sfilano anche qui,  tra carrellate paesaggistiche più tipiche del Western, Sorvegliati e Sorveglianti, Cacciatori di uomini spietati e Prede in corsa verso la salvezza.


Non appena da quel carretto (con tanto di dente e molla a dondolarlo qua e là), scende il Dottor Schultz/Christoph Waltz, si capisce già, che nelle mani di quell'insolito "dentista", vi è finemente riposta una missione significativa, al fine più narrativo, e non solo, voluto dal regista. Ed è così, perché l'ex odontoiatra è oggi un Cacciatore di taglie, un uomo che, come tradizione vuole, viaggia solo, con il manifesto degli ultimi ricercati in tasca alla giacca. Il suo compito è consegnare gli uomini, vivi o morti, alle Autorità. Django sarà per Schultz, non solo un valido compagno di "lavoro". Entrambi, per ragioni differenti, vogliono arrivare ai fratelli Brittle e, Django, li conosce bene...
Una volta finito il lavoro, una volta sciolta la neve, Django però, avrebbe portato a termine la sua epica battaglia, quella  con tappa finale a Candyland, piantagione in cui è prigioniera Brunilde, sua moglie.


A partire dal fascino della mitologia nordica racchiuso nell'amore tra Sigfrido e Brunilde (a subirne il fascino e l'inevitabile interessamento è infatti , non solo Schultz, quanto il medesimo spettatore), ancora una volta Tarantino sfoggia il suo cast fenomenale e trova, a mio avviso, il culmine nelle sfumature e nei discorsi improvvisati a mo' di commedia dal buon Waltz. Un uomo dotato di una freddezza dettata dal senso del proprio dovere e di una insolita malinconia. Si legge negli occhi di Schultz una carica di nostalgia e di orrore per l'epoca in cui sta vivendo. Un gentiluomo che uccide e al contempo si preoccupa di mettere in chiaro al suo neocompagno, ex schiavo, i propri sensi di colpa. Quelli che realmente lo hanno spinto a liberarlo dalle catene. Da questo però, si va avanti nel corso del film fino ad un lento e sincero evolversi di un rapporto reale e "leale". Fatto di stima e fiducia reciproca. L'ex dottore che prende a cuore l'ex schiavo, l'uomo di colore in sella a un "ronzino" (come esclamerà stupito il signor Stephen/Samuel L.Jackson, il nero "integrato", fedelissimo di Calvin Candie/Leonardo Di Caprio). Schultz è straordinario, lo sono i suoi modi di muoversi sulla scena, il suo modo di porsi a chiunque incontri. Sembra una versione "dramaturge" di Tarantino, il regista/commediografo che si preoccupa di rammentare al suo attore quale ruolo deve astutamente ricoprire (per sopravvvivere). Momento di più alta umanità e commozione quasi, durante l'accenno arpeggiato al motivo Per Elisa (che avevamo lasciato in Bastardi senza Gloria), vediamo Schultz ai limiti della tensione, come mai lo avevamo visto prima, rivivere l'orrore di un mandingo sbranato dai cani. 

Potrei dirne davvero molte su questo personaggio (a mio avviso il più importante dell'intera pellicola), così come non potrei mai dimenticare la rabbia e la potenza interpretativa di un Leonardo Di Caprio straordinario, cosa che mi porta ancora una volta a riflettere su quali assurde logiche si muovano gli illustri Academy...(bah)
Ma devo per forza di cose fermarmi qui e tornare ad "oggettivare" le ragioni che mi portano a considerare Django Unchained, un film a tutti gli effetti spettacolare e,  fuori dall'ordinario cinematografico che ogni comune spettatore si aspetti.

Considero Django un film coraggioso e sfacciato, come il regista stesso. Perché nessuno avrebbe mai pensato di mettere uno accanto all'altro, il Django di oggi e quello di ieri con una tale presunzione. Quella che ci fa vedere Jamie Foxx al bancone di casa Candie sottoscrivere a Franco Nero come la D di Django sia in realtà muta (Nero che risponde: si, lo so. Fantastico!!!). Considero Django un film dotato di una spettacolarità visiva assoluta. Il sangue e la violenza che troppo spesso condannano Tarantino, rappresentano solamente la sua forte e cruda retorica. La ridicolizzazione della violenza è il messaggio più forte che arriva al di qua dello schermo (emblematica la sequenza degli uomini a cavallo incappucciati), quel sangue sui fiori di cotone è forse la più affascinante delle metafore inserite nel film da Tarantino. Il sangue che realmente in quelle piantagioni hanno lasciato quei poveri schiavi, viene trasformato dal regista nel sangue di un bianco. Il sangue di una rivalsa, di una vendetta che lentamente si attenua tra il bianco del cotone. Trovo una serie infinita di piccole sfide lanciate dal regista, a partire da un nero a cavallo che nel 1859 indossa un paio di occhiali da sole, oppure un cacciatore di taglie che con estrema cura e precisione spunta la schiuma di una birra. Considero Django un'ulteriore conferma del genio artistico che si diverte a "rubacchiare" a destra e sinistra e con questa sua minuziosa ricerca riesce a dar vita a qualcosa che cinematograficamente e musicalmente risulta straordinario. Per la prima volta in un film di Tarantino vengono scritti temi musicali apposta per il film, anche se non mancano i sempre presenti prestiti del citazionista per eccellenza. Si va dal main theme di Django, di Luis Bacalov e Rocky Roberts, passando per The Braying Mule di Morricone del film Two Mules for Sister Sara fino ad arrivare alla splendida Freedom, brano originale di Anthony Hamilton e Elayna Boynton


