venerdì 12 febbraio 2021

Questo giorno che incombe, Antonella Lattanzi



Sono tutti giorni che incombono, uno dopo l'altro, inesorabilmente, quelli che Antonella Lattanzi racconta nel suo ultimo libro, bellissimo, implacabile, Questo giorno che incombe.

Nella prefazione l'autrice accenna al suo passato, scava dentro la sua vita, la sua anima di bambina e di figlia, facilitando al lettore quel passo indietro che separa i tempi e rende nitidi i ricordi. 

Tutti abbiamo dei ricordi.

Un esercizio doloroso, ma necessario.

Si può scrivere per vendetta?

Per perdonare o condannare qualcuno, per amore o per odio?

Io credo che si scriva per andare avanti, e si legga, poi, per imparare a non guardare indietro.

Questo giorno che incombe è la storia di una famiglia che si traferisce a Roma, da Milano. La storia di Francesca, che è la protagonista e colei che parla (con se stessa, con la casa), spesso, che si mette a nudo, che si confessa e si redime. Donna piena di vita e ambiziosa, moglie di Massimo, madre di Angela e Emma.

Madre.

"Perché Francesca era una madre. E le madri - glielo aveva insegnato sua madre, ne era certa - le madri amano. Le madri fanno sacrifici. Le madri sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato. Le madri ci sono momenti che essere madri gli prende tutto il corpo, e il tempo. Ma sono momenti, solo momenti Francesca, fidati di me. (Quanto spesso parlava tra sé, sempre più spesso ad alta voce? Quanto spesso non ricordava cos' aveva fatto solo un momento prima, o in tutta la giornata? Quanto spesso aveva vuoti di memoria, e si ritrovava in un posto senza ricordare com'era arrivata fin lì?) Le madri sono felici di essere madri.

E tu?"

Ho preso la matita esattamente qui, a pagina 67. Ed è stato il momento in cui ho capito che questo libro, mi avrebbe scavato dentro, più che dentro, in una profondità in cui mai nessuno avrebbe potuto osare spingersi.

Perché la Lattanzi non ha scritto semplicemente un bel libro. Un prodotto bello e confezionato in maniera impeccabile. 

No.

Non è un bel giallo, nemmeno un thriller psicologico di quelli che puoi definire "introspettivi" perché fa tanto chic.

La Lattanzi ha scritto un libro coraggioso, perché dietro la tragica storia di una bambina scomparsa sotto gli occhi di tutti, in un cortile bello e pieno di sole, tra il mare e la metropoli, esplode il dramma della maternità.

Ho detto dramma?

Sì, e lo dico con una naturalezza che qualche anno fa non avevo, sono una madre di tre bambini che amo, ma sono soprattutto una donna. 

Un essere umano.

Mentre leggevo non ero più io, ero Francesca. Ero terribilmente io?

Io/Francesca, che passo le mie giornate da sola in casa, mio marito che esce la mattina presto e torna la sera tardi. Del resto lui lavora, ha un lavoro importante, è per questo che siamo venuti a vivere qui, a Roma, in questo bel quartiere. Io invece ho tutto il tempo che voglio, sto a casa, con le bambine, il mio lavoro è scrivere libri per bambini e illustrarli, la mia editor dice che ce la posso fare, che ce la devo fare. In realtà pensa che se non ci riesco sono una fallita. Anche mio marito si meraviglia del fatto che non riesca a fare nulla, io sto a casa, con le nostre meravigliose bambine, perché dovrei essere stanca?

"Tu sai quanto possono essere lunghe le giornate? Tu sai perché uno ha paura quando è solo?"

Cazzo, lo so tantissimo. Lo so, lo so!

Nient'altro che una madre. Mi ci sono sentita così tante volte, e le giornate incombevano tutte, e io mi sentivo sola, stanca, con un unico grande e inconfessabile desiderio. Quello di sospendermi da tutto e tutti.

Dal mio ruolo di madre, da quel compito eterno.

Come se io - noi donne, noi madri - una volta diventata quello, quella cosa lì, quel "ruolo", venissi avvolta da una nuvoletta soffiata apposta da Dio, accompagnata dalla voce inoppugnabile di un angelo che ti guarda, sorride, e ti dice: "Ora non puoi più sbagliare, sei una madre".

Le madri amano, smisuratamente.

Ma le madri sbagliano, anche. 

Il condominio che ci descrive l'autrice incarna la società, nel pieno rispetto dei luoghi comuni, dei pregiudizi, occhi vitrei e feroci, pronti a distruggerti.

Una scrittura che non stanca mai, che fa esplodere angoscia e rabbia, pagina dopo pagina. Che ti sbatte in faccia la realtà nuda e cruda, senza fronzoli. 

Che ti fa malissimo, ma ti perdona. Ti perdona se ami ancora, se senti il desiderio ancora crescere in te, se pensi che la tua vita valga qualcosa al di fuori del tuo essere madre, donna, ruolo. Anche se torni dal supermercato e ti accorgi che tutte le cose importanti non le hai comprate, ma le hai dimenticate...

