venerdì 26 ottobre 2012

Jude Law "as" Alfie

C'è chi parla di questo film, come di "esperienza di puro packaging, dove tutto è apparenza e nulla è contenuto".
Ovvio che non citi né autore né sito, ma non avrete difficoltà a trovarlo dal momento che certe "sparate" da critico snob scoppiettano su uno dei portali più gettonati nel web, dunque...

Ho visto Alfie pochi giorni fa, quindi un po' tardino rispetto alla sua uscita nelle sale italiane nel 2005. Partiamo dicendo che il film di Charles Shyer (Il padre della sposa 1991, Il padre della sposa II 1995, L'intrigo della collana 2001) è un remake dell'omonima pellicola diretta nel 1966 da Lewis Gilbert e interpretata da un "certo" Michael Caine. E già questo fattore, come potete benissimo immaginare, porta una miriade di colpi ben prevedibili e a volte fastidiosamente inutili. Purtroppo, non avendo visto quella che immagino esser stata, la superba interpretazione di Caine, non ho i cosiddetti termini di paragone. Ma a me non importa sinceramente parlare di questo, preferisco sempre focalizzarmi sul film per quello che è, anche se delle volte ci troviamo di fronte a stravolgimenti gratuiti di film-capolavori e allora lì non possiamo certo redimerci dall'essere "dannatamente critici". Le accuse cui vi accennavo in partenza, andando ad analizzare la frase, o meglio, il termine (orribile e fastidioso a mio avviso) packaging, fanno riferimento al fatto che, il regista, abbia in qualche modo cercato di imballare un "pacco" puntando a un abbellimento efficacie dal punto di vista estetico ma, pessimo da quello del contenuto.

Allora, io non sono affatto d'accordo. Primo, odio queste sparate e questo sbrodolarsi in termini che nemmeno ci appartengono, ma dai, "packaging", ma cos'è? E poi, secondo, cosa ancor più importante, io non ho per niente avvertito questa sensazione, anzi. Il fascino di un attore tipicamente inglese (Dio mio quanto sei bello Jude - scusate, dovevo dirlo!!!) viene qui ad assumere una sottile sfumatura, la stessa che porta il bello Alfie/Jude Law a riflettere seriamente sulla propria vita, quella del Don Giovanni inglese trapiantato a New York. Quello che con la vespa "che sa di vintage" finisce per perdersi nella Grande Mela, tramortito dal pensiero, che lentamente si fortifica nel corso del film, di una vita sprecata a cambiare donne come calzini. Cinico, quasi ai limiti dell'immunità sentimentale. Lo si capisce da come si passa nel corso del film dalla affascinante mamma single Julie (Marisa Tomei), passando per la donna del migliore amico, Lonette (Nia Long), la stessa che per soffocare il dolore di una verità che nega al marito la paternità del figlio, andrà lontano da New York, lontano da Alfie. La ricca e attempata, quanto mai affascinante Liz (Susan Sarandon) fino alla ragazza un po'schizzata, Nikki (Sienna Miller) la sola con la quale proverà a condividere un pezzo di vita insieme, sotto lo stesso tetto.


Quel che a me personalmente ha colpito di questo film è stato il lento prendere atto del protagonista, uno "straordinario" Jude Law (e non lo dico perché madre natura gli ha dato "tutto"), della sua fondamentalmente triste e misera esistenza. Frivola, vuota, senza legami stabili, senza un punto di riferimento. Dall'inizio alla fine, e così era anche per l'Alfie di Caine, il bell'autista di limousine se ne va in giro per Manhattan spezzando di continuo il sottile confine tra l'obiettivo della macchina e lo spettatore. Teatralmente parlando si infrange la cosiddetta "quarta parete" e il protagonista vive la sua storia rivolgendosi alla macchina/spettatore. Gli occhi di Alfie cercano quasi una conferma dall'altra parte dello schermo e lo fa ponendo i suoi stessi interrogativi anche a chi sta solamente osservando la sua vita. Un personaggio che agli occhi forse più "pigri" può sembrare vuoto, meschino e immunizzato alla vita stessa appare in realtà come un'anima sofferente, fragile. Alfie capirà, a poco a poco, che la sua bellezza, la sua libertà, il suo essere estraneo ai vincoli di un rapporto stabile non sono affatto motivo di felicità. 


Gli occhi di Law tagliano la scena in più di un'occasione, in una New York frenetica, moderna così piena di luci, non si può fare a meno di perdersi in quegli sguardi astrali. Presuntuosi, strafottenti e arroganti. Anche provocanti e indifferenti. Poi però si gonfiano di lacrime e si spengono per la paura della vita, del male, della solitudine, dell'insoddisfazione. Cercano conferme e conforto in quelli di un vecchio sconosciuto, incontrato nella sala d'attesa di una clinica. Alfie è un uomo solo, perso in una metropoli infinita e, quando proverà a ritornare sui suoi passi dovrà affrontare il rifiuto delle donne "usate" in passato. Si riflette sulla pace con sé stessi, forse la sola cosa che sa riempirci la vita. Se non c'è quella, avrai come compagna fissa una sola sensazione, quella di una vita "vuota". Parola di Alfie...

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