Concludo dicendo che, siamo di fronte a quanto di più spettacolare e godibile esista di cinematografico in questo mondo bigotto e ipocrita. 
Così come Sigfrido e Django salvano la loro Brunilde, Tarantino realizza il suo sogno cinematografico di sempre. Un western colorato e "pompato" dalla sua estroversa e sanguinosa retorica che affascina e non può lasciare indifferenti. 

Concludo dicendo che, Django Unchained è un film straordinario e tu, caro Quentin, sei il solito fottutissimo genio. Ne sono "persuasa"...

12 commenti:

  1. Grandissimo film, e grandissima recensione.
    Applausi a scena aperta per il Quentino.

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    1. Grazie Ford!!! =) Spettacolare...sono uscita estasiata, come non mi capitava da tempo. Abbasso i bigotti, viva Tarantino e questi momenti di libidine cinematografica "pura". ^_^ E poi Waltz...oddio, io lo amoooooo XD

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  2. ottime riflessioni su una pellicola amazing!
    la ridicolizzazione della violenza in particolare. magari all'inizio tarantino si divertiva solamente a infarcire i suoi film di sangue e violenza. da kill bill in poi mi sembra però che si sia trasformata in un'arma di vendetta contro la violenza stessa: la sposa contro chi ha distrutto il suo matrimonio e la sua vita, le girls di grindhouse contro il maniaco maschilista, shosanna in basterds contro i nazi, e ora django contro gli schiavisti.
    una violenza esagerata contro la violenza reale

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    1. Grazie Cannibal :) Vero, credo che qui, come già intravisto in Bastardi senza gloria, il sangue di Tarantino acquisisce ancor di più motivo d'essere. E, se è vero che Django è il secondo di questa fatidica trilogia tarantiniana..io sono fiduciosa!!! :)

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  3. Vado oltre: per me è uno dei più grandi western di sempre, infatti durante la visione non ho fatto altro che pensare a 'Gli Spietati' di Eastwood, al quale secondo me assomiglia molto. Geniale l'idea di Tarantino: prendere il genere 'simbolo' di una nazione (il western appunto) e usarlo come grimaldello per distruggere ferocemente il Sogno Americano. Western revisionista e demistificatorio, alla Peckinpah per capirci. E per laque prima volta la tanto decantata violenza tarantiniana non è nè innocua nè sopra le righe: è tremendamente necessaria.

    Ho scritto di getto e non so se si è capito qualcosa... comunque se vuoi, sul mio blog ho scritto una recensione un po' più comprensibile :)
    E complimenti, ovviamente, anche alla tua!

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    1. Ti sei spiegato eccome Sauro. :) Infatti avevo aspettato a leggere la tua recensione, ma ora vado di corrrsa. E grazie per l'ottima...^_^ Troppo gentile...

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    2. Ma...Sauro. In realtà l'avevo letta eccome...sono rinco. Pardon ^_^

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  4. Film divertente e divertito, ma non mi sono strappato i capelli, anche se ammetto che vola alto.

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    1. Strappata i capelli no, altrimenti mi ritroverei ora con la testa rasa al suolo, nel caso in cui la cosa è direttamente proporzionale all'entusiasmo o meno del film. ^_^

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  5. Un film epico. Ottima, arguta, la tua osservazione sulla ridicolizzazione della violenza.

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  6. Ti sei dimenticata di dire la cosa più importante, e cioè che il film fa spanciare dal ridere nei suoi momenti comici.

    Tra l'altro è meno citazionista di quel che mi sarei aspettato. Il rischio maggiore era cadere nel plagio visto l'amore per il genere (ogni film da Le Iene è di fatto un western) e invece non c'è né Leone, né Corbucci, né Hawks, né Ford. Originalissimo.

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  7. Anche a noi il film è piaciuto tantissimo! E pure il tuo post, ricco di spunti e riflessioni originali. Ti abbiamo inserito nella colonna 'blog da non perdere', se per caso ti piace il nostro blog e vuoi fare altrettanto..

    http://www.nonsolopizzaecinema.com

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