(Dio quante volte l'ho fatto!)

Questo libro è una denuncia all'ipocrisia, un atto di coraggio e solidarietà. 

Vorrei averlo scritto io, tantissimo. 

Che bello averlo letto, però.


Il male esiste, intorno a noi e ovunque. 

Fuori le mura della nostra casa, e dentro la nostra anima.

Ma qualcosa di dolce resta.

Resta sempre.

venerdì 29 gennaio 2021

L'amore che ti meriti, Daria Bignardi



Parto da una premessa che mi aiuta sempre ad avvalorare la mia teoria sugli incontri con certi libri, per niente premeditati.

Sono i libri che scelgono te.

Non è così anche per voi?

Daria Bignardi è una donna piuttosto promiscua, piena di talenti. Quelle donne che le guardi e ti chiedi: "Ma come fa questa a fare tante cose? E a farle bene?"

Non mi è particolarmente a cuore, nemmeno mi è simpatica, ma la stimo profondamente per la sua intelligenza e la sua sottile ironia, mai sopra le righe. 

L'amore che ti meriti è il primo dei suoi romanzi che leggo, un titolo che mi ha incuriosito, e sorpreso, perché mi immaginavo una trama completamente diversa da quella che poi ho scoperto. L'autrice racconta una storia e viviseziona le istantanee di una famiglia.

Un dramma. Una scomparsa. Il silenzio che gela ogni cosa. 

Un gigantesco senso di colpa.

Sceglie di farlo attraverso due voci narranti, nonché protagoniste, quella di Alma e di sua figlia Antonia. La prima riporta il lettore al passato, la seconda al presente.

Alma a un certo punto decide di raccontare alla figlia alcuni fatti del suo passato, tra cui la scomparsa del fratello Maio, e altre innumerevoli morti tragiche avvenute in famiglia. 

Antonia, che aspetta un bambino e scrive romanzi gialli, decide di partire per Ferrara, da Bologna, per cercare di capire qualcosa di più su quanto accadde a suo zio, la cui scomparsa segnò il destino della sua famiglia, e pure i tormenti della madre.

Erano gli anni Settanta, a Ferrara era arrivata l'eroina.

Alma suggerisce di provarla, "solo una volta", disse a Maio. Ma lei era quella più forte, lui quello fragile. 

"Mai più".

Lei riuscì a mantenere quella promessa. Lui no.

Una cazzata, quelle che fai a diciassette anni per il gusto di scoprire, di trasgredire.

"Non eravamo contenti né dispiaciuti, solo svuotati e stanchi, come se avessimo sbadatamente perso qualcosa di prezioso ma ce ne vergognassimo e non avessimo voglia di ammetterlo".

Quella della Bignardi è una prosa quasi impeccabile, cavolo è brava!

Però io amo le parole che fanno fatica a sopportare il dolore, quelle che strappano la carta e ti feriscono. Perché le devo sentire, devo uscirne provata, per niente indenne. Sono un po' masochista lo so.

La bravura dell'autrice mi ha impedito di sentire quel dolore e di vivere con Alma e Antonia il dramma della loro famiglia. Questo non vuol dire che se sei bravo non arrivi, eh?

Assolutamente no. 

Credo che L'amore che ti meriti sia un libro piacevole da leggere, alla portata di tutti e dal ritmo incalzante. Non annoia mai, a tratti sembra un thriller psicologico, dalle suggestive scenografie disegnate con estrema cura, e talvolta cuore.

Mentre leggevo, quel cuore lo sfioravo proprio lì, perché l'autrice quando parla della sua Ferrara lo fa senza distacco, ci si butta dentro completamente e questa cosa arriva. 

Una città ovattata, fatta di nebbia e mistero. Di biciclette parcheggiate ovunque e sempre, i portici, il Castello circondato dal fossato, il fiume, la piazza, i pasticci di maccheroni e la besciamella. La malinconia e il silenzio che cade dal cielo non appena si cerchi di recuperare il passato.

Sono belli i momenti in cui si lascia andare, per un attimo mi dimentico che l'autrice è solo una secchiona infrangibile e fredda come un eschimese. 

Scherzo Daria...

Dicono che certi luoghi della nostra vita custodiscono l'amore e il dolore.

E fermano il tempo. 

"Quando eravamo felici e non sapevamo di esserlo".

Ho chiuso il libro e mi ha travolto quella nostalgia dei luoghi.

"Respiravamo un profumo che non ho mai più risentito: l'odore del fiume che si avvicinava alla foce, dove l'acqua dolce si mescola a quella salmastra".

sabato 23 gennaio 2021

Finché il caffè è caldo, Toshikazu Kawaguchi



Siamo nel 2021 e ancora parliamo di viaggi nel tempo.

Come se la cosa fosse démodé, trita e ritrita.

