venerdì 19 ottobre 2012

Poker Generation, un film finito nella fossa dei "preconcetti"



Sullo sfondo di un paesino siciliano c'è la famiglia di Tony e Filo. Un padre fallito, senza lavoro, con il vizio del gioco e della bottiglia in mano, una madre forte e coraggiosa e Maria, la più piccola della casa. La bambina è malata e la sua vita sembra ormai essere appesa a un "filo". Quando la notizia delle condizioni critiche della sorellina arriva ai fratelli, questi, decidono di partire per Milano, e puntare tutto su un tavolo da Poker.

Il film, lungometraggio esordio per il regista padovano Gianluca Mingotto, è ispirato a una storia vera, quella del noto player italiano Filippo Candio. Filo, interpretato da Piero Cardano, è infatti diminutivo di Filippo e, come il reale protagonista anche egli viene da un'isola italiana, Candio però è sardo mentre il film è ambientato in Sicilia. Al contrario del reale Filippo, il quale aveva l'appoggio della famiglia, Filo e Tony non avranno il benestare di "mamma e papà", Lina Sastri e Francesco Pannofino
La prima idea che ci si fa, complice inevitabile il titolo stesso del film, è quella di immaginare uno sport, disciplina, gioco (a voi la miglior definizione), come un fenomeno di massa. Ma, prima di addentrarci in questa delicata, a mio avviso, questione, cerchiamo di capire meglio la storia di Poker Generation, un film scaraventato nel vortice delle polemiche ancor prima di venire alla luce, fino a vietarne la visione al cinema. L'uscita nelle sale è datata 13 aprile 2012, distribuito dalla Iris Film nei circuiti multisala UCI e THE SPACE, ovvero, i due maggiori network che detengono più del 50% del mercato dei multiplex. Il polverone si alza esattamente qui. Il senatore Raffaele Lauro (membro della commissione Antimafia) si interroga sul fatto che il film possa, o meno, esser considerato come "promozione del gioco d'azzardo". Presentando la stessa al premier Monti, Lauro vuole andare in fondo alla faccenda, per capire se Poker Generation sia figlio legittimo della libertà artistica oppure, opera pubblicitaria propaganda del gioco d'azzardo. Crea suggestioni e getta ulteriore legna nel braciere il fatto che il produttore del film Fabrizio Crimi, sia proprietario di uno dei maggiori siti di poker on line. Questo però, non può e non deve condannare il film di Mingotto a una valutazione carica di pregiudizi, il che, per come la vedo io, risulta essere sempre la scelta peggiore. Andiamo per ordine e cerchiamo innanzitutto di capire Poker Generation per quel che è, non per i fatti parlamentari e burocratici di cui sinceramente, faccio volentieri a meno. Certo, questi arrivano per forza di cose a far discutere, dal momento che il film, oggi, è praticamente impossibile da recuperare ed è fuori da qualsiasi circuito di noleggio o vendita. 

Mingotto, giovane regista classe 1980 viene da una serie di videoclip musicali e spot pubblicitari. Oltre a questi un cortometraggio, documentari dedicati al Poker, una sit-com e la direzione della fotografia per altri corti. Poker Generation è sopra ogni altra cosa, la storia di due fratelli, l'uno l'opposto dell'altro, che si ritrovano sullo stesso tavolo da gioco in uno dei più prestigiosi tornei organizzati da Betpro.it, il Malta Poker Dream (evento celebrato proprio a poche settimane di distanza dalle riprese del film). Verrebbe da pensare, il fine giustifica i mezzi (giocare d'azzardo per salvare la sorella malata), ma a ben vedere non è affatto così. O meglio, è un discorso che non regge di fronte al film "imputato". Il gioco del Poker, l'azzardo, le cerchie composte da persone di un certo tipo, milioni di euro che girano tra i tavoli come fossero cartoline. Ma questo non può bastare a condannare un film la cui missione primaria è volta a "portare nelle case" degli italiani, almeno per quanti ancora non l'abbiano già fatto, il gioco del Poker come una disciplina sportiva che richiede ingegno, studio, carattere e un buon controllo dell'emotività. Chi scrive è lontana anni luce dalle dinamiche e dalla "filosofia del gioco", questo ci tengo a sottolinearlo. Ma non credo sia fondamentale al fine di una valutazione globale sul film. 

Dico questo perché Poker Generation punta tutto quel che ha sulla possibilità di essere una volta per tutte "esorcizzato" dal luogo comune che lo vede condannato nelle bische fumose e piene di alcol, dove niente è lecito eticamente e legalmente. Mingotto, nella sua ancora (evidente) acerba regia, scivola a tratti lasciando andare un po' la mano, soprattutto nel voler "appesantire" troppo il messaggio rivolto allo spettatore, mi viene in mente la sequenza della partita di poker seguita alla tv come fosse una partita di calcio o un incontro di boxe. Come si carica sulla caratterizzazione dei personaggi, Filo, ragazzo introverso genio semi-autistico ispirato teneramente al Raymond Babbitt (Dustin Hoffman) di Levinson. Tony invece, fanatico dei mafia movie, cerca "disperatamente" di somigliare ai "picciotti" per eccellenza, il più egocentrico dei fratelli quello che come apre bocca combina guai. Ed è inevitabile che lo spettatore si chieda: ma è davvero necessario che il povero Andrea Montovoli si cimenti in quella espressione fissa del siciliano circospetto col sopracciglio alzato? Siamo distanti anni luce da un Rounders (1998) di John Dahl che vede insieme Edward Norton e Matt Damon o dal più recente Le regole del gioco (2007) di Curtis Hanson, con Eric Bana, Drew Barrymore e Robert Duvall. Resta il fatto, che nei suoi 96', Poker Generation non manca occasione per sollevare temi importanti, come mettere a fuoco i contrasti tra il Nord e il Sud, oppure le famiglie rovinate a causa del gioco d'azzardo. 


Al di là della "défiance" nei confronti di una prima regia, che trova conferma in un microfono finito nel quadro o in un montaggio scattoso, forzato, rimane (e vince) la forte perplessità sulle motivazioni che abbiano spinto Poker Generation giù nel precipizio, fino a vietarlo non solo ai minori, come era stato chiesto inizialmente, ma addirittura bandirlo dai circuiti di noleggio e vendita. Io non gioco a Poker e non riuscirei nemmeno a tenere due chip in mano, però ho voglia di credere nelle intenzioni più intime di questo film, al fine di liberarmi da preconcetti o giudizi bigotti.

"Poker Generation si ispira a una storia vera, vuole dare voce a una comunità pulita di milioni di persone che ogni giorno si divertono anche con un solo euro nel nome di una disciplina sportiva paragonabile al calcio o a qualsiasi altra forma agonistica, diversa da quello stereotipo di poker da bisca ovvero quel gioco d’azzardo o altre forme compulsive che generano ludopatia. A conferma dell’assoluta buona fede del film destinato a una visione "per tutti", vi è la circostanza che la pellicola ha superato l’esame della commissione censura, di cui fanno parte anche le rappresentanze dell’associazione dei genitori, che nulla ha rilevato a proposito".
(La produzione)


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