Eppure è stata la mia lettura che ha inaugurato l'anno nuovo, Finché il caffè è caldo, di Toshikazu Kawaguchi.

Che poi a pensarci un libro non deve mai essere giusto o sbagliato. Storicamente corretto, adatto ai tempi che corrono.

Se dovessi leggere badando troppo ai tempi che corrono, be'... non lo so!

La verità, è che un libro, qualunque esso sia, resta sempre la migliore via di fuga dalla realtà.


"Un tavolino, un caffè, una scelta. 

Basta solo questo per essere felici".


Lo leggiamo sulla copertina del libro d'esordio di Kawaguchi.

Non lo so quanto sia vero, se basti davvero "solo" questo per essere felici. Però aiuta.

In Giappone esiste una caffetteria speciale, aperta da più di cento anni. Si dice che chiunque vi entri, poi, una volta uscito, non sia più lo stesso.

Gli spazi e gli eventi vengono narrati dall'autore senza troppi fronzoli, la scrittura è per niente ricercata eppure estremamente leggera, delicata. 

Le parole non vengono gonfiate di prosa e nemmeno tirate allo stremo, mai. 

Anche quando gli argomenti trattati potrebbero richiederlo.


Il lettore viene accolto con un inchino di cortesia che è tipico della cultura giapponese.

Gli orologi sulle pareti della caffetteria e il color seppia del locale creano un'atmosfera retrò, le storie prendono vita davanti a una tazza di caffè fumante, per poi svanire nel fumo che riporta al presente.

Non credo di aver letto un grande libro, ma una piccola grande lezione di vita.

Forse la cosa più incredibile che ci possa capitare non è viaggiare nel tempo e cambiare il presente, o il futuro.

Ma tenerci gli sbagli e cambiare cuore.

E questo è possibile.

Possibilissimo.

mercoledì 30 ottobre 2019

Jenny Offill, Sembrava una felicità



Ne ho sentito parlare davvero poco, di questo libro.
E mi dispiace soprattutto per quelli che non hanno la fortuna che ho io, di avere una grande amica libraia, in grado di capire i tuoi momenti, e come gira il tuo gusto letterario in base a come gira la tua vita.
E' il primo libro che leggo della Offill, il prossimo sarà senz'altro Le cose che restano, edito sempre da NN Editore, e seducente, come questo, a partire da una copertina dal fascino elegante e vintage. 

Ancora non ho capito bene che tipo di libro io abbia letto.
Se un romanzo, una sorta di diario personale, un esercizio psicologico che ti fa tornare indietro e poi al presente, e così via, finché non rimane un enorme buco nero sulla pagina, che ti obbliga a riflettere, a pensare.

Attenzione.
Sopravvivere come nello spazio.
Smettere di dare un nome alle cose.

Sono le mie note a margine. 
Mentre l'autrice gioca abilmente con la sua scrittura, passando dalla prima alla terza persona, io provo a capire se si tratti di prosa o poesia. Vorrei dare un nome a quello che sto leggendo, ma incredibilmente a un tratto la smetto con questa ricerca ostinata.

Dobbiamo davvero dare un nome alle cose?

Un libro di 160 pagine, penso, o corre come un treno nella notte, o rimane fermo alla stazione senza mai partire.

Il libro di Jenny Offill ti passa attraverso, veloce e ambiguo, fugace come i pensieri che abitano nel Piccolo teatro dei sentimenti feriti.
La vita coniugale è descritta abilmente, e con una sottile e tagliente ironia, dall'autrice. La protagonista, che mai aveva pensato di sposarsi e mettere su famiglia, a un certo punto si ritrova un marito e una figlia, e pure le ambizioni di una scrittrice che vuole diventare un "mostro di scrittura" e convincere uno pseudo-astronauta circa le sue potenzialità.

Lo pseudo-astronauta è un pretesto narrativo. Ma molto funzionale.
La verità è che a un certo punto ti rendi conto che il matrimonio, diventa un'impresa pari a un viaggio in orbita.
Con tutte le difficoltà del caso.

"Il cammino di un cosmonauta non è una marcia facile e trionfale verso la gloria. Il cosmonauta deve imparare a conoscere il significato della gioia e anche quello del dolore per poter entrare nella navicella spaziale".
Questo ha detto il primo uomo che è andato nello spazio.

Sembrava una felicità scopre le debolezze della vita di coppia, smaschera le bugie e un po' le preserva. Come facciamo tutti i giorni noi, che sembriamo davvero astronauti, che non sappiamo più nemmeno cosa proviamo. Se stiamo bene o male, se siamo tristi o felici, se quegli occhi che ci guardano tutti i giorni vedono ancora oppure si appoggiano, per non cadere e basta.

Hai paura di andare dal dentista?

Mai.
Qualche volta.
Sempre.

Da piccoli non si sa il nome delle cose.
Questa è un'altra nota a margine.
Ma è molto di più